1. Che cosa è la Didattica? È la scienza che studia il rapporto tra insegnamento e apprendimento
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scolastico . Questa accezione propone una riflessione intorno ai nessi (formalizzati attraverso i
modelli*) che correlano le due attività citate e profila una scienza dinamica, volta a cogliere e
sistematizzare la complessità dei processi e delle tensioni antitetiche che coinvolgono tali variabili
nel contesto del sistema scuola Il compito della didattica è studiare i processi che consentono di
costruire tale connessione, perché ogni polo possa contribuire al potenziamento dell’altro e,
insieme, possano servire i bisogni formativi ed educativi dell’allievo. Questa prospettiva
disciplinare consente di superare una sua visione metodologica, metodica. L’azione didattica non
si risolve riduttivamente nella mera elaborazione e/o applicazione di un metodo, si definisce
all’incrocio di due particolari competenze: una legata alla organizzazione dei processi di
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apprendimento e l’altra connessa ai contenuti disciplinari oggetto di apprendimento .
1 Benché si costituiscono l’uno come il reciproco dell’altro, non sono naturalmente e necessariamente associati tra loro. Non si
implicano vicendevolmente. Nella concretezza delle situazioni esistenziali si verificano infatti esperienze di apprendimento (o
comunque dichiarate tali da molti studiosi) che prescindono dall’esperienza di insegnamento intenzionale. Si pensi, per
esempio, all’apprendimento per condizionamento, per prove ed errori. Allo stesso tempo, l’attività di insegnamento, per quanto
possa rispondere a criteri di sistematicità e di intenzionalità, non è in grado di produrre autonomamente esiti di apprendimento,
solo perché è stata posta in essere. Eppure, per lungo tempo, una certa cultura didatticista diffusa nella mentalità comune ha
sostenuto questa equivalenza, con la conseguenza di imputare i fallimenti nell’apprendimento non tanto a insufficienze
inscritte nel processo di insegnamento, quanto piuttosto a carenze ascritte alla personalità o alla volontà degli allievi. La
conseguenza di questa ultima posizione è stata quella di considerare l’insuccesso scolastico come una variabile da imputare
all’inadeguatezza dello studente (che veniva escluso dal percorso didattico) e non anche come una variabile in qualche modo
dipendente da insufficienze implicite nelle procedure didattiche attivate nel sistema scolastico.
2 La riflessione didattica è rivolta alla formalizzazione dei legami che consentono di tenere unite tali dimensioni, nella duplice
consapevolezza che esse sono entrambe necessarie allo svolgimento di una azione didattica efficace e che l’assolutizzazione di
una di esse a discapito dell’altra produce la dissoluzione dell’azione didattica medesima. Conoscere una disciplina non implica
necessariamente il fatto di saperla insegnare (come teorizza la didattica tradizionale), saper organizzare i processi di
apprendimento non è necessariamente garanzia di un intervento didattico efficace. La professionalità richiede una competenza
che trascende la sola conoscenza disciplinare e che si ancora a presupposti epistemologici che la collocano nel punto di
intersezione tra essa e la conoscenza metodologica. La prima offre i contenuti sui quali deve costruirsi l’insegnamento (ed è
trascurata dagli approcci formai, sbilanciati sulle risorse mentali dell’allievo). La seconda garantiscono l’efficace svolgimento
dell’attività di mediazione, che non si pone come un correlato analitico della conoscenza disciplinare, ma richiede la
formazione di abilità e attitudini specifiche, idonee a trasformare i contenuti in analogati. Riprenderemo più avanti, quando
affronteremo il tema dei modelli didattici – che formalizzano i nessi tra insegnamento e apprendimento - gli argomenti qui
evidenziati. [Sarebbe riduttivo considerare la lezione frontale un semplice strumento per la trasmissione del sapere]* Un
intervento formativo svincolato dai contenuti disciplinari ([non culturocentrico] e focalizzato unilateralmente sui processi di
apprendimento dell’allievo) nega all’allievo l’accesso a quei saperi che garantiscono un proficuo inserimento nella
cultura.”L’insegnamento, per quanto concepito secondo profili culturalmente alti, rischia di difettare di adeguatezza rispetto
agli alunni” [Baldacci, cit. p.22]. Una trasmissione dei saperi che sia indifferente al potenziamento delle risorse cognitive e
personali-motivazionali dell’allievo si traduce in un approccio omologante che ostacola l’umanizzazione del soggetto e, di
conseguenza, azzera alla radice la ragione stessa dell’istituzione scolastica. L’enfasi posta dal modello sulle strutture mentali
del discente ha portato le configurazioni estreme di tale approccio didattico ad ammettere la legittimità di un insegnamento
svincolato dai contenuti. L’intervento didattico deve essere in sintonia e formare le disposizioni mentali degli allievi, attraverso
tutte le attività che servono a questo scopo, anche quando chiedono all’allievo di impegnare le sue risorse su oggetti di
conoscenza diversi da quelli di natura culturale. Il rischio di tale approccio è l’attuazione di processi di insegnamento-
apprendimento puramente formali, privi do contenuti rilevanti e che, per questo, negano altresì gli stessi scopi per i quali sono
posti in essere. I modelli puerocentrici tendono a relativizzare la natura e la struttura concettuale dei contenuti da apprendere,
non più validi. Le tracce del modello culturocentrico sono riscontrabili nei presupposti teorici e nelle prassi diffuse
nell’insegnamento tradizionale, orientato alla trasmissione dei saperi codificati e strutturati, e indifferente al sistema cognitivo
e motivazionale degli allievi. segni del secondo modello sono individuabili nei presupposti e nelle prassi delle impostazioni
attivistiche più estreme, che sostengono la necessità di un insegnamento che lasci l’allievo libero di organizzare da solo,
spontaneamente e secondo i suoi interessi, i suoi percorsi di apprendimento, indipendentemente dai contenuti e dalle discipline,
considerate un ostacolo all’autentico dipanarsi della personalità del soggetto coinvolto. L’insegnamento si declina
necessariamente negativamente. Non deve sollecitare l’allievo, ma rimuovere dal contesto tutti i condizionamenti che possono
incidere sul naturale dipanarsi della soggettività, col rischio di distorcerla dal fine verso il quale essa è intrinsecamente
orientata e di portare l’allievo a disinvestire le sue energie dai compiti di apprendimento, perché il bambino potrebbe collocarsi
2. I modelli didattici. Sono rappresentazioni formali (e, per questo, sostanzialmente astratte) dei
rapporti che si creano tra le diverse variabili che concorrono a definire un medesimo campo di
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esperienza . Considerando questa accezione, i modelli non sono retaggio della sola scienza
didattica. Quelli didattici non esprimono in modo puntuale la realtà e i dinamismi concreti dei
contesti scolastici. Vanno considerati ideatipi weberiani, che costituiscono un criterio di analisi
utile a rendere maggiormente intelligibili i contesti di intervento. Il modello didattico costituisce
un criterio ordinatore non tanto della realtà didattica, quanto dei discorsi sulla realtà didattica.
Esso non è uno specchio; è una lampada [E. Damiano, 1991, punto d.]; non è una riproduzione
in un contesto di interazioni che non è ancora capace di gestire con le risorse di cui dispone. Le esperienze di apprendimento
avallate, anche quando coincidono non gli oggetti reali, non ricalcano mai interamente i contesti di vita naturali. La loro
selezione rimane sempre sotto la responsabilità del docente, che decide di scegliere una situazione piuttosto che l’altra.
a) I mediatori attivi (di soglia) si fondano sul presupposto, di matrice attivistica, per il quale l’efficacia del processo di
apprendimento dipende dalla possibilità per l’allievo di entrare a diretto contatto con l’oggetto culturale, in base al rilievo
personale che egli gli riconosce. L’assenza o la notevole riduzione dei processi di distanziamento dall’oggetto culturale rischia
di promuovere nella mente dell’allievo una rappresentazione che identifica pervasivamente il contenuto concettuale con la
forma empirica. L’allievo può essere indotto a considerare il materiale appreso non come lampada, ma come specchio, non
riuscendo a svolgere né le operazioni di decontestualizzazione, né quelle di trasferimento. La focalizzazione sul prodotto è
tipica delle azioni di insegnamento che pongono molta enfasi sui risultati, ma si rivelano indifferenti alle procedure attraverso
le quali sono raggiunti. I livelli di apprendimento conseguiti dall’allievo alla fine del percorso rappresentano l’esito di variabili
interamente ascrivibili all’atteggiamento del discente nei confronti dei compiti di apprendimento (impegno, buona volontà,
diligenza, attenzione). Il modello non ammette la possibilità di correlare tali esiti alla qualità delle procedure e degli interventi
attuati per mediare quei contenuti. La focalizzazione del processo correla la struttura dell’intervento unicamente alle
caratteristiche cognitive e disposizionali dei soggetti in apprendimento, mostrandosi al contempo indifferente alla mediazione
dei saperi ed alla formalizzazione delle competenze di base. L’enfasi posta dal modello sulle strutture mentali del discente ha
portato le configurazioni estreme di tale approccio didattico ad ammettere la legittimità di un insegnamento svincolato dai
contenuti. L’intervento didattico deve essere in sintonia e formare le disposizioni mentali degli allievi, attraverso tutte le
attività che servono a questo scopo, anche quando chiedono all’allievo di impegnare le sue risorse su oggetti di conoscenza
diversi da quelli di natura culturale. Il rischio di tale approccio è l’attuazione di processi di insegnamento-apprendimento
puramente formali, privi do contenuti rilevanti e che, per questo, negano altresì gli stessi scopi per i quali sono posti in essere.
L’amtinomia caso-necessità “prende le mosse da una diversa concezione circa l’educabiltà dell’individuo” [cit.p.23] I modelli
didattici focalizzati sul caso ritengono il successo scolastico l’esito di variabili che si collocano nel soggetto e che si
distribuiscono tra la popolazione secondo i criteri statistici (casuali). I limiti delle capacità dei singoli di apprendere sono
collocati nelle loro disposizioni personali, sono naturali e hanno un carattere intrascendente. Gli esiti che l’allievo consegue nei
compiti di apprendimento hanno origine nelle sue inclinazioni e nei suoi talenti, che sono incontrovertibilmente inscritti nella
sua natura e, perciò, in trascendibili. Questo modello distingue nettamente gli allievi che sono naturalmente portati per i
compiti scolastici da quelli che, per natura, sono incompatibili con tali compiti (che vanno esclusi dal percorso didattico). Si
veda la teoria che auspica lo sviluppo dei talenti personali, che si esprimono nelle diverse forme di intelligenza di cui ciascuno
dei soggetti stessi è portatore. Questa è la teoria della formae mentis [Gardner, 1987],, il quale ritiene che il successo
scolastico sia l’esito della corrispondenza tra le caratteristiche inscritte nella struttura cognitiva dell’allievo ed i compiti di
apprendimento nei quali egli è chiamato ad investire le sue risorse. Questa visione supera quelle unitarie della mente (che
intendono le strutture mentali come facoltà uniche ed indifferenziate, che ritornano sempre uguali a sé nella totalità dei
soggetti), a vantaggio di una concezione modulare (intelligenze multiple, si distinguono per la specificità dell’oggetto su cui
esercitano le loro funzioni, sia per i processi che attivano nell’ambito dell’attività conoscitiva), che intende le risorse mentali
come un insieme di facoltà specifiche, che variano da soggetto a soggetto e che conferiscono a chi le possiede capacità ed
inclinazioni particolari. Sullo stesso tema, la teoria dei tre stili cognitivi [[Sternberg , Spear Sterling, 1996, pp. 19-28], intesi
non come specifiche modalità conoscitive, ma come specifiche modalità soggettive di apprendere e di riferire la conoscenza.
Hanno stile creativo i soggetti inclini a svolgere compiti di apprendimento nei quali devono creare ex novo un prodotto
conoscitivo (elaborare un tema, costruire un oggetto). Hanno stile critico i soggetti che si sentono a loro agio nello svolgere
compiti di apprendimento nei quali devono costruire un discorso critico o elaborare considerazioni personali su prodotti
culturali creati da altri (il commento di una poesia). Hanno stile esecutivo i soggetti inclini a svolgere compiti di
apprendimento in cui devono eseguire consegne date da altri (test a risposta multipla). Il paradigma della necessità ritiene che
gli esiti dell’educazione siano interamente ascrivibili alle condizioni contestuali entro le quali essa si svolge. Per tali ragioni,
non esistono limiti alla educabilità del soggetto, perché, modificando adeguatamente il contesto, qualunque persona può
conseguire il successo in ambito formativo. Una visione più moderna di questa concezione si può rivenire nella riflessione
didattica di J. Dewey [cit. M. Baldacci], il quale sostiene che gli esiti dell’intervento educativo siano da ascrivere non a fattori
interni o esterni, ma alla loro interazione. A tal riguardo, egli sottolinea il rilievo della progettazione didattica come un prcesso
che innesta l’insegnamento della cultura sulle caratteristiche personali degli allievi, in modo che il primo, senza subire
distorsioni e semplificazioni, possa risultare sintonico alle capacità cognitive degli studenti e soprattutto rilevante ai fini del
loro sistema motivazionale.
del contesto, ma una sua rappresentazione e, di conseguenza, serve per conoscere non solo quanto
della realtà scolastica ricade al suo interno, ma anche quei segmenti di essa che se ne discostano e
che, tuttavia, senza di esso, non potrebbero far riflettere. In quanto criterio ordinatore definisce i
suoi costrutti sulla base di alcune dimensioni, che rappresentano gli assi categoriali sulla cui base
vengono definite le diverse prassi formative. Tali assi assumono caratteri di natura bipolare, si
presentano come criteri di classificazione caratterizzati da polarità. I poli rappresentano delle
coppie antinomiche (soggetto che apprende-oggetto di apprendimento; processo-prodotto; caso-
necessità) e costituiscono atteggiamenti e prospettive che, considerate in sé, si presentano come
opposizioni reciproche (modelli culturocentrici o puerocentrici ecc. [p. 13]) .
In realtà la natura complessa dei contesti didattici non consente uno schiacciamento degli
interventi su una delle due polarità La prassi didattica si presenta infatti sempre come mescolanza
.
3 Molte altre scienze cercano di formalizzare i loro costrutti ricorrendo ai modelli, ma quelli didattici conservano una loro
peculiarità. La teoria dell’insegnamento studia sistematicamente le pratiche didattiche per ricavarne principi su come
insegnare. Il modello didattico si propone dunque come criterio di interpretazione delle prassi e degli interventi che si
collocano nel contesto scolastico. Nel campo didattico, il modello è una rappresentazione delle relazioni che correlano i diversi
elementi che caratterizzano l’esperienza scolastica: l’insegnante, l’alunno, le discipline, il contesto sociale. La società si profila
come un macrosistema generale, composto da sottosistemi più circoscritti (scuola, famiglia, lavoro). Ogni sottosistema svolge
funzioni, cioè attività finalizzate al mantenimento del micro-macro sistema sociale. Il concetto di funzione non si applica solo
ai sottosistemi in riferimento al macrosistema, ma anche agli elementi che compongono i singoli sottosistemi, composti da un
insieme di soggetti che operano al loro interno, che con la loro azione garantiscono al sistema stesso di svolgere le funzioni alle
quali è deputato. A livello sistemico si evidenzia il concetto di ruolo, cioè l’insieme delle aspettative che il sottosistema avanza
nei confronti dei soggetti che operano al suo interno, per il fatto che vi occupano particolari posizioni. L’azione del singolo
trova significato nella misura in cui si conforma a queste aspettative. L’azione docente ricava le sue connotazioni di senso a
partire dalle configurazioni di ruolo, ovvero dalla capacità dell’insegnante di adeguare il suo agire alle attese che il contesto
scolastico gli rivolge. Si propone come tale nella misura in cui consente al sistema scuola di perseguire i suoi fini istituzionali
e di conseguenza, di contribuire allo sviluppo del macrosistema sociale. Le azioni docenti sono finalizzate alla trasmissione del
sapere. Quindi, non si traduce in una semplice descrizione e formalizzazione delle prassi che attraversano la vita scolastica. Le
prassi istituite la suo interno ineriscono sempre alla specificità dei fini educativi, sicché assumono una valenza a tutti gli effetti
teleologica e axiologica. In quanto criterio ordinatore definisce i suoi costrutti sulla base di alcune dimensioni, che
rappresentano gli assi categoriali sulla cui base vengono definite le diverse prassi formative. Tali assi assumono caratteri di
natura bipolare, si presentano come criteri di classificazione caratterizzati da polarità. I poli rappresentano delle coppie
antinomiche (soggetto-oggetto/processo-prodotto/caso-necessità) e costituiscono atteggiamenti e prospettive che, considerate
in sé, si presentano come opposizioni reciproche. In realtà la natura complessa dei contesti didattici non consente uno
schiacciamento degli interventi su una delle due polarità. La prassi didattica si presenta infatti sempre come mescolanza e
compresenza di tensioni in sé antitetiche, sicchè tali polarità indicano più che altro un modo per individuare in quale misura
l’una e l’altra di esse sono presenti nella specifi
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