Appunti “Letteratura Italiana”
Dante Alighieri:
data nascita 1 giugno 1265, Firenze
data morte 14 settembre 1321, Ravenna
Nasce da una famiglia poco importante, si definivano una famiglia nobile ma non avevano nessuna
traccia di nobiltà. Era una famiglia modesta, il padre era un piccolo commerciante, e Dante, l’unico
in tutta la famiglia, non aveva mai lavorato (mai nessun mestiere, mai nessuna professione)
perché voleva vivere da nobile (voleva vivere di rendita, ma ne aveva pochissime).
Data importante da ricordare è il 1295. In questo anno, Dante finisce di scrivere e pubblica la “Vita
Nova”, costituite da una scelta di poesie collegate da testi in prosa; i testi in prosa raccontano
l’occasione in cui è nata la singola poesia e delineano una storia d’amore per una donna chiamata
Beatrice (ricorre il loro centenario di Dante e Beatrice, ma non c’è mai stato un rapporto fra Dante
e Bice Pontinari, la donna storica che lui chiama Beatrice. Tutta questa storia è una grande
invenzione di Dante. È un’invenzione importante perché Dante crea un personaggio che diventerà
uno dei personaggi centrali della Commedia). Con la Vita Nova, Dante mira a tracciare una storia
della sua poesia lirica/amorosa fino a quel momento; infatti, quest’opera è una specie di
antologia: lui sceglie poesie che aveva già scritto, e che documentano i vari stili in cui era passato
(tracciato di quello che era stato la sua evoluzione di poeta lirico).
Fino al 1295, Dante era stato un intellettuale: si era occupato di poesia, di letteratura, in parte di
filosofia, ma si era tenuto lontano dalla vita politica.
Nel 1295 decide di entrare in politica (a 30 anni); non appartenendo a una famiglia di primo piano,
naturalmente il suo è un ruolo subalterno. Dalla sua parte ha una cultura, una capacità di parlare,
di esprimersi, di leggere dei testi che i politici di quel tempo non avevano, e questo lo aiuta.
Vita politica di Firenze: per quasi tutto il 200, la vita politica era caratterizzata dallo scontro fra due
partiti:
- Guelfi (facevano riferimento alla chiesa), partito vicino a quello che era definito popolo (era
costituito dalle persone che esercitavano un’attività economica, si potevano trovare anche i
più ricchi di Firenze che non erano nobili).
- Ghibellini (facevano riferimento all’impero), partito intorno al quale si raggruppava la
nobiltà presente in città.
Quando vinceva un partito, quest’ultimo mandava in esilio gli esponenti del partito che aveva
perso; anche se molte volte li uccidevano e distruggevano tutto quello in loro possesso.
La Firenze in cui vive Dante, è una città piena di rovine proprio per lo svolgersi di questa politica.
Caso più clamoroso: a cui è dedicato il X canto dell’Inferno, nel quale Dante incontra Farinata e
racconta della grande vittoria dei Ghibellini nel 1260 con la battaglia di Montaperti. Sei anni dopo, i
Ghibellini perdono e vengono cacciati da Firenze; provarono più volte a rientrarvi senza riuscirsi,
fino alla battaglia di Campaldino (si trova nel Casentino, nella piana vicino il castello di Poppi) nel
1289. In quest’ultima battaglia si scontrarono i Ghibellini di Arezzo (sostenuti da tutti i Ghibellini
fiorentini che erano stati cacciati fuori) e i fiorentini Guelfi, qui partecipò anche Dante nelle file della
cavalleria leggera. I Guelfi fiorentini vinsero e da quel momento non ci furono più Ghibellini a
Firenze.
Dal 1289, la lotta politica era tutta all’interno dello schieramento guelfo. Una delle caratteristiche
della vicenda di Firenze è che quando un partito prendeva il potere, esso si suddivideva in due
parti e si combattevano come prima avevano combattuto l’altro partito. Infatti, i Guelfi si dividono a
loro volta in due schieramenti:
- Guelfi bianchi, a capo di questo schieramento c’è una famiglia di grandi banchieri: la
famiglia dei Cerchi (Vieri), non era originaria di Firenze.
- Guelfi neri, a capo di questo schieramento c’è una delle famiglie più nobili di Firenze: la
famiglia Donati (Corso).
Dante era sposato con Gemma Donati, quindi appartiene al clan della famiglia più
importante di quel periodo. È un matrimonio fondamentale per Dante, che gli consente di
frequentare la parte più alta di Firenze e di conoscere molte persone (come per esempio il
primo dei suoi amici Guido Cavalcanti, poeta e apparteneva alla famiglia più ricca di
Firenze). Tra i due sposi c’è un enorme di differenza di classe, tanto che i Donati non 1
diedero a Dante la dote (ovvero quando una ragazza si sposava, portava al marito una
dote in denaro che era proporzionata allo stato economico di colui che stava per sposare);
essi lo pagano con il cognome (dote ridicola, sei fiorini d’oro).
Dante, però, non si schiera con il partito dei Donati; si schiera con i Guelfi bianchi.
È difficile capire la differenza tra le due fazioni, però bisogna pensare a ciò che più conta a
Firenze, ovvero l’economia; e in particolare, quello che conta a Firenze è la finanza. Firenze è,
negli ultimi due decenni del 200, la più grossa capitale finanziaria dell’Europa. La grande finanza
si trovava in entrambe le fazioni, la divisione nasceva dagli interessi contrapposti delle grandi
banche; non era una divisione ideologica, poiché tutti schierati con la chiesa, ma ciò che
interessava erano i loro interessi finanziari.
Dante arriva a diventare “priore” (membro del collegio che governava per 2 mesi la città) nel 1300
(tra metà giugno e metà agosto); era la prima volta che un membro della famiglia Alighieri
diventava appunto priore. Priore perché i capi del suo partito decidono di dare i voti a Dante per
poter essere eletto.
Il 1300 è un’altra data assolutamente importante perché il viaggio nell’aldilà, raccontato nella
Commedia, Dante immagina che sia avvenuto il 25 marzo del 1300 (il viaggio dura una settimana).
Dante fa incominciare il viaggio nel 1300 perché per lui è una data importante sia perché è la data
del suo massimo risultato politico e sia perché è una data importante per la cristianità, poiché è
l’anno del primo Giubileo, indetto da Bonifacio VIII. Il Giubileo è un grande rito di penitenza, chi
compie i riti penitenziali del Giubileo ha la remissione delle pene legate ai suoi peccati. Bonifacio
VIII stabilisce che il Giubileo da lui indotto è plenario, cioè toglie tutte le pene; quelli avuti in
precedenza, invece, toglievano solo una parte di pena (ad esempio, quello che ne aveva avuti di
più era riuscito a eliminare 3 anni di Purgatorio). Questo Giubileo universale fu un successo
immane, tanto che il papa Bonifacio VIII stabilità che ogni 100 anni ci sarebbe stato un Giubileo;
siccome funzionava bene, si decise di portarlo a ogni 50 anni e adesso ogni 2-3 anni.
1300, si è alla fine di un secolo e si era sparsa una credenza tra la gente, ovvero che quella fosse
una data particolare che fosse necessario pentirsi poiché la fine del mondo poteva avvenire da un
momento all’altro; in maniera spontanea, nel Natale del 1299 tanti pellegrini avevano cominciato a
recarsi a Roma sulle tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Il papa decise di sfruttare questa cosa, e
nel febbraio indice con una bolla il Giubileo, facendolo iniziare dal Natale dell’anno prima (dal
25/12/1299 al 25/12/1300): chi si reca a Roma in un certo arco di tempo, visita le chiese di San
Pietro e di San Paolo, può ottenere la remissione di tutte le pene. Fu uno dei primi movimenti di
massa della storia moderna occidentale.
A questo Giubileo, andò anche Dante e lo afferma lui stesso nella Commedia: nel canto XVIII
dell’Inferno, nel luogo Malebolge divisi in due parti, sono puniti i ruffiani, ovvero coloro che hanno
indotto delle donne a soddisfare le voglie di qualcuno, e i seduttori, che esercitarono il medesimo
inganno a proprio vantaggio, invece che a quello altrui. I primi procedono in senso opposto ai
poeti, e Dante può vederli in viso; gli altri si muovono invece nella medesima direzione dei due
poeti. Per spiegare meglio ciò che ha visto, Dante utilizza una similitudine tratta dalla storia
recente: infatti, durante il Giubileo, per fronteggiare la massa di pellegrini che si erano recati a
Roma per ottenere le indulgenze promesse da Bonifacio VIII a chi avesse compiuto speciali atti
liturgici, il ponte di Castel Sant’Angelo era stato diviso in due corsie, separate da transenne: da
una parte stavano i pellegrini che dovevano accedere a San Pietro, dall’altra chi aveva già visitato
la basilica. L’idea era ingegnosa e il poeta poteva essere certo che i lettori contemporanei la
ricordassero bene. La punizione di questi peccatori consiste nell’essere continuamente frustati
sulla schiena da diavoli cornuti: quasi tutti dunque si muovono correndo, per cercare un pò di
scampo.
Il 1300 segna una specie di apice nella vita di Dante, ma le cose si mettono subito male perché il
partito dei Guelfi neri ha l’appoggio del papa Bonifacio VIII: in parte perché nel partito dei neri si
trovavano le grandi banche che sostengono il papa e in parte perché il papa è politicamente molto
attivo (forse l’ultimo dei grandi papi medievali che sostengono il potere temporale della chiesa) e
pone qualche mira una sua egemonia su Firenze. Il papa decide di aiutare i neri anche
militarmente e, dopo una serie di turbolenze, si arriva a un colpo di stato. Nel novembre, il papa
chiama, dalla Francia, Carlo di Valois (fratello del re di Napoli, è un angioino) per abbattere i potere
dei Guelfi bianchi di Firenze e sostituirlo con i neri. Carlo di Valois, con l’aiuto dei Guelfi neri esiliati,
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nel novembre del 1301 entra a Firenze e vennero allontanati i bianchi. Dopodiché iniziano una
serie di processi politici a coloro che avevano che avevano rivestito cariche pubbliche e qui il capo
dei Guelfi bianchi (Vieri dei Cerchi), non avendo mai preso una carica pubblica, in quanto
comandava gli altri, non viene processato perché non era accusato. Fra quelli che avevano
occupato le cariche pubbliche c’era anche Dante.
I Guelfi neri, non si limitano più a mandare in esilio, ma iniziano ad emettere condanne a morte,
perché all’inizio del 1302 (inizio processi e sentenze) i bianchi lasciano la città (la maggior parte si
dirige ad Arezzo, città ghibellina) e si alleano militarmente con i Ghibellini e si trasformano in
traditori della patria.
Dante si stabilisce ad Arezzo e insieme ai Guelfi bianchi esiliati creano l’Università dei Bianchi,
cioè una specie di governo in esilio. Questa università si allea con città ghibelline come Arezzo,
Forlì e con le famiglie feudale ghibelline che da sempre erano in lotta con Firenze.
Per un paio di anni si assiste ad una guerra che non porta a molti risultati. Dante vive fra Arezzo e
Forlì (nel Casentino, valle superiore dell’Arno). Nel 1303, Dante viene mandato a Verona in
missione diplomatica per ottenere l’appoggio dei signori di Bologna (Bartolomeo della Scala) che
non ottiene. Nonostante ciò, Dante rimane a lungo a Verona perchè scopre una grande
biblioteca, ricca di classici che lui non aveva mai potuto leggere finchè restava a Firenze e nel
Casentino.
Ad un certo punto, Dante rompe con i Guelfi bianchi nel 1304, poco prima che i bianchi esiliati
fossero sconfitti in una battaglia decisiva svolta in centro città (battaglia della Lastra).
Dante si allontana da loro e si dirige a Bologna per restarvi un paio di anni. Si dirige a Bologna
perché veniva da Verona dove aveva scoperto la biblioteca capitolare e dove aveva cominciato a
scrivere due grandi opere:
- un’opera filosofica: il “Convivio”, scritto in volgare, anche se essendo un trattato filosofico
doveva essere scritto in latino;
- un’opera linguistica: il “De Vulgari Eloquentia” (eloquenza volgare), scritto in latino, anche
se spiega come funziona il volgare.
Bologna era la grande città universitaria, con un gran numero di biblioteche e professori, e quindi
era una città adatta in cui continuare le sue ricerche. A Bologna era presente un regime guelfo che
faceva capo alla famiglia Lambertazzi, alleati con i Guelfi bianchi di Firenze.
Resta a Bologna per un paio di anni, fino a quando il partito avverso, con a capo la famiglia
Geremei, nemici dei Guelfi bianchi e collegati con i Guelfi neri. All’inizio del 1306 si assiste a una
sollevazione popolare che manda via i Lambertazzi e pone al potere i Geremei. Uno dei primi loro
provvedimenti, in accorto con altre città guelfe come Lucca, provvede di sterminare tutti i
ghibellini e i bianchi che risiedono nelle città guelfe (Firenze, Lucca, Prato, Siena). A questo
punto, Dante è costretto ad andarsene, tanto che rimane nella sua memoria e ne parla sempre nel
canto XVIII dell’inferno. Dopo la visione dei dannati, Dante incontra Benefico
Caccianemico, nobile bolognese, capofazione dei guelfi della città, spesso vittorioso contro i
Lambertini (ghibellini) e favorevole alle mire espansionistiche degli Estensi di Ferrara (amici dei
Geremei) ai danni del suo Comune, motivo per cui probabilmente fu esiliato due volte. Benefico
stesso confessa spontaneamente la colpa per cui si trova nella prima bolgia: ha venduto la sorella
Ghisolabella al marchese d’Este. La vicenda era oscura al tempo di Dante e, come sottolinea il
dannato stesso, ne circolavano diverse versioni: in particolare non è chiaro se l’interesse del
peccatore fosse più politico o più economico. Questo incontro, nella finzione, avviene nel 1300, ma
in quell’anno il Caccianemico era ancora vivo perché muore nel 1303. Dante sapeva benissimo
che Caccianemico fosse vivo, ma era talmente forte il suo odio nei confronti dei Geremei, che non
ha resistito alla tentazione di sbattere all’inferno, con un’accusa infamante, uno degli esponenti dei
Geremei.
Il problema di Dante è quello di dove trovare un posto sicuro; si possiede un atto notarile che
attesta che, nell’ottobre del 1306, Dante si trova in Lunigiana (Sarzana) dove agisce come
procuratore dei cugini Malaspina (signori della Lunigiana, vasta zona che andava da Sarzana a
Borgotaro ) in un atto di pace fra loro e il vescovo di Luni. Dante è presso i Malaspina; nasce così
un rapporto di fedeltà che durerà a lungo, almeno fino alla morte del marchese Moroello (1315). 3
Moroello Malaspina vive facendo il comandante ed è il capo militare della alleanza dei Guelfi
della Toscana, con quartier generale a Firenze. È il massimo capo militare dei nemici politici di
Dante.
Si ipotizza che Dante si sia rivolto proprio a Moroello Malaspina, poiché Dante aveva un grande
amico Cino da Pistoia (rappresentante della poesia stilnovista), famoso legista (studioso di
diritto), professore universitario e quindi aveva molti legami a Bologna e probabilmente aveva
aiutato Dante a inserirsi nell’ambiente bolognese. Cino da Pistoia era un guelfo nero e quindi
legato ai capi dei neri di Firenze, è molto probabile che sia stato proprio lui a fare da mediatore fra
Dante e i Malaspina.
Probabilmente, la scelta di chiedere l’aiuto di Moroello Malaspina era il primo passo di una
strategia che andava molto aldilà: quando Dante capisce che deve andare via da Bologna, per
disperazione prende una decisione, ovvero chiedere perdono ai Guelfi neri di Firenze, chiedere un
amnistia personale per essere riammesso in città. I suoi compagni di esilio non presero bene
questa notizia, infatti quando Dante scriverà il paradiso Cacciaguida dirà che la compagnia
malvagia e scempia è quella dei compagni di esilio che si scaglieranno contro Dante.
L’inferno della commedia ha un valore strumentale perché rappresenta tutta la sua richiesta di
perdono.
Dante firmava per i due cugini perché era l’unica persona colta a cui potevano fare affidamento.
Alla fine del 1308, quando scrive il Purgatorio, l’8° canto contiene un grande elogio a questa
famiglia. Qui incontra Corrado Malaspina il quale dice che non passeranno sette anni che Dante
conoscerà la generosità della sua famiglia. Dante risponde che i Malaspina sono noti in tutta
Europa (v 126) e gli giura che in quel momento la sua famiglia aveva mantenuto vivo le qualità dei
nobili feudali (con il termine “borsa” indicava i soldi che donava per il lavoro fatto, una cortesia, e
usa “spada” perché Moroello era un comandante). Questo elogio spicca perché di solito Dante
parlava male della nobiltà. Leonardo Bruni (1370-1384) era a capo della cancelleria della
repubblica di Firenze e aveva accesso a tutti i documenti di stato. Nel 1436 scrive una vita di dante
dove dice che lui si ridusse all’umiltà per cercare con buone opere e portamenti la grazia di poter
tornare a Firenze grazie a un’amnistia. Per ottenerla Dante scrisse più volte a particolari cittadini e
al popolo (corporazioni che organizzavano le attività economiche di Firenze) e Bruni dice di aver
letto una lettera perduta che cominciava con “popolo mio che cosa ti ho fatto?”. Qui (stando al
riassunto che Bruni ne fa della prima parte soltanto) si capisce che Dante rivendica di essere stato
un cittadino corretto e un politico fedele al bene della città. Qui l’umiltà non c’è a differenza di
quello che diceva Bruni. È evidente però che Dante chiede perdono del fatto che i guelfi bianchi
crearono un’alleanza con i ghibellini. Nel 17° canto del paradiso Dante incontra Cacciaguida, un
suo trisavolo realmente esistito nel 12° secolo, di cui sapeva poco. Sostiene che lui era stato
cavaliere di investitura imperiale e che era morto crociato (notizie che non hanno effettivo
fondamento) cosa che dà alla famiglia Alighieri un bel passato. Qui Cacciaguida profetizza a Dante
il suo esilio futuro (V 55
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