Cultura inglese 1
Il corpo è un dato biologico (rappresenta la materialità della nostra esistenza) ma anche un costrutto socio-culturale: la percezione del corpo in ciascuna cultura risponde a una serie di regole che stabiliscono quale sia il corpo “normale” e quale sia, invece, il corpo che si configura come un'anomalia. Nel passaggio fra culture c’è una cosa che non cambia: in ogni cultura esso viene considerato come un segno, come uno strumento che ciascuno usa per comunicare la propria identità al mondo. Ogni volta che operiamo delle scelte (vestirsi in un certo modo, tatuarsi, truccarsi ecc.) rispondiamo a una necessità di comunicazione.
Sul corpo si segna anche l’età: negli ultimi decenni si è cercato di cancellare il più possibile i segni del tempo, del quale il corpo è testimone. Il corpo comunica anche la classe sociale di appartenenza, attraverso l’abbigliamento e il modo di acconciarsi. Il corpo è, quindi, a tutti gli effetti, un testo, sul quale scriviamo le persone che siamo e con il quale entriamo nella comunità. Si è vulnerabili quando ci si colloca o si viene collocati ai margini della società.
L'intervento sul corpo e il potere
L’intervento sul corpo è lo strumento primario di chi detiene il potere. Non a caso, il controllo regolare e normativo del corpo è al centro della riflessione foucaultiana sul potere, che dal XVII secolo in avanti pare radicalizzarsi in due polarità: l’anatomopolitica del corpo (la struttura biologica del corpo) e la biopolitica della popolazione (il modo in cui la vulnerabilità del corpo viene utilizzata per esercitare un potere più o meno evidente). Individuale e collettivo assumono una consistenza ugualmente fisica: sono materiali variamente manipolati dal potere.
Foucault analizza il corpo in termini di “investimento politico”, ricavando da questa definizione l’ineludibilità del rapporto tra conoscenza e potere. Si interviene sul corpo per addomesticare chi lo indossa. Per il tramite del corpo, in altri termini, Foucault arriva a dimostrare che potere e conoscenza si sostengono e autorizzano l’un l’altro.
«La disciplina fabbrica così corpi sottomessi ed esercitati, corpi “docili”. La disciplina aumenta le forze del corpo (in termini economici di utilità) e diminuisce queste stesse forze (in termini politici di obbedienza). In breve: dissocia il potere dal corpo; ne fa, da una parte, un “attitudine”, una “capacità ch’essa cerca di aumentare e dall’altra inverte l’energia, la potenza che potrebbe risultarne, e ne fa un rapporto di stretta soggezione».
Lo strumento è una nostra risorsa ma il corpo è, allo stesso tempo, una vulnerabilità. Se io mi sento marginale ciò che faccio è cercare di rendermi simile, di avvicinarmi il più possibile al modello di riferimento.
Il corpo come segno di comunicazione
Il corpo è a tutti gli effetti un segno che comunica e che è soggetto a un processo di encoding e decoding (codifica e decodifica): il primo è il processo attraverso il quale viene formulato un messaggio, il secondo è il ponte verso l’altro (la comunicazione prevede un mittente, un destinatario e un canale di comunicazione; affinché la comunicazione sia possibile, mittente e destinatario devono utilizzare lo stesso codice). Questo stesso ragionamento può essere applicato al codice del corpo, il modo in cui il corpo si mostra al mondo (volontariamente o involontariamente; ad esempio, nel caso del mostro di Frankenstein, la comunicazione è involontaria: il mostro non è responsabile del corpo e non può modificarlo, sarà sempre visibilmente anomalo. L’unica situazione nella quale il mostro riesce a farsi accettare è quando incontra un uomo cieco, membro di una famiglia francese che il mostro spia per mesi).
Nel caso di una donna che porta il velo non siamo di fronte a una caratteristica biologica o anatomica, è una scelta di abbigliamento (anche se scelta fino a un certo punto); se questa donna si sposta in un’altra comunità ha la possibilità di scegliere: continuare a mostrare la sua fede o meno.
Derek Jarman e Janet Winterson
Derek Jarman fu un regista e scrittore britannico molto popolare nella comunità gay e non solo, fu uno dei primi a dichiarare sin da subito la sua positività all’AIDS. All’epoca ammalarsi di AIDS significava morte certa poiché non vi erano cure e dichiarare la propria sieropositività significava anche dichiarare la propria omosessualità. Un malato di AIDS di quegli anni mostrava alcune caratteristiche fisiche ben identificabili, quali estrema magrezza (ai limiti dell’anoressia), grande difficoltà visiva ecc.
I corpi che si presentano come anomalie sono:
- Disturbing; fastidiosi, inquietano, perché non riusciamo a catalogarli;
- Dangerous; pericolosi, perché possono essere contagiosi;
- Infective; infettivi, l’infezione può essere patologica o anche simbolica;
- Illegal + Unnatural; viene messo fuori legge, come è capitato in passato con gli omosessuali, e viene percepito come innaturale.
Janet Winterson fu la prima scrittrice britannica a dichiararsi omosessuale sin dal primo romanzo. In una delle sue riflessioni critiche dice che “whatever has not been seen before causes troubles”: la comunità si costituisce come un insieme ordinato in cui le relazioni vengono definite sulla base di una serie di leggi che, in partenza, è perfettamente adeguato (rispecchia la società), ma nel tempo la società cambia. C’è sempre qualcuno che fatica ad adeguarsi.
Reazioni della comunità di fronte alla differenza
Cosa può fare la comunità di fronte alla differenza?
- Spingere la persona “diversa” ai margini della comunità;
- Cambiare le regole della comunità;
- Celebrare l’unicità della persona “diversa” (esempio: San Francesco).
Il concetto di cultura
Cultura è un termine di grande complessità; dal punto di vista dell’etimologia, essa deriva dal latino colere che significa “coltivare”. Negli anni il significato si è fatto, però, sempre più simbolico e rarefatto. Nella contemporaneità noi pensiamo ad essa come un universo simbolico, un insieme di formazioni culturali che contribuiscono a modellare la cultura di un paese. Il concetto di cultura è quindi legato alle dinamiche di un'intera comunità ed è un concetto dinamico (non esiste una cultura statica).
- “Culture is that complex whole which includes knowledge, belief, art, morals, law, customs, and other capabilities and habits acquired by man as a member of society” (E.B. Tylor); “complex” e “whole” definiscono la cultura come qualcosa di articolato e integrato. La cultura comprende diversi aspetti espressivi molto diversificati (knowledge, belief ecc.).
- “Where culture meant a state or habit of the mind, or the body of intellectual and moral activities, it means now, also, a whole way of life” (Williams); “whole” significa “sistema integrato” ed è estremamente importante;
- “Culture is ordinary” (Williams); “ordinary” è qualcosa di comune, quotidiano, non eccezionale. Williams pronuncia questa frase nel 1989, un periodo in cui si considera la conoscenza come appannaggio di un’élite. Egli sostiene che per studiare la cultura di una nazione si debba capire ciò che succede nell’espressività popolare (musica, ricorrenze, festività del popolo), bisogna aprire una finestra più ampia sulle modalità espressive della nazione;
- “Culture is concerned with questions of shared social meanings” (Barker); “shared” pone enfasi sul fatto che sia la comunità a produrre la cultura.
Due immagini a confronto
La prima immagine rappresenta una nave negriera, ossia una nave che veniva utilizzata per il trasporto di schiavi dall’Africa occidentale all’America; questo tratto si chiama “middle passage”, il tratto intermedio della triangolazione che, successivamente, dagli attuali USA, andava in Inghilterra per poi tornare in Africa per un nuovo carico. Siamo fra la metà del ‘600 e la guerra civile americana.
La seconda immagine risale ai nostri anni e rappresenta uno dei barconi che si muovono nel Mediterraneo dalle coste settentrionali dell’Africa alle coste meridionali dell’Europa. La contestualizziamo nell’ambito del fotogiornalismo, è una foto scattata per documentare.
Quali somiglianze ci sono fra questi due “testi”? L’ingiustizia e la disumanità della situazione descritta: in entrambi i casi siamo di fronte a viaggi effettuati in condizioni disumane. Quali sono le differenze? Nel primo caso abbiamo delle persone che vengono di fatto rapite e caricate sulla nave, con lo scopo di fare di loro degli schiavi; nel secondo caso abbiamo invece persone che fuggono da circostanze perlopiù belliche.
Cos'è un testo?
«It was already one in the morning; the rain pattered dismally against the panes, and my candle was nearly burnt out, when, by the glimmer of the half-extinguished light, I saw the dull yellow eye of the creature open» (Mary Shelley, Frankenstein).
Il dottor Victor Frankenstein vede gli occhi del mostro dischiudersi e si rende conto di aver creato una creatura mostruosa, al contrario delle sue aspettative. L’atto di aprire gli occhi è un segno di riconoscimento, di identità, di vita.
Confronto tra romanzo e film
Il film Blade Runner gira intorno a un gruppo di creature, create artificialmente, che possiedono delle caratteristiche somiglianti alla creatura di Frankenstein, con la sola differenza che, questa volta, il creatore riesce pienamente nel suo intento. Molte caratteristiche di questi personaggi vengono prese dall’immaginario di Mary Shelley. Le creature hanno delle richieste nei confronti del loro creatore: vogliono più vita. Nell’immaginario di Ridley Scott questi personaggi devono essere fermati, quindi hanno un periodo di vita piuttosto breve. Come il leader di queste creature chiede più vita, allo stesso modo il mostro di Frankenstein chiede a Victor di creare una compagna per lui.
Mettere a confronto un romanzo e un film è complesso: il romanzo utilizza soltanto le parole come codice; se si passa ai codici cinematografici, il romanzo deve essere tramutato in un testo nel quale confluiscono diversi linguaggi. Romanzo e film sono due testi diversi che rispondono a regole diverse, si rivolgono a un pubblico diverso, hanno un impiego commerciale diverso ed implicano una spesa diversa.
Nel caso di Frankenstein di Mary Shelley e Frankissstein di Jeanette Winterson, invece, siamo di fronte a due testi omogenei: entrambi usano parole e sono scritti in inglese ma, comunque, parlano linguaggi diversi (la cultura è cambiata, la lingua anche).
Frankenstein
Frankenstein è stato pubblicato per la prima volta nel 1818. Mary Shelley è molto giovane quando scrive Frankenstein: si trova in Svizzera, sul lago di Ginevra, dove è scappata col poeta (suo compagno) Percy Bysshe Shelley, Polidori (medico di Percy), Byron e Claire Clermont (sorellastra di Mary). Passano le serate piovose a raccontarsi storie gotiche ed è qui che Mary scrive la sua opera più famosa.
Probabilmente c’è un peso importante dell’identità di Mary Shelley nella creatura di Frankenstein. Mary pubblica questa opera come romanzo gotico, che all’epoca era un genere popolare.
- La prima preface (elemento paratestuale) è molto breve, firmata “Mallow” e datata a settembre 1817. Chi la scrive stabilisce alcuni punti di riferimento della scrittura. L’autore (o l’autrice) ci dice prima di tutto che ciò che ci sta per raccontare deriva da un contesto scientifico, in particolare dagli esperimenti che sono stati fatti sul galvanismo, ma ci sono anche dei riferimenti letterari (Iliade, teatro tragico greco, The Tempest e Summer night's dream di Shakespeare e Paradise Lost di Milton). Nella seconda parte della prefazione ci dice che la storia è nata come intrattenimento da una situazione sul lago di Ginevra ma è anche una storia che serve a capire qualcosa della natura umana. “Mallow” non è la firma ma bensì il villaggio dove hanno vissuto i coniugi Shelley. Questa prefazione si pensa sia stata scritta in collaborazione (o totalmente) con il marito. In questa introduzione Mary Shelley si presenta come una donna che ha un carattere tipicamente femminile e che, di fronte a una richiesta, si dichiara disposta a soddisfarla;
- La seconda preface è datata 1831, è più lunga ed è firmata dal marito. Ritornano tutti i dettagli di quella del 1818. Mary Shelley fa un quadro di sé stessa come una persona proveniente da due intellettuali ma che non ha mai voluto essere un’intellettuale. Dice che, essendo figlia di due personalità così importanti come Mary Wollstonecraft (una delle prime suffragette, autrice del The revendication of the rights of women) e William Godwin (filosofo liberale), il fatto che abbia iniziato a scrivere da piccola non sia merito suo e dice anche che più che scrivere, le piaceva immaginare e perdersi nelle storie. Nello scrivere sostiene di essere più un’imitatrice che una creatrice. Inventava storie per sé stessa e avrebbe continuato a farlo se suo marito non l’avesse spinta a diventare scrittrice. Sostiene che si sarebbe voluta dedicare ad altro, alla famiglia, ma che il marito la spronasse a scrivere e ad essere all’altezza della sua famiglia, per poter valutare se lei potesse essere in grado di farlo. A Mary l’idea della storia viene in sogno (segno di talento naturale), l’apparizione è motivata dai discorsi scientifici che si facevano all’epoca. Traspare la nostalgia per questa vacanza sul lago di Ginevra, quando il marito era ancora giovane e l’esperienza letteraria non era ancora una necessità fondamentale per la sopravvivenza. Nell’ultimo paragrafo fa riferimento allo stile: ha attuato una revisione stilistica dell’opera (che non ha però apportato cambiamenti alla storia) e ha sistemato il linguaggio quando le sembrava che non andasse bene (cosa non comune quando si parla di letteratura popolare).
Non conoscerà mai la madre (morta di parto 11 giorni dopo) e il fatto che il padre si sposa nuovamente (con una donna con una figlia) la mette in difficoltà. A 17 anni si innamora di Percy Bysshe Shelley (frequentatore della cerchia intellettuale vicino a suo padre) col quale scappa quando è già incinta (Percy era già sposato con due figli ed era pieno di debiti, doveva scappare per non finire in guai giudiziari). Dopo la morte della moglie legittima di lui, i due si sposano. Mary ha numerose gravidanze ma la sua maternità sarà costellata da lutti.
La sensazione che Mary sperimenta maggiormente è sicuramente l’isolamento. Mary si muove in un contesto che non le appartiene, c’è una dissociazione fra il suo corpo biologico, come appare, e la sostanza di cui è fatta: presenta una indipendenza e un’autonomia di giudizio che si pongono in contrasto con la donna dell’epoca, dato che non era previsto che la donna potesse relazionarsi a livello quasi paritario con artisti maschi. Il corpo di donna che Mary indossa non dovrebbe avere un’identità artistica e comportamentale così marcata. C’è una parziale dissociazione fra self identity e social identity (come gli altri mi vedono): possiede una self identity estremamente articolata ma la sua social identity si trova in contrasto. Questo tipo di situazione è estremizzata nella creatura di Frankenstein: noi estremizziamo una situazione che ci inquieta per poterla studiare meglio e renderla più visibile. Questo processo teorico viene definito come straniamento: rendere più chiaro qualcosa che nel quotidiano non notiamo, mettere in rilievo (in questo caso) per rendere evidente quanto sia discriminatorio avere un corpo piuttosto che un altro.
Dopo la morte del marito Mary sopravvive con i suoi romanzi e facendo la curatrice agli scritti di suo padre. Percy Shelley arrivava da una famiglia benestante e aristocratica, non completò gli studi a Eton (Oxford) perché scrisse un pamphlet di grande successo ma che gli valse l’espulsione. La sua opera più famosa è Prometheus Unbound (1818-1819).
Nel 1798 vengono pubblicate le Lyrical Ballads di William Wordsworth, nella cui introduzione (manifesto del movimento romantico) vengono esposti i principi fondamentali e le caratteristiche formali del romanticismo. Allo stesso anno risale The Rime of the Ancient Mariner di Samuel Coleridge, che Shelley spesso cita nella sua genealogia letteraria come punto di riferimento: ha elemento orrorifico e troviamo il concetto di sublime naturale.
Viene rappresentata (nel suo ritratto più famoso) come una donna comune della sua epoca: abito nero, espressione seria, capelli raccolti. Ci viene presentata come una donna inoffensiva, il che è qualcosa di insolito poiché possiede una storia personale molto provocatoria.
La storia di Frankenstein ha a che fare con uno scienziato svizzero, Victor Frankenstein, il quale vuol creare un essere perfetto partendo da tessuti morti, unendoli fra di loro. Egli assume un atteggiamento “faustiano” e pecca di arroganza. Quando questa creatura prende vita, Victor si accorge di aver creato un essere deforme e dalle sembianze mostruose, diversamente dalle sue aspettative. Tutta la storia si sviluppa attraverso l’interazione fra “creatore” e “creato”, utilizzando la scienza come metodo che consente allo scienziato di pensare di poter, in quale modo, emulare Dio. Si tratta di una scienza Ottocentesca: nell’800 la chimica e la fisica conoscono uno sviluppo impressionante; in Inghilterra... (testo troncato per lunghezza).
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