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Dante Alighieri Appunti scolastici Premium

Appunti di letteratura italiana su una Lettura politica della Commedia di Dante basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Santagata dell’università degli Studi di Pisa - Unipi, Interfacoltà. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Letteratura italiana docente Prof. M. Santagata

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L’epistola VII, dal punto di vista della nuova immagine che Dante dà di sé, è scritta quando Enrico

ha l’assedio di Cremona e chiede all’imperatore perché si trovasse ancora in Lombardia, come se

l’Italia fosse solo lì, e che iniziasse a occuparsi dei suoi veri nemici, in particolare di Firenze. Lui

deve scendere con il suo esercito e conquistare con le armi Firenze. Questo è il pensiero degli

esuli ghibellini che temono che l’impresa di Enrico VII fallisse.

Da Genova, Enrico VII arriva a Pisa dove colloca stabilmente la sede della corte imperiale. Dante

va a Genova, lasciando il Casentino, trasferendosi presso la corte imperiale. Dante seguendo la

corte giunge a Pisa (inizi del 1312).

A Pisa, Enrico rimette insieme le sue forze e decide di andare a Roma per essere incoronato; nel

frattempo il papa aveva cambiato opinione (è il grande tradimento che Dante rinfaccerà

continuamente a Clemente V nella Commedia), in quanto ricattato dal re di Francia, si schiera

contro. Si crea un forte schieramento anti-Enrico, che vede insieme il re di Francia, il papa, il re

di Napoli e Firenze. Nonostante questo, Enrico arriva a Roma per essere incoronato, non dal papa

ma da 3 cardinali mandati dal papa: l’incoronazione avveniva di solito a San Pietro, ma gli Orsini

(famiglia romana) occupano militarmente la zona di San Pietro e impediscono l’evento. Si sviluppa

nel centro di Roma una vera battaglia tra le forze di Enrico e quelle a lui ostili. Enrico, il

12/06/1312, deve andare a San Giovanni in Laterano per farsi incoronare. Lascia Roma e inizia a

fare guerre a Firenze e alle città alleate, per mesi combatte in Toscana e ponendo l’assedio a

Firenze.

L’avvenuta del neoimperatore finisca in malo modo: imperatore si ma senza ottenere il controllo sul

territorio italiano; nonostante tutto riesce a compiere una mossa che cambia totalmente lo

scenario: si allea con il re di Sicilia. Infatti, nell’estate del 1313 decide di fare guerra al re di

Napoli, dal nord arriva Enrico VII e dal sud arrivano gli Aragonesi, cosicchè da ottenere una

clamorosa vittoria. Nell’agosto del 1313 Enrico VII muore, il suo esercito si allontana

immediatamente e i pochi fedeli portano il corpo a Pisa, e questa vittoria nel giro di 24ore svanisce.

All’ora si disse che era stato avvelenato dal suo confessore e Dante sembra credere a questa

voce.

A Pisa, Dante scrive “La Monarchia”, trattato in latino nel quale argomenta il diritto dell’imperatore

ad agire indipendentemente dal papa: il potere imperiale deriva direttamente da Dio.

Quando Dante riprende a scrivere il Purgatorio, la tragedia di Enrico VII si sarà già conclusa.

Di Enrico non si parla nel Purgatorio, ci troviamo di fronte ad una cantica che è tra le più

filoimperiali, ma ci troviamo di fronte al paradosso che questa cantica non nomina mai Enrico VII;

alla fine ci sarà una profezia che è relativa ai successori di Enrico VII.

Dopo questo evento, non si sa cosa fa Dante, ma molto probabilmente resta a Pisa per un periodo

per poi trasferirsi a Verona presso Cangrande della Scala.

Verso la fine del 1308 e l’inizio del 1309, scrive il Purgatorio; gli ultimi canti dovrebbero risalire

verso la fine del 1314. Gestione lunga, probabilmente perché all’inizio parte spedito ma a causa

delle vicende politiche lo impegnano ed è probabile che abbia anche interrotto al lavoro della

Commedia. Si ipotizza un periodo in cui non lavora più al poema e successivamente vi ritorna

dopo la morte di Enrico VII, in una situazione completamente cambiata.

Il Purgatorio è diverso dall’Inferno, non solo dal punto di vista politico, ma anche diverso su 3 punti

in particolare:

1. L’atteggiamento di Dante nei confronti dei Ghibellini;

2. L’atteggiamento di Dante nei confronti dell’Impero;

3. L’atteggiamento di Dante nei confronti di Firenze.

I Ghibellini erano stati suoi alleati per far guerra a Firenze. Questa guerra termina in malo modo, in

quanto non riescono a ottenere successi militari e a rientrare a Firenze. Si sa che nel 1304, Dante

si distacca da loro per recarsi a Bologna, dedicandosi a studi filosofici e a scrivere il “Convivio” ed

il “De vulgari eloquentia”. Mandato via da Bologna, 1306, chiede un’amnistia personale, tradendo

i suoi compagni. Nell’Inferno non perde occasione di porre un suo atteggiamento antighibellino,

perché vuole accreditarsi presso i fiorentini in attesa del loro perdono. Per alcuni anni, a capo di

Firenze di trova Corso Donati ma a partire dal 1304, i guelfi neri al potere si dividono in due fazioni

e un po’ alla volta Corso perde il potere, passando così alla fazione opposta, la famiglia della

Tosa. Il declino politico di Corso è sensibile, tanto è vero che nel 1308 decide di andarsene da 16

Firenze e a fare il potestà a Treviso. Quando rientra, prende contatto con i Ghibellini sposandosi

con la figlia di Uguccione della Faggiola (signore di Pisa dopo la morte di Enrico di

Lussemburgo). 6 ottobre 1308 segna la fine delle speranze di Dante a causa della morte di Corso.

La commedia registra questo evento nel canto XXIV; Dante incontra i golosi (parte alta della

montagna), in particola incontra Forese Donati (anche se in realtà lo incontra già nel canto XXIII),

il fratello di Corso Donati e fratello Piccarda Donati. Con Forese, Dante aveva avuto rapporti stretti

di amicizia. I golosi sono costretti al digiuno e Dante è stupito di vedere queste anime, e mentre le

osserva (v.40), un’anima si rivolge a Dante che riconoscerà dalla voce Forese Donati. Egli prega il

poeta di non badare al suo aspetto stravolto, bensì di spiegargli le ragioni della sua presenza lì e

chi sono le due anime che lo accompagnano. Dante risponde che il volto scavato di Forese lo

induce a piangere non meno del suo viso al momento della morte, quindi gli chiede la ragione per

cui essi sono così smagriti, in quanto solo dopo aver soddisfatto questa sua curiosità egli potrà

rispondere alla domanda dell'amico. Dante ricorda che la morte di Forese è avvenuta meno di

cinque anni prima, per cui, dal momento che l'amico peccò fino all'ultima ora e si pentì solo in

punto di morte, non comprende come mai si trovi già in questa Cornice e non nell'Antipurgatorio.

Forese spiega che ciò è stato possibile grazie alla moglie Nella, che dopo la sua morte ha rivolto le

sue preghiere a Dio e gli ha permesso di salire direttamente alla VI Cornice, senza neppure

trattenersi nelle altre. Nella è tanto più cara a Dio, in quanto a Firenze è ormai la sola donna che si

comporti rettamente, poiché le donne della Barbagia sono assai più modeste e pudiche delle sue

concittadine. Forese prevede che di lì a non molto tempo dal pulpito si dovrà proibire

espressamente alle donne di Firenze di andare in giro a petto nudo; e quali donne, barbare o

saracene, ebbero mai bisogno di un simile divieto? Ma se le Fiorentine sapessero cosa le attende,

comincerebbero già a urlare, poiché Forese prevede che su di loro si abbatterà un terribile castigo

nel giro di pochissimi anni. A questo punto Forese invita Dante a rivelare le ragioni della sua

presenza, da vivo, in Purgatorio, per soddisfare la curiosità sua e di tutti gli altri penitenti che lo

osservano stupiti.

Nel canto XXIV prosegue il loro dialogo, interrotto da un altro dialogo con l’anima di Bonagiunta

da Lucca. È il famoso dialogo in cui si trova la definizione di “dolce stil novo”. Lui è un rimatore

lucchese della generazione anteriore a quella di Dante, è un rimatore di stile cortese (pre-

stilnovista). Dante si rivolge a lui e lo invita a parlargli, al che Bonagiunta risponde che nella sua

città, Lucca, è già nata una femmina che è ancora giovinetta e che avrà modo di ospitarlo durante

il suo esilio. Il penitente invita Dante a ricordarsi la sua profezia, che sarà avvalorata dai fatti,

quindi gli chiede se sia proprio lui il poeta che ha iniziato le nuove rime con la canzone “Donne

ch'avete intelletto d'amore”. Dante spiega di essere un poeta che, quando scrive, segue

strettamente la dettatura di Amore: Bonagiunta afferma di capire quale differenza separa lui,

Giacomo da Lentini e Guittone d'Arezzo dal «dolce stil novo» che Dante ha appena definito. Il

penitente comprende che gli stilnovisti seguirono l'ispirazione amorosa, a differenza sua e dei

poeti della sua scuola, quindi tace mostrandosi soddisfatto della risposta. Forese resta con Dante,

camminando lentamente, chiedendo poi all'amico quando lo rivedrà. Dante risponde di non sapere

quanto gli resti ancora da vivere, ma certo è grande il suo desiderio di staccarsi dalle cose terrene

e di lasciare la città di Firenze, che di giorno in giorno mostra il suo declino morale. Forese ribatte

che molto presto il principale responsabile di questa situazione (il fratello Corso) verrà trascinato

all'Inferno legato alla coda di un cavallo, che lo sfigurerà orribilmente. Non passeranno molti anni,

aggiunge, prima che i fatti chiariscano a Dante il senso della sua oscura profezia. Alla fine delle

sue parole Forese si accommiata da Dante e raggiunge i compagni di pena, per non perdere

troppo tempo nell'espiazione delle sue colpe. È la prima volta che Dante accusa apertamente uno

dei capi del partito nero della rovina di Firenze; ma Corso Donati non è stato il solo, nel colpo di

stato del 1301 un ruolo determinante l’ha avuto Carlo di Valois. Alcuni canti prima del XXIV, nel

canto XX si parla appunto di Carlo di Valois. In questo girone si trovano gli avari (avidi di

ricchezza, di potere) e i prodighi. In questo canto, Dante incontra Ugo Capeto, il capostipite della

dinastia dei re di Francia. Egli dichiara di essere il capostipite della dinastia francese dei Capetingi,

che danneggia tutta la cristianità e raramente produce buoni frutti, profetizzando la vendetta delle

terre fiamminghe contro Filippo il Bello. Si presenta come Ugo Capeto, da cui sono nati i re

francesi chiamati Filippo e Luigi e figlio a sua volta di un macellaio di Parigi: dopo essere entrato in

possesso del regno, circondato da amici, lasciò la corona in successione a suo figlio dal quale

ebbe inizio la dinastia capetingia. I suoi discendenti, fino all'annessione della Provenza, non si 17

segnalarono per grandi imprese ma neppure commisero malefatte; da quel momento in avanti,

invece, la dinastia iniziò una lunga serie di ruberie e violenze, di cui fece ironicamente ammenda

Filippo il Bello occupando Normandia e Guascogna. Sempre per ammenda, Carlo I d'Angiò invase

il regno di Napoli e mandò a morte Corradino e poi san Tommaso d'Aquino; di lì a poco Carlo di

Valois lascerà la Francia armato solo del tradimento e colpirà duramente Firenze, impresa che non

gli procurerà una terra ma solo vergogna e disonore. Carlo II d'Angiò, invece, arriverà al punto di

vendere la propria figlia a Azzo VIII d'Este come fanno i corsari con le schiave, dimostrando che

l'avarizia ha del tutto soggiogato i Capetingi. Il culmine di tali empietà sarà raggiunto da Filippo il

Bello, che manderà i suoi emissari ad Anagni a oltraggiare papa Bonifacio VIII: Cristo sarà

catturato e deriso nella persona del suo vicario, ucciso nuovamente tra due ladroni. Il penitente

profetizza ancora che Filippo, nuovo Pilato, porterà le sue vele nel Tempio (scioglierà cioè l'ordine

dei Templari). Ugo Capeto invoca per tutti costoro la vendetta e l'ira divina.

Nel Purgatorio, Dante “fa i conti” con la guerra civile fiorentina.

Il cambiamento nei confronti dei ghibellini si può notare poiché Dante finalmente parla

apertamente delle responsabilità politiche di ciò che è successo a Firenze. Nei primi canti del

Purgatorio, Dante, non a caso, mette in scena l’incontro con due grandi ghibellini: Manfredi, figlio

di Federico II (III canto) e Bonconte da Montefeltro, figlio di Guido da Montefeltro (V canto).

Nel canto III si trovano gli scomunicati che si sono pentiti all’ultimo momento. Una delle anime si

rivolge a Dante e lo invita a guardarlo, per capire se lo ha mai visto sulla Terra. Il poeta lo osserva

e lo guarda con attenzione, vedendo che è biondo, bello e di nobile aspetto, e ha uno dei

sopraccigli diviso da un colpo. Dopo che il poeta gli ha risposto di non averlo mai visto, il penitente

gli mostra una piaga che gli attraversa la parte alta del petto, quindi di presenta come Manfredi di

Svevia, nipote dell'imperatrice Costanza d'Altavilla. Egli prega Dante, quando sarà tornato nel

mondo, di dire a sua figlia Costanza la verità sul suo stato ultraterreno. Manfredi racconta che

dopo essere stato colpito a morte nella battaglia di Benevento, piangendo si pentì dei suoi peccati

e nonostante le sue colpe fossero gravissime fu perdonato dalla grazia divina. Male fece il vescovo

di Cosenza, istigato da papa Clemente IV, a far disseppellire il suo corpo che giaceva sotto un

mucchio di pietre vicino a un ponte e a farlo trasportare a lume spento fuori dai confini del regno

di Napoli, lungo il fiume Liri. La scomunica della Chiesa infatti non impedisce di salvarsi finché c'è

un po' di speranza, anche se chi muore in contumacia deve poi attendere nell'Antipurgatorio un

tempo superiore trenta volte al periodo trascorso come scomunicato, a meno che qualcuno con le

sue preghiere non accorci questo periodo. Manfredi prega dunque Dante di rivelare tutto questo

alla figlia Costanza, perché lei con le sue preghiere abbrevi la sua permanenza nell'Antipurgatorio.

Manfredi è stato scomunicato più volte dal papa, ed è il maggior punto di riferimento di tutte le

forze ghibelline (antipapali) dopo la morte di Federico II. A Dante non interessa che egli sia

scomunicato, e lo salva ponendolo in Purgatorio. All’inferno, quando aveva fatto sua la propaganda

sua antighibellina, aveva messo Federico II tra gli eretici; adesso, di quello che dice della

propaganda guelfa e antipapale si interessa completamente ponendo, appunto, Manfredi nel

Purgatorio; spiega anche che la scomunica non consente di determinare quale sia la sorte di

un’anima dopo la morte. La scomunica di Manfredi era accompagnata dalla maledizione dei papi,

tuttavia queste maledizioni non impediscono all’amore eterno di Dio di rivolgersi al peccatore

quando ancora può sperare di salvarsi. Dante vuole affermare che la giustizia divina si muove

secondo criteri che non sono sempre evidenti al mondo e che il destino ultraterreno degli uomini

dipende non solo dalle loro azioni terrene (i peccati di Manfredi erano stati, per sua stessa

ammissione, orrendi), ma soprattutto dalla sincerità del loro pentimento che solo Dio può leggere

nel profondo del cuore (è il caso opposto a quello di Guido da Montefeltro, che tutti credevano

salvo perché fattosi francescano, ma che invece è dannato perché il suo pentimento non era

sincero). La polemica di Dante è quindi rivolta contro le istituzioni ecclesiastiche corrotte, che si

arrogano il diritto di stabilire in modo irrevocabile il destino ultraterreno dei loro nemici, mentre solo

Dio può sapere con certezza se uno, dopo la morte, sia salvo o dannato: le parole di Manfredi

sono rivolte soprattutto alla figlia Costanza, che sapendo della sua salvezza può pregare per lui e

accorciare il periodo di attesa nell'Antipurgatorio (il che è un'ulteriore polemica contro la Chiesa

che lucrava sulle preghiere per i defunti, che invece sono demandate alla fede dei congiunti rimasti

in vita). Lo «scandalo» di Manfredi riafferma dunque il discorso di Virgilio in apertura di Canto,

ovvero il fatto che l'uomo non può sapere tutto e che c'è un limite alla ragione umana, per cui la 18

giustizia divina non è sempre spiegabile razionalmente o alla luce soltanto delle azioni pubbliche di

un personaggio: occorre l'umiltà, anche da parte di papi e vescovi, di rimettersi al giudizio divino,

come ha fatto Manfredi che non ha parole astiose nei confronti di chi (come papa Clemente IV o il

vescovo di Cosenza) ha disseppellito i suoi resti e li ha dispersi come si usava fare con gli

scomunicati.

Rispetto al finale dell’Inferno, si può notare un ribaltamento; verso la fine dell’Inferno aveva

trovato Guido da Montefeltro (condottiero ghibellino che Dante non solo pone nell’inferno, ma che

Dante cerca di sminuire la figura insistendo che la figura sia stato un grande condottiero);

arrivando nel Purgatorio si trova, invece, un apologia di Manfredi (colui che propose di radere al

suolo Firenze).

Nel canto V troviamo coloro che si sono pentiti all’ultimo momento ma che sono morti di morte

violenta, qui si trovano in particolare due personaggi: Iacopo del Cassero e Bonconte da

Montefeltro.

Iacopo del Cassero (comandante militare, guelfo, che aveva partecipato alla battaglia Campaldino

tra i fiorentini) dice che gli spiriti si fidano di Dante senza bisogno di giuramenti, quindi lo prega, se

mai andrà nel paese posto tra la Romagna e il regno di Napoli (la Marca Anconetana), di pregare a

sua volta i suoi conoscenti a Fano affinché essi preghino per abbreviare la sua permanenza

nell'Antipurgatorio. Lui è originario di Fano, ma le ferite che lo hanno ucciso gli furono inferte in

territorio padovano, dove credeva di essere al sicuro: il colpevole fu Azzo d'Este, adirato con lui

ben al di là del lecito. Se lui fosse fuggito verso la Mira, sul Brenta, quando fu raggiunto dai suoi

assassini ad Oriago, sarebbe ancora vivo; invece rimase impigliato nella palude e cadde a terra

vedendo spargersi il suo sangue.

Un altro spirito prende la parola, augurando a Dante di raggiungere la sommità del monte e

pregandolo di aiutarlo. Si presenta come Bonconte da Montefeltro, la cui vedova non si cura di lui

sulla Terra, per cui il penitente va con la fronte bassa. Dante gli chiede quale circostanza fece sì

che il suo corpo non fosse mai ritrovato dopo la sua morte nella battaglia di Campaldino: il

penitente risponde che ai piedi del Casentino scorre un fiume di nome Archiano, che nasce in

Appennino e sfocia in Arno. Qui Bonconte arrivò con la gola squarciata, a piedi e sanguinante, e

prima di morire si pentì nominando Maria: una volta morto, la sua anima fu presa da un angelo,

mentre un diavolo protestava perché, a causa del suo tardivo pentimento, non poteva portarlo all'

Inferno. Il demone infierì però sul suo corpo: Bonconte spiega che nell'atmosfera si raccoglie

l'umidità che si trasforma in pioggia a causa del freddo, per cui il diavolo usò il suo potere per

scatenare una terribile tempesta che coprì di nebbia tutta la pianura e riversò una gran quantità

d'acqua a terra. Il suolo non la poté assorbire tutta ed essa riempì i fossati confluendo poi nei fiumi,

fino all'Arno; le acque dell'Archiano, con la sua corrente rapinosa, trascinarono via il corpo di

Bonconte nell'Arno, sciogliendo il segno della croce che lui aveva fatto in punto di morte, quindi il

suo cadavere fu seppellito sul fondale del fiume.

Nel canto XXVII dell’Inferno riguardo Guido da Montefeltro, lui dà al papa un consiglio fraudolento

su come vincere i Colonna e si decide perché il papa lo assolve in anticipo del peccato che sta per

commettere; dopo la sua morte, San Francesco si presenta per prendere la sua anima ma uno

degli angeli caduti gli disse di non prenderlo perché deve andare giù all’Inferno perché diede il

consiglio fraudolente. Muore Guido e Dante inscena questa contesa tra un santo e un demone per

l’anima del defunto, cioè è evidente che Dante vuole chi legga il canto V del Purgatorio si ricorda

ciò che era stato detto nel canto XXVII dell’Inferno (mette in relazione la diversa sorte del figlio

rispetto alla sorte del padre).

Nell’Inferno Dante non parla dell’impero. L’ottica dell’inferno è fiorentina, la bestia nera dei fiorentini

è l’impero. Dante, ancora prima di scrivere l’Inferno, non è più un guelfo municipale, ha maturato

un ideologia filoimperiale; nel Purgatorio e nel De Vulgari, si esprime chiaramente sulla necessità

dell’impero per portare la pace, indispensabile per l’uomo per trovare la felicità sulla terra.

Nell’Inferno non ne parla, e la volta in cui ne parla esprime un opinione che si può definire guelfa;

proprio all’inizio del poema, quando si spaventa per l’idea del viaggio che Virgilio gli prospetta nel

mondo dei morti, Dante si chiede perché dovesse essere proprio lui e che solo due persone sono

giunte nel mondo dei morti: Enea e San Paolo. Quando Dante parla di Enea afferma che Enea,

immortale, è andato del mondo dei morti, però se Dio (avversario di ogni male) gli ha concesso di

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andare con il corpo nel regno dei morti, l’ha fatto perché da quel viaggio avrebbe saputo che

sarebbe nata Roma e che tale impero sarebbe stato il passo necessario che il cristianesimo si

fondasse e che Roma stessa diventerà la sede del papa. Non è l’impero che si muove in parallelo

con il papa, ma Dio ha voluto l’impero perché da lì doveva nascere il papato. Nel Purgatorio il

discorso è completamente diverso: nel canto XVI Dante espone la teoria dell’impero e di come

l’impero e il papato debbano agire l’uno nei confronti dell’altro. In questo canto, si trovano gli

iracondi, Dante incontra Marco il lombardo. Esso fà un lungo discorso incentrato sull’impero: se

il mondo attuale è degenere, la causa è dunque tutta degli uomini e Marco lo può dimostrare

chiaramente. Egli spiega a Dante che l'anima, una volta creata, è come una fanciulla

inconsapevole, che è mossa dalla bontà di Dio e si indirizza verso ciò che le dà piacere. Essa

rivolge il proprio amore anche a beni materiali e sbagliati, se non viene frenata e guidata

opportunamente: per questo esistono le leggi ed è necessario che un sovrano le applichi con

rigore. La causa della corruzione presente del mondo è tutta nell’uomo, perché l’uomo desidera,

ma se non modera i suoi desideri, questo sua volontà di desiderio si trasforma in avidità, si

tramuta in comportamenti negati. Per questo ci vogliono delle leggi che pongono dei freni alle

inclinazioni degli uomini. Le leggi nel mondo esistono, ma chi le fa rispettare? Nessuno, dal

momento che il papa guida il gregge dei fedeli, confondendo però il potere spirituale con quello

temporale. Il popolo vede che il pontefice corre dietro ai beni terreni, quindi fa altrettanto e non

chiede altro; dunque la causa del male del mondo è la cattiva condotta degli uomini e non la

cattiva influenza dei cieli. Roma aveva due soli (l'imperatore e il papa) che illuminavano due

diverse strade, quella del mondo e quella di Dio: essi si sono spenti a vicenda, perché la spada si

è unita al pastorale e questo connubio è decisamente negativo, poiché i due poteri non si temono

l'un l'altro.

L’impero che manca nel discorso dell’Inferno è invece presente nel Purgatorio. Nel canto XVI del

Purgatorio, fra gli iracondi, Dante incontra Marco che si definisce Lombardo di origine. Dante

(personaggio) chiede di risolvergli un dubbio: “il mondo è diventato malvagio a causa di influssi

astrali negativi? O è colpa degli uomini?”, Marco fa una lunga argomentazione per dimostrare che

ci sono si gli influssi astrali, però determinano solo i primi impulsi delle azioni, ma gli uomini sono

dotati di libero arbitrio e quindi hanno la capacità di assecondare gli impulsi positivi e di

contrastare quelli negativi, per cui se il mondo è diventato malvagio la colpa non è delle stelle

(degli influssi negativi che arrivano sulla terra), ma la colpa è degli uomini. Il mondo è diventato

reo perché a dirigere gli impulsi umani, per moderarli o per correggerli, sono le leggi. Queste leggi

esistono, però sono inoperose/inefficienti perché non c’è nessuno che le faccia rispettare. Non c’è

nessuno perché non c’è l’imperatore; è presente il papa, però quest’ultimo non è in grado di

difendere sul piano temporale. Il papa si preoccupa dei beni mondani, le sue azioni sono di tipo

egoistico, quindi il popolo cristiano vedendo il papa comportarsi in questo modo non può che

comportarsi alla stessa maniera. Il papa con il suo esempio è la causa prima in cui il mondo è

caduto. A questo punto, Marco Lombardo getta il suo sguardo al passato, alla Roma antica

cristiana (dopo Costantino), e dice che Roma, che governava in buona maniera, aveva due soli

come guida; soli che illuminavano entrambe le strade: la strada del mondo (felicità terrena) e la

strada di Dio (beatitudine eterna). I due soli sono ovviamente l’impero e il papato. Esistevano

due poteri: il potere temporale e il potere spirituale.

Questa metafora del papa come sole è una metafora che proviene da lontano (colui che guida) e

in genere si accompagnava, nel Medioevo, all’altra metafora relativa all’imperatore, che era

indicato come luna: c’era un sole e una luna per indicare il livello più alto del potere spirituale; due

astri indipendenti che guidino entrambi ma non appartenevano allo stesso livello. Dante, invece, li

pone sullo stesso piano: sono due soli entrambi. In seguito, uno di questi soli ha eclissato l’altro

sole ed è giunta la spada (simbolo del potere temporale imperiale) si è congiunta con il pastorale

(bastone del Vescovo, simbolo del potere spirituale).

Insieme per viva forza, in modo innaturale, non si bilanciano più e quindi operano male. Marco

Lombardo aggiunge che se non gli crede, Dante deve guardare gli effetti che questo ha provocato:

in Lombardia (per indicare tutta l’Italia settentrionale) fiorivano valore, virtù e cortesia (virtù proprie

della nobiltà) prima che il papa facesse guerra a Federico II. Il responsabile non è Federico II che

fa guerra al papa, ma è Federico II che subisce e che viene tormentato dai problemi da parte del

papa (rovesciamento rispetto a quanto visto nell’Inferno in cui non si parla dell’Impero ma si coglie

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una prospettiva filoguelfa). La decadenza della società comincia dal momento in cui il papa

comincia a perseguitare l’ultimo imperatore legittimo (Federico II). Per quel paese può sicuramente

passare chiunque che in passato si fosse vergognato di aver avuto rapporti o essersi avvicinato a

brave persone. In tutta l’Italia settentrionale, gli uomini hanno dimenticato le virtù; ne sono rimasti

solo 3 di uomini e per di più non vedono l’ora di morire: Corrado da Palazzo (capitano della parte

guelfa), Gherardo da Camino (non è un personaggio secondario, era il padre di Rissardo da

Camino, erano i signori di Treviso; guelfo anche lui e simpatizzante nera, ma Dante lo chiama il

buon Gherando, quindi ha un giudizio molto positivo su di lui ed è quasi sicuro che nel primo

soggiorno che Dante fa a Verona 1303-1304 è ospite dei Camino) e Guido da Castello (si può

chiamare semplicemente Lombardo, alla maniera dei francesi il semplice ha valore positivo. Lui

era di Reggio Emilia, guelfo anche lui), loro mantengono vivi gli antichi costumi e rimproverano

l’età nova.

Il Purgatorio è filoimperiale, antifiorentino, ma è una cantica che si può definire malaspiniana, cioè

la cantica in cui Dante rende omaggio a quelli che sono i suoi veri protettori, ossia i Malaspina.

Inoltre, Marco aggiunge che la Chiesa di Roma (colpevole nominato in maniera esplicita) per

accentrare in sé i due poteri, cade nel fango e sporca sé stessa e il carico del potere temporale

che si addossato: questa è la conclusione del lungo discorso di Marco Lombardo. La Chiesa di

Roma è la causa della corruzione dell’uomo. Dante non ha cambiato idea passando dall’Inferno al

Purgatorio, perché già prima di iniziare a scrivere l’Inferno (non in maniera così radicale)

professava idee filoimperiali e quindi sostanzialmente antiguelfe; quando inizia a scrivere l’Inferno

rinuncia a scrivere il suo vero pensiero. Non è stato un cambiamento di idee, semplicemente ora

nel Purgatorio dichiara ciò che pensa senza più alcune regola.

Affinchè l’umanità proceda bene occorrono due soli: se il sole spirituale uccide il sole temporale è

un disastro, per questo Dante sostiene la necessità dell’Impero così da ottenere un mondo ben

ordinato. Se non c’è il potere che regola il mondo e la società cristiana, quest’ultima riscontra

difficoltà anche a perseguire la strada che dovrebbe portare a Dio. L’assenza del potere temporale

si riflette sul piano dello spirituale, diventa il vero fattore della corruzione odierna in cui l’Italia e il

mondo cristiano versa. È una convinzione che egli esprime più volte, ma che in questi canti del

Purgatorio non ha modo di articolare un “progetto politico” ed è per questo che resta solo un

“progetto teorico”. Nel Purgatorio si trova continuamente una specie di lamentela sui danni che

l’assenza dell’imperatore provoca nella cristianità. Tutto questo è esplicito proprio in uno dei primi

canti del Purgatorio, canto VI, canto che contiene la celebre invettiva di Italia mia. In questo

canto, ancora nell’Antipurgatorio, soggiornano le anime morti per forza che si sono pentite

all’ultime momento e devono restare li almeno per il numero di anni che hanno vissuto in terra nel

peccato prima di poter andare nel Purgatorio. Dante incontra l’anima di Sordello da Goito che li

osserva in maniera fiera e dignitosa. Virgilio si avvicina per chiedere all’anima la strada da

percorrere, ma non rispose alla sua richiesta e domandò loro da dove venissero e che vita

avessero fatto. Virgilio inizia col dire che veniva da Mantova, ma non fece in tempo a finire la frase

che l’ombra si alzò di scatto verso di lui dicendo che lui era Sordello e proveniva dalla sua stessa

terra e si abbracciarono. Sordello era nato a Goito (in territorio mantovano) all'inizio del XIII sec. Di

famiglia nobile ma decaduta, fin da giovane frequentò la corte del conte Riccardo di S. Bonifacio,

allora signore di Verona; ne celebrò la moglie Cunizza, sorella di Ezzelino da Romano, di cui pare

fosse invaghito e che poi rapì o della quale agevolò la fuga, d'accordo coi fratelli di lei. Fu poi in

varie corti in Italia, andando in Provenza alla corte di Raimondo Berengario IV e passando in

seguito al servizio di Carlo I d'Angiò, col quale tornò in Italia dove ebbe da lui in dono alcuni feudi

negli Abruzzi (1269). Morì non molto dopo tale data. Durante il soggiorno in Provenza perfezionò la

conoscenza della lingua occitanica (lingua d’oc) e scrisse il suo componimento più famoso,

il Compianto in morte di Ser Blacatz (1236), una satira-invettiva in cui passa in rassegna i

maggiori personaggi politici del tempo biasimandone la codardia e invitandoli a cibarsi del cuore di

Blacatz per acquistarne la virtù e il coraggio. È citato da Dante nel De vulgari eloquentia (I, 15, 2)

come poeta illustre ed esempio di chi si è allontanato dal proprio volgare municipale: «essendo un

uomo di grande eloquenza, non solo si allontanò dal volgare della sua patria poetando, ma anche

parlando in ogni occasione».

Dopo la presentazione di Sordello, Dante (autore) a questo punto prorompe in una violenta

invettiva contro l'Italia, definita sede del dolore e nave senza timoniere in una tempesta, non più

21

signora delle province dell'Impero romano ma bordello: l'anima di Sordello è stata prontissima a

salutare Virgilio solo perché ha saputo che è della sua stessa terra, mentre i cittadini italiani in vita

si fanno guerra, anche quelli che abitano nello stesso Comune. L'Italia dovrebbe guardare bene

entro i suoi confini e vedrebbe che non c'è parte di essa che gode la pace. A che è servito

che Giustiniano ordinasse le leggi se poi non c'è nessuno a metterle in pratica? Gli Italiani

dovrebbero permettere all'imperatore di governarli, invece di lasciare che il paese vada in rovina,

affidato a gente incapace. Dante accusa l'imperatore Alberto I d'Asburgo di abbandonare l'Italia,

diventata una bestia sfrenata, mentre dovrebbe essere lui a cavalcarla: si augura che il giudizio

divino colpisca duramente lui e i discendenti, perché il successore ne abbia timore. Infatti Alberto e

il padre (Rodolfo d'Asburgo) hanno lasciato che il giardino dell'Impero sia abbandonato: Alberto

dovrebbe venire a vedere le lotte tra famiglie rivali, gli abusi subìti dai suoi feudatari, la rovina della

contea di Santa Fiora.

Dante riconduce la causa principale di tali lotte all'assenza di un potere centrale, che nella sua

visione universalistica doveva essere garantito dall'Impero: è l'imperatore che dovrebbe regnare a

Roma e assicurare pace e giustizia agli Italiani, invece il paese è ridotto a una bestia selvaggia che

nessuno cavalca né governa (e a poco serve che Giustiniano le avesse sistemato il freno, cioè

avesse emanato il Corpus iuris civilis visto che nessuno fa rispettare le leggi). L'immagine del

paese come un cavallo che dev'essere domato è la stessa usata nella Monarchia (III, 15) e nel

Convivio (IV, 9), dove si dice che il potere temporale ha soprattutto il compito di assicurare il

rispetto delle leggi: la polemica è rivolta contro i Comuni italiani ribelli, che come Firenze non si

sottomettono all'autorità imperiale, ma anche contro il sovrano stesso che rinuncia a esercitare i

suoi diritti, come Alberto I d'Asburgo che lascia la “sella vòta” e preferisce occuparsi delle cose

tedesche, seguendo il cattivo esempio del padre Rodolfo I.

Dovrebbe vedere Roma che piange e si lamenta di essere abbandonata dal suo sovrano, la gente

che si odia, e se non gli sta a cuore la sorte del paese dovrebbe almeno vergognarsi della sua

reputazione. Dante si rivolge poi a Giove (Cristo), crocifisso in Terra per noi, e gli chiede se rivolge

altrove lo sguardo oppure se prepara per l'Italia un destino migliore di cui non si sa ancora nulla.

Le città d'Italia, infatti, sono piene di tiranni e ogni contadino che sostenga una parte politica viene

esaltato come un Marcello [potrebbe essere il pompeiano G. Claudio Marcello, avversario

irriducibile di Cesare, o anche M. Claudio Marcello, espugnatore di Siracusa e salvatore della

patria: Dante vorrebbe dire che ogni contadino che si mette a capo di una fazione si atteggia a

ribelle dell'autorità imperiale, o a salvatore della patria (le due interpretazioni non si escludono a

vicenda)].

Nella visione anacronistica di Dante l'imperatore detiene un potere che deriva da quello dell'Impero

romano di Cesare e Augusto, quindi il suo compito è quello di ristabilire la sua autorità su tutta

Italia stroncando con la forza ogni resistenza, specie quella dei Comuni guelfi alleati col papa.

Dante osserva ironicamente che Firenze può essere lieta del fatto di non essere toccata da questa

digressione, visto che i suoi cittadini contribuiscono alla sua pace. Molti sono giusti e tuttavia sono

restii a emettere giudizi, mentre i fiorentini non hanno alcun timore e si riempiono la bocca di

giustizia; molti rifiutano gli uffici pubblici, mentre i fiorentini sono fin troppo solleciti ad assumersi le

cariche politiche. Firenze dev'essere lieta, perché è ricca, pacifica e assennata: Atene e Sparta,

città ricordate per le prime leggi scritte, diedero un piccolo contributo al vivere civile rispetto a

Firenze, che emette deliberazioni così sottili (cioè esili) che quelle di ottobre non arrivano a metà

novembre. Quante volte la città, a memoria d'uomo, ha mutato le sue usanze! E se Firenze bada

bene e ha ancora capacità di giudizio, ammetterà di essere simile a un'ammalata che non trova

riposo nel letto e cerca di lenire le sue sofferenze rigirandosi di continuo.

Atene e Sparta fecero ben poco rispetto a Firenze, i cui provvedimenti di legge sono così sottili che

durano solo poche settimane, mentre la città cambia nel breve volgere di tempo tutti i suoi costumi,

simile a un'ammalata che si rigira nel letto senza trovare pace. L'ultima immagine è molto efficace,

in quanto riassume la triste condizione di tante città italiane “piene... di tiranni”, come è stato

detto prima, e in cui anche i cittadini di più umile condizione diventano capi-fazione e sono pronti a

commettere ogni sorta di abuso; è un tema già affrontato varie volte da Dante nel poema e che

tornerà soprattutto nei Canti in cui si affronterà ancora la spinosa questione dell'autorità imperiale

22

(ad es. il XVI del Purgatorio, ma anche il VI e i XIX-XX del Paradiso, al centro dei quali sarà il tema

della giustizia terrena).

Il giudizio negativo-sarcastico su Firenze salta fuori continuamente anche in contesti dove non

sarebbe di per sé richiesto. La visione politica che Dante esprime nel Purgatorio ha due cardini,

con effetti che toccano tutta la cristianità:

• Assenza dell’impero

• Usurpazione da parte del papato

Uno dei fenomeni politici strutturali in atto al tempo di Dante è la crescita dei primi stati nazionali, si

rompe l’unità politica dell’Europa (che aveva appunto come cardine l’istituzione imperiale) e

incominciano a formarsi degli stati governati da re che agiscono autonomamente. Esso è l’inizio di

quel progetto che porterà alla formazione di stati nazionali, processo che muove i primi passi

grazie alle autorità locali che iniziano ad autonomizzarsi dall’imperatore. Dante, che è fautore del

vecchio ordine, va contro le monarchie che cominciano a consolidarsi in quel periodo. Lo stesso

Sordello, che pone questo quadro incentrato sull’Italia, allarga il suo discorso all’intera Europa e

questo avviene nel canto VII del Purgatorio. Nel canto VII si entra in una valletta fiorita (assomiglia

tantissimo al luogo del Limbo, dove Dante incontra i grandi spiriti che non avendo conosciuto il

cristianesimo non potevano essere salvati) e i 3 personaggi si recano in questa valle.

L'apertura si collega ai vv. 71-75 del Canto VI, col penitente che si felicita col concittadino Virgilio e

poi ne apprende il nome, gettandosi ai suoi piedi in segno di rispetto e dedicandogli un commosso

elogio per i suoi meriti di poeta; è una situazione che anticipa quella dei Canti XXI-XXII, in cui il

poeta latino riceverà gli elogi ancora più appassionati di Stazio. Il riconoscimento dell'alto

magistero poetico di Virgilio da parte di Sordello non è casuale, in quanto tutta la seconda parte

del Canto con la presentazione delle anime della valletta sarà un chiaro riferimento al libro VI

dell'Eneide, all'episodio in cui l'ombra di Anchise mostra al figlio Enea nei Campi Elisi le anime dei

futuri grandi eroi di Roma.

Dante sottolinea il fatto che uno spettacolo così ameno è frutto dell'arte divina, poiché i colori più

vivi dei pittori non potrebbero gareggiare con lo splendore dell'erba e dei fiori, né col loro odore

soave (è il tema dell'arte umana che non può riprodurre la natura creata da Dio, già presente nel

proemio della Cantica e che sarà ripreso nei Canti dedicati ai superbi). È naturalmente Sordello a

passare in rassegna i più ragguardevoli tra i principi che si trovano nella valletta, stando su

un'altura rocciosa come Anchise aveva fatto con Enea nell'episodio citato: la scelta di Sordello

come guida di Dante e Virgilio è legata al “Compianto in morte di Ser Blacatz” da lui composto, in

cui aveva biasimato i vizi dei principali sovrani del suo tempo secondo lo schema

del planh provenzale. Le analogie sono molte, a partire dal fatto che nel Compianto egli cita otto

sovrani partendo dall'imperatore e finendo con due vassalli minori, come fa qui Dante che parte da

Rodolfo e finisce con Guglielmo del Monferrato; notevoli sono però anche le differenze, perché

Dante non critica tanto le colpe di questi principi (che furono «negligenti» soprattutto per la cura

della loro anima, essendosi pentiti tardivamente) quanto quelle dei loro successori che diventano il

vero bersaglio polemico di Sordello. La rassegna anticipa quella di Pardiso, XIX, in cui l'aquila

accuserà duramente i cattivi principi cristiani, e si collega a tutti quei passi del poema in cui Dante

rimprovera i sovrani temporali di non amministrare nel modo dovuto la giustizia, fatto che è

all'origine di tanti mali che affliggevano l'Italia (e l'Europa) del Trecento.

I principi vengono mostrati a coppie, a cominciare da Rodolfo I d'Asburgo (l'imperatore siede più

alto di tutti e si rammarica di non aver fatto fino in fondo il proprio dovere) e Ottocaro II di Boemia,

che in vita furono nemici e si combatterono strenuamente: Ottocaro contestò la nomina imperiale

di Rodolfo, mentre qui in Purgatorio ne la vista lui conforta, quindi i due implacabili nemici si sono

riconciliati e hanno perdonato le offese subìte. Se Rodolfo ha le sue colpe avendo lasciato vacante

la sede imperiale in Italia, cosa che Dante rimproverava anche al figlio Alberto nel Canto

precedente, Ottocaro è stato invece un ottimo sovrano e può rammaricarsi del successore, il figlio

Venceslao II che fu uomo inetto e vizioso e che Dante accuserà anche nel passo citato

del Paradiso. L'altra coppia è formata da Filippo III l'Ardito e Enrico I di Navarra, rispettivamente

padre e suocero di Filippo il Bello che Dante più volte biasima nel poema: entrambi furono valenti

sovrani e si rammaricano proprio della vita... viziata e lorda dell'attuale re di Francia, il primo

battendosi il petto e il secondo sospirando (di Filippo III viene detto che morì fuggendo e 23

disfiorando il giglio, con allusione al disastro della flotta francese a Las Formiguas del 1285: può

essere un'accusa di aver disonorato la corona, ma forse è solo un accenno al fatto che con quella

guerra la Francia perse un petalo del giglio, ovvero la Sicilia). Seguono poi Carlo I d'Angiò e

Pietro III d'Aragona, che morirono entrambi nel 1285 e furono in vita fieri avversari come Rodolfo

e Ottocaro, mentre qui cantano in perfetto accordo: anch'essi si rammaricano dei loro successori,

sia Pietro che ha lasciato Sicilia ed Aragona a Federico e Giacomo (l'onor di Cicilia e d'Aragona,

entrambi più volte attaccati da Dante), sia Carlo che ha lasciato Provenza e regno di Napoli a

Carlo II lo Zoppo, tanto inferiore al padre quanto lui lo è rispetto a Pietro III. L'ultima coppia non ha

legami apparenti, essendo formata da Enrico III d'Inghilterra (ottimo sovrano, dalla vita semplice

e dai buoni successori) e da Guglielmo VII del Monferrato, che morì per mano degli Alessandrini

e che il figlio Giovanni volle vendicare con una lunga e sanguinosa guerra, che causò gravi danni

alle sue terre; Guglielmo è seduto in posizione più bassa rispetto agli altri, in quanto occupa una

posizione politica di minor prestigio, e guarda in suso (forse verso i sovrani più importanti, ma forse

verso il Cielo in segno di preghiera).

L'elemento più importante della rassegna non è solo il rimprovero al malgoverno dei principi sulla

Terra che verrà ripreso in altri passi di Purgatorio e Paradiso, ma soprattutto la rappresentazione di

queste anime come sciolte dalle loro cure terrene, tutte volte al loro percorso di espiazione, per cui

anche gli antichi nemici siedono accanto e mostrano una perfetta armonia. Ciò si accorda con la

presentazione dei morti per forza del Canto V, i quali non avevano parole di odio o astio verso i

loro uccisori ma si preoccupavano unicamente di essere ricordati dai vivi; l'episodio della valletta,

che si concluderà nel Canto seguente con l'incontro fra Dante e altri penitenti, prepara il terreno

alla rappresentazione del Purgatorio vero e proprio, che sarà dominata dall'atteggiamento sereno

e rassegnato delle anime, anche in questo ben diverso da quello dimostrato dai dannati incontrati

nella discesa all'Inferno.

Sono due canti, quindi, molto importanti: prima si trova l’invettiva contro l’Italia (e qui Dante

riassume il suo pensiero generale) in cui afferma che l’unico luogo felice è Firenze. Si è notato

pero che Dante, parlando di Firenze, insiste sul fatto che Firenze cambia continuamente i suoi

ordinamenti politici; Dante ragione in termini politico-istituzionali in cui il suo ideale è la stabilità, a

lui piacerebbe che la società fosse immobile, ordinata in maniera fissa e precisa senza

cambiamenti. Dopo l’Italia, il discorso si pone sulle monarchie che allargano la loro influenza

disgregando l’unità politica dell’Europa (garantita dalle istituzioni imperiali). Si è notato che Dante

non pone un discorso contro le monarchie, ma la sua ostilità nei confronti dei principi si ha perché

Dante pone su di loro uno sguardo pessimista (un re già di per sé mediocre genera un

successore ancora più mediocre). Un’altra cosa da evidenziare è l’evidente antipatia, che già nella

valletta dei principi, Dante mostra nei confronti degli Angioini: da ricordare perché proprio a loro

dedicherà un intero canto.

Nel canto XIV del Purgatorio lo sguardo si rivolge, invece, a due particolari regioni italiane:

Toscana (non più solo Firenze) e Romagna (regione in cui, dopo la Toscana, Dante ha vissuto più

a lungo). In questo canto si trovano gli invidiosi e ad un certo punto incontra due anime (una vicino

all’altra) che non vedono (occhi cuciti con un filo di ferro) ma che sentono la presenza di Dante. Il

canto inizia con il discorso diretto di un’anima rivolta all’altra: uno chiede chi sia l'uomo che scala il

Purgatorio essendo ancora vivo e con gli occhi aperti, l'altro risponde di non saperlo ma di essere

certo che non è solo, per cui invita il compagno a rivolgersi a lui gentilmente per indurlo a parlare. I

due spiriti sono chinati l'uno verso l'altro, alla destra di Dante, quindi alzano il viso e uno dei due

chiede al poeta chi sia e da dove venga, poiché la grazia che gli è concessa di essere lì da vivo li

fa meravigliare. Dante risponde dicendo che dal Falterona nasce un fiume (l'Arno) che attraversa

la parte centrale della Toscana per più di cento miglia, e che lui proviene dalla sua valle. Dire il

proprio nome sarebbe inutile, giacché egli non è ancora così famoso.

Una delle due anime (Guido del Duca) osserva che Dante sta parlando dell'Arno, mentre l'altra

(Rinieri da Calboli) chiede al compagno di pena perché il poeta abbia omesso di pronunciare il

nome del fiume, come se fosse qualcosa di orribile. Guido risponde di non saperlo, ma di essere

certo che il nome della Valle dell'Arno dovrebbe scomparire. Infatti l'Arno, dalla sua sorgente

sull'Appennino da cui il Peloro (perifrasi per indicare gli Appenini) si è staccato e dove il rilievo è

particolarmente alto, fino alla foce dove il fiume restituisce al mare l'acqua che è evaporata da 24

esso, scorre in terre dove tutti fuggono la virtù e gli abitanti della valle si sono trasformati in bestie.

L'Arno scorre dapprima tra sudici porci (i Casentinesi) più degni di mangiare ghiande che cibo

umano (in Casentino si trova un castello Porciano che apparteneva alla famiglia dei Guidi di

Modigliana, guelfi neri), poi trova dei botoli (gli Aretini) che ringhiano più di quanto essi siano forti,

allontanandosi poi da loro. Nel suo basso corso, dove la valle è più ampia, l'Arno trova una fossa

dove i cani sono diventati lupi (i Fiorentini), poi scende in bacini profondi e trova volpi dedite alla

frode (i Pisani), tanto che non temono alcuna astuzia.

L’anima si lancia in una profezia, rivela quello che lui vede nel futuro. L’anima che parla è Guido

del Duca nobile ravennate della famiglia degli Onesti, signori di Bertinoro, imparentato coi

Traversari e i Mainardi, di parte ghibellina; fu per lunghi anni giudice in varie città della Romagna,

tra cui Imola, Faenza, Rimini e nella stessa Bertinoro dove visse a lungo. L'ultimo documento che

lo cita è del 1249. L’altra anima è Rinieri da Calboli appartenne alla nobile famiglia guelfa dei

Paolucci, signori di Calboli, e fu nativo di Forlì. Fu coinvolto nelle lotte che lacerarono la Romagna

nella seconda metà del sec. XIII, ricoprendo la carica di podestà a Faenza nel 1247, a Parma nel

1252 e a Ravenna nel 1265. Nella guerra del 1276 si ribellò, aiutato da Fiorentini e Bolognesi, al

Comune di Forlì, ma fu sconfitto da Guido da Montefeltro. Dopo l'integrazione della Romagna nello

Stato della Chiesa, cercò di riguadagnare prestigio presso i Guelfi e nel 1291 fu insieme a

Malatesta da Verrucchio tra i garanti dell'accordo con il rettore pontificio della Romagna. L'anno

successivo, però, riuscì a impadronirsi con un colpo di mano di Forlì, scacciandone il rettore;

espulso nuovamente dalla sua città nel 1294, vi rientrò nel 1296 ma senza insediarsi stabilmente. Il

castello di Calboli venne assediato dai Forlivesi ghibellini, guidati da Scarpetta Ordelaffi, ed egli

morì in quello stesso anno nel tentativo di riprendere la città.

La presenza di quest’ultima anima è data perchè Dante lo utilizza per mettere in scena un altro

Calboli con cui ha una partita aperta.

Guido profetizza a Dante che il nipote di Rinieri, Fulcieri da Calboli, si metterà in caccia dei lupi

di Firenze e ne farà strage, uscendo coperto di sangue da quella trista selva che non sarà

ripopolata prima di mille anni (Guido allude al fatto che Fulcieri sarà podestà a Firenze nel 1303,

diventando lo strumento dei Guelfi Neri nella persecuzione dei Bianchi).

Le parole di Guido fanno turbare Rinieri, per cui Dante prega i due di presentarsi. Guido osserva

che il poeta chiede loro di fare ciò che lui rifiuta, ma il privilegio concessogli dalla grazia è tale che

non può celare la sua identità e si presenta come Guido del Duca, che in vita fu pieno di invidia.

Presenta il suo compagno come Rinieri da Calboli e lo definisce “pregio e onore della sua casata”,

cosa che non può dirsi dei suoi discendenti. Ciò vale anche per altre famiglie nobili della Romagna,

che conosce una grave decadenza dei costumi cavallereschi: Guido inizia una lunga rassegna di

antichi cavalieri romagnoli, ormai scomparsi e i cui eredi non dimostrano certo lo stesso valore.

Ben fanno quelle casate che evitano di lasciare figli, mentre fanno male quelle che lasciano molti

eredi; alla fine il penitente prega Dante di andarsene, poiché questi discorsi gli hanno fatto venire

la voglia di piangere.

Dante da uno sguardo in generale arriva a toccare quello che più gli è vicino: nell’Inferno non ha

mai parlato della guerra civile, invece nel Purgatorio afferma tutto quello che realmente sente nei

confronti di quelle vicende. Qui accusa Fulcieri, che non è il protagonista ma è semplicemente uno

strumento con i quali i neri al potere hanno proceduto a eliminare i bianchi. Bisogna ricordare che

Forese parlerà di Corso Donati, colui che ha la maggior colpa di quella situazione, ed entrerà nello

specifico. Un altro protagonista che ha partecipato al colpo di Stato è Carlo di Valois. In questo

caso, Dante ricostruisce attribuendo la responsabilità degli eventi drammatici del 1301.

Le parole di Guido e l'aspetto corrucciato di Rineri rendono Dante desideroso di sapere i nomi dei

due penitenti, per cui li prega di rivelare la loro identità. Guido, che ha parlato prima, ribatte che

Dante chiede a loro ciò che lui non vuole fare, ovvero dire il suo nome, ma poiché Dio gli ha

riservato una tale grazia non si negherà e si presenta come Guido del Duca. In vita egli fu talmente

roso dall'invidia che, se avesse visto qualcuno allietarsi, sarebbe diventato livido. Ora sconta la

pena per i suoi peccati e si chiede perché gli uomini desiderano quei beni il cui possesso comporta

l'esclusione di altri (i beni materiali). Guido presenta il suo compagno come Rinieri da Calboli, che

ha fatto onore al suo casato a differenza dei suoi discendenti. Non è solo la sua famiglia in

Romagna ad essere priva delle virtù intellettuali e morali, poiché quella regione è piena di sterpi

velenosi e ormai sarebbe tardi per estirparli. Guido del Duca esalta Rinieri come esempio delle

virtù cortesi di un mondo scomparso, iniziando una lunga rassegna di nobili uomini del passato che

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illustravano la Romagna, attraverso la formula “dell'ubi sunt...?” che risale ai testi patristici: è la

rievocazione di una società in cui si coltivavano le virtù cavalleresche della liberalità, della cortesia,

del valore guerresco, dove “le donne è cavalier si dedicavano ad affanni e agi, ovvero ai doveri

militari del rango nobiliare e ai signorili riposi cui erano spinti da amore e cortesia” (sono gli

elementi tipici del mondo cortese, al punto che Ludovico Ariosto riprenderà questi versi nel

proemio dell'Orlando Furioso). Quella società ora non esiste più e gli eredi di quegli uomini nobili

non dimostrano le stesse virtù, per cui fanno bene quelle famiglie che non hanno lasciato

discendenti che sarebbero degeneri rispetto a quel glorioso passato; Guido inizia una lunga

rassegna di antichi romagnoli virtuosi, chiedendosi dove siano ormai Lizio di Valbona e Arrigo

Mainardi, Pier Traversaro e Guido di Carpegna, lamentando il fatto che i Romagnoli si sono

imbastarditi. A Bologna ormai non esiste più un uomo come Fabbro dei Lambertazzi, né a

Faenza uno come Bernardino di Fosco. Dante non deve stupirsi se Guido piange, quando

ricorda Guido da Prata, Ugolino d'Azzo, Federigo Tignoso e la sua brigata, la famiglia dei

Traversari e gli Anastagi, entrambe rimaste senza eredi, e quando rammenta le nobildonne e i

cavalieri del suo tempo, gli affanni delle guerre e gli agi signorili a cui erano invogliati dall'amore e

dalla cortesia. Ora i cuori sono diventati malvagi, per cui la città di Bertinoro dovrebbe scomparire

in quanto non è più abitata da nobili cavalieri. Fanno bene quelle famiglie che non hanno

discendenti, come Bagnacavallo, mentre fa male Castrocaro e ancor peggio Conio, che si ostina

a generare conti così corrotti. I Pagani si comporteranno bene, dopo che sarà morto Maghinardo,

ma non al punto di cancellare il ricordo della cattiva fama. Ugolino dei Fantolini è sicuro, poiché

la sua discendenza si è interrotta. A questo punto Guido invita Dante ad allontanarsi, poiché questi

discorsi gli hanno messo in cuore una gran voglia di piangere. Il Canto si chiude con gli esempi di

invidia punita, ovvero quello di Caino uccisore del fratello e di Aglauro, tramutata in pietra perché

invidiosa degli amori della sorella Erse per Mercurio; le ultime parole sono di Virgilio, che sottolinea

la follia degli uomini che si lasciano attrarre dalle lusinghe del male anziché scegliere il bene

offerto dal Cielo, per cui è ovvio che siano duramente puniti da Dio. La condanna di Virgilio è

rivolta contro la corruzione umana, collegandosi al discorso di Guido che aveva in fondo lo stesso

significato e che sottolineava proprio come la gente umana desideri più spesso i beni materiali,

ovvero quelli il cui possesso esclude la partecipazione altrui.

Dante rifà di nuovo i conti con la vicenda drammatica del colpo di stato di Firenze: e lo fa nel canto

XX del Purgatorio perché qui mette in scena il capostipite della dinastia francese dei Capetingi a

cui appartenevano anche gli Angiò. Dante traccia una storia di tutto l’arco della monarchia

francese, dalla sua origine fino ai giorni suoi (storia in continua decadenza); ribadisce ciò che

aveva già detto in precedenza. Dante si rivolge all'anima che ha parlato e le chiede di dire il

proprio nome, spiegando perché è l'unica a citare gli esempi di liberalità. Il poeta promette di

ricompensarla ricordandola sulla Terra, dove è destinato a tornare alla fine del viaggio. Il penitente

risponde che esaudirà la richiesta, non in quanto desideroso di essere nominato nel mondo dei

vivi, ma per la grazia divina di cui Dante è evidentemente oggetto. Egli dichiara di essere il

capostipite della dinastia francese dei Capetingi, che danneggia tutta la cristianità e raramente

produce buoni frutti, profetizzando la vendetta delle terre fiamminghe contro Filippo il Bello. Si

presenta come Ugo Capeto, da cui sono nati i re francesi chiamati Filippo e Luigi e figlio a sua

volta di un macellaio di Parigi: dopo essere entrato in possesso del regno, circondato da amici,

lasciò la corona in successione a suo figlio dal quale ebbe inizio la dinastia capetingia. I suoi

discendenti, fino all'annessione della Provenza, non si segnalarono per grandi imprese ma

neppure commisero malefatte; da quel momento in avanti, invece, la dinastia iniziò una lunga serie

di ruberie e violenze, di cui fece ironicamente ammenda Filippo il Bello occupando Normandia e

Guascogna. Sempre per ammenda, Carlo I d'Angiò invase il regno di Napoli e mandò a morte

Corradino e poi san Tommaso d'Aquino; di lì a poco Carlo di Valois lascerà la Francia armato solo

del tradimento e colpirà duramente Firenze, impresa che non gli procurerà una terra ma solo

vergogna e disonore. Carlo II d'Angiò, invece, arriverà al punto di vendere la propria figlia a Azzo

VIII d'Este come fanno i corsari con le schiave, dimostrando che l'avarizia ha del tutto soggiogato i

Capetingi. Il culmine di tali empietà sarà raggiunto da Filippo il Bello, che manderà i suoi emissari

ad Anagni a oltraggiare papa Bonifacio VIII: Cristo sarà catturato e deriso nella persona del suo

vicario, ucciso nuovamente tra due ladroni. Il penitente profetizza ancora che Filippo, nuovo Pilato,

porterà le sue vele nel Tempio (scioglierà cioè l'ordine dei Templari). Gli Angiò sono i veri nemici 26

politici di Dante perché questi sono il braccio armato della Chiesa contro l’imperatore prima, e

dopo contro i Ghibellini e sono i grandi capi del partito guelfo nero.

Ugo Capeto invoca per tutti costoro la vendetta e l'ira divina; profetizza un episodio che accadrà da

li a pochi anni (settembre 1303): ad Anagni entrerà il giglio (simbolo del re di Francia) e vede Cristo

nuovamente catturato nella persona del suo vicario, cioè il papa; vede Cristo che viene deriso

come era già accaduto durante la sua passione; vede che gli danno ancora aceto e fiele; vede che

lo uccidono tra due ladroni. Praticamente rivede la passione di Cristo, ma applicata al vicario di

Cristo (Bonifacio VIII) e ciò che Capeto profetizza è l’episodio famoso in cui Bonifacio VIII, in

contrasto con il re di Francia, teorizzava la superiorità del potere spirituale su quello temporale.

Contrasto tanto duro che ad un certo punto l’inviato del re di Francia in Italia, insieme ad un

esponente della famiglia Colonna, si recano ad Anagni e catturano il papa. Non muore in

quell’occasione, ma un mese dopo Bonifacio VIII muore dopo aver subito tale oltraggio. Bonifacio

VIII è il nemico per eccellenza di Dante, infatti Dante lo manda all’Inferno; ma in questo caso,

Dante si scaglia contro coloro che avevano oltraggiato Bonifacio VIII, perché quest’ultimo è il

vicario di Cristo. Una cosa è criticare la politica temporale del papa, un’altra è mandare all’Inferno i

papi, altra cosa è, invece, toccare il vicario di Cristo, perché Dante essendo ortodosso disprezza si

la figura di Bonifacio VIII, ma non disprezzerebbe mai la figura del papa.

Nel canto XVIII si trovano gli accidiosi (accidia=depressione). Virgilio si rivolge ai penitenti e li

definisce anime mosse da un acuto fervore che supplisce alla loro negligenza in vita, quindi

dichiara che Dante è ancor vivo e desidera salire alla Cornice seguente appena ci sarà di nuovo la

luce del sole, per cui li prega di indicar loro il passaggio. Uno degli spiriti risponde invitandoli a

seguirli, poiché essi sono pieni di buona volontà e non possono fermarsi. Egli si presenta come

l'abate di San Zeno a Verona, al tempo di Federico Barbarossa che fece distruggere Milano; un

tale che è prossimo alla morte (Alberto della Scala, signore di Verona) si pentirà di aver avuto

potere su quel monastero, poichè vi ha posto come abate suo figlio, menomato nel corpo e nella

mente, al posto del prelato che avrebbe dovuto ricoprire quella carica. Alberto della Scala era

riuscito a far sospendere la norma del diritto canonico e aveva nominato un suo figlio illegittimo

(Giuseppe) abate di san Zeno. Alberto della Scala era il padre di Bartolomeo e Cangrande della

Scala. Dante scrive questo canto del Purgatorio molto prima di essersi recato a Verona ospite di

Cangrande; Bartolomeo sarà ricordato come grande protettore in un altro canto del Purgatorio.

Cangrande, diventato Signore di Verona, nomina abate di San Zeno il figlio illegittimo dell’abate

Giuseppe, a sua volta illegittimo. Dante non colpisce solo il padre, ma anche il suo operato.

Probabilmente, il grosso dei canti politici del Purgatorio siano anteriori alla discesa di Enrico VII in

Italia, proprio perché al centro si trova il lamento dell’assenza del potere imperiale.

Nel Paradiso, Dante prende le distanze sia dai Guelfi sia dai Ghibellini e si concentra sulla Chiesa;

c’è sempre l’impero sullo sfondo ma ciò che domina nell’interesse di Dante è la riforma della

Chiesa. Dante si è convinto che il vero problema si ha principalmente se non si riesce a riformare

la Chiesa, la ricostituzione dell’autorità imperiale non è possibile.

Dante inizia a sentirsi portavoce dell’intera umanità: i primi segnali si colgono in quell’epistola

che lui manda ai cardinali italiani, riuniti in conclave per eleggere il nuovo papa dopo la morte di

Clemente V. Un’epistola (primavere 1314), nella quale, Dante intima i cardinali ad eleggere un

papa italiano, di far uscire la Chiesa dalla prigionia di fatto in cui si trovava sotto il controllo del re di

Francia, e lo fa con toni di tipo profetico. Dante si presenta investito da una missione profetica e

si presenta così nei canti finali del Purgatorio (molto probabilmente l’ha scritto nell’autunno del

1314). In questi canti, il pellegrino Dante, dopo aver compiuto tutta la salita del monte del

Purgatorio, finalmente purificato entra nel Paradiso terrestre in compagnia di Virgilio e Stazio.

Arrivato nel Paradiso terrestre si inoltre in una foresta (l’opposto della selva oscura) e trova la

strada sbarrata da un piccolo fiume (Lete). Nel paradiso terrestre si trovano due fiumi che nascono

dalla stessa sorgente: Lete ed Eunoe, la sorgente è una sorgente miracolosa, non avendo agenti

atmosferici è Dio stesso che alimenta la stessa sorgente e di conseguenza i due fiumi. Il Lete

scorre verso Nord, esso ha la prerogativa di purificare totalmente chi lo attraversa e chi beve la

sua acqua (purifica a tal punto da togliere il ricordo delle colpe); Dante supererà e si immergerà nel

Lete. L’Eunoe (nome costruito sul greco = buonamente), invece, è una sua invenzione; ha la

caratteristica di rafforzare la propensione al bene. Sono invenzioni che hanno forti significati

simbolici; e Dante nell’inventare si ispira a una liturgia del battesimo così come veniva impartito

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ai tempi di Dante: tradizionalmente il battesimo avveniva per immersione perché aveva origine dal

battesimo che Giovanni impartiva nel fiume Giordano. La caratterizza del fiume Eunoe richiama un

altro sacramento, quello che noi oggi chiamiamo cresima, che in origine si chiamava

confermazione. La cresima è appunto un sacramento che fortifica nella disposizione al bene che

si è appreso con il battesimo. Ai tempi di Dante esisteva un’unica cerimonia battesimale: si

svolgeva due volte l’anno, era un rito collettivo e nella stessa cerimonia veniva prima impartito il

sacramento del battesimo e subito dopo quello della cresima. Qui, nel Paradiso terrestre, Dante

prima attraversa il Lete (secondo battesimo simbolico), poi beve l’acqua del fiume Eunoe (come se

veniva venisse confermato la grazia acquisito con il battesimo).

Il Lete scorre verso il nord perché si trova nell’Emisfero meridionale (australe) in cui non ci sono

terre emerse, è presente solo la montagna del Purgatorio; le terre emerse si trovano nell’emisfero

settentrionale che è l’unico emisfero abitato, quindi il Lete scorre verso gli uomini.

Al di là del Lete, gli appare una bellissima donna di nome Matilda, probabilmente non è un

personaggio storico, forse è l’unico personaggio della “Commedia” che non è un personaggio reale

o della letteratura (personaggio inventato da Dante). Matilda fà da mediatrice fra Dante e

Beatrice. Il nome Matilda può essere letto “Ad Letam” (alla Beata), cioè colei che conduce alla

Beata (Beatrice). Insieme si mettono a percorrere il fiume e ad un certo punto il fiume gira verso

Levante (sinistra), da qui arriva una stranissima processione. Una processione allegorica, fatta di

elementi simbolici che compiono delle azioni allegoriche (abbandona la narrazione realista e inizia

una narrazione allegorica/simbolica).

Compaiono prima di tutto sette alberi d'oro, che, una volta più vicini, si mostrano meglio come

sette candelabri (i sette doni dello Spirito santo). Dietro ad essi vengono ventiquattro vecchi

vestiti di bianco (i libri dell'Antico testamento); i candelabri intanto procedono lasciando dietro

di sé scie luminose dei colori dell'arcobaleno. Quando lo spazio di là dal fiume di fronte a Dante è

lasciato libero dai vecchi, si presentano quattro animali con verdi fronde sul capo, che

simboleggiano i Vangeli. Hanno ciascuno sei ali, con le penne "piene d'occhi"; Dante invita il

lettore che voglia capir meglio a leggere nel libro di Ezechiele la descrizione completa. In mezzo ai

quattro animali si trova un carro trionfale a due ruote trainato da un grifone. Questo procede con

le ali alzate, senza fendere le scie colorate lasciate dai candelabri. Le ali si levano tanto in alto da

sfuggire alla vista; il corpo del grifone è d'oro nelle membra di aquila e bianco e rosso nelle

membra di leone. Il grifone rappresenta Cristo, nelle sue due nature, umana (il leone) e divina

(l'aquila). La bellezza del carro trionfale è superiore a quella dei carri trionfali dei grandi condottieri

romani e addirittura a quella del carro del Sole.

Vicino alla ruota destra del carro tre donne danzano: sono le Virtù teologali, distinte dai tre colori:

rossa la Carità, verde la Speranza, bianca la Fede. A sinistra danzano quattro donne vestite di

porpora (sono le Virtù cardinali).

Dietro a questo gruppo compaiono due vecchi, diversi nell'abito ma uguali nell'atteggiamento

dignitoso. Uno sembra un medico, seguace di Ippocrate (potrebbe essere Luca, autore degli Atti

degli Apostoli, al quale si attribuiva la professione di medico); l'altro brandisce una spada aguzza

(come si raffigura comunemente Paolo di Tarso: simboleggia le sue Lettere). Seguono quattro

uomini dall'aspetto modesto (le lettere di Pietro, Giovanni, Giacomo e Giuda).

La processione è chiusa da un vecchio dal viso intenso, che avanza come dormendo

(rappresenta l'Apocalisse, ultimo libro del Nuovo Testamento). Tutte queste figure sono vestite

come i ventiquattro vecchi venuti prima del carro, ma intorno alla testa non hanno corone candide

di gigli bensì corone di rose e altri fiori rossi (allusione allo spirito di carità). La processione si

arresta quando il carro è esattamente di fronte a Dante, sempre dall'altro lato del fiume, e ciò è

stato interpretato come espediente narrativo per creare l'attesa che sarà sciolta nel Canto

seguente, ovvero dell'arrivo di Beatrice che è l'evento centrale del poema. Si assiste ad un dialogo

molto teso tra Dante e Beatrice, in cui Beatrice lo accusa di averla tradita ed essersi dato ad altre;

alla fine Dante confessa di essere colpevole ed a questo punto può attraversare il Lete. Una volta

attraversato il fiume, questa processione ritorna indietro.

Perché il fiume deve fare un angolo retto? Non c’è nessun motivo dal punto di vista narrativo, ma

Dante insiste molto sui movimenti: il passaggio del Lete, che avviene dopo quella specie di

confessione che fa a Beatrice, è sicuramente simbolica del Battesimo. Nei battisteri conta che al

loro interno è presente una vasca battesimale e un altare maggiore, essi sono perfettamente in

asse. Il Battesimo veniva impartito 2 volte all’anno (battesimo collettivo): i battezzanti entravano

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dalla porta (a nord) e si disponevano intorno alla vasca; entrare dalla porta a nord ha un

significato simbolico: il nord è il luogo dove non c’è la luce e i battezzanti provengono da una

regione senza luce perché non sono in grazia di Dio (peccato originale). Qui, ricevono il

Battesimo e si purificano; preso il Battesimo, venivano unti con la cresima (doppio sacramento). Il

clero, durante la cerimonia, partiva dalla Cattedrale con una processione: in testa c’era la croce, i

ceri accesi, il clero e il Vescovo. Una processione che partiva da est e si dirigeva al centro del

battistero. Lo stesso che svolge la processione simbolica di Dante nel Paradiso.

Una volta compiute la liturgia battesimale e della cresima, si formava una seconda processione: i

battezzati, insieme al vescovo e al clero, tornavano indietro e si dirigevano nell’asside dove

ricevevano la Comunione.

La Comunione era parte integrante della cerimonia, una volta battezzati acquistavano il diritto di

potersi congiungersi con Dio attraverso la Comunione.

Questi movimenti che Dante mette in scena nel Paradiso terrestre sono gli stessi movimenti che

lui ha visto effettivamente a Firenze durante le cerimonie del Battesimo.

La processione nel tornare indietro però, compie una serie di azioni allegoriche: nel canto XXXII

del Purgatorio, arrivano davanti ad un albero privo di foglie, il Grifone lega il carro a questo albero

e l’albero improvvisamente rifiorisce; è l’albero del bene e del male, quello da cui Eva staccò la

mela. Le vicende allegoriche del carro rimandano a quelle storiche della Chiesa, a cominciare dalle

persecuzioni degli imperatori pagani rappresentati dall'aquila che dapprima lacera l'albero in

quanto l'Impero ha offeso la giustizia divina, poi scuote il carro che tuttavia resiste e resta in

piedi; poi si allude al diffondersi delle eresie raffigurate dalla volpe, messa in fuga da Beatrice

che rappresenta la scienza divina e l'azione dei Padri della Chiesa. Poco oltre il carro sarà

attaccato da un drago uscito dalla terra, concordemente interpretato come simbolo degli scismi

all'interno della Chiesa e, forse, in particolare dell'Islam, il cui fondatore Maometto è già stato

posto da Dante tra i seminatori di discordie all'Inferno e che qui sarebbe rappresentato da un

animale di forte significato demoniaco (il drago stacca una parte del fondo del carro, intendendo

proprio che la Chiesa è stata menomata nella sua integrità). Prima del drago, l'aquila era tornata a

lasciare alcune delle sue penne sul carro, chiara allusione alla presunta donazione di Costantino

che era fonte, per Dante, dell'inizio della corruzione ecclesiastica: ciò provocherà in seguito la

mostruosa trasformazione del carro, che si ricoprirà tutto di penne e metterà sette teste cornute,

simbolo probabilmente dei sette peccati capitali, sormontato da una volgare meretrice che

raffigura, secondo l'opinione concorde dei critici, la Curia papale corrotta. La bestia rappresenta la

degenerazione della Chiesa a causa della corruzione e della simonia, il che porta Dante a

occuparsi delle vicende più vicine a lui nel tempo: la meretrice infatti se la intende con un gigante,

che si preoccupa che non gli venga sottratta e nel quale è quasi certamente da individuare il re di

Francia Filippo il Bello. La soggezione della meretrice al gigante rappresenta la dipendenza

della Curia papale dalla monarchia francese, fonte secondo Dante di infiniti problemi e da lui più

volte aspramente criticata, così come spesso nel poema il personaggio di Filippo è bersaglio di

gravi accuse: la prostituta rivolge uno sguardo cupido a Dante, il che allude forse al dissidio tra

Filippo e Bonifacio VIII (oppure, secondo altri, al volgersi della Chiesa al popolo cristiano

rappresentato qui dal poeta) e il gigante la frusta da capo a piedi, ciò che potrebbe rimandare

all'oltraggio di Anagni compiuto da Filippo ai danni di Bonifacio. Senza dubbio il fatto che il gigante

stacchi il carro dall'albero e lo trascini via nella selva rappresenta la cattività avignonese, fatto

traumatico nella storia della Chiesa e che Dante imputava soprattutto al re francese e a

papa Clemente V: la rappresentazione termina con questa violenta lacerazione che non si era

ancora ricomposta ai tempi in cui Dante scriveva il poema e che arricchisce la sua dura polemica

contro il sovrano capetingio, come già nel discorso di Ugo Capeto e, in seguito, dell'aquila

nel Cielo di Giove.

Nel canto XXXIII, Beatrice commenta quello che è successo, e pronuncia una profezia più

enigmatica di tutta la “Commedia”: il discorso di Beatrice occupa tutta la parte centrale del Canto e

mostra il personaggio nello stesso atteggiamento che vedrà tante volte nel Paradiso, ovvero di

guida e maestra del poeta che sarà spesso invitato a domandare spiegazioni per sciogliere i suoi

dubbi in materia dottrinale (qui la donna esorta bruscamente Dante a lasciare ogni timore e

vergogna, dovuti in precedenza all'ammissione del suo peccato, e a non parlare più come un

uomo che vaneggia). La prima parte del discorso di Beatrice è l'oscura profezia della punizione

divina che si abbatterà contro i responsabili della corruzione della Chiesa, indicata come il vaso (il

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carro della processione simbolica) rotto dal serpente rappresentato dal drago: il carro, dice

Beatrice, fu e non è (sono le parole con cui l'Apocalisse parla della bestia in cui il carro si è

tramutato nel Canto precedente), in quanto la Chiesa pervasa dalla corruzione è come inesistente,

ma presto Dio colpirà chi ha colpa di questo in modo inesorabile. Beatrice preannuncia la venuta di

un inviato di Dio, il “cinquecento dieci e cinque” destinato a occupare la sede vacante

dell'Impero e a uccidere la prostituta e il gigante che mercanteggia con lei, quindi, fuor di metafora,

a sconfiggere la monarchia francese e a ristabilire la giustizia in Terra stroncando la corruzione che

affligge la Curia pontificia. Le parole della donna sono troppo oscure per stabilire chi possa celarsi

dietro questo misterioso «DXV», ma l'accenno all'aquila che non resterà a lungo senza reda fa

pensare che si tratti di un imperatore destinato a ricondurre l'Italia e Roma sotto il suo dominio,

forse quell'Arrigo VII di Lussemburgo che nel 1310-1313 fu protagonista di un tentativo analogo e

sfortunato (tale ipotesi verrebbe avvalorata dalla certezza che questo Canto sia stato composto da

Dante in quel periodo e dunque prima della morte del sovrano nel 1313). È certo che Dante

attribuiva le cause del disordine politico e morale del suo tempo soprattutto alla mancanza di

un'autorità imperiale in Italia e alla dilagante corruzione ecclesiastica, che avevano raggiunto il loro

culmine proprio nella cattività avignonese; chiunque sia il «DXV», pare ovvio che da lui il poeta si

aspettasse un profondo rinnovamento politico e sociale, nonché il ristabilimento della giustizia

fino a quel momento calpestata dai potenti per la loro avidità, per cui la profezia di Beatrice suona

come l'annuncio di una dura punizione per tutti coloro che avevano offeso la giustizia divina (in

questo senso la donna esorta Dante a trascrivere tutto nel poema e, in particolare, a descrivere la

doppia spoliazione dell'albero simbolico, ad opera di Adamo e, probabilmente, del gigante, cioè

della monarchia di Francia).

Il discorso di Beatrice si fa a questo punto più oscuro e allusivo, con un linguaggio denso di

richiami scritturali che ha la funzione di far capire a Dante l'insufficienza della dottrina filosofica da

lui seguita in passato: la donna spiega che l'albero è capovolto rispetto alle piante terrene in

quanto simboleggia la giustizia divina, che ha la sua origine in Cielo e che nessuno dovrebbe

danneggiare offendendo Dio, e Dante lo capirebbe da solo se il suo ingegno non fosse ottenebrato

e indurito dai suoi precedenti vaneggiamenti, con un riferimento al «traviamento» intellettuale che

gli ha rimproverato nei Canti XXX-XXXI. Beatrice afferma che tali pensieri vani hanno offuscato

l'ingegno di Dante come l'acqua calcarea del fiume Elsa e l'hanno oscurato come il sangue di

Piramo aveva mutato il colore dei frutti del gelso, con due similitudini difficili e di elegante

artificiosità; aggiunge che Dante dovrà conservare un'immagine sommaria delle cose da lei dette,

come il pellegrino in Terrasanta porta una frasca di palma sul bordone in ricordo del suo

pellegrinaggio. Dante chiede a Beatrice come mai le sue parole siano così ardue a comprendersi e

la risposta di Beatrice sottolinea l'enorme distanza che c'è tra la dottrina seguita da Dante in

precedenza e la teologia, indicando il peccato di Dante come un allontanamento dalla teologia la

quale dovrà, d'ora in avanti, fornire al poeta ogni risposta alla sua sete di conoscenza. Il fatto che

Dante non ricordi questo «tradimento» di Beatrice è significativo, poiché l'acqua del Lete ne ha

cancellato il ricordo e ciò dimostra che si trattava di una condotta peccaminosa.

È, assieme a quella del «veltro» del Canto I dell'Inferno, la più oscura del poema e ha con quella

più di un'analogia, dal momento che entrambe preannunciano la venuta di un personaggio che

dovrà ristabilire la giustizia sulla Terra e si collocano, simmetricamente, all'inizio e alla fine

rispettivamente della I e della II Cantica della Commedia. Secondo molti commentatori il «veltro»

e il «DXV» sarebbero in realtà la stessa persona, anche se la prima profezia è molto più

indeterminata e indica soltanto che questo personaggio dovrà scacciare la lupa-avarizia dal

mondo, senza fornire ulteriori dettagli che consentano la sua identificazione; il «DXV» viene invece

messo in relazione all'aquila imperiale che, si dice, non resterà a lungo senza eredi, per cui pare

che il personaggio indichi un imperatore, destinato a ristabilire il suo dominio sull'Italia e a

sconfiggere la monarchia francese, eventualmente riportando la sede papale da Avignone a Roma.

La scelta di indicare il messo di Dio con la formula “cinquecento dieci e cinque” rimanda

probabilmente all'Apocalisse, dove ad esempio Nerone viene indicato col numero «666» poi

associato all'Anticristo: moltissime sono state le interpretazioni da parte degli studiosi, a

cominciare da quella ovvia che considera il numero romano «DXV» come anagramma di «DVX»

(dux, «condottiero») e lo riferisce appunto a un imperatore destinato a una vittoriosa crociata

contro la monarchia francese o i Comuni ribelli dell'Italia settentrionale. 30


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in informatica umanistica (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali)
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher IIFrancyII di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Santagata Marco.

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