Dalle origini alla guerra civile (1619 – 1860)
La schiavitù
I primi 20 africani arrivarono su una nave olandese nelle colonie britanniche dell’America del Nord nel 1619. Erano servi a contratto, ovvero tornavano liberi dopo aver lavorato per i loro padroni per un numero prestabilito di anni.
Più resistenti alle malattie e più abili nel lavoro agricolo, gli africani divennero oggetto di trattative internazionali di schiavi molto remunerative per i commercianti portoghesi, inglesi, olandesi e francesi. Si andò definendo l’istituzione della schiavitù che dominò il Nordamerica per due secoli e mezzo.
Negli anni sessanta del Seicento, la legge rendeva la schiavitù permanente ed ereditaria per gli africani. Erano schiavi coloro che nascevano da madre schiava, per questo erano sistematiche le pratiche di violenza sessuale sulle schiave da parte dei padroni bianchi, che le rendevano redditizie.
All’inizio del Settecento gli schiavi non godevano di diritti civili, non potevano votare, testimoniare contro un bianco in tribunale, possedere proprietà, sposarsi con rito civile o religioso, vantare diritti sulla propria prole.
Il ridurre gli schiavi africani a oggetti veniva legittimato culturalmente da argomentazioni sulla loro presunta inferiorità naturale, argomentazioni che si ritrovano in intellettuali europei come Hume, Kant, Hegel.
Gli schiavi erano impiegati come manodopera, come artigiani, marinai e, soprattutto al Sud, nei campi di tabacco, riso e cotone.
Nel 1793 fu messa a punto la cotton gin, una macchina in grado di separare il seme della fibra del cotone, rendendone più veloce la lavorazione. Allo scoppio della guerra civile nel 1860, il cotone rappresentava il 60% del valore di tutte le esportazioni statunitensi e il lavoro non retribuito degli schiavi era alla base di questa ricchezza.
La traversata atlantica
Gli schiavi arrivavano in America attraverso il middle passage, ovvero la traversata atlantica sulle navi negriere. Radunati e smistati in fortezze sulla costa occidentale dell’Africa, gli schiavi venivano poi stipati e incatenati nelle stive in modo calcolato per farne entrare il più possibile e massimizzare i guadagni.
Il viaggio durava vari mesi, in condizioni sanitarie disumane, senza aria né luce, con acqua e cibo scarsi. Ne morivano più del 30% e i corpi venivano gettati in mare attirando un seguito di pescecani.
Vennero trasportati in maniera forzata 15 milioni di africani.
La terra della libertà
La schiavitù veniva praticata anche in Africa, ma nei confronti di criminali o nemici sconfitti in guerra, quindi diversamente da quella praticata dagli europei.
Nell’America del Nord, però, la schiavitù rappresentava un’aberrazione perché le colonie americane avevano lottato contro la madrepatria inglese per affermare il loro diritto alla vita e alla libertà e avevano fatto valere tali diritti con una guerra di indipendenza alla quale avevano preso parte anche migliaia di afroamericani sia liberi che schiavi.
Questa contraddizione tra gli ideali e la pratica della democrazia negli Stati Uniti non sfuggì a oratori, scrittori e intellettuali, ma anche a gruppi religiosi, come quello dei quaccheri, grazie ai quali la schiavitù era stata abolita in gran parte degli stati del Nord all’inizio dell’Ottocento.
Negli stati del Sud invece l’economia si basava sul lavoro degli schiavi, per cui sarebbe rimasta in vita per altri sessant’anni, fino alla fine della guerra civile.
La resistenza degli schiavi e la tradizione orale
La lotta degli schiavi per la libertà prese molteplici forme. Quelle più dirette furono gli ammutinamenti sulle navi negriere, le insurrezioni e le fughe dalle piantagioni.
Una fuga insolita fu quella di Henry 'Box' Brown, deciso a fuggire dopo che fu separato da moglie e figli. Con l’aiuto di alcuni abolizionisti, Brown si fece chiudere in una scatola e si fece spedire da Richmond, VI a Philadelphia, PE. La scatola venne caricata capovolta e trascorse 27 ore di viaggio in modo penoso. Divenne un oratore abolizionista e la sua storia fu pubblicata.
La cultura popolare afroamericana tramandata oralmente svolse una funzione fondamentale nell’elaborazione e preservazione di un sistema di valori attraverso il quale gli schiavi opposero attivamente il proprio punto di vista a quello dei loro oppressori. Favole, proverbi, canti di lavoro e spiritual rappresentano un ricchissimo patrimonio culturale.
Le favole, che celebrano personaggi come Brer Rabbit, possiedono una valenza allegorica finalizzata all’analisi e alla comprensione di un mondo ostile sul quale gli schiavi non avevano alcun controllo, ma dal quale cercavano di non farsi schiacciare.
Negli spiritual, il desiderio di fuga nell’aldilà diventava un’implicita condanna delle sofferenze terrene che rendevano così intenso quel desiderio. Nel caso del bellissimo spiritual Steal away to Jesus (Va’ di nascosto da Gesù), le parole segnalavano anche l’aspirazione a correre verso la libertà tramite la underground railroad, la ferrovia sotterranea, un’organizzazione creata da abolizionisti neri e bianchi che aiutava gli schiavi a fuggire dal Sud verso il Nord, Canada o Messico.
Il signifying, ovvero i doppi sensi e la comunicazione in codice che caratterizzano il folklore americano, decifrabile a vari livelli a seconda del pubblico, rimane ancora oggi una delle soluzioni formali tipiche della produzione culturale sia orale che scritta dei neri.
La tradizione scritta
La poesia
Visto l’isolamento degli schiavi nelle piantagioni e viste le leggi che proibivano di insegnare agli schiavi a leggere e a scrivere, la tradizione letteraria scritta afroamericana ha avuto origine principalmente nelle colonie del Nord degli attuali Stati Uniti.
Già nella seconda metà del Settecento, Lucy Terry aveva composto la ballata La battaglia di Bar e Jupiter Hammon aveva scritto poesie religiose, la prima pubblicata nel 1760.
Madre e madrina della letteratura afroamericana viene considerata però Phillis Wheatley, la prima a pubblicare un volume di poesie e a raggiungere fama internazionale come scrittrice. Rapita in Africa a 8 anni, fu trasportata in America sulla nave negriera Phillis, a cui il suo padrone si ispirerà nel darle il nome. Nel 1761 fu venduta come schiava a John Wheatley, il quale le permise di imparare a leggere e a scrivere. Dopo soli 4 anni di familiarità con la lingua inglese, la Wheatley cominciò a scrivere poesie e nel 1773 andò in Inghilterra (fu ricevuta da Benjamin Franklin) per pubblicare il suo volume Poems on Various Subjects, Religious and Moral.
Questo volume fu importantissimo in quanto sfidava i pregiudizi del tempo, che interpretavano l’assenza di tradizione scritta in Africa come prova dell’inferiorità di tutti i neri.
Consapevole che l’autenticità del volume sarebbe stata messa in dubbio, il padrone incluse nel libro dei documenti che ne provassero la paternità, procedura che sarebbe diventata consueta per gli autori afroamericani.
L’importanza storica e sociologica del volume oscurò per lungo tempo l’aspetto prettamente letterario dell’opera. La Wheatley adottò i modelli letterari neoclassici del suo tempo (incluso il distico eroico di A. Pope) per essere riconosciuta dai suoi contemporanei come artista e legittimare la sua opera agli occhi di un pubblico bianco e ostile. Allo stesso tempo, però, la poetessa adattò i modelli culturali dominanti fornendo un punto di vista “altro”.
Dopo la Wheatley, i poeti neri più importanti del periodo precedente la guerra civile furono George Moses Horton e Frances E. W. Harper.
Horton fu l’unico a pubblicare volumi di poesia e il primo afroamericano a pubblicare un libro nel Sud schiavista. Imparò a scrivere solo nel 1832, quindi il suo primo volume The Hope of Liberty fu trascritto da altri. Nonostante la fama, il poeta non riuscì a guadagnare abbastanza per comprarsi la libertà, quindi divenne libero solo nel 1865, con l’arrivo delle truppe nordiste nel North Carolina.
La Harper nacque invece libera nello stato schiavista del Maryland, studiò in un’accademia per neri a Baltimora e insegnò per un breve periodo in Ohio. Esiliata dal Maryland, si trasferì a Philadelphia, dove lavorò per la ferrovia sotterranea. Nel 1854 pubblicò il suo primo volume, una raccolta di poesie e saggi, Poems on Miscellaneous Subjects che ebbe molto successo.
Le slave narratives
Fu Briton Hammon, un marinaio probabilmente non schiavo, a scrivere nel 1760 il primo breve volume di prosa autobiografica afroamericana a noi noto, A narrative of the uncommon sufferings and surprising deliverance of Briton Hammon, a Negro Man, dando inizio a una tradizione di scrittura autobiografica e di testimonianza scritta che in seguito con le slave narratives, ovvero le autobiografie di schiavi che erano riusciti a conquistare la libertà, avrebbero goduto di fama per oltre un secolo.
The interesting narrative of the life of Olaudah Equiano, or Gustavus Vassa, the African, written by himself, pubblicato a Londra nel 1789, viene considerato il prototipo di questo genere letterario. L’autore, rapito in Africa e venduto come schiavo a 11 anni, divenne un esperto di commercio marittimo e riuscì a comprare la propria libertà per mettersi in proprio. Nella sua biografia, Equiano contrappone la sua infanzia in Africa all’esperienza traumatica della traversata atlantica. La sua biografia venne ristampata 36 volte in 70 anni e tradotta in più lingue.
Tra il 1830 e la fine della guerra civile nel 1865, le slave narratives si affermarono come un genere letterario di successo. Theodore Parker le definì come l’unico genere letterario autenticamente americano.
Frederick Douglass, Harriet Jacobs e William Wells Brown scrissero le autobiografie più famose dell’anteguerra.
Douglass riuscì ad arrivare a New York nel 1838 e si affermò come oratore. Per confutare i dubbi sul suo essere stato schiavo, Douglass scrisse la propria autobiografia, Narrative of the life of Frederick Douglass, an American Slave, written by himself, che si affermò come best-seller internazionale e lo fece diventare il più importante portavoce della comunità africana nell’Ottocento. Nel 1847 fondò The North Star, un suo giornale. L’autobiografia di Douglass viene considerata il capolavoro della tradizione letteraria delle slave narratives. La storia si incentra sulla descrizione dettagliata della schiavitù come istituzione disumana, sulla sofferenza degli schiavi e sul modo in cui l’autore è arrivato alla difficile decisione di fuggire.
Harriet Jacobs fu autrice della prima autobiografia a noi nota scritta negli Stati Uniti da una donna fuggiasca. Usando lo pseudonimo di Linda Brent, la Jacobs incentra la storia sull’esperienza femminile della schiavitù e in particolare sulla realtà di violenza sessuale esercitata dai padroni bianchi sulle schiave e sul senso di responsabilità delle madri, che rendeva più difficile la fuga. La sua biografia, Incidents in the life of a slave girl fu pubblicata nel 1861 e recensita positivamente dalla stampa abolizionista, ma non ottenne grande successo a causa dello scoppio della guerra civile nell’aprile dello stesso anno. Fu un secolo dopo che ebbe successo, nel 1987. La Jacobs ritorce apertamente l’accusa di immoralità contro gli uomini bianchi che approfittano della loro posizione di potere sulle schiave e indica i loro crimini contro la famiglia come sintomatici orrori della schiavitù.
Il romanzo
Citando le parole del critico Robert B. Stepto, la sfiducia nei lettori bianchi, condizionati dagli stereotipi sull’inferiorità dei neri e sulla cui apertura mentale non si poteva fare affidamento, portò scrittori e scrittrici afroamericani a fare uso di quelle strategie di signifying, ovvero di protesta indiretta e comunicazione in codice, che rendono le produzioni culturali afroamericane, sia scritte che orali, stratificate e fruibili a più livelli, a seconda della conoscenza della cultura nera che i lettori possiedono.
Questa sfiducia nei lettori bianchi è molto evidente nel primo romanzo afroamericano a noi attualmente noto, Clotel, or the President’s Daughter di William Wells Brown, pubblicato a Londra nel 1853. Brown nacque schiavo in una piantagione del Kentucky. Dopo un primo infelice tentativo di fuga, conquistò la libertà nel 1834 e, dopo aver lavorato per se stesso su un battello e per la ferrovia sotterranea come oratore, pubblicò la sua autobiografia nel 1847, ottenendo un successo secondo solo a quello di Douglass.
Brown inaugurò vari generi letterari: il primo libro di viaggio nel 1852 (Three years in Europe), il primo dramma nel 1858 (The Escape), la prima storia militare degli afroamericani negli USA (The Negro in the American rebellion).
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