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Storia contemporanea II A – II B

Il termine storia contemporanea è un ossimoro, visto che per storia si intende passato e con il termine contemporaneo invece si intende presente. Grazie al Prof. Keller detto Cellarius abbiamo la suddivisione in tre fasi: storia antica, medievale e moderna, che resiste fino a tempi recenti, quando gli storici inseriscono nel corso della storia moderna una nuova distinzione assegnando alle ultime fasi di questa età il termine contemporaneo.

Le tre fasi storiche

Intere generazioni di studenti hanno studiato che la prima fase si chiude nel 476 d.C. con il crollo dell’Impero Romano d’occidente, la seconda fase con la scoperta dell’America nel 1492 e la terza finisce con il congresso di Vienna nel 1815. Bisogna partire dalla considerazione che tutte queste divisioni non sono altro che interpretazioni e quindi suscettibili ad essere discusse, infatti secondo lo storico inglese Hobsbawm il congresso di Vienna è stata solo una piccola fase che in realtà non ha avuto un grosso significato storico, a differenza invece dell’ultimo venticinquennio del 700, ovvero con la cosiddetta “duplice rivoluzione” (la rivoluzione industriale inglese e quella politica francese) che secondo molti storici è la data d’inizio vera dell’età contemporanea.

Rivoluzione industriale inglese

Entrando nello specifico di questi due eventi, quasi come due eruzioni avvenute simultaneamente, riuscirono a scatenare una radicale trasformazione, costruendo l’economia del nuovo mondo con l’industria e grazie alla rivoluzione francese fornì a questa la politica e le sue ideologie. Si rimodella il paesaggio, iniziano a spuntare edifici insolitamente grossi dai quali venivano dei rumori mai sentiti prima, con innumerevoli operai che lavoravano su macchine che sfruttavano il vapore: erano i prototipi delle fabbriche, delle industrie. Un nuovo meccanismo produttivo dove iniziavano a girare ingenti capitali, infatti prese il nome di “modo di produzione industriale capitalistico”.

Il termine Rivoluzione industriale indica un radicale cambiamento, come dice lo studioso americano Landes fu un complesso di progressi tecnologici, la sostituzione delle macchine all’uomo, nuove fonti di energia, nuovi materiali come il ferro al posto del legno ecc. Tutto questo portò ad un notevole sviluppo economico, tanto che l’Inghilterra venne definita l’officina del mondo, dovuto al primato degli inglesi in tutte le industrie più importanti come il settore tessile, meccanico e siderurgico per non parlare dei trasporti con l’invenzione della locomotiva nel 1825.

La fabbrica quindi divenne un perno di un sistema di rapporti sociali regolati dal profitto e dal salario, da una parte i lavoratori che iniziarono ad essere soggiogati dalle macchine e a perdere indipendenza diventando semplice manodopera, e dall’altra parte gli imprenditori che pensavano solo al profitto investendo e quindi rischiando sempre più ingenti capitali. Marx, uno dei primi studiosi del nuovo modo di produzione, divide le classi sociali in proletariato (cioè coloro la cui unica ricchezza era la prole) e la borghesia imprenditoriale capitalistica.

Ci fu ovviamente anche un cambiamento radicale nella società, basti pensare che nelle città grazie all’illuminazione a gas si allungarono le giornate, l’orologio scandiva il tempo. Se da una parte ci fu un miglioramento della qualità di vita, dall’altra ci fu una compressione dei salari in favore degli investimenti, quindi i lavoratori erano meno liberi, ad esempio i lavoratori agricoli si impoverirono e i tessitori a mano soffrirono questa nuova società prima di scomparire. Le condizioni lavorative d’altronde erano durissime, non solo per la lunghezza delle ore ma anche per il logorio provocato da un ritmo infernale, tanto più che la maggior parte della manodopera era costituita da donne (che portò successivamente alla loro emancipazione) e bambini. Ma di certo non migliorarono neanche le città che furono vittime di un urbanizzazione selvaggia, creando tetri borghi sporchi e privi di servizi, sovraffollati e con un alto tasso di mortalità.

Il prezzo dell'industrializzazione

In definitiva il prezzo pagato per una industrializzazione fu alto e pagato non solo dai popoli coloniali ma anche dai lavoratori. Lo confermarono le acute tensioni sociali che ci furono nella prima metà dell’800, quando assieme a tumulti, ci furono atti di distruzione verso le macchine incolpate di togliere lavoro e la nascita di associazioni che usarono come arma di lotta gli scioperi, ovvero i prototipi dei sindacati.

Francia: la rottura rivoluzionaria

Se per gli accadimenti inglesi c’è un dubbio sul fatto di usare o meno il termine rivoluzione, non è così in dubbio per LA rivoluzione per antonomasia, cioè quella francese. Il 1789 rappresenta una data fondamentale, di rottura storica sia perché sconvolse un antico sistema di rapporti sociali fondati sul dispotismo e sia per quello che ne scaturì in seguito. Le tre parole simbolo furono le ormai famose libertà, fraternità e uguaglianza che rappresentarono per la prima volta la sovranità popolare contrapposta alla sovranità per diritto divino del re, il voto di eletti dal popolo contrapposto al privilegio. Furono gettate le basi del moderno stato facendo iniziare il processo evolutivo che portarono alle democrazie contemporanee.

L’altra faccia della medaglia ovviamente furono le ondate di violenza che questa rivoluzione portò con sé, guerra civile e terrore, sfociando inoltre in una dittatura personale e strapotere militare, ma è giusto ricordare sia gli aspetti positivi che negativi, non negando comunque la portata eccezionale di questo evento che donò una nuova coscienza politica, un vero e proprio apprendistato di democrazia.

Fu la rivoluzione stessa a coniare il termine “ancien regime” per indicare il suo contrario, ovvero uno stato governato solo ed esclusivamente da nobiltà e clero. Molto più sotto nella scala sociale si trovava il cosiddetto terzo stato, cioè la grande maggioranza della nazione. I cardini dell’ancien regime erano la feudalità e l’assolutismo, il re era una figura sacra. Ma era una società caotica e fu sorprendente la rapidità con la quale cadde l’antico regime, tanto più che la rivoluzione non fu preparata a tavolino da qualcuno, ma fu una concatenazione di cause che spaziavano da quelle economiche che erano di povertà per il popolo a problemi politici, una classe dirigente incapace di fare riforme essenziali facendo così aumentare le tensioni sociali. Un esempio politico furono le ennesime dimissioni da parte di un ministro delle finanze che prima di lasciare convocò gli stati generali, cioè l’organo che rappresentava i tre ordini, e questo fu un chiaro segno dell’incapacità del regime.

Gli stati generali vennero convocati per risolvere la situazione fiscale ma si sapeva che la posta in gioco era più alta, chiesero le votazioni per testa e non per ordini, ma sia l’aristocrazia che il re si opposero facendo chiudere l’aula. Allora i delegati si incontrarono in un altro posto e decisero di non arrendersi fino al compimento di una costituzione, proclamando così l’assemblea nazionale costituente. Quando il re fece circondare Parigi dalle truppe il popolo si ribellò e ci fu l’assalto alla Bastiglia il 14 luglio, un evento di per sé non troppo significativo ma preso come simbolo della caduta del regime, mentre intanto si formò un governo municipale guidato da Bailly.

Contemporaneamente nelle campagne, forse per gli echi dei moti cittadini, si scatenò un enorme e improvvisa ondata di panico collettivo, che prese il nome di “grande paura” facendo armare i contadini. Venne ristabilito l’ordine quando l’assemblea soppresse i titoli nobiliari, i privilegi feudali ed emanò la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, una bozza della costituzione. La situazione non si calmò, alla crescente paura di una controrivoluzione aristocratica si aggiunse anche la guerra scoppiata con l’Austria nel 1792, caldeggiata dal re che sperava in una sconfitta della Francia per riprendersi il potere.

Sotto la minaccia degli eserciti stranieri sempre nello stesso anno scoppiò una seconda rivoluzione, ma questa volta definitiva che portò all’arresto e alla deposizione del re, e si instaurò un governo provvisorio sotto la guida di Danton, ministro della giustizia, che convocò un assemblea nazionale. La guerra intanto andava male, le truppe prussiane sembravano inarrestabili, facendo crescere la paura fino al culmine con le stragi di settembre, l’esecuzione di 1500 detenuti tra cui nobili e preti. Ma quando i francesi fermano i prussiani la Convenzione nazionale proclamò la repubblica.

Riuscendo a resistere alle forze straniere la situazione comunque non migliorò subito, sprazzi di guerra civile erano ancora presenti fino a quando con i “sanculotti” al potere (il governo rivoluzionario), caldeggiati da Robespierre, ci furono delle sanguinose repressioni facendo passare quel periodo alla storia col nome di Terrore. Successivamente sia i sanculotti che i giacobini tra cui Robespierre furono giustiziati. Nel frattempo riscuotendo numerose vittorie l’esercito francese diviene quasi un movimento a sé stante, e dopo la fine della guerra il giovane generale Napoleone Bonaparte, con l’aiuto del fratello, organizzò e attuò un colpo di stato, avendo l’appoggio di tutto l’esercito e parte del parlamento.

L’età Napoleonica

Forte dei suoi successi militari Napoleone erose i poteri del senato con una serie di misure ottenendo anche il consolato a vita. Ottenuto un potere quasi assoluto sfruttò il clima di tensione europeo convergendo su di sé l’opinione pubblica à se riuscì a farsi proclamare imperatore, nel maggio 1804, da un Senato ormai esautorato, riprendendo la vecchia tradizione dell’incoronazione a Parigi.

Nel 1802 Napoleone istituì la Legione d’oro, un ordine di merito con il quale legò a sé una nuova oligarchia militare e civile, i sistemi tributari e giudiziari subirono una modifica autoritaria portando quindi lo stato francese ad una centralizzazione burocratica. Ma la più importante riforma napoleonica fu il codice civile, approvato nel 1804 che consolidò i cambiamenti già avvenuti unificando il sistema legislativo. Comunque passò poco dalla pace di Amiens con gli inglesi alla riapertura delle ostilità, e contro la forte coalizione di Austria, Inghilterra e Russia la situazione peggiorò. Ma le abilità incredibili da stratega di Napoleone vennero fuori e con una strabiliante vittoria annientò l’esercito austro-russo nella famosa battaglia dei 3 imperatori, costringendo Francesco II a firmare la pace di Pressburg, con la quale riconosceva il Regno d’Italia e cedeva Venezia.

Bonaparte diede protezione anche ai principi tedeschi che forti di questo costituirono la confederazione del Reno, questo fece dissolvere di fatto il sacro romano impero. Preoccupati per la vicinanza i prussiani mandarono un ultimatum chiedendo ai francesi di ritirarsi dai territori al di là del Reno, ma anche qui Napoleone ottenne una schiacciante vittoria, aprendo di fatto la strada libera verso Berlino.

Successivamente fu il turno della Russia, ci furono delle battaglie ma non risolutive fino alla mossa a sorpresa dello Zar Alessandro che chiese un armistizio con i trattati di Tilsit del 1807(?). In sostanza entrambi gli imperatori riconobbero le rispettive aree di influenza, ma si sanciva anche che i russi avrebbero avuto l’appoggio dei francesi in caso di attacco ottomano e in cambio Napoleone ottenne vari possedimenti.

Paradossalmente i disastri militari portarono la Prussia e l’Austria a intraprendere un cammino di riforme della macchina statale dando un impulso nuovo a sentimenti nazionali, e fu proprio questo risveglio delle coscienze che sancì il destino di Napoleone. Il Portogallo che era rimasto alleato alla Gran Bretagna fu l’ago della bilancia; Bonaparte decise di inviare delle truppe per conquistarlo ma il passaggio dell’esercito in terra spagnola non piacque alla corte spagnola, che era divisa tra i pretendenti. Quando Napoleone si intromise facendo sedere sul trono il fratello Giuseppe, iniziarono a scoppiare delle ribellioni sia nell’esercito che nelle campagne tutte con l’obbiettivo di far sedere sul trono il legittimo erede.

Le voci sul il mito del condottiero imbattibile iniziarono a incrinarsi, l’Austria riprese coraggio e ci furono delle battaglie ma vennero nuovamente sconfitti dai francesi, e con il trattato di pace seguente venne imposto agli austriaci di entrare nel blocco contro gli inglesi. In realtà malumori vennero anche dalla Russia, che iniziava ad essere scontenta e soprattutto danneggiata dalle mosse di Napoleone, lo zar decise di aprire i porti alle navi inglesi, aprendo di conseguenza le ostilità con i francesi.

L’esercito francese era imponente, e Napoleone preparò molto bene la campagna definendo quella come la battaglia finale, nel 1812. Il problema è che Napoleone pensava ad una battaglia campale, invece la tattica russa fu quella divenuta storica, di ritirarsi lasciando al nemico terra bruciata. Solo dopo tanti km Napoleone riuscì ad affrontare i russi in campo aperto, ma pur infliggendoli gravi perdite, non riuscì a sconfiggerli. Con l’inverno alle porte non rimase altro che ritirarsi ma l’esercito francese stremato, infreddolito e con i continui attacchi russi fu decimato fino all’osso.

Napoleone intanto era tornato a Parigi ma la situazione era tragica perché anche Austria e Prussia si allearono con la Russia in favore della Gran Bretagna, e Bonaparte, anche se alla testa di 150 mila soldati, pagò innanzitutto questa forte coalizione che avevano lo stesso obbiettivo di ripristinare lo status quo antecedente a Napoleone, ma pagò anche il prezzo di un esercito riunito troppo in fretta e venne sconfitto.

La vittoria della coalizione riportò al trono tutti i vecchi sovrani in molti stati tedeschi e per la prima volta la Francia si trovò minacciata sul suo suolo. Napoleone rifiutò un trattato di pace che attribuiva alla Francia i confini naturali dei Pirenei e del Reno, così facendo un esercito di 200 mila soldati attraversò il Reno e iniziarono duri scontri. Anche se Napoleone dà ancora prova delle sue abilità riscontrando alcuni successi, la coalizione ha la meglio e il trattato che ne conseguì non fu severo, senza indennità da pagare né disarmo la Francia manteneva i suoi territori e con a capo Luigi XVIII dopo che Napoleone venne destituito. Quello che Bonaparte raccogliendo questi dissensi, spinto da un ultimo sussulto di orgoglio fugge dall’isola d’Elba e con 1500 soldati entra con entusiasmo popolare a Parigi costringendo il re alla fuga.

La coalizione colma di rabbia si riunì per un'ultima volta con l’intento di bandire per sempre Napoleone e nel 1815 a Waterloo si svolse la battaglia decisiva, dapprima Napoleone investì l’esercito di Wellington ma in seguito le sorti della battaglia andarono in favore della coalizione con l’intervento dei rinforzi prussiani. Napoleone fu costretto nuovamente ad abdicare e fu mandato in esilio sull’isola di Sant’Elena dove morì nel 1821, mentre la Francia con un secondo trattato di pace subì pesanti conseguenze con la perdita di due territori e un'alta indennità da pagare.

L’età della Restaurazione

Il nuovo assetto dopo la definitiva sconfitta di Napoleone fu deciso nel congresso di Vienna nel 1815 e rispecchiò gli indirizzi delle due maggiori potenze, Gran Bretagna e Russia. C’era una teoria che riscosse molto successo all’epoca, ovvero il principio di legittimità che indicava la restaurazione dei vecchi sovrani per diritto divino, ma fu subordinato al vecchio principio di equilibrio, cioè all’obiettivo di ricostruire un sistema internazionale bilanciato che evitasse il predominio di qualcuno.

A tutela di questa lo zar costituì assieme a Prussia e Austria la Santa Alleanza, santa perché i tre sovrani anche se di ramificazioni diverse erano comunque cristiani. Più incisiva però si dimostrò la quadruplice alleanza, fra gli stessi stati e l’Inghilterra nel 1815, che li impegnava per venti anni a risolvere ogni disputa con la diplomazia e a convocare regolarmente i congressi. Si è parlato per questo di pace dei cento anni, il periodo cioè tra 1815 e 1914; ma non è esatto perché in quegli anni ci sono state comunque forti tensioni e guerre ricorrenti localizzate, ma effettivamente quel trattato servì a non generalizzare i conflitti.

Se gli stati della santa alleanza avevano ribadito il proprio pensiero assolutista, in altri stati fu concessa una costituzione e alcune innovazioni da codici napoleonici vennero lasciati. In Francia una volta risalito al trono Luigi XVIII si era dovuta varare una costituzione, e garantiva l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la paura di altre insurrezioni era forte e la condotta moderata del re ne era la prova. Ma alla morte di Luigi salì al trono il fratello Carlo X, che avendo perduto il figlio assassinato da un repubblicano, aveva idee assolutiste, atte a favorire nobiltà e clero. Ma successivamente venne sconfitto da una forte opposizione.

In Spagna il ritorno al trono di Ferdinando significò l’abrogazione della costituzione fatta poco prima, in Svezia e Polonia invece riuscirono a mantenere un regime costituzionale. Nella penisola balcanica invece, una volta che l’impero Ottomano si dissolse si aprì un fonte di instabilità che dura ancora oggi, la cosiddetta questione d’oriente. In questo periodo iniziano a venire fuori le prime ideologie politiche, un liberismo borghese do

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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