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Diritto amministrativo - Articolo 23 bis legge 1034/1971 Appunti scolastici Premium

Appunti di Diritto amministrativo per l'esame del professor Dallari. Gli argomenti trattati sono i seguenti: l'analisi dell'articolo 23-bis della legge numero 1034/1971 che regola i processi nei quali è previsto il rito abbreviato, la rimessione della questione di legittimità costituzionale delle disposizioni dettate.

Esame di Diritto Amministrativo docente Prof. F. Dallari

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aree). La possibilità che, nel modo descritto, si fosse arrecato un vulnus al diritto di

difesa giurisdizionale costituzionalmente giustificò, peraltro, la rimessione della

questione di legittimità costituzionale delle disposizioni dettate, in particolare,

dall’art. 19 del decreto legge n. 67/1997, con riferimento agli artt. 3, 24, 103 e 113

Cost.; ma la Corte Costituzionale, con sentenza 10 novembre 1999, n. 427, ha

ritenuto infondata la questione, sottolineando come, con “valutazione non arbitraria

od irragionevole”, il legislatore abbia inteso delineare “un sistema derogatorio della

disciplina processuale, finalizzato a realizzare precisi obiettivi di accelerazione della

definizione delle controversie in materia di opere pubbliche o di pubblica utilità e di

attività e procedure connesse”, ritenuto costituzionalmente legittimo in quanto “la

diversità e peculiarità della materia giustifica la deroga al regime ordinario”,

trattandosi di “attività e procedimenti amministrativi contrassegnati dalla rilevanza

individuali e collettive”.

degli interessi incisi e dal coinvolgimento di posizioni

– –

Si tratta insomma ha ritenuto la Corte costituzionale di procedimenti di

particolare rilievo, particolarmente esposte al rischio che la durata del processo

ridondi in danno per gli interessi pubblici che si intendono perseguire attraverso

l’emanazione di provvedimenti impugnati (oltre che per quelli privati coinvolti), in

relazione alle quali il legislatore ha ragionevolmente ritenuto di dettare una speciale

normativa processuale “idonea ad accelerare i processi amministrativi relativi alle

indicate materie, spesso contrassegnati, in passato, da una eccessiva durata di fatto

degli effetti dei provvedimenti cautelari, laddove il processo poteva essere

tempestivamente definito con sentenza” .Sicché si può dire che, prima ancora che ai

singoli strumenti processuali prescelti per conseguire il fine (fissazione rapida e

privilegiata dell’udienza di discussione del merito, dimezzamento dei termini

processuali, possibilità di definizione del giudizio con sentenza in occasione della

camera di consiglio fissata per la sospensiva), è la ratio acceleratoria stessa

perseguita dal legislatore che ha ottenuto, nella decisione indicata, il convinto avallo

della Corte costituzionale.Non meraviglia dunque che, a questo punto e su queste

basi, il legislatore abbia ritenuto di delineare un vero e proprio modello di rito

speciale accelerato, da estendere anche oltre l’ambito oggettivo delle controversie in

materia di appalti di lavori pubblici cui era stato fino a quel momento applicato, ad

altri casi nei quali potesse ragionevolmente riscontrarsi la presenza della medesima

ratio iuris, l’essere cioè di fronte ad “attività e procedimenti amministrativi

contrassegnati dalla rilevanza degli interessi incisi e dal coinvolgimento di posizioni

individuali e collettive”. Viene introdotto così dall’art. 4 della legge n. 205/2000, nel

corpo della legge n. 1034/1971 sui TAR, l’art. 23-bis, – com’è noto –

che assoggetta

al rito accelerato in questione un ambito oggettivo di controversie assai più ampio di

quello, relativamente ristretto, che era stato precedentemente interessato dalle

disposizioni processuali speciali, risultando questo ora esteso, oltre a quelli di lavori,

anche agli appalti di servizi e forniture, ai provvedimenti delle autorità

amministrative indipendenti, ai provvedimenti relativi alle procedure di

privatizzazione o dismissione di imprese o beni pubblici, a quello relativi alla

costituzione, modificazione o estinzione di società, aziende o istituzioni per la

gestione di servizi pubblici locali, ai provvedimenti di nomina adottati previa

deliberazione del Consiglio dei Ministri, ai provvedimenti di scioglimento degli enti

locali ed a quelli concernenti la formazione ed il funzionamento degli organi.

– –

Tutte materie nelle quali evidentemente il legislatore ha riconosciuto la presenza

di ragioni di particolare urgenza della definizione dei giudizi amministrativi

eventualmente pendenti, in considerazione della delicatezza e rilevanza degli

interessi pubblici e privati, sociali ed individuali, che ne sono coinvolti, alle quali

sono state poi aggiunte anche altre ipotesi previste da talune leggi speciali

successive, cui è stata espressamente estesa l’applicabilità del rito delineato dalla

disposizione di cui al 23-bis : sì che, in esito alla descritta evoluzione, si può dire che

al rito speciale previsto per le opere pubbliche si sia ormai sostituito un più generale

modello di rito speciale accelerato operante per i c.d. settori sensibili .

alla più precisa delimitazione dell’ambito oggettivo delle controversie

Quanto

soggette al rito speciale in questione, si può dire che la giurisprudenza

amministrativa non abbia incontrato, fino a questo momento, particolari difficoltà.

23-bis, in primo luogo, aveva avuto infatti l’effetto di risolvere, con una più

L’art.

precisa formulazione letterale della norma speciale, taluni problemi esegetici che

disposizione di cui all’art. 19 del d.l. n.

erano sorti con riferimento alla previgente

67/1997. Questa si riferiva letteralmente, infatti, ai giudizi riguardanti

“provvedimenti relativi a procedure di aggiudicazione, affidamento ed esecuzione di

opere pubbliche o di pubblica utilità, ivi comprese le procedure di espropriazione ed

occupazione delle aree ad esse destinate”: sicché si era posto il problema se le norme

acceleratorie fossero applicabili anche alle impugnazioni dei bandi di gara, ad

esempio, che di per sé potrebbero ritenersi estranei alle procedure in questione, di cui

piuttosto costituiscono la disciplina (ed al più danno avvio); ovvero ai provvedimenti

di esclusione, che pure si era rilevato che, in effetti, concludono per chi li impugna il

procedimento in questione . E così via: questioni tutte cui l’art. 23-bis ha dato

espressamente (come nel caso dei bandi, che si dice chiaramente che sono compresi

nel novero dei provvedimenti assoggettati alla disciplina speciale) od implicitamente

risposta, avallando a sua volta le posizioni alle quali era comunque giunta la

giurisprudenza amministrativa .

Né in sede di applicazione della norma speciale in questione pare che siano emersi

nuovi dubbi interpretativi di consistente rilievo. Si è rapidamente chiarito che,

nonostante l’imprecisa dizione letterale della norma, la quale di per sé si riferisce agli

affidamenti di servizi pubblici, la disciplina processuale di cui all’art. 23-bis viene in

rilievo non solo per le concessioni di pubblici servizi, ma anche per le procedure

di servizi, “dato

finalizzate alla stipula di contratti di appalto pubblico che la ratio

acceleratoria si pone in modo identico per tutte le tipologie di gare, sì da rendere

sfuggente la giustificazione del diverso trattamento riservato agli appalti di servizi

rispetto a quelli di opere e di forniture, così come agli affidamenti di pubblici

servizi”. l’espressione

Piuttosto, si è affermato come occorresse interpretare

affidamento di servizi pubblici come riferita non solo a quegli affidamenti che

conseguono ad una procedura di concorsuale in senso stretto bensì, più in generale,

con riguardo a tutti i provvedimenti che incidono sull’assegnazione del servizio

pubblico, quali ad esempio quelli riguardanti la titolarità di farmacie ovvero i

dinieghi opposti avverso richieste di prosecuzione dell’autorizzazione all’esecuzione

di pubblici servizi . Giurisprudenza commentata in dottrina, essendosi ritenuta tale

“pienamente

conclusione convincente anche perché segna, opportunamente, un

tendenziale coincidenza tra l’ambito della giurisdizione esclusiva ex art. 33 del D.

n. 80/1998 ed il rito speciale”

Lgs. .

riguardo all’individuazione dei casi di applicabilità dell’art.

Nessun problema 23-bis,

lettera d), in relazione ai quali si è piuttosto opportunamente precisato che

l’operatività della norma speciale “va circoscritta alle sole vertenze nelle quali è in

contestazione l’esercizio delle funzioni che incidono sui settori alla cui vigilanza o

regolazione gli organismi in questione sono istituzionalmente preposti e sui

delicatissimi interesse negli stessi coinvolti; pertanto, essa non si applica alle

controversie concernenti la ordinaria gestione del proprio personale, che altrimenti,

finirebbe col fruire di un non ragionevole privilegio non accordato ad altre categorie

di pubblici dipendenti “.

Né pare che, in giurisprudenza, particolari problemi interpretativi si siano posti con

riferimento ai casi di cui alle lettere e) ed f) dell’art. 23-bis : sicché qualche specifica

considerazione può essere dedicata, piuttosto, alle conclusioni raggiunte dalla stessa

giurisprudenza con riferimento ai provvedimenti che, rispetto a quelli soggetti al rito

accelerato, si pongano quali provvedimenti di secondo grado e/o risultino ad essi

giuridicamente e processualmente connessi.

Con riguardo alla prima problematica, infatti, dando seguito a quanto già aveva

chiarito l’adunanza plenaria n. 1/2001 , la giurisprudenza si è mantenuta ferma nel

ribadire come la ratio ispiratrice del rito accelerato vada riconosciuta non solo con

riferimento ai provvedimenti che direttamente dispongono l’aggiudicazione o

esecuzione di appalti pubblici bensì anche, più in generale, con riguardo ai

“provvedimenti che, comunque, intervengono nella fase di aggiudicazione o che

comunque riguardano l’esecuzione dell’appalto, tra i quali vanno ricompresi anche i

o revocano aggiudicazioni”

provvedimenti che annullano ; mentre con riferimento

all’ipotesi di impugnazione di atti connessi, si è considerata prevalente l’esigenza di

garantire la possibilità di “ realizzare il simultaneus processus che anche ha ispirato

la riforma del processo amministrativo, con conseguente applicabilità del rito

nell’impugnazione un provvedimento

accelerato laddove sia comunque coinvolto

rito speciale, “allo

soggetto a tale scopo di non veder svanire la possibilità di ottenere

indicate dall’art. 23 bis”.

una rapida definizione della lite, secondo le cadenze

Posizioni in tal senso fissate, in giurisprudenza, a partire dalla decisione Cons. Stato,

1605 , fondate sul rilievo che “

sez. VI, 27 marzo 2003, n. il sistema processuale

e distinte da quello civile “, che “il

amministrativo presenta caratteristiche autonome

fatto che siano contestualmente impugnati altri atti connessi non modifica né

sminuisce la rilevanza degli interessi legati al provvedimento soggetto al rito

speciale, che giustificano per sé soli l’applicazione del rito accelerato” e che

“l'oggetto del processo amministrativo si è, invero, ormai definitivamente spostato

dall’atto impugnato al rapporto controverso “, con la conseguenza che “ le esigenze

acceleratorie poste alla base del rito speciale si manifestano ogni qualvolta la

domanda proposta coinvolge provvedimenti indicati dal comma 1 dell’art. 23 bis e

non vengono meno solo perché con il ricorso sono stati impugnati anche altri

provvedimenti “.

Piuttosto, qualche dubbio interpretativo appare avere dimostrato la giurisprudenza in

commento riguardo alla operatività o meno del rito speciale, innanzitutto (od

almeno), nel caso in cui la domanda risarcitoria di danni consequenziali ad illegittimi

provvedimenti amministrativi non sia stata introdotta contestualmente al ricorso per

l’annullamento ma venga proposta solo successivamente, in dipendenza del già

avvenuto annullamento del provvedimento dichiarato illegittimo.

Con riferimento a questa ipotesi, infatti, il Consiglio di Stato, nella decisione sez. IV,

27 dicembre 2004, n. 8244, si era pronunciato nel senso della non applicabilità del

rito in questione, in quanto, innanzitutto, la disposizione di cui al 23-bis non si è

a tale tipologia di giudizi (e “

affatto riferita trattandosi di norma che incide, in via di

eccezione e restrittiva, su una disciplina giuridica che dà concreta attuazione a diritti

fondamentali dell’individuo (art. 24 Cost.), non può che essere interpretata in senso

considerati dal legislatore “),

stretto e, quindi, applicata solo ai casi tassativamente ed

ricorre, per questi giudizi, “la

inoltre in quanto neppure ratio per la quale il

legislatore ha ritenuto di favorire, in deroga ai termini processuali ordinari, una più

degli interessi pubblici”

rapida tutela coinvolti dalla controversia.

Senonché di diverso avviso si è dimostrato il Consiglio di giustizia amministrativa

per la regione siciliana, nella decisione 9 maggio 2005, n. 323, poi seguita dalla

decisione 13 febbraio 2006, n. 40, il quale, discostandosi espressamente dal

richiamato precedente, ha all’opposto affermato l’applicabilità del rito ex art. 23-bis

in questione, ritenendo che “all’espressione “giudizi risarcitori”

anche ai giudizio

non può che attribuirsi un significato meramente descrittivo, dovendosi radicalmente

escludere che si tratti, in senso tecnico, di una specifica tipologia di giudizi

al giudice amministrativo”, trattandosi solo “uno

proponibili davanti strumento di

tutela ulteriore, rispetto a quello classico demolitorio (e/o conformativo), da

rendere giustizia al cittadino”. “salvo

utilizzare per Di conseguenza a volersi

collocare inammissibilmente al di fuori del chiaro solco concettuale tracciato dalla

Corte costituzionale”, si sarebbe dovuta riconoscere l’applicabilità del rito speciale

anche ai giudizi in questione, trattandosi in ogni caso di giudizi che si aprono su

domande di tutela (risarcitoria) della medesima posizione soggettiva di interesse

legittimo che viene incisa dai provvedimenti assoggettati al rito di cui all’art. 23-bis.

Il Consiglio di Stato ha proseguito, viceversa, nella medesima linea interpretativa già

tracciata nel senso della inapplicabilità del rito speciale ai giudizi in questione ;

sicché la questione interpretativa è stata rimessa all’esame dell’adunanza plenaria dal

C.G.A., con ordinanza 7 marzo 2007, n. 75, la quale, con sentenza 30 luglio 2007, n.

9, ha aderito all’orientamento che era stato fino a quel momento seguito dalle sezioni

del Consiglio di Stato, “sulla scorta di convergenti considerazioni di ordine sia

testuale che sistematico”.

l’adunanza plenaria come, “stando

Ha rilevato infatti al dato testuale, la dimidiazione

dei termini non riguarda le domande risarcitorie autonome, nelle quali non si mira a

demolire i provvedimenti adottati nell’ambito della procedura di esproprio ma si

dalla loro esecuzione”, sicché “l’oggetto del giudizio

lamenta il danno derivante dell’art. 23-

risarcitorio non rientra tra quelli tassativamente enumerati al comma 1

bis, le cui disposizioni acceleratorie nella misura in cui derogano incisivamente

all’ordinario regime processuale – risultano di stretta interpretazione e non possono

essere applicate estensivamente al di fuori delle ipotesi nominate che il Legislatore

ha ritenuto di individuare”.

Inoltre, “sotto altro e decisivo profilo, la normativa in argomento sembra rispondere

all’evidente fine di favorire, nei limiti di compatibilità con le esigenze individuali di

tutela giurisdizionale, una tempestiva definizione di controversie incidenti su

peculiari interessi pubblici”; – – “la

ed in questa prospettiva si è pertanto concluso

interessi che l’art. 23 bis

definizione del giudizio risarcitorio non incide dunque sugli

mira a tutelare, con la conseguenza che anche la ratio della norma depone per la

– come quella all’esame

inapplicabilità del rito abbreviato alle controversie -

equivalente”.La

introdotte da domande autonome di risarcimento del danno per

questione parrebbe essersi, così, definitivamente chiusa; senonché va osservato come

la citata decisione dell’adunanza plenaria si sia espressamente riferita, come si è

appena visto, per ben due volte, alle domande risarcitorie autonome, ossia come si

è detto precedentemente alle domande risarcitorie proposte dopo che sia già

intervenuto l’annullamento dell’atto amministrativo che, dichiarato illegittimo, aveva

causato i danni di cui si chiede il ristoro patrimoniale.

Definito l’ambito oggettivo delle controversie nelle quali deve ritenersi che sia

applicabile il rito accelerato di cui all’art. 23-bis, si può passare dunque all’esame

dello speciale sistema di definizione dei ricorsi giurisdizionali previsto per tali

controversie. Ebbene, sul punto, la disposizione in analisi evidenzia la scelta operata

dal legislatore di riproporre, assumendolo quale modello generale , con gli opportuni

correttivi, il meccanismo acceleratorio fondato sul dimezzamento dei termini

processuali ordinari che, come si è ricordato, era stato già sperimentato nello scorso

decennio con riferimento (in particolare) alla materia delle opere pubbliche, in

applicazione dell’art. 19 del d.l. n. 67/1997. Rispetto a quella precedente esperienza,

peraltro, il legislatore della l. n. 205/2000 ha ritenuto di stabilire espressamente una

rilevante eccezione, escludendo dalla dimidiazione dei termini quelli relativi alla

“proposizione del ricorso”. Il che ha posto la giurisprudenza di fronte al compito di

chiarire, innanzitutto, cosa dovesse intendersi per proposizione del ricorso. In

considerazione del fatto che, tradizionalmente, si ritiene che il giudizio

amministrativo si instauri effettivamente solo nel momento del deposito del ricorso

presso al segreteria del T.A.R. adito, si è immediatamente dovuto affrontare il

problema, infatti, di stabilire se la dimidiazione del termine si dovesse applicare o

meno anche al deposito del ricorso, potendosi ritenere che anche i termini stabiliti per

nell’eccezione prevista dal legislatore.

tale incombente processuale fossero inclusi

– com’è noto – si è rapidamente pronunciata l’adunanza plenaria del

Sul punto

Consiglio di Stato, la quale, con la decisione n. 31 maggio 2002, n. 5, ha affermato

l’applicabilità della regola del dimezzamento dei termini anche al deposito dell’atto

di ricorso (in appello, naturalmente, nel caso deciso dalla plenaria, ma con

considerazioni valide anche per il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado).

Ha rilevato il supremo consesso, infatti, come l’espressione proposizione del ricorso

sia utilizzata anche in altri luoghi delle leggi generali vigenti sul processo

amministrativo, ed in particolare all’art. 28, comma 2, della legge T.A.R., in senso

pacificamente coincidente con la sola notificazione dell’atto di ricorso, e non anche

suo deposito (“contro

comprensivo del le sentenze dei tribunali amministrativi

regionali è ammesso ricorso al Consiglio di Stato da proporre nel termine di giorni

dalla ricevuta notificazione”).

sessanta Allo stesso modo, anche al comma 7 dello

“il

stesso art. 23-bis introdotto dalla legge n. 205/2000 si legge che termine per la

proposizione dell’appello avverso la sentenza del tribunale amministrativo regionale

nei giudizi di cui al comma 1 è di trenta giorni dalla notificazione e di centoventi

della sentenza”:

giorni dalla pubblicazione il quale, di nuovo, si riferisce

inequivocabilmente alla notificazione dell’atto in questione e non anche al suo

– –

deposito. Oltre a ciò ha rilevato ancora la plenaria va considerato come

l’eccezione alla regola del dimezzamento dei termini processuali trovi la sua origine

“ nel dibattito scientifico e giurisprudenziale che ha a suo tempo accompagnato l’art.

19 del d.l. n. 67/1997 “, che prevedeva la dimidiazione anche dei termini ordinari per

del ricorso: sicché “

la notificazione appare evidente che il legislatore, nel formulare

la nuova disciplina contenuta nell’art. 4 della legge n. 205 del 2000, si è dato carico

delle difficoltà che erano state prospettate a proposito della precedente disciplina

speciale, ed in particolare di quelle connesse alla fase nella quale la parte, sfornita di

un difensore, deve reperirlo ed affidare al medesimo le proprie difese. … Il

legislatore ha ritenuto di tenere ragionevolmente conto di tali esigenze ed ha pertanto

escluso dal dimezzamento … i termini per la proposizione del ricorso; termini, questi

ultimi, che per la ratio che accompagna l’esclusione disposta, non possono che

riguardare esclusivamente il ricorso di primo grado, e cioè l’atto introduttivo del

dinanzi al T.A.R. “

giudizio .

Spiegazioni che sono state ritenute assolutamente convincenti dalla giurisprudenza

successiva, che si è rivelata del tutto costante nonostante la presenza, invero, di

ragionevoli argomenti anche a sostegno della tesi contraria nel ribadire

l’applicabilità della regola generale del dimezzamento al termine per il deposito del

ricorso, di primo grado come di appello . Questione, dunque, chiusa.

Sempre nella testé citata decisione dell’adunanza plenaria n. 5/2002, al punto 3 della

motivazione, si ritrova poi un passaggio che, sia pure obiter dictum, ha consentito

alla giurisprudenza amministrativa di trovare rapidamente una soluzione in ordine

alla questione del dimezzamento o meno dei termini per presentare ricorso

naturalmente nei giudizi di cui al comma 1 dell’art. 23-bis.

incidentale, Nel precisare

come nessun argomento potesse trarsi, con riguardo alla questione relativa ai termini

del plurale “salvo

validi per il deposito del ricorso (dimezzati o meno), dall’uso

compare nella previsione di cui all’art. 23-bis, comma 2, l’adunanza

quelli” che come tale espressione “appare

plenaria ha infatti rilevato incidentalmente dovuta al

fatto che il legislatore ha inteso riferirsi anche al ricorso incidentale di primo grado,

per il quale sovvengono le stesse esigenze che hanno condotto alla esclusione dalla

del ricorso principale”.

regola del dimezzamento In tal modo il Supremo Consesso ha

dato un chiaro indirizzo interpretativo finalizzato a chiarire le proprie posizioni

sull’argomento, conscio probabilmente della presenza di talune decisioni di merito

che, muovendo da una rigorosa considerazione del carattere tassativo dell’eccezione

prevista dalla disposizione di cui all’art. 23-bis, comma 2, avevano viceversa ritenuto

che anche il termine per la presentazione del ricorso incidentale dovesse considerarsi

senz’altro dimezzato e dunque ridotto a quindici giorni decorrenti dalla data di

scadenza del termine assegnato per il deposito del ricorso principale (sua volta

dimezzato a quindici giorni, per un totale di trenta giorni dalla data della notifica del

ricorso principale) . E sulle posizioni indicate dall’adunanza plenaria si è così potuta

assestare la giurisprudenza successiva, che ritiene conseguentemente che, anche in

l’eccezione prevista dalla disposizione di cui all’art. 23-bis,

questo caso, operi

comma 2 e non si applichi la dimidiazione del termine per la proposizione del

ricorso, che dovrà dunque essere notificato entro un termine complessivo di

quarantacinque giorni dalla data di notifica del ricorso principale (ossia trenta giorni

decorrenti dalla data di scadenza del termine assegnato per il deposito del ricorso

principale, che va come si è detto dimezzato a quindici giorni) . Gli argomenti a

che sul dato letterale, sull’esigenza di non

sostegno si fondano, naturalmente, oltre

creare una disparità di trattamento, priva di ragionevoli giustificazioni sul piano

costituzionale, tra l’azione principale, soggetta al termine ordinario di sessanta

giorni, e quella incidentale, sottoposta invece alla regola del dimezzamento dei

termini processuali .Senonché, a ben vedere, la posizione del ricorrente incidentale,

nelle controversie assoggettate al rito speciale, viene ad essere comunque

concretamente penalizzata rispetto a quella del ricorrente principale. Se infatti, come

si è detto, il risultato concreto della interpretazione seguita dalla giurisprudenza

consiste nella riduzione a soli quarantacinque giorni del termine complessivo per la

notificazione del ricorso incidentale, si determina inevitabilmente ed in ogni caso uno

squilibrio nella posizione processuale delle parti private del processo, in quanto il

ricorrente principale conserva, invece, l’intero termine ordinario di sessanta giorni

per la notifica del ricorso. Il che potrebbe esporre la norma a censure di

incostituzionalità .

Per ovviare a tale inconveniente, la decisione Cons. Stato, sez. V, 1 marzo 2003, n.

1137 aveva affermato che il termine per la proposizione del ricorso incidentale

dovesse essere comunque calcolato in sessanta giorni dalla notifica del ricorso

principale, giacché il termine per il deposito del ricorso principale dovrebbe

considerarsi bensì dimezzato, ma solo ed unicamente ai fini del suddetto

adempimento processuale e non anche al fine di determinare il termine per la

proposizione del ricorso incidentale. Veniva cioè proposta l’operatività di una sorta

di “doppio binario” con riferimento al termine del deposito del ricorso introduttivo

del giudizio: il dimezzamento varrebbe, per le ragioni indicate, solo per il ricorrente

principale e non anche per il ricorrente incidentale, restituendosi così una posizione

di perfetta parità alle parti processuali. –

La decisione non è stata tuttavia seguita dalla giurisprudenza successiva, che come

si è detto ha invece ribadito in maniera unanime come, nel rito speciale previsto

dall’articolo 23-bis, il termine che occorre computare per la decorrenza del termine di

trenta giorni per la notifica del ricorso incidentale sia quello ordinariamente


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher BalboFonseca di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Amministrativo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Dallari Filippo.

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