Estratto del documento

L'alfabetizzazione ecologica: la nuova sfida educativa

Natura, educazione, ambiente

L'educazione e la natura hanno sempre dialogato tra loro. La natura, intesa variamente come materia matrice o alfabeto divino, è stata considerata una preziosa fonte di esperienze filosofiche, conoscitive, e quindi educative. Così, mentre la scienza moderna elaborava un paradigma teso a manipolare, meccanicizzare sia la natura esterna che interna (interiore, corpo, emozioni), la pedagogia moderna manteneva viva la “qualità” della natura nonché la sua intrinseca solidarietà con l’individuo e la comunità sociale e umana.

Anche la pedagogia contemporanea, nella prima parte del '900, ha conservato questa attenzione e cura per la natura. Pensiamo a due esponenti molto importanti:

  • Maria Montessori, antesignana di una “educazione cosmica”, pioniera di una visione ecologica, consapevole delle interrelazioni che intercorrono tra gli esseri della terra e tutto ciò che esiste, e sostenitrice di una modalità di apprendimento per connessioni, di una “didattica delle connessioni” che ha tra le sue prime missioni la presa di coscienza del posto naturale, e perciò profondamente spirituale, che l’uomo ha nella rete della vita.
  • John Dewey, fautore di una “educazione progressiva” e di un naturalismo radicale fondato sulla visione di una continuità tra l’uomo, la natura e la società, tra il mondo biologico e spirituale, e promotore di un apprendimento attivo.

Si tratta di due autori molto amati per il contributo che hanno apportato alla libertà, alla democrazia, alla pace, alla rinaturalizzazione della scuola, superando il dualismo tra natura e cultura, mente e corpo, soggetto e oggetto. Per entrambi l’educazione, l’apprendimento, parte dai sensi, dall’occhio, dalla mano, dall’olfatto, e si sviluppa come concreta esperienza sensoriale, manipolativa ed affettiva che, persino nei momenti più alti di costruzione logica e di progetto, non rinuncia all’esperienza concreta, alla ricerca che entra materialmente in contatto con l’ambiente circostante (inteso sia come natura, ad es. l’orto, l’acqua, le montagne, sia come ambiente storico sociale, come campo di relazioni cooperative).

Con loro, nella seconda metà del '900, è partita una sfida educativa, sia in Italia, dove (pensiamo ad autori come Bruno Ciari e Don Milani) ha indirizzato una proposta di una “scuola all’aria aperta”, una scuola diretta all’uscita dal chiuso delle mura verso le comunità, verso il territorio inteso come parco educativo; in Europa, dove ha incontrato le proposte educative di autori come Gregory Bateson ed Edgar Morin, sia negli Stati Uniti, dove la necessità di una nuova alleanza fra l’educazione e la natura e di una nuova alfabetizzazione rispetto all’ambiente è stata risottolineata da Fritjof Capra, che la intende come acquisizione di un “pensiero sistemico”, basato cioè su una nuova comprensione della trama di relazioni, modelli e di contesto dei sistemi viventi che sposti l’attenzione educativa dal singolo, o dalla singola specie, all’intera “rete della vita”.

Ecocidio ed ecologia

Nei prossimi decenni, la sopravvivenza dell’umanità dipenderà da una nuova alfabetizzazione ecologica, dalla umana capacità di comprendere in forma nuova le interrelazioni e i processi della vita e di averne cura e responsabilità. Di fronte agli effetti devastanti dei cambiamenti climatici, alle catastrofi idrogeologiche, di fronte ad un ecocidio ormai generalizzato, la conoscenza e l’accordo con la natura e con l’ambiente sono diventati urgenze drammatiche. Ciò significa, come dice Capra, che l’alfabetizzazione ecologica dovrebbe diventare la sfida educativa del futuro in tutti i campi e dovrebbe costituire la parte più importante dell’insegnamento a tutti i livelli, dalla scuola primaria, all’università, fino all’educazione degli adulti, dei lavoratori, delle imprese. Si tratta di un dovere improrogabile che richiede una svolta radicale che formi a nuovi stili di vita, a nuovi desideri e forme di coscienza.

Le scienze europee e nordamericane segnano una crisi terribile: esse hanno delegato alla tecnica i presupposti stessi su cui sono sorte in età moderna, ossia la progettualità, la previsione, la verifica, lo spirito critico. Dirette dai laboratori delle multinazionali, hanno rinunciato a conoscere il mondo e a migliorarlo, limitandosi alla volontà approfittevole di manipolarlo, trasformarlo in bene economico, in merce. Esse sono riuscite a “camminare nelle scarpe della natura” (come dice Jonas) e a scomporne la struttura profonda, a trasformare le specie, modificare microrganismi finendo così per accentuare la posizione superba dell’uomo nel cosmo, la sua pretesa di poter fare di tutto, uccidere, manipolare uomini e animali: una volontà di potenza illimitata che non riesce più a governare la situazione da lei stessa creata perché l’aria inquinata, l’acqua sporcata, la terra recintata, insomma l’intera natura umiliata, puntualmente si vendica producendo effetti devastanti sull’opera umana.

Dall’ecologia, oggi, dovrebbe andare a scuola l’educazione, proponendosi un orizzonte largo e una prospettiva profonda: formare i giovani non solo in vista di una modifica dei comportamenti dei singoli, ma formarli perché prendano le distanze da comportamenti globali indecenti, in vista di una “nuova alleanza” con la natura e di una nuova posizione dell’uomo nel cosmo. Questo, per Capra, significa ripristinare lo sguardo filiale e quel sentimento del “sacro” che non ha a che fare con Dio, ma con l’ammirazione per gli equilibri della materia e del mondo, equilibri di cui l’uomo è al tempo stesso intelligenza e frammento.

L'educazione ambientale e il contesto internazionale

L’educazione ambientale è stata il terreno di coltura di questo generale cambiamento di paradigma. Nei primi documenti internazionali (anni '60 e '70) all’educazione ambientale veniva attribuito, oltre ad un compito informativo e cognitivo, un compito etico, conservativo, volto ad imprimere una modifica nei valori e negli stili di vita umani verso una maggior tutela e protezione della natura, della sua biodiversità e della sua bellezza.

  • Documento finale della Conferenza dell’ONU sull’Ambiente umano (Stoccolma, 1972);
  • Documento dell’Unione Internazionale sulla Conservazione della Natura (1980) che definiva l’educazione ambientale come quella forma di sapere che assume come obiettivo imperativo dell’umanità quello di difendere e migliorare l’ambiente per le generazioni presenti e future, dunque uno strumento cardine di una strategia mondiale di protezione e difesa, finalizzata al mantenimento dei processi ecologici essenziali e alla salvaguardia e conservazione della diversità genetica nel mondo animale e vegetale.

Questo approccio etico-conservativo dei documenti non ha retto però all’ondata neoutilitaristica degli anni '80, anni in cui l’educazione ambientale ha dovuto sottomettersi ad altre logiche che riguardavano più la politica e l’economia che la preservazione naturale e la formazione ecologica. Si vedono così schierati da una parte le associazioni ambientaliste e i movimenti di tutele, dall’altra i governi. Tale contraddizione si è espressa chiaramente in tutti i successivi vertici internazionali in cui le Nazioni Unite affrontavano i problemi dell’ambiente.

Nella prima Conferenza mondiale sull’Ambiente, organizzata dall’ONU nel 1992 a Rio de Janeiro, nelle raccomandazioni governative si arruolava l’educazione ambientale a garanzia teorica dello sviluppo sostenibile, mentre nelle prese di posizione delle ONG (contenute nel Trattato sull’educazione ambientale) veniva assunta come chiave di lettura di una visione interdisciplinare della conoscenza e dell’educazione, intesa come fattore di trasformazione sociale e un processo di apprendimento fondato sul rispetto di tutte le forme di vita.

Tale contraddizione non venne risolta neanche nella seconda Conferenza del 2002 a Johannesburg; qui, mentre nella dichiarazione governativa finale l’educazione ambientale diveniva tout court educazione allo sviluppo sostenibile, finalizzata alla tutela degli elementi naturali in quanto risorse utili alla perpetuazione alla crescita economica, nella dichiarazione politica finale delle ONG si ribadiva la necessità di un’educazione ambientale di tipo etico, volta alla protezione della biodiversità naturale e dei beni comuni gestiti collettivamente dalle comunità locali e che vedeva la partecipazione attiva di tutti i cittadini, rispetto alla natura, i quali erano chiamati a un’educazione permanente, rivolta a tutte le età.

Nella Conferenza di Salonicco del 1997, nel documento conclusivo si parla di educazione ambientale non più come educazione allo sviluppo sostenibile ma come educazione alla sostenibilità che mira a garantire l’imperativo etico di dare un futuro alla cultura e alla società e non alla crescita economica. Il concetto di sostenibilità comprende non solo l’ambiente ma anche la povertà, la cultura, la salute, la sicurezza alimentare, la pace. È un imperativo morale e etico. Inoltre, il documento individua nell’educazione scolastica lo strumento più adatto per promuovere processi di partecipazione e sensibilizzazione collettiva, lanciando anche un programma di formazione culturale online rivolto a insegnanti e operatori dell’educazione (Insegnare e imparare per un futuro sostenibile).

Edgar Morin, (filosofo ecologista) per l’UNESCO, due anni dopo la Conferenza, scrisse il testo I 7 saperi necessari per l’educazione del futuro, testo in cui l’educazione ambientale diventa educazione della mente, un imparare a pensare in maniera diversa, riconoscendo la complessità delle forme di vita e di sapere e l’identità terrestre del genere umano, e una visione etica dell’agire in cui la transculturalità, l’amicizia dei popoli e il meticciato delle culture dialogano con la complessità naturale. Sull’onda di una nuova corrente iperliberista, anche l’UNESCO fa un passo indietro e, nella Conferenza mondiale di Bonn nel 2009 fa ridiventare l’educazione ambientale “educazione allo sviluppo sostenibile” fondamentale per lo sviluppo economico.

L’UNESCO invitava le agenzie educative a collaborare con la Banca Mondiale e decretava che il destino dei paesi sottosviluppati o in via di sviluppo era inesorabilmente quello di attrezzarsi al più presto a partecipare allo stesso tipo di sviluppo dei paesi dell’Occidente avanzato.

Formale/Informale: l'educazione alla cittadinanza attiva

Man mano che si accentuava il legame tra educazione ambientale e i processi produttivi e di sviluppo, si accentuava anche l’aspetto extrascolastico, “informale” dell’educazione ambientale, e la possibilità di veicolarla attraverso campagne di pubblicizzazione e sensibilizzazione mediatica. Lo esplicita il documento UNESCO del 1997 in cui, nonostante si fosse individuata la scuola come principale agenzia formativa, nel 2009 gli “approcci pedagogici efficaci e lo sviluppo di leadership educativa” venivano riferiti essenzialmente al contributo decisivo dell’educazione non-formale e dell’apprendimento informale. Il documento attribuiva un ruolo crescente e crescenti finanziamenti al contributo dei media nella diffusione delle problematiche relative alla sostenibilità e ai professionisti del settore dei media. Inoltre, mira a trasformare l'educazione ambientale in una forma di empowerment, ovvero di potenziamento e arricchimento di competenze spendibili nella gestione di processi lavorativi e di mercato, legate a capacità di problem solving e networking che certo nulla hanno di etico, essendo collegate all’inserimento, all’adattamento, all’accomodamento vincente, ovvero economicistico e strumentale sull’ambiente.

Questa accentuazione dell’aspetto informale e la marcata sensibilizzazione dell’opinione pubblica assunto dall’educazione ambientale, diventa terreno di una nuova contraddizione. Essa ricopre, tuttavia, un’altra valenza se viene non dai governi ma dai movimenti, dalle associazioni della società civile, dalle stesse città e comunità, prefigurando un controllo conservativo più profondo perché collettivo e fatto da vicino. Va in questo senso la Carta delle città europee per uno sviluppo durevole e sostenibile (Carta di Aalborg, 1994), nella quale si esplicita che la “conservazione del capitale naturale e la cura degli inquinamenti viene affidata alla responsabilità diretta delle città, le quali devono attivare, oltre a delle buone pratiche nel campo dell’energia, dei trasporti e dei rifiuti, dell’urbanistica e degli spazi verdi, servizi territoriali di educazione, sensibilizzazione e informazione ambientale.

In questa elaborazione collettiva delle comunità e dei movimenti, l'educazione ambientale si arricchisce di una ulteriore dimensione, diventando educazione alla cittadinanza attiva, alla partecipazione e al controllo democratico esercitato dalle comunità locali sulle scelte politiche, economiche, infrastrutturali fatte sul territorio, sui viventi, sui sistemi ecologici: cioè controllo glocale, che può produrre effetti sul piano globale e che può influire, già dal locale, sulla pianificazione territoriale e sulla conservazione naturale, introducendo processi “dal basso” di valutazione sull’impatto ambientale delle grandi opere infrastrutturali.

Al sentimento collettivo di custodia dei luoghi si appella la Convenzione europea sul paesaggio, un documento stilato a Firenze nel 2000 e ratificato in Italia nel 2006 (ratifica nella quale ha partecipato anche la Prof. come membro del Governo); documento che, in resistenza alla globalizzazione e all’uniformizzazione di tipo americano (mcdonaldizzazione del mondo, ossia omologazione allo stile americano di cibi, consumi, luoghi, stili di vita) pone l’accento sulla salvaguardia “della qualità e della diversità dei paesaggi europei. Essi costituiscono il primo Bene Comune dell’UE”, una componente fondamentale del patrimonio culturale e naturale dell’Europa che contribuisce al benessere di tutti gli esseri umani e al consolidamento dell’identità europea.

Questa Convenzione rimette in gioco parole come conservazione, tutela, salvaguardia, collegando di nuovo l’ambiente non alle leggi del profitto e dell’economia, ma ai valori intrinseci dell’umanesimo, della qualità della vita, il benessere psico-fisico dell’individuo e delle comunità, l’amicizia con le altre specie viventi. Inoltre, la Convenzione definendo il concetto di paesaggio in base a ciò che viene percepito come tale dalle popolazioni interessate, attribuisce un ruolo decisivo alla formazione collettiva e all’educazione ambientale, preposte all’identificazione, percezione dell’immagine stessa dei luoghi, oltre che alla loro gestione e pianificazione. La Convenzione amplifica i compiti di tutela a cui era chiamata l’educazione ambientale, allargandoli non solo all’ambiente geofisico ma anche ai manufatti dell’uomo (mondi aggrediti dalla modernità e dall’urbanizzazione). Deve far tesoro non solo degli spazi naturali e dell’immenso patrimonio di biodiversità della flora e della fauna, ma anche dei beni monumentali e artistici visti nei loro contesti, nelle reti ecologiche, nelle trame antropologiche e nell’altrettanto immenso patrimonio immateriale delle comunità locali: fiabe, canti, credenze, modi di cucinare, di riscaldare, di raccogliere acqua, di costruire, di raccontare, di lavorare, di ballare e di giocare, di formare le nuove generazioni.

L’Italia bella: l’educazione al paesaggio come Bene Comune

L’educazione ambientale come educazione alla tutela del paesaggio, se oggi rappresenta uno dei cardini dell’identità europea, è anche cardine dell’identità nazionale, come ricorda l’articolo 9 della Costituzione Italiana. In Italia, dove l’ambientalismo non è mai stato cultura dominante, i richiami europei alla “coscienza di paesaggio e luogo” e alla partecipazione attiva, sono stati raccolti più dal sistema “informale” dell’educazione ambientale che dalla scuola e dal sistema “formale”.

Per esempio, hanno notevolmente contribuito alla diffusione dell’educazione ambientale e all’educazione alla tutela del paesaggio tutte le Agenzie INFEA - il Sistema Nazionale della Informazione, Formazione ed Educazione ambientale - e le Agenzie Regionali di Protezione dell’Ambiente (ARPA). Importante è anche l’attività delle Associazioni ambientaliste, come ad esempio:

  • WWF: che istituisce corsi e iniziative volte alla consapevolezza e alla salvaguardia dell’ambiente.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

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