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Deontologia

Il termine “Deontologia” deriva da “deon”, che significa “dovere”, e “logos”, che significa “scienza”. A differenza dell’etica e della morale, la deontologia rappresenta un insieme di regole, che indicano come comportarsi in quanto membri di un corpo sociale: il codice deontologico. La deontologia, dunque, riguarda i comportamenti da tenere nell’esercizio delle prestazioni. Ma perché studiare questa materia? Perché prendere coscienza di alcuni concetti nuovi e confrontarli con quelli già posseduti (morale soggettiva) aiuta a comprendere come:

  • Agire
  • Porsi
  • Vivere ed interagire
  • Affrontare situazioni problematiche
  • Approfondire alcune norme giuridiche

Etica

L’etica rappresenta una branca della filosofia. Il termine fu introdotto da Aristotele, Platone e Socrate: l’uomo agisce per un fine che è la felicità, intesa come felicità mediata dalla ragione, capacità specifica dell’uomo. Essere persone etiche è, dunque, un dovere di fedeltà all’essere persone umane: è necessario guardare agli altri come esseri dotati di ragione, senza basarsi sulle differenze culturali, religiose o etiche. L’infermiere è chiamato ciascun giorno a vivere l’etica, perché in ogni momento deve saper adottare un modello di comportamento pratico, relativo anche alle piccole cose di tutti i giorni.

Secondo il filosofo Toulmin, l’etica rappresenta un sapere pratico e non teoretico, di cui Hegel intendeva con “etica” l’aspetto più oggettivo della condotta, mentre con “morale” l’aspetto più soggettivo (per esempio, l’intenzione del soggetto e la sua disposizione interiore). Da sempre, dunque, l’etica rappresenta qualcosa di immutabile ed universale. Tuttavia, l’esperienza dimostra, a volte, come sia vero il contrario: davanti a una stessa situazione, i comportamenti “etici” assunti risultano essere estremamente differenti da persona a persona (può essere il caso dell’aborto o dell’eutanasia).

Elementi costitutivi dell'etica

  • La legge morale naturale
  • La coscienza
  • La libertà

La legge morale naturale

Secondo Aristotele, questa rappresenta un insieme di princìpi morali universali, che la ragione morale dell’uomo trova naturalmente e spontaneamente, a partire dal proprio modo di essere e di vivere. Si tratta, dunque, di legge, perché sono princìpi, norme; è morale, perché relativa al bene e al valore che fa percepire alla persona ciò che realmente vale; è naturale, poiché innata in ogni uomo.

La coscienza

È l’uomo che riflette e prende consapevolezza di sé stesso, delle proprie possibilità e, in base alla propria riflessione, opera determinate scelte; rappresenta, dunque, la dimensione soggettiva della moralità. La coscienza si forma attraverso 2 sollecitazioni: i rinforzi positivi come l’influenza dei genitori o degli amici; e negativi, l’attività cognitiva individuale, cioè il codice di comportamento soggettivo, personale. La coscienza, quindi, è condizionata da molteplici aspetti:

  • Ignoranza: Non conoscere i termini del problema, i valori in gioco, oltre a far agire in modo errato, può anche portare ad agire in modo non sicuro;
  • Emozioni: Forti emozioni spingono a compiere atti e gesti che superano, per intensità, la nostra volontà, possono accecare la ragione di una persona, facendole assumere atteggiamenti sbagliati;
  • Paura: Può confondere e togliere lucidità a chi sta compiendo l’azione in una determinata situazione. È opportuno non farsi un alibi della paura: questa può, sì, far adottare comportamenti che in altre situazioni non sarebbero stati mai considerati validi, ma ciò non implica il fatto di poter agire, sapendo che in futuro l’azione sarà giustificata;
  • Carattere: Può essere considerato un condizionamento abituale che ognuno deve conoscere, per poterlo tenere sotto controllo.

Altri condizionamenti possono essere rappresentati da quelli che non sono dentro di noi, ma che in qualche modo influenzano le nostre decisioni, come:

  • La famiglia
  • La società
  • I mass media, che infondono nel cittadino un senso di non fiducia nelle strutture ospedaliere.

In aiuto della coscienza, invece, intervengono i cosiddetti criteri di discernimento (cioè quei criteri che permettono di scegliere):

  • Bene maggiore: La nostra coscienza deve essere rivolta sempre alla ricerca del bene maggiore. Nella valutazione di quale sia il bene maggiore, devo tener presente i valori e le abitudini del paziente;
  • Male minore: Quando non abbiamo la possibilità di eseguire il bene maggiore, ogni nostra azione inesorabilmente costituisce un male per il paziente. Il nostro obiettivo è, quindi, quello di limitare il male (male minore);
  • Bene presunto: Si deve agire in relazione al bene presunto quando la capacità di identificare il bene dal male risulta impossibile. L’azione, pertanto, deve presumere la realizzazione di un bene anche se, teoricamente, potrebbe esistere un bene ancora maggiore;
  • Duplice effetto: Si verifica quando, ad un’azione, si associa un secondo effetto non voluto, ma inevitabile. Per esempio, è frequente che particolari farmaci (morfina) provochino pesanti effetti collaterali (riduce il dolore, ma provoca un deterioramento della capacità respiratoria);
  • Cooperazione al male: Si verifica quando l’individuo non agisce in prima persona, compiendo un male, ma si trova a cooperare con un altro. Su un piano etico egli è colpevole come colui che agisce.

Alla coscienza, in fase decisionale, si lega sempre la responsabilità dell’atto. Un atto può ritenersi completamente responsabile solo quando la coscienza di chi agisce conosce cosa sta facendo. Pertanto la persona deve avere la conoscenza del valore in gioco e la volontà e libertà dell’atto che va a compiere.

Esiste, poi, una responsabilità a monte che rende volontarie quelle azioni che non lo sono, rispetto alla causa che provoca il danno. Per esempio, le azioni che il soggetto non avrebbe desiderio di compiere ma che, rispetto all’azione, potevano essere previste. Gli aspetti che vanno tenuti in considerazione per valutare se il proprio comportamento sia buono o cattivo, e dai quali deriva il grado di responsabilità, sono:

  • L’oggetto dell’azione: è ciò che ci si accinge a fare. Di per sé l’oggetto dell’azione è generalmente neutro, ossia né buono né cattivo; è l’intenzione, il motivo per cui lo si esegue, che gli attribuisce una connotazione morale;
  • L’intenzione del soggetto che compie l’azione: è lo scopo che l’azione intende perseguire (buona o cattiva);
  • Le circostanze: in questo ambito rientrano tutti quegli elementi che connotano meglio la situazione come buona o cattiva.

Prima del 1834, non esistevano concetti che parlavano o trattavano di deontologia, a parte il...

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Scienze mediche MED/48 Scienze infermieristiche e tecniche neuro-psichiatriche e riabilitative

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Riassuntiinfermieristica di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Deontologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Brandi Angela.
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