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privata e familiare degli abitanti del luogo dove l’impianto era situato e che quindi

l’autorità amministrative avevano l’obbligo di proteggere questo diritto, tutelato

dall’art. 8 della Convenzione europea, e la vittima diritto al risarcimento del danno

perchè era stata esposta per più di tre anni all’inquinamento atmosferico.

La pronuncia è importante perché è esemplare nel dare la definizione del diritto all’

ambiente salubre proteggendo in modo riflesso lo stesso bene-ambiente.

Il secondo caso riguarda la disgrazia di Seveso.

Da un impianto chimico situato a Seveso si era sprigionata una nube tossica che

provocò effetti disastrosi sugli abitanti e sull’ambiente. Venne accertata la

responsabilità penale. Nei giudizi civili si era escluso un danno alla salute degli attori,

ma si ammise che l’esposizione a quantità di diossina, le prescrizioni e le limitazioni

alla libertà di azione e di vita, i controlli sanitari costituivano ragioni di disturbo e di

danno morale; danno morale che venne risarcito molto simbolicamente.

La Cassazione, investita della questione, ha annullato con rinvio le sentenze d’appello

ponendo il principio per il quale il danno morale soggettivo, che si verifica a causa

della compromissione, anche grave, della salubrità dell’ambiente, da luogo al

risarcimento alla condizione che è conseguenza della menomazione dell’integrità

psicofisica o di un altro tipo di evento che produce un danno patrimoniale. Quindi

non si ha risarcimento del danno morale nel caso in cui questo non è collegato ad un

danno psicofisico ed inoltre essendo quest’ultimo, un danno soggettivo non può

essere liquidato allo stesso modo per tutti i soggetti colpiti, anche se il disastro deriva

da un mass tort che colpisce l’intera collettività.

GLI INTERESSI PROTETTI

Un altro elemento dell’illecito civile è costituito dalla qualificazione dell’ingiustizia

del danno. Per spiegare il suo ruolo la dottrina e la giurisprudenza hanno seguito dei

percorsi diversi: la prima, in maniera più approfondita, ha elaborato più significati del

termine ingiustizia; la seconda invece ha risolto l’espressione nella distinzione tra

danno non iure e danno contra ius in modo da selezionare l’area dei danni risarcibili.

L’ingiustizia ha il ruolo di una vera e propria clausola generale e nello stesso tempo

consente di qualificare un ordinamento come informato al principio di atipicità

dell’illecito.

L’ingiustizia è stata intesa sia come una formula riassuntiva delle ipotesi tipiche nelle

quali l’interesse leso è protetto; sia come formula riassuntiva delle lesioni degli

interessi protetti non eretti a diritti soggettivi ma individuati di volta in volta dal

giudice; sia infine come formula che legittima il bilanciamento degli interessi in

gioco.

L’ingiustizia del danno svolge diverse funzioni.

Innanzitutto, l’ingiustizia come criterio distintivo dei modelli di responsabilità.

Essa ci permette di operare una distinzione tra i vari ordinamenti: difatti quelli

informati a clausole generali, vengono chiamati atipici, quelli invece informati a

ipotesi specificamente disciplinate, vengono definiti tipici. Ora questa distinzione è

troppo semplice perché vi possono essere sistemi misti e sistemi nei quali dietro la

clausola generale si nascondono tecniche di tipizzazione delle fattispecie oppure

sistemi solo all’apparenza tipici dove è possibile allargare l’area della tipicità. Oggi

quando si deve parlare di tipicità e atipicità si devono compiere tre operazioni:

predisporre un’individuazione degli interessi protetti dall’art. 2043;

individuare le tecniche per proteggere questi interessi;

esaminare quale di queste tecniche risponde meglio alla prassi e al nostro

ordinamento.

Poi, l’ingiustizia del danno come criterio di selezione degli interessi protetti e quindi

dei danni risarcibili.

Ora ovviamente per un giurista come il nostro il criterio più facile è dato dalla

classificazione degli interessi protetti attraverso la loro qualificazione formale. Ma

ciò non è molto soddisfacente, sia perché non tutti gli interessi e tutte le fattispecie si

prestano a queste classificazioni e sia perché tutto ciò non può essere applicato ai

sistemi che non accettano la nostra distinzione, come quello inglese.

Quindi nella prassi si seguono altri sistemi. Talvolta viene fatto riferimento alla

vittima, come nel caso di danno al consumatore o danno all’ambiente, altre volte alla

professione del danneggiante, altre volte ancora al mezzo con il quale si provoca il

danno. E ancora si può seguire anche un altro criterio ed indicare non tanto il diritto

leso ma invece il bene oggetto di diritto, come nella lesione della proprietà, della

privacy.

Questo è uno dei criteri più utilizzati.

Infine si fa riferimento a dei criteri misti, nei quali viene indicato di volta in volta il

bene leso oppure il rapporto sconvolto.

La formula “diritti inviolabili”, mentre la troviamo menzionata nei testi costituzionali

o nelle convenzioni internazionali, nei codici per quanto riguarda la responsabilità

civile o i diritti della persona, di essa invece non si trova nessuna traccia.

A questo punto occorre seguire due operazioni ermeneutiche essenziali:

innanzitutto chiarire e definire il significato dell’espressione per individuare i diritti

inviolabili; poi precisare quali sono i suoi effetti giuridici.

Con riguardo alla prima operazione, quindi l’interprete deve vedere:

se ritenere inviolabili solo quei diritti che trova elencati nei testi;

se ritenere che quei testi non diano un elenco tassativo ma invece un elenco aperto

alla creazione di nuovi diritti;

se ritenere che quei diritti sono preesistenti al loro esplicito riconoscimento;

se ritenere invece, che siano delle posizioni giuridiche dotate di relatività temporale e

geografica.

Con riguardo alla seconda operazione, l’interprete deve vedere:

se ritenere che i diritti inviolabili così individuati creano delle pretese solo nei

rapporti tra individuo e Stato, oppure pretese che possono essere azionate anche nei

rapporti tra individuo e individuo; in entrambi i casi, se la lesione di un diritto

inviolabile dia luogo solo a sanzioni pubbliche o solo a sanzioni civili oppure ad

entrambe; se tra i rimedi azionabili in ambito civile possa essere ricompresa l’azione

di risarcimento del danno extracontrattuale o aquiliano.

Ora, se quando si parla di diritti inviolabili si intendono i diritti della persona o i

diritti della personalità, il problema posto all’inizio non si pone, perché in tutti gli

ordinamenti questi diritti sono considerati degli interessi giuridicamente protetti e

tutelabili anche con le regole della responsabilità civile. Dato che il nomen attribuito

agli interessi tutelati non sempre coincidono in tutti gli ordinamenti, occorre prendere

in considerazione il testo della Convenzione di Roma che codifica i diritti dell’uomo

e le libertà fondamentali.

La vita e le libertà personali.

Per quanto riguarda la vita, questo diritto viene contemplato nel codice tedesco e non

nel nostro.

Per la responsabilità civile comporta la soluzione di alcune questioni dogmatiche e

quindi se è possibile risarcire il danno ad un soggetto che non è più in vita. In altre

parole la lesione della vita non comporta risarcimento del danno a favore del titolare

del diritto leso, ma a favore di soggetti terzi vincolati a questo da rapporto di sangue,

di convivenza.

Per diritto alla vita si intende diritto a nascere, diritto a nascere sani o ancora diritto a

dare vita, cioè a procreare. Infatti in tutti questi casi le regole della responsabilità

civile hanno funzionato: il danno è stato risarcito al terzo, come nel caso del genitore

che non ha potuto procreare a causa di un incidente stradale o di un’operazione

chirurgica negligente, o allo stesso interessato, nel caso in cui la procreazione è stata

negligente, ha comportato malattie ereditarie, o ancora la condizione di disabile,

come nel caso in cui per effetto di un sinistro sconvolgente il soggetto, già in vita, ha

dovuto cambiare peggiorandole, le sue abitudini e quindi la sua qualità di vita.

Le libertà personali.

Innanzitutto quelle sotto il profilo della sottrazione alla violenza illegale, all’ingiusta

detenzione o alla sottoposizione a torture. Solo nell’esperienza tedesca è possibile

trovare dei casi menzionati nei codici, nelle altre si deve ricorrere alla disciplina

penale. Quindi si apre il problema della responsabilità dello Stato quando le

violazioni non sono commesse da privati ma da dipendenti dell’amministrazione o

dalle forze della polizia e dell’esercito; nel nostro ordinamento il problema è stato

affrontato parlando di legittima difesa e di stato di necessità.

Libertà personale sotto il profilo della sottrazione alla schiavitù o alla servitù, al

lavoro forzato o obbligatorio. Anche qui si deve ricorrere alla disciplina penale ed in

questo caso l’azione risarcitoria verrà inserita nel procedimento penale.

Libertà personale sotto il profilo della detenzione ingiusta o inumana. Qui soccorre la

disciplina dell’ingiusta detenzione e la disciplina della responsabilità della pubblica

amministrazione, nella specie di amministrazione carceraria.

Libertà personale sotto il profilo della libertà matrimoniale. Qui si riscontrano in ogni

ordinamento casi che riguardano la seduzione con promessa di matrimonio.

Per quanto riguarda gli altri diritti, ad eccezione della privacy, ci si chiede se per

l’individuo è possibile ottenere il risarcimento del danno nel caso in cui sono stati

violati:

il diritto alla difesa e all’amministrazione della giustizia; il diritto alla libertà di

pensiero, di coscienza e di religione; il diritto alla libertà di espressione; il diritto alla

libertà di riunione e di associazione.

Per tutti questi diritti si può intravedere un’azione dell’individuo nei confronti dello

Stato di cui egli è cittadino e si apre il problema se a questo è concessa un’azione

risarcitoria e se la stessa può essere concessa anche allo straniero; si tratta di casi che

implicano dei rapporti verticali, i rapporti orizzontali, cioè quelli tra i privati,

vengono in considerazione solo nel caso di libertà di associazione; ci può essere il

problema del diritto al risarcimento del danno per mancata ammissione ad una

associazione in quanto è scontato nel nostro ordinamento il diritto al risarcimento per

l’esclusione illegale da un’associazione.

I diritti inviolabili si possono far valere davanti alla Corte di Strasburgo e quindi

possono portare nel caso di loro violazione alle sanzioni da parte degli Stati violatori;

la Corte può anche condannare lo Stato all’equa soddisfazione della parte lesa.

Occorre poi vedere se l’individuo può adire direttamente il giudice dello Stato

violatore per ottenere il risarcimento senza aver adito prima la Corte europea.

Invece discorso diverso deve essere fatto nel caso di violazione di diritti soggettivi

riconosciuti ai cittadini degli Stati dell’Unione Europea dalle direttive comunitarie. In

questo caso il cittadino leso può chiedere il risarcimento del danno allo Stato

inadempiente. Quindi vediamo come si verifica un’inversione di valori: la lesione dei

diritti inviolabili, secondo la Convenzione europea, non comporta risarcimento del

danno, se non i casi eccezionali o ad un risarcimento per equa soddisfazione; invece

la lesione di interessi economici, come quelli dei consumatori ad esempio, comporta

risarcimento del danno se lo stato è stato inadempiente al loro riconoscimento con il

recepimento di direttive che li riguardano.

L’integrità fisica.

L’art. 5 del codice vieta gli atti di disposizione del proprio corpo quando possono

cagionare una menomazione permanente. In questo modo viene tutelato il diritto

all’integrità fisica.

Questa norma era espressione della concezione che vedeva il corpo umano come

oggetto di un diritto. Si interpretava l’integrità fisica non come un bene della persona

da tutelare, ma come uno strumento necessario per adempiere i compiti che il

soggetto doveva svolgere all’interno della propria famiglia e della società. Difatti

secondo alcuni autori la norma era volta a soddisfare nello stesso tempo due esigenze

differenti: quella di garantire una certa disponibilità del proprio corpo visto come

oggetto di un diritto patrimoniale e quella di facilitare un controllo pubblico a

garanzia di interessi superiori.

Oggi la situazione è cambiata dato che il 1 comma dell’art. 32 della Costituzione

tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.

La disciplina dell’art. 5, nata durante l’ideologia fascista, si era infatti rilevata più

volte non adeguata per risolvere i numerosi problemi che avvenivano nella prassi.

Nella Costituzione si trovano alcune disposizioni che permettono di realizzare e

perseguire quei valori che la disciplina contenuta nel codice civile non permette.

Non deve sembrare strano il fatto che comunque nella Costituzione non vi siano dei

principi dedicati espressamente alla materia. Tutto ciò viene giustificato con diversi

motivi. Uno di questi per esempio, è il fatto che la problematica che si registra

intorno alla disciplina degli atti di disposizione del proprio corpo è in continua

espansione e quindi riveste connotati prima assolutamente non prevedibili per i

costituenti.

Quindi andando a vedere le norme costituzionali che possono essere applicate alla

materia degli atti di disposizione del proprio corpo vediamo che generalmente si fa

riferimento all’art. 2, che riconosce e garantisce i diritti fondamentali e inviolabili

dell’uomo; al 2 comma dell’art. 3, che prevede l’impegno per la Repubblica di

rimuovere gli ostacoli che possono limitare la sfera di libertà dell’uomo impedendone

lo sviluppo della personalità; e all’art. 32, che tutela la salute come diritto

fondamentale dell’individuo e disciplina l’ipotesi dei trattamenti sanitari obbligatori.

Ovviamente siccome nel nostro ordinamento la disciplina in materia è contenuta

anche nel codice dovrà essere rispettato l’ordine delle fonti per poterla applicare

correttamente. Proprio per questo si è avuta un’interpretazione dell’art. 5 più aderente

al dettato costituzionale e si sono lette alcune norme speciali come specificazioni del

principio generale di tutela della persona umana.

Infine un’altra norma che può essere applicata alla materia è quella contenuta nell’art.

50 del codice penale, che prevede come causa di giustificazione il consenso della

persona che può validamente disporre del bene leso o posto in pericolo; e quindi nei

casi in cui il soggetto leso può, in base all’art. 5, compiere l’atto di disposizione del

proprio corpo, il consenso di esso esclude la punibilità dell’agente.

Comunque il contenuto dell’art. 5 offre diversi problemi interpretativi.

Ad esempio, si discute se il disposto dell’art. 5 si riferisca solamente agli atti con i

quali il soggetto dispone del proprio corpo a favore e nell’interesse dei terzi, come nel

caso di trapianto da vivo di un rene, oppure anche a quelli che lui compie

direttamente che esauriscono i loro effetti nella sua sfera personale, come nel caso del

suicidio, oppure ancora a quelli con i quali il soggetto mette volontariamente in

pericolo il proprio corpo, come nel caso di svolgimento di attività sportive pericolose.

Si discute anche, se nonostante il divieto contenuto nella norma, questa contiene un

principio di legittimità degli atti di disposizione del corpo e dell’integrità fisica da

parte del soggetto a patto però che vengano rispettati i limiti imposti nella norma

stessa. A questo proposito si è detto che deve essere considerata allo stesso modo di

un principio costituzionale tutelato, quella libertà di decidere in ordine agli atti che

incidano sul proprio corpo, come espressione particolare della libertà personale

all’art. 13 della Costituzione.

Allo stesso modo, in materia di principi costituzionali, ci si chiede deve prevalere il

principio della libera disponibilità del proprio corpo oppure quello dell’indisponibilità

dell’integrità fisica e si sono distinte le ipotesi in cui gli effetti dell’atto lesivo si

esauriscono nella sfera del soggetto che lo ha prodotto e quelle in cui invece l’atto

lesivo produce i suoi effetti anche nella sfera giuridica di terzi: nel primo caso,

dovrebbe prevalere la tutela dei principi della libertà personale; nel secondo, il

principio della tutela dell’integrità fisica. Questo contrasto si verifica ad esempio, con

riguardo alle ipotesi del suicidio e dell’automenomazione.

Per quanto riguarda i limiti contenuti nella norma, essi sono di due tipi:

uno di carattere generale, riguarda gli atti contrari alla legge, all’ordine pubblico e al

buon costume; l’altro di carattere speciale, riguarda la diminuzione permanente

dell’integrità fisica.

L’integrità fisica viene intesa come assenza di malattie o di menomazioni fisiche.

La diminuzione permanente viene intesa secondo alcuni autori, come una

menomazione irreversibile con indebolimento permanente; secondo altri, come quel

danno che modifica il modo di essere del soggetto alterandone la capacità in rapporto

all’ambiente e incidendo quindi sulla sua vita di relazione.

Secondo una dottrina autorevole occorre distinguere tra gli atti di disposizione del

proprio corpo: quelli che esauriscono i loro effetti all’interno della sfera personale del

soggetto perché compiuti direttamente dallo stesso, come nel caso di suicidio o di

automutilazione; quelli con i quali il soggetto consente a terzi di incidere sul proprio

corpo attraverso un intervento i cui effetti sono ritenuti vantaggiosi dal soggetto

stesso, come nel caso di operazioni chirurgiche; quelli diretti a conseguire un

vantaggio a favore di terzi, senza escludere che l’atto possa provocare anche un

guadagno, morale o economico, per il disponente, come nel caso di trapianti da vivo,

donazioni di seme; e infine quegli atti con i quali il soggetto sottopone il proprio

corpo al rischio di menomazioni anche gravi e permanenti, come nel caso della

sperimentazione umana.

Il danno biologico e la lesione della salute.

Finalità originarie e problemi irrisolti. Le finalità originarie del danno biologico

erano volte a recuperare il valore costituzionale della salute all’interno delle tecniche

di risarcimento del danno alla persona, in quanto il diritto alla salute era una

posizione soggettiva garantita a tutti e quindi i criteri di liquidazione dovevano essere

identici per tutti. Ma non solo, con il danno biologico si riusciva a far entrare nel suo

ambito tutte le sottovoci di danno che sia l’opera della fantasia sia quella dei giudici

erano in grado di creare, come il danno estetico, il danno alla vita di relazione e cosi

via. Fu appunto per merito dell’inventiva dei giudici del Tribunale di Genova che, al

danno morale in senso stretto e al danno reddituale derivante dalla compromissione

della capacità lavorativa specifica, si affiancò quella nuova voce onnicomprensiva

che riguardava indistintamente tutti i soggetti ed era collegata alla loro salute,

indicata con la formula danno biologico acquisita dalla scienza medico-legale.

Riguardo al danno biologico si sono superati solo alcuni scogli:

la definizione, in quanto oggi esso viene inteso come lesione psicofisica della salute

valutata indipendentemente dalla capacità reddituale del soggetto;

la natura, in quanto riguarda la sfera patrimoniale del soggetto e si viene a collocare

in una posizione affine sia al danno morale sia al danno patrimoniale in senso stretto;

la risarcibilità, che viene riconosciuta a tutti i soggetti, di qualunque età e ruolo

sociale;

la trasferibilità per eredità in caso di morte non istantanea della vittima.

Invece sono rimasti aperti alcuni problemi importanti:

se accanto al danno biologico si possono creare nuovi tipi di danno alla persona che

derivano dal sinistro in cui questa è coinvolta;

se sono legittimati al risarcimento in caso di morte anche i conviventi di fatto;

quali sono i criteri per liquidare il danno;

se si può riconoscere il suo risarcimento anche in caso di infortunio sul lavoro e se

può essere oggetto di rivalsa.

La giurisprudenza si è persa tra le varie regole dettate dal caso. Anziché semplificarsi,

le voci di danno si sono moltiplicate, oltre a quelli già conosciuti, si sono inventati il

danno da lutto, il danno da mobbing, il danno esistenziale. Indirizzo che viene

talvolta confortato dalla Corte di Cassazione.

Questo è il dilemma che oggi si pone all’interprete: si deve prendere atto del diritto

vivente e quindi piegarsi alla creatività oppure si deve insistere sui propositi originari

per le ragioni di uguale trattamento delle vittime e dei loro congiunti?

Se gettiamo lo sguardo anche ai criteri di risarcimento vediamo come vi siano un

grande varietà di situazioni.

Anche qui il modello originario tendeva alla semplificazione e nei fatti a un

livellamento verso il basso dell’ammontare dei risarcimenti:

il metodo genovese proponeva di fare riferimento al triplo della pensione sociale;

il metodo pisano proponeva di fare riferimento al punto di invalidità;

il metodo equitativo lasciava libero il giudice di amministrare il danno come meglio

si potesse tenendo conto delle particolari circostanze dedotte in giudizio.

La Corte ha escluso il metodo genovese, non ha invece sindacato gli altri metodi, per

cui ogni tribunale utilizza proprie tabelle o integrandole con quelle degli altri.

Quindi oltre al problema della uniformazione delle tabelle e quindi della valutazione

del danno biologico, si è voluto limitare gli effetti che il suo risarcimento comporta

agli esborsi delle compagnie di assicurazione.

La definizione legislativa. Si è intervenuti attraverso la legislazione.

Dapprima il governo ha emanato un decreto legge del 2000. Poiché la disciplina

sembrava troppo restrittiva, il decreto è stato impugnato davanti la Corte

costituzionale. Nel frattempo è intervenuta la nuova disciplina degli infortuni sul

lavoro che contiene disposizioni sul danno biologico con il decreto legislativo del 23

Febbraio 2000, n. 38.

Ora, innanzitutto esso riprende la definizione del decreto, secondo la quale il danno

biologico è la lesione all’integrità psicofisica risarcibile indipendentemente dal

reddito del danneggiato. Ed è corredato da tabelle per liquidare il danno.

Successivamente questo decreto è stato ulteriormente modificato e adottato con una

legge del 2001.

Si trattava di una disciplina provvisoria. Difatti il 2 comma dell’art. 5 della legge non

si occupa di disciplinare l’intera materia ma introduce tre limiti:

il limite temporale in quanto fa rinvio ad una riforma organica;

il limite inerente alla causa del danno in quanto si occupa solo dei sinistri che

conseguono alla circolazione di veicoli a motore e dei natanti che sono avvenuti

successivamente all’entrata in vigore della legge;

un limite di natura qualitativa-quantitativa in quanto la nuova disciplina si occupa

solo dei danni alla persona di lieve entità.

In tutti gli altri casi si procede con i vari metodi utilizzati dai tribunali.

È importante sottolineare che l’art. 5 precisa che il danno biologico è risarcibile

indipendentemente dalla sua incidenza sulla capacità di produzione di reddito del

danneggiato. Ora si è osservato che i criteri per valutare il danno di lieve entità hanno

preso come riferimento il metodo pisano corretto con quello genovese. Il valore del

punto aumenta in corrispondenza con l’entità della lesione e si riduce con l’elevarsi

dell’età della vittima. Rimane aperto un dubbio interpretativo collegato al limite di

età di 10 anni.

Un’altra legge del 2002 ha ulteriormente modificato il testo stabilendo che

l’ammontare liquidato può essere aumentato di un quinto con equa e motivata

valutazione delle circostanze.

Il danno derivante dalla nascita.

Questo tipo di illecito viene in considerazione sotto due aspetti:

il danno risentito dai genitori che a causa di errori dei medici o di insufficienza dei

mezzi contraccettivi, sono stati costretti ad accettare la gravidanza; e il danno

risentito dai genitori e dal figlio a causa della trasmissione di malattie ereditarie non

disvelate prima del parto.

Il caso che viene subito in mente è quello deciso dal Tribunale di Piacenza, che

riguardava la nascita di una bambina da parte di una donna che conviveva con un

uomo affetto da una malattia. Non si sa se la madre conosceva il male del convivente,

la malattia era stata trasmessa dal padre naturale alla figlia e questa aveva chiesto il

risarcimento del danno. Nella costruzione del nesso causale la nascita come evento

avrebbe interrotto il processo causale, quindi il danno dipendeva dalla vita.

Vi sono altre pronunce che affrontano nuove fattispecie.

E’stato condannato il medico a risarcire i danni subiti da un neonato oramai adulto, a

seguito di un’asfissia verificatasi durante il parto cesareo che gli aveva provocato

frequenti episodi di apnea con conseguente perdita della capacità lavorativa e di

attitudine alla vita di relazione. Il risarcimento viene anche accordato ai genitori per

gli oneri patrimoniali, le cure tentate, e le sofferenze morali.

È stato risarcito il danno extracontrattuale risentito dalla madre per l’omissione di

informazioni da parte del medico riguardo l’esito negativo di un intervento diretto ad

interrompere la gravidanza. Così come è stato risarcito ad entrambi i genitori a causa

di mancate informazioni alla madre sulle malformazioni del nascituro e quindi l’

impossibilità di abortire, il diritto di scelta della madre riguardo appunto ad

un’interruzione della gravidanza; anche il padre in questo caso viene risarcito per il

danno riflesso dato che esso avrebbe partecipato alla scelta della moglie.

La Corte in questo e in casi analoghi, ha precisato che per dimostrare il nesso causale

tra il comportamento dei medici e i danni risentiti dalla madre o da entrambi i genitori

si deve provare la sussistenza delle condizioni previste dalla legge per poter

procedere all’interruzione della gravidanza.

È stato risarcito il danno contrattuale risentito dalla madre a causa della nascita di un

figlio sano ma non voluto, a seguito di un fallito intervento di interruzione della

gravidanza.

È stato risarcito il danno extracontrattuale cagionato ai genitori a causa di una

scorretta esecuzione dell’intervento di sterilizzazione del marito in quanto era stato

leso il loro diritto ad una procreazione cosciente e responsabile.

La giurisprudenza è divisa riguardo la natura del danno.

Celebre è il c.d. affaire Perruche affrontato dalla Corte di Cassazione francese. Si

trattava della nascita di un figlio colpito da gravissime malformazioni perché nel

corso della gravidanza la madre era stata colpita dalla rosolia; pur avendo fatto gli

accertamenti del caso, i medici non le avevano prospettato la possibilità di dare alla

luce un figlio in quelle condizioni e da qui appunto la loro responsabilità e condanna

al risarcimento del danno ai genitori e al figlio malgrado l’insussistenza del nesso

causale tra la condotta dei medici e l’evento.

La novità di questa vicenda riguarda la legittimazione ad agire che viene riconosciuta

al figlio. Ci si chiede se la problematica può essere esaurita nel discorso sulla

sussistenza del nesso causale oppure se si possono prendere in considerazione altri

fattori di valutazione e quindi dal punto di vista delle regole giuridiche, se il figlio è

legittimato a chiedere un risarcimento, per quale danno e contro quali soggetti. Sulla

base di questi interrogativi se ne aprono degli altri: se il figlio può rivolgere l’azione

risarcitoria solo al medico o al laboratorio oppure può coinvolgere anche la madre e il

padre consapevoli.

Un caso affine a questo è stato deciso dal Tribunale di Piacenza. Esso aveva ammesso

il risarcimento superando il problema del nesso causale.

Rimane aperto comunque il problema del nesso causale. L’alternativa è tra l’essere e

non essere, vivere con handicap oppure non esserne afflitto e quindi non venire alla

luce.

Per il diritto che considera la vita un valore incomparabile, questa considerazione non

appartiene al mondo giuridico e quindi se si distingue il momento della lesione da

quello delle sue manifestazioni si può arrivare al superamento del nesso causale. Ma

queste osservazioni riguardano la questione letta dal punto di vista della

responsabilità extracontrattuale. Invece se la leggiamo dal punto di vista della

responsabilità contrattuale oppure riteniamo che la madre ha concluso con il

laboratorio un contratto di assistenza e con i medici un contratto di prestazione

sanitaria, in entrambi i contratti si possono includere obblighi di protezione del terzo,

il feto; oppure si può ritenere che i contratti riguardano delle prestazioni a favore del

terzo. Quindi in questi casi non si può negare un contatto con gli interessi del feto-

nato. L’errore dei medici si è comunque riflesso sulla condizione tragica di vita del

nato. Si potrebbe osservare che l’errore dei medici è stato una concausa ma non

l’unica in quanto la madre avrebbe potuto decidere di non abortire, ma in questa non

si riscontrerebbe nessuna colpa.

Dunque ai genitori si può riconoscere il danno patrimoniale, il danno biologico e

morale; al figlio solo quello morale.

La riservatezza o privacy.

Il diritto alla privacy ha ricevuto la sua impronta legislativa con l’art. 1 della legge

del 31 Dicembre 1996 sulle banche dati personali, anche se già la giurisprudenza lo

aveva reso degno di tutela con una serie di decisioni.

L’art. 1 menziona il diritto alla riservatezza e il diritto all’identità personale. Difatti la

nuova disciplina precisa che si vuole garantire che il trattamento dei dati personali

avvenga nel rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali, e della dignità delle

persone fisiche, avendo riguardo soprattutto alla riservatezza e all’identità personale.

Invece nell’esperienza giurisprudenziale questo diritto è passato attraverso varie fasi.

Nella prima fase lo si è ancorato alla Convenzione europea sui diritti dell’uomo; nella

seconda, all’art. 10 del codice civile, nella parte in cui tutela il diritto all’immagine;

nella terza, all’art. 2 della Costituzione, nella parte in cui tutela l’individuo sia come

singolo sia nelle formazioni sociali dove si svolge la sua personalità; nella fase

attuale, lo si riferisce al principio generale di tutela della persona.

Riguardo ad esso, fin dall’inizio si è posto il problema della tutela delle persone

notorie, cioè di quelle persone che per ragioni di famiglia, di professione o per le

vicende della vita sono già note al pubblico e quindi pongono problemi di interesse

pubblico alla divulgazione.

Il caso Soraya Esfondiari come leading precedent. Il caso Soraya è molto semplice.

Erano state offerte ad un settimanale di informazione dedito soprattutto alle vicende

delle famiglie regnanti e molto diffuso tra il pubblico, delle fotografie che

riprendevano la principessa Soraya all’interno della sua villa romana mentre si

scambiava alcune affettuosità con un regista. In quel periodo la principessa, già

imperatrice di Persia, viveva in esilio per essere stata ripudiata a causa della sua

sterilità; le era stato anche attribuito un appannaggio subordinato alla condizione che

la principessa svolgesse una vita tranquilla e illibata. Da qui il rammarico della

principessa per la violazione del diritto all’immagine, per la violazione del diritto alla

riservatezza e per la violazione del suo domicilio.

In primo grado, il Tribunale di Milano aveva accolto la domanda dell’attrice.

Nel giudizio d’appello, la corte, che fino ad allora era stata favorevole al diritto alla

riservatezza, cambiò opinione e riformò parzialmente la sentenza dei giudici di primo

grado, sottolineando però che l’interesse pubblico all’informazione su una persona

notoria non si deve identificare con la morbosa curiosità intorno ai fatti che

riguardano la sua vita privata.

Il caso è interessante per diverse ragioni.

Innanzitutto, perché qui si intrecciano tra di loro la tutela dell’immagine e della

reputazione con la tutela della privacy. Poi, perché si deve contemperare il diritto alla

cronaca e quindi l’informazione al pubblico, con i diritti della persona. Infine, perché

la vicenda riguarda una persona notoria.

È interessante seguire anche il percorso logico che la Corte segue nella motivazione.

La Corte ripercorre le fasi giurisprudenziali, dai primi casi di affermazione del diritto

alla riservatezza, ai contrasti delle decisioni, alle considerazioni delle osservazioni

formulate dalla dottrina.

Con riguardo all’immagine, la Corte precisa che lo scopo lucrativo insito nella

pubblicazione di immagini altrui deve essere valutato in base al 2 comma dell’art. 41

della Costituzione, il quale nel garantire la libertà di iniziativa economica privata vi

appone il limite costituito dal danno alla dignità umana; lo sfruttamento commerciale

dell’immagine altrui è condizionato al consenso dell’interessato, che nella specie non

era stato concesso.

Con riguardo alla libertà di manifestazione del pensiero e quindi alla libertà di

informazione, la Corte precisa che queste devono essere esercitate entro dei limiti

costituiti dalla verità del fatto esposto, dalla rispondenza ad un apprezzabile interesse

sociale e dal rispetto alla riservatezza e onorabilità della persona, di cui gode anche la

persona notoria.

Di qui la soluzione: non il sequestro del settimanale, perché la disciplina

costituzionale e quella ordinaria sulla stampa non ammette tale misura cautelare nel

caso di violazione dei diritti della persona, ma la liquidazione del risarcimento del

danno.

I giudici vogliono individuare le disposizioni vigenti che, pur non elencando tra i

diritti tutelati la riservatezza, possono comunque essere utilizzate per arrivare alla sua

tutela. Innanzitutto, i giudici di legittimità avvertono l’esigenza di dare una

definizione del contenuto del diritto, che ormai è entrato nell’uso corrente con

l’espressione riservatezza. Viene così definito il suo significato: la sfera della vita

individuale e familiare collegata alla illesa intimità personale in certe manifestazioni

della vita di relazione, anche al di fuori delle mura domestiche e della

corrispondenza. La Corte riesce ad ancorare molte disposizioni al diritto alla

riservatezza: molte disposizioni della Costituzione per affermare che la sua tutela non

è implicita ma esplicita; utilizza anche la normativa internazionale. Inoltre precisa

che la definizione della riservatezza non può essere rigida data la necessità della sua

duttilità, in quanto deve essere adattata alle esigenze degli ambienti, delle zone e dei

tempi. Propone questa definizione: il diritto alla riservatezza consiste nella tutela di

quelle situazioni e vicende strettamente personali e familiari che, anche se si

svolgono fuori dalle mura domestiche, non hanno per il terzo un interesse

socialmente apprezzabile, da quelle ingerenze che, anche se compiute con mezzi

leciti, non sono giustificate da interessi pubblici preminenti.

Per quanto riguarda le persone notorie si afferma nuovamente l’esigenza di effettuare

una deroga solamente nel caso in cui vi sia un reale interesse sociale oppure un

interesse pubblico preminente.

La sentenza fu accolta anche dalla dottrina; ma nonostante tutto ciò ancora il diritto

alla privacy è oggetto di discussioni. Discussioni che riguardano i contorni dei suoi

confini, dei suoi limiti incerti: questioni di status, di graduatoria dei diritti, tipi di

danno.

Lo status dell’interessato. Il problema riguarda le persone notorie perché svolgono

un’attività politica o istituzionale. L’interesse pubblico giustifica l’intrusione nella

loro vita privata? Su questo punto la dottrina è divisa.

Chi si presenta al pubblico per ottenere un ruolo politico non è costretto a tenere una

vita illibata per quanto riguarda i suoi comportamenti affettivi; difatti nel nostro paese

sono sempre apparse troppo eccessive le reazioni dell’opinione pubblica statunitense.

Si è ritenuto che la violazione alla riservatezza è consentita anche quando i fatti della

vita privata o le frequentazioni sociali o intime intaccano la moralità politica di un

personaggio.

Però la questione è aperta; si registrano sentenze con le quali si precisa che il diritto

di cronaca trova un limite nella riservatezza, perché non costituiscono fatti di

interesse sociale quelli che riguardano la sfera intima e la vita privata del cittadino

che riscopre pubblici uffici; e invece sentenze che precisano che il diritto alla

riservatezza può essere sacrificato dal diritto di cronaca purché tra i due diritti venga

raggiunto un punto di equilibrio non assoluto ma relativo e quindi valutato sulla base

delle caratteristiche soggettive dell’interessato.

La subalternità rispetto ad altri diritti. La giurisprudenza fa una graduatoria

all’interno dei diritti della personalità. In molti casi i diritti dell’onore e della

reputazione vengono ritenuti prevalenti rispetto alla privacy in modo che la difesa

dell’onore e della reputazione appare più forte.

Il pretore di Roma ha precisato che il diritto alla riservatezza e all’immagine può

essere derogato per l’appartenenza della persona all’attualità, alla cronaca e quindi in

tal caso viene fatto divieto di arrecare pregiudizio alla reputazione e al decoro della

persona.

Il conflitto/contemperamento con altri diritti. La giurisprudenza opera anche delle

distinzioni con riguardo alle modalità di lesione della privacy.

La creazione artistica, fotografica, romanzesca, satirica, oltre che essere una

manifestazione del pensiero e della parola, è protetta anche a livello costituzionale.

Esemplare è il caso di Claretta Setacci. La sua storia d’amore diviene oggetto di uno

sceneggiato televisivo. In questo caso però, non vengono accolte le pretese avanzate

dalla famiglia perché il giudice non ritiene che nelle opere di fantasia narrativa,

letteraria o cinematografica, non esiste l’obbligo di rispettare la verità storica a meno

che non viene presentato in modo peggiorativo un personaggio e quindi vi sia un

intento di denigrare l’autore. Tuttavia se la pubblicazione di fotografie su un

rotocalco si risolve in un’immagine negativa e insultante della persona rappresentata,

l’editore e il direttore del giornale sono condannati al risarcimento dei danni; dato che

qui ciò che si deve tutelare non è tanto l’immagine dell’individuo ma la riservatezza,

l’onore e la reputazione.

La satira viene vista con favore; una sentenza del Tribunale di Roma precisa che i

parametri di liceità della satira non possono essere modellati su quelli del diritto di

cronaca, dato che essa non risponde ad esigenze informative e non ha nessun rapporto

di necessità e di coincidenza con la verità del fatto, per cui i suoi confini consistono:

in un limite interno, in quanto il suo legittimo esercizio è subordinato alla notorietà

del personaggio verso il quale è diretta; proprio perché il personaggio ha scelto la

notorietà come modo di vivere si presume che abbia rinunciato a quella parte del

proprio diritto alla riservatezza direttamente collegato alla sua vita pubblica;

in diversi limiti esterni, propri di ciascuno dei mezzi di diffusione della stessa satira e

collegati ai contenuti del messaggio satirico, come l’attribuzione di fatti offensivi, la

divulgazione di notizie riservate, la raffigurazione di vicende private in modo ironico;

in ogni caso, secondo i giudici romani, ha la satira si deve riconoscere la funzione di

smitizzare e umanizzare i famosi.

Il diritto di cronaca. I valori più in conflitto con la privacy sono la libertà di

manifestazione del pensiero e la libertà di opinione e di stampa, tutelate nella

Costituzione all’art. 21.

È difficile tracciare il confine tra l’area nella quale si espande il diritto di cronaca del

giornalista e l’area che si deve ritenere intoccabile perché riguarda la persona; tutto

questo è ancora più difficile quando si tratta di persone notorie, di persone che

svolgono incarichi pubblici o che appartengono per nascita o per acquisizione alle

categorie sociali più in vista.

La distinzione è fra uso di informazioni, di dati, di immagini effettuato a scopo

informativo e uso effettuato a scopo economico. Nel secondo caso si ha prevalenza

dell’interesse della persona che non ha dato il suo consenso; nel primo caso invece, il

rapporto tra il diritto di cronaca e il diritto alla privacy ha subito alterne fortune.

Fu deciso dalla Cassazione un caso molto discusso con una sentenza del 1984. Il caso

è poi passato alla cronaca come il decalogo dei giornalisti, perché i giudici hanno

codificato le condizioni entro le quali si può esprimere la libertà di diffondere

attraverso la stampa notizie e commenti. Queste condizioni riguardano: l’utilità

sociale dell’informazione; la verità oggettiva dei fatti esposti; e la forma civile

dell’esposizione. La polemica che aprì questa sentenza non si estese solo alle

organizzazioni dei giornalisti che si vedevano imporre dal giudice le regole di

espressione della loro attività, ma anche tra i giuristi. Ciò che non piacque non fu

tanto l’elenco delle prime due condizioni, ma l’inclusione della terza, che riguarda

propriamente il modo nel quale un articolo viene esteso, le tecniche di espressione e

così via.

Per quanto riguarda la privacy informatica, la nuova disciplina introduce dei limiti al

trattamento dei dati effettuato dai giornalisti. L’art. 13, in verità introduce un

privilegio per la categoria, perché non si richiede il consenso dell’interessato quando

la raccolta dei dati si svolge nell’esercizio della professione del giornalista e sempre

che i dati vengano raccolti solo per finalità professionali; la comunicazione e la

diffusione dei dati personali possono essere effettuate solo nei limiti al diritto di

cronaca posti a tutela della riservatezza, tenendo conto in particolare, dell’essenzialità

dell’informazione con riguardo ai fatti di interesse pubblico e nel rispetto del codice

deontologico dei giornalisti. In ogni caso, non possono né essere raccolti, né essere

diffusi senza il consenso scritto dell’interessato i dati sensibili che riguardano,

l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le

opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni, nonché i dati personali

che rilevano lo stato di salute e la vita sessuale.

Il tipo di danno. Può accadere che la violazione della privacy non comporti solo una

lesione di un interesse morale, per il fatto che siano state divulgate notizie che

dovevano rimanere riservate, ma invece comporti anche delle sofferenze fisiche e

psichiche, nel soggetto che lo ha subito. Da qui il riconoscimento del risarcimento del

danno a questo fine.

È interessante notare che in materia di responsabilità civile per la violazione della

riservatezza dei dati personali raccolti in banche la nuova disciplina dispone

l’applicazione dell’art. 2050 del codice, che riguarda la responsabilità per l’esercizio

di attività pericolose; dottrina e giurisprudenza ritengono che la norma preveda

un’ipotesi di responsabilità oggettiva; in ogni caso l’onere della prova è a carico

dell’autore del fatto illecito.

L’identità personale.

Il diritto all’identità personale nasce per così dire in laboratorio, perché deriva da una

proposta della dottrina costruita sulla base di casi creati ad hoc.

Esso infatti ha origine da un caso giudiziario dei primi anni Settanta.

Si tratta di un profilo specifico della persona che non deve essere confuso con il

diritto al nome, con il diritto all’immagine e con il diritto alla privacy.

Il suo scopo è di salvaguardare intatto quel profilo ideale della persona attraverso le

rappresentazioni proposte dai mass media, agenzie di informazioni e altri soggetti che

divulgano notizie, in piena libertà d’azione e di espressione.

Definizione dell’interesse leso. Il punto di arrivo della sua lenta evoluzione è

costituito da una pronuncia del 1985 della Corte di Cassazione. Questa evoluzione,

iniziata nel 1974, può essere riassunta nel raffronto tra due massime: quella romana

riconosce a ciascuno il diritto a non vedersi disconosciuta la paternità delle proprie

azioni, e quindi a non sentirsi attribuire la paternità di azioni di altri in modo da

vedersi travisata la propria personalità individuale.

Quella della Cassazione muove da una considerazione di carattere generale per cui

ciascun soggetto ha un interesse, considerato meritevole di tutela giuridica, di essere

rappresentato, nella vita di relazione, con la sua vera identità, così come questa nella

realtà sociale è conosciuta con l’applicazione dei criteri della normale diligenza e

della buona fede; ha cioè interesse, a non vedere offuscato, alterato all’esterno, il

proprio patrimonio intellettuale, politico, sociale, professionale. Mentre i segni

distintivi, come il nome, identificano il soggetto sul piano dell’esistenza materiale,

l’identità rappresenta invece, una formula sintetica per contraddistinguere il soggetto

da un punto di vista globale delle sue specifiche caratteristiche, cioè per esprimere la

concreta personalità individuale del soggetto quale si è consolidata nella vita di

relazione. Il diritto all’identità personale si distingue da quello alla riservatezza

perché il primo, assicura la fedele rappresentazione alla propria proiezione sociale; il

secondo invece, la non rappresentazione all’esterno delle proprie vicende personali

non aventi per i terzi un interesse socialmente apprezzabile.

È possibile mettere in luce un’altra caratteristica peculiare di questo diritto: il fatto di

essere un interesse tutelato proprio di un individuo, non chiuso sotto un aspetto

incentrato sulla persona considerata in maniera singola, ma essere volto alla sua

necessaria socialità; di essere quindi un portato della vita collettiva, come una sorta di

rappresentazione dell’individuo considerato come parte di una collettività. Difatti in

giurisprudenza si è parlato di interesse ad essere rappresentati, nella vita di relazione

con la vera identità, di caratteri che compendiano e connotano la personalità di un

soggetto nella vita di relazione.

È vero che tutti i diritti della personalità sono fondati su un rapporto sociale; ma è

altrettanto vero che in nessuno degli altri, come invece qui, l’elemento relazionale è

più accentuato.

Un altro connotato peculiare di questo interesse è la sua capacità o potenzialità

mutanti. A differenza del nome, che di norma è immutabile, l’identità ideale cambia

con l’evoluzione interiore della persona, con la sua formazione e maturazione

costante, con le sue contraddizioni e incoerenze. Identità personale, quindi significa

riflesso ideale che viene esternato dell’interiorità della persona. Ci si chiede allora se

è possibile assicurare alla persona anche un diritto all’obliò, cioè a dimenticare quello

che era stata, dei valori in cui ha creduto e ai quali oggi non crede più. È questo uno

dei profili più delicati di questo interesse dato che non si può imporre al soggetto una

coerenza interiore come non si può cancellare la su identità passata; ma non si può

nemmeno condannarlo a restare immutabile nel tempo.

La reputazione.

La tutela della reputazione e la reazione alla diffamazione sono strettamente legate al

valore della persona.

Il problema che oggi si pone è il rapporto tra diritti della persona e diritti di cronaca,

cioè di libertà e di espressione del pensiero e libertà di stampa. Il confine e il

bilanciamento tra questi diritti è dato dal c.d. decalogo dei giornalisti.

Il caso: dal gennaio del 1972 al gennaio del 1973 veniva pubblicata su di un mensile

venduto anche in Italia, una serie di articoli riguardanti un fondo comune di

investimento immobiliare, gestito da una società con sede a Chiasso e collocato in

Italia da una spa con sede a Milano.

Entrambe le società convenivano avanti al Tribunale di Milano, l’editore e

proprietario del mensile redattore responsabile della pubblicazione, nonché la società

di Lugano, della quale il redattore era legale rappresentante e presso la quale la rivista

stessa aveva sede, lamentando il carattere denigratorio degli articoli nei confronti

delle attrici, sostenendo che tale denigrazione integrava gli estremi della concorrenza

sleale in base al 2 comma dell’art. 2598 del codice o in generale l’illecito in base

all’art. 2043, e chiedendo l’inibitoria della campagna di stampa contro di esse

condotta dai convenuti, la condanna in solido al risarcimento del danno e tutti i

provvedimenti consequenziali. I convenuti contestavano nel merito il fondamento

della domanda attrici, sostenendo di essere rimasti, con la pubblicazione degli

articoli, nei limiti del legittimo esercizio del diritto di informazione e di critica.

La pronuncia della Cassazione riguarda un problema di responsabilità civile: se sia

responsabile chi diffonde notizie, attraverso la stampa, che risultano lesive della

reputazione economica di altri soggetti. Nel caso non si denigravano solo i fondi, ma

la gestione della società e le tecniche pubblicitarie impiegate per acquisire

investimenti dai risparmiatori. In primo grado venne ammessa la responsabilità in

base all’art. 2598; in appello si preferì fondarla sulla clausola generale dell’art. 2043;

la Cassazione conferma la sentenza d’appello.

Questa la ratio decidendi della sentenza: se è responsabile chi, con il mezzo della

stampa e quindi nell’esercizio del diritto di cronaca, diffonde notizie che ledono la

reputazione di altri soggetti.

Su questo si scontrano due orientamenti della dottrina contrapposti tra di loro: il

primo, privilegia la libertà di stampa e ritiene che essa non possa avere limiti anche

quando sono in gioco i diritti della persona; il secondo, invece, pone al centro della

questione i diritti della persona e ritiene che in determinate situazioni la libertà di

stampa non può spingersi fino a violarli.

Possiamo prospettare la questione anche in un altro modo e quindi se l’esercizio di un

diritto, il diritto di cronaca, può costituire un limite alla responsabilità del giornalista

che lede la reputazione altrui. Nel giudizio sulla responsabilità civile occorre fare una

valutazione comparativa degli interessi: l’interesse del giornalista e quello del

privato. Si tratta quindi di comporre tra loro due valori: la libertà di stampa tutelata

dall’art. 21 della Costituzione e la reputazione della persona, come diritto della

personalità, tutelata dall’art. 2 della Costituzione.

Chi segue il primo orientamento ritiene che:

la libertà di stampa non può soffrire limiti tranne che quelli indicati esplicitamente

nella norma costituzionale;

i diritti della persona non sono tutelati in modo diretto dalla Costituzione, ma da leggi

ordinarie del codice, o da leggi speciali come quella del diritto d’autore;

l’art. 2 è una norma generale che viene applicata solo quando è richiamata da altre

norme costituzionali, quindi non potrebbe offrire un fondamento ai diritti della

personalità e essere applicata direttamente ai rapporti tra i privati;

nel conflitto tra i due valori in gioco, deve necessariamente cedere quello della tutela

della persona, per ragioni formali e di politica del diritto.

Chi invece segue l’orientamento secondo ritiene il contrario.

Tra l’altro si può anche discutere se nella formulazione dell’art. 21 non è contenuto

un diritto all’informazione inteso sia come diritto a diffondere ed acquisire

informazioni, sia come diritto a pretendere un’informazione corretta.

Se i due valori hanno entrambi lo stesso rango costituzionale occorre individuare i

criteri per il loro contemperamento. La sentenza ne indica tre: utilità sociale

dell’informazione, verità oggettiva, forma civile dell’esposizione dei fatti.

Anche su questi criteri si è avuta polemica.

Se la notizia mo è socialmente utile non è opportuno sacrificare il diritto del privato.

L’espressione utilità sociale è molto vaga ma comunque permette di distinguere i casi

in cui si trasmettono notizie futili, pettegolezzi, dai casi in cui, per la notorietà della

persona, i cittadini devono conoscere ogni particolare del suo comportamento per

potersi creare un opinione su di essa; è ovvio che i comportamenti intimi non

dovrebbero mai essere oggetto di notizia in ogni caso.

Per quanto riguarda la verità, questo criterio è sicuramente quello più ambiguo perché

mai nessun assunto può essere oggettivamente vero; si dovrà accertare se le

informazioni a disposizioni del giornalista erano molte di più rispetto a quelle che

aveva poi pubblicato e quindi se c’è stata un’omissione volontaria; se la loro

attendibilità fu vagliata in maniera scrupolosa; se la loro pubblicazione fu tempestiva

ma eccessiva, perché si poteva con più tempo completare l’informazione

controllarne l’attendibilità.

Per quanto riguarda la forma civile non si hanno dubbi perché si può ledere l’onore e

la reputazione anche con un semplice punto esclamativo. Non si può vedere nel

decalogo una forma di esplicita censura, una grave limitazione allo svolgimento

dell’attività professionale, ma anzi esso serve a richiamare il giornalista ai principi di

deontologia professionale e a una maggiore correttezza.

Ma vi sono stati altri casi che hanno riaperto la questione in modo più eclatante

perché riguardavano immagini e notizie diffuse attraverso i mezzi più usati dal

pubblico, la radio e la televisione.

La giurisprudenza è copiosa, alcune fattispecie in materia radiotelevisiva sono molto

interessanti.

Per quanto riguarda l’offesa al pudore, attualmente la giurisprudenza dimostra un

atteggiamento molto tollerante e liberale. Si precisa che, fermo restando il comune

senso del pudore con l’esigenza di riservatezza sulla sfera sessuale, per verificarne

l’avvenuta lesione si deve fare riferimento al livello culturale della collettività dove

quel comportamento censurato si viene a collocare. Quindi se una rivista può

circolare liberamente, la lettura di passi di un articolo a una radio privata non può

essere considerata contraria alla decenza, così il pretore di Carpi si è espresso: non

esiste nessuna differenza obiettiva tra la vendita presso le edicole di pubblicazioni

erotiche e la divulgazione di parti di queste alle radio; chi intende usare tale tipo di

stampa lo compra così come chi intende ascoltarle attraverso la radio dovrà

semplicemente sintonizzarsi sulla stazione della radio.

Si assiste alla nascita di un nuovo indirizzo che, da un lato ha scoperto due livelli

diversi di comune sentimento del pudore, segnando un arretramento della soglia di

punibilità nei confronti di chi ricerca sollecitazioni particolari e sostituendo in pratica

alla tutela normativa una forma di auto-tutela dell’individuo adulto sulla base della

propria capacità e libertà di gestirsi e scegliere. Dall’altro, si è abbandonata

l’universalità dei concetti e si è reso relativo il concetto di osceno da annullare il suo

ambito nell’illecito penale. Si è dato risalto alle particolari circostanze di luogo e di

tempo della manifestazione oscena e al veicolo pubblicitario di essa che avverte il suo

contenuto particolare eliminando così il pericolo di una lesione causale. In questo

modo la tutela del pudore si è risolta nella tutela della libertà da intromissioni sgradite

o poco accettate.

Per quanto riguarda la violazione della riservatezza, anche per le trasmissioni

audiovisive valgono le stesse regole che si applicano agli altri media. Una recente

sentenza del pretore di Roma ha confermato l’orientamento ormai prevalente da

diversi anni disponendo che, nel caso di conflitto tra diritto di cronaca e diritto di

riservatezza, la necessità di operare una equilibrata ponderazione dei due contrapposti

valori e le ragioni alla loro salvaguardia trovano il punto di equilibrio nell’esistenza

di un interesse socialmente apprezzabile alla diffusione dei fatti privati e cioè

nell’utilità sociale dell’informazione in ordine ai fatti sotto quel profilo rilevanti.

Si trattava di un programma televisivo in cui il padre di un bambino, al quale era stato

affidato durante la separazione della moglie, voleva inserirsi per denunciare il

rapimento del figlio da parte della moglie. Egli aveva prestato assenso ad

un’iniziativa televisiva della RAI che era volta ad inserire il caso del piccolo in una

trasmissione. La moglie era insorta contro la prospettiva di un dibattito televisivo;

essa si preoccupava che dalla pubblicità del dibattito sulla propria vicenda privata

potesse derivare un danno alla tranquillità del bambino e lesione del suo diritto alla

riservatezza. Il giudice richiama l’insegnamento della Cassazione che conferisce alla

riservatezza dignità di diritto soggettivo, inteso come tutela di quelle situazioni e

vicende strettamente personali e familiari che anche se si verificano fuori dalle mura

domestiche non hanno per i terzi un interesse socialmente apprezzabile.

In un altro caso la danneggiata è riuscita a far ordinare dal giudice la soppressione di

alcune scene da uno sceneggiato televisivo che ledevano la sua immagine e di farne

aggiungere delle altre che la riabilitavano. Convenuta in giudizio era la RAI. La

controversia riguardava uno sceneggiato televisivo dedicato ad una serie di episodi di

cronaca nera che aveva come protagonista, una persona che all’epoca dei fatti aveva

impressionato il pubblico non solo per la sua personalità ma anche per le modalità del

delitto. Questa all’epoca della trasmissione dello sceneggiato, si trovò coinvolta in

altre vicende giudiziarie, tra le quali alcune erano ancora in corso di giudizio; fu

proprio per questo che si impose una doverosa cautela per evitare di influire sui

giudizi penali ancora in corso.

La satira che riguarda un uomo politico.

Si tratta di accertare fino a che punto l’azione umoristica può essere esercitata senza

ledere la dignità, il decoro, la reputazione della persona. Occorre in sostanza stabilire

a quale vincolo di moderazione legare la caricatura o satira che, pur inquadrandosi

nel diritto costituzionalmente garantito di libertà di manifestazione del pensiero, può

integrare gli estremi dell’illecito civile, nonché il delitto di diffamazione. Compito

che ovviamente spetta al giudice.

La proprietà.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto civile, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "La responsabilità civile", di Guido Alpa. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: responsabilità civile, regimi speciali di responsabilità nel Codice Civile, ipotesi di responsabilità oggettiva, i regimi speciali di responsabilità.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Docente: Alpa Guido
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Alpa Guido.

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