Mercati illegali e struttura di classe: perché si parla poco di borghesia camorristica
La città di Napoli rappresenta ormai uno dei fenomeni caratteristici della vita italiana. Sotto tanta bellezza di cielo, tra tanta bellezza di vegetazione, Napoli decade ogni giorno. Dopo oltre un secolo e nonostante le varie trasformazioni, le occasioni di cambiamenti della vita e dell’organizzazione sociale napoletana sembrano irrisorie dinanzi alle emergenze che animano ancora il dibattito pubblico napoletano. Quello che si è sviluppato di recente sull'ennesima crisi economica di Napoli, sull’inefficienza delle istituzioni, ha come piccolo merito di aver attivato un riesame critico delle vicende a partire dalla metà degli anni ‘90. I vari interventi che si sono succeduti sia sulle pagine dei giornali locali, sia su quelli nazionali, hanno evidenziato alcuni nodi importanti di quello che appare la “questione napoletana”: il radicamento della criminalità organizzata; il clima dell’illegalità diffusa; la carenza di etica pubblica; la mancanza di progettazione e programmazione efficace; un reclutamento di personale politico e di classe dirigente non all’altezza dei problemi. Proprio il tema del reclutamento pubblico è stato declinato con un altro aspetto: il ruolo preso dalle classi sociali e dalla borghesia cittadina nel processo di edificazione di percorsi significativi di sviluppo economico, politico e culturale.
Perché borghesia camorristica
Nel 1939 Edwin H. Sutherland, dopo aver elaborato una nuova teoria sociologica che prese il nome di “teoria delle associazioni differenziali”, la quale insisteva sul processo di apprendimento e condivisione della condotta criminosa, presentò una relazione all’assemblea dell'Associazione Americana di Sociologia a Philadelphia basata, per la prima volta, sulla delinquenza del mondo economico, della finanza, delle imprese e dove configurava una nuova categoria criminale che chiamò “white collar crime” (i delitti dei colletti bianchi). Con quest'espressione, egli introdusse quattro elementi innovativi nella criminologia dell'epoca: 1) lo status socioeconomico superiore dei responsabili; 2) la tipologia dei reati posti in essere normalmente più sommersa e meno punita; 3) il superiore costo sociale rispetto alla “criminalità comune”; 4) l'assunto secondo cui il delitto è espressione della marginalità, della miseria e della privazione sociale.
Il modello di Sutherland per la prima volta ridefinisce i fatti criminosi dell’élite ed individua alcuni processi che occultano il carattere delinquenziale sottraendoli alla persecuzione penale. È importante che quella dei colletti bianchi non venga qualificata come criminalità: ecco perché gli autori di questi delitti non sono gravati dello stereotipo del delinquente. Quando Sutherland parlava dei delitti dei colletti bianchi considerava una serie di autori che si rendono responsabili di reati economici che minacciano l’integrità del libero mercato. La loro dannosità sociale deriva dall’introduzione di aspetti ossidanti le relazioni sociali: alterazione della fiducia accordata, perdita della stima, disgregazione morale. Essi sono consapevoli del carattere illecito delle loro azioni, ma si comportano come se queste fossero delle irregolarità formali.
Quindi, si possono identificare alcuni crimini dei colletti bianchi con quei manager, alti funzionari di banche, imprenditori: cioè esponenti di quelle classi superiori che occupano posizioni vantaggiose, e sono capaci di esercitare una grande influenza sulla vita di altre persone. La delittuosità delle classi superiori sembra, però, circoscritta ad un gruppo limitato, ad un'èlite economica che agisce sui mercati economici internazionali, su circuiti bancari e reti finanziarie transnazionali. Tuttavia, questa delittuosità delle classi superiori s'intreccia e costruisce la sua architettura criminale anche tramite relazioni di scambio con esponenti di organizzazioni criminali. Questo è un processo bidirezionale che, dal dopoguerra, in Italia si è rafforzato a causa dell'attivismo delle organizzazioni mafiose e criminali, che si sono trasformate in soggetti economici dotati di propri caratteri di imprenditorialità, usando il proprio radicamento, per realizzare quelle strategie economiche di proporzioni mondiali.
Questa dimensione locale si serve non solo di classi marginali, di giovani disperati, ma di varie professionalità, di esponenti delle borghesia locali, politiche ed amministrative. Gomorra dice al lettore sia la dimensione violenta della camorra che il modello integrato di gruppi di famiglie che esercitano il monopolio locale della violenza. Operatori ed intermediari, le cui ascese si basano su attività illecite, che offrono servizi alle organizzazioni malavitose; ma anche membri delle forze dell’ordine e della magistratura. Tutto ciò produce nell'opinione pubblica indifferenza, zero indignazione morale.
Riguardo al contesto napoletano, proprio la miriade di attività economiche illegali che permettono di produrre, commercializzare e consumare beni collocabili su vari mercati (legale, illegale e criminale) favorisce l'intreccio delle collusioni, delle cooperazioni e degli scambi con esponenti delle classi borghesi locali, al punto di poter parlare di “borghesia camorristica”. Il radicamento dei gruppi e delle organizzazioni camorristiche non deriva solo dai rapporti sociali che esse hanno sviluppato all'interno della plebe, delle classi marginali; ma dipende anche dalla capacità nel tempo di evolvere le relazioni fiduciarie e di scambio verso una configurazione sociale trasversale alle classi ed ai ceti economici in modo da formare un blocco sociale che ha avuto un ruolo decisivo nei processi di accumulazione delle diverse risorse e nei rapporti sociali.
L’esistenza di un’economia camorristica, cioè di un'economia basata sulla vasta gamma delle attività produttive illegali, ha avuto un'evoluzione imprenditoriale tale da giovarsi di investimenti e transazioni fatte anche sui mercati legali, perché usufruisce dell'apporto della borghesia camorristica, e con questa intreccia relazioni che sono il risultato di una stabile rete di scambi. Possiamo dire che questo è il “lato oscuro” del capitale sociale in mano alle organizzazioni criminali formato da un lato, dalla vasta rete di relazioni strutturate per produrre scambi e transazioni, produzione di beni e servizi. Gli attori si collegano e sono collegati da legami e reti di relazioni che strutturano il corso dell'azione economica, creando condizioni di “opportunità illegittime” con specifiche proprietà, danno vita a quella dimensione economica dell’agire illegale. Dall’altro lato, dell’uso di un insieme di risorse immateriali e simboliche (fiducia, fedeltà, rispetto, potere) prodotte e consumate per raggiungere in modo più efficace gli scopi prefissi: ricchezza, potere e riconoscimento sociale.
Forza e debolezze analitiche cumulatesi sul tema
In un saggio di vent’anni fa di Francesco Barbagallo, egli si lamentava della debolezza della ricerca scientifica e della riflessione culturale sul fenomeno della camorra. Anche se gli ultimi due secoli di storia partenopea sono stati interessati dall'evoluzione della camorra, dal superamento dei suoi originari confini plebei, dalla modifica di una criminalità che da individuale si è affermata sempre di più come attività organizzata di protezione, scambio, produzione ed investimento di risorse. Lo scarso interesse scientifico e l'assenza di una vera e propria scuola, rappresentano un grave limite per la storia dell'intelligenza prima di tutto napoletana e poi nazionale.
Ciò è dovuto al combinarsi di vari fattori:
- Il continuo vizio di considerare la camorra un fenomeno legato al tessuto economico marginale.
- La distorta idea che da sempre considera il fenomeno mafioso più importante sul piano economico e sociale rispetto agli altri fenomeni criminali.
- La concezione cronologica che vede nelle varie funzioni sociali svolte dalla camorra una continuità storico-antropologica fissata nel tempo da alcuni specifici caratteri.
- L’ingenua visione che dà allo sviluppo economico ed all’industrializzazione la capacità di originare anticorpi verso un fenomeno di origine plebea e destinato, come tale, al tramonto in coincidenza delle trasformazioni modernizzanti.
- La sottovalutazione da parte della magistratura e degli investigatori napoletani del ruolo dell'informazione e della comunicazione.
Questa debolezza interpretativa è stata incapace anche di dare un orientamento ed un indirizzo alle strategie.
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Dire Camorra Oggi, Di Gennaro - Appunti cap. 1
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Dire Camorra Oggi, Di Gennaro - Appunti cap. 3
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Riassunto esame Comunicazione Istituzionale, prof. Pira, libro consigliato Come dire qualcosa di sinistra, Pira
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Riassunto esame, prof. Perego Elisa, libro consigliato "Dire quasi la stessa cosa", U. Eco