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SEMINARIO - TORTORETO

Critone: Nella parte finale del Dialogo, ma centrale dal punto di vista teoretico, detta anche della "prosopea delle leggi", Platone personifica le Leggi; è ambientato nel 399 a.C., anno della morte di Socrate, precisamente tre giorni prima dell'evento suddetto, perciò fa parte di quei dialoghi che trattano la morte di Socrate (Eutifrone, Apologia di Socrate, Fedone e Critone; probabilmente è il primo dialogo scritto, dal momento che l'Apologia non può essere considerata tale). Mentre la gran parte degli interpreti concorda su tale periodo di composizione, Gomperez e Turolla ritengono che sia un dialogo scritto in tarda età per due motivi: vengono affrontati temi tipici del Platone più maturo (sovranità delle leggi)+Repubblica, Leggi; morte di Socrate, immortalità dell'anima) e non è presente il metodo aporetico (rimane un "aporía", non si giunge ad una conclusione, metodo che caratterizza Eutifrone, Fedone e Apologia), cioè in quest'opera si giunge, attraverso il metodo confutatorio, a delle precise conclusioni. La scena si svolge nel carcere di Atene, pochi giorni prima dell'esecuzione; Critone (personaggio storicamente esistito) è un allievo di Socrate che va a trovarlo di prestissimo mattino per convincerlo a fuggire.

Il dialogo, tuttavia, si risolve in un monologo di Socrate, il quale, nel rispondere alle obiezioni dell'amico, è preda di effettive interrogazioni morali e drammi esistenziali, questioni sulla vita e la morte; la figura di Critone sembra dunque quasi pensata da Platone quasi per esporre la reale ed autentica tensione morale, esistenziale vissuta dal maestro (probabilmente ancora in vita durante la composizione dell'opera). La tematica centrale su cui s'incentra lo scritto è il rapporto tra lógos e doxa, scienza e sapere opinabile, così com'è presente nelle dottrine di Eraclito e Parmenide, concetti rispettivamente rappresentati da Socrate, che va al concetto, a ciò che è obiettivo e permanente, con non poco sforzo ("difficoltà di fare riferimento alla verità nella prassi, in quanto ha valore sia epistemologico che morale") e Critone, il quale espone le opinioni degli ateniesi, delle genti con una certa convinzione (legata ad una dimensione concettualmente inferiore, però umana). In secondo luogo, fin dalle prime righe del dialogo emerge il tema dell'immortalità dell'anima, che è dato per scontato e che Platone, riprendendo dai miti orfici e dai pitagorici, concede indissolubilmente al concetto di anima: fino a Socrate era prima s'intendeva un corpo "sbiadito", senza sangue, come trasmesso dalla tradizione omerica, perciò non è scontato parlare di anima come fa Platone e il suo maestro.

Capitoli I-II:

Appena giunto in carcere Critone trova Socrate dormiente; una volta sveglio quest narra il sogno fatto al discepolo: ha una premonizione in cui una figura femminile vestita di bianco gli rivela che morrà di lì a tre giorni. Tuttavia, l'alleato avverte Socrate che le navi consacrate ad Apollo era di ritorno dal viaggio apolipo: questo seria che di lì a poco i prigionieri condannati a morte sarebbe stati essi.

Capitoli III-VI:

Le argomentazioni di Critone proposte al fine di convincere il maestro a fuggire.

La prima verte intorno alì alle due scigurę che Critone dovrá subire qualora Socrate decida di rimanere in carcere: la morte dell'amico suo più caro, irreparabile e l'accusa di non aver tentato di salvarlo (pagare i custodi del carcere: episodio di routine); Platone mostra un Critone legato alla doxa e all'aspetto pratico della questione, che non capisce la reale implicazione esistenziale dei principi socratici (posti in questione: quale doc costituisce il tratimento esistenziale di Socrate), forse non riesce ad accettarak.

La seconda riguarda il piano di fuga, che già è stato organizzato e preparato nei dettagli; la questione posta a Socrate é la seguente: «Se non mi hanno accettato i miei concittadini, ovunque andró troveró un ostacolo al mio modo di pensare»: è inutile che se ne vada; come nellApologia, il filosofo rifiuta fermamente l'esilio.

La terza verte intorno al tema della giustizia: la morte di Socrate è ingiusta ed egli, Socrate, resterebbe un volontario martini; a questo punto sarebbe stato forse meglio non generarli, considerate le condizioni in cui gli orfan sono costrettista a crescere.

Critone usa un artificio retorico che prevede l'uso della stessa kesiesini argomentativa del maestro, il quale non cede alla provocazione ed accusa l'allievo di mancata rettitudine: Socrate vuole e si sente costretto ad agire unicamente secondo il criterio del lógos, contro l'opinione dei più; con questo vuole dimostrare che il destino del maestro era inevitabile, proprio perché ancorato al lógos, sorretto dalla ragione e dalla verità, si trova a vivere un dramma perché, pur avendo presente l'inevitabilità del suo destino, in quanto essere umano sa trova inevitabilmente sospeso, vacillante, ma pur sempre sorretto dall'assolute necessità: questo tema viene comunemente denominato "tema della coerenza del lógos”. Il sapiente vive in solitudine, isolato rispetto ai più; nella prassi si trova a dover tradurre l'oggettività nell'azione ed è stata qui la difficoltá di Socrate: nella concreta esistenza la prassi dev'essere imparata di principio che va al di là delle single circostanze, dei singoli eventi; questa difficoltá rese Socrate, agl'occhi di Platone, ancora più grande.

L'ultima argomentazione riguarda la vergonga sui sararong soggetti i suoi discepoli, evitabile per dire una innocentulto, Socrate avrebbe ribatto che vera la sua causa fosse propria battista in tribunale, in secondo luogo era possibile condurre li processo in modo diverso (ricordo o a logografi) ed infine se bare e sue simplisicmo fuggire dal carcere.

Capitolo VII:

Tutte le argomentazioni di di Socrate si fondano sullo stesso criterio di abase: se è vero che dobbiamo far riferimento a quanto dicono i medici, per quello che riguarda la salute del corpo, o l'allentare, per l'educazione fisica, è altresì vero che dovremro far riferimento ad un esperto in materia di giusto, buono e bello; Socrate vuol assumere un criterio assoluto ed immuabile per quanto riguarda le virtù così come non inugar de saldo, certo, stabile ed immutabile è per lui del medico sulla salute. Per il giusto, il buono ed il bello, che sono i problemi centrali della riflessione filosofica greca e che è sostanzialmente sono la stessa cosa, poiché strettamente interconnessi, servire al però del filosofo, unico esperto valido per argomentare tali materie, in quanto possiede le tecniche argomentative, il legame con il concetto, con la veritá ed il predominio del lógos, cioè nell'esercizio della razionalitá.

Capitolo VIII:

Propespetti il criterio di base intorno a cui ruotano tutte le argomentazion scracter, esse cominciano in questo caprilo. Se i mali del cuerpo uccidoni il corpo; qual è il male che corrompe l'anima? Secondo Platone è l'ingiustizia, di cui si parla anche nella Repubblica (perciò questo è uno dei punti di cui si avvalogno i sostenitori della tesi secondi cui il Critone è un dialogo della maturitá), cosicché ciò

é che il mastero e il corpo (corretta alimentazione) è paragonabile alla giustizia per l'anima; tuttavia, a differenza della malattia l'ingiustiza non porterá direttamente alla morte (Repubblica: se tutti i mali più grandi portano alla distruzione del corpo ed, invece, il male più grande dell'anima non porta alla sua morte, ma la corrompe soltanto, ciò significa che l'anima è immortale); infatti, in questo dialogo il tema dell'immortalitá dell'anima si dá per scontato.

Quindi Socrate, asserendo per bocca dell'amico "come non è possibile vivere in un corpo malato, deduche non esendo è possibile vivere con un'anima corrotta; allora, per evitare la sua corruzione, se deve far riferimento a colui che di queste cose s'intende e non aldo doxa, alla fallo; pensiero di piú. ll giusto, se la massa è il luogo in ci é depositata la doxa, è destinato ad essere crocefisso, isolato, incompreso, cioè a mettere e rappresentato la sua stessa vita per necessitá del bene, per la sua coerenza interiore.

SEMINARIO - TORTORETO

Critone: Nella parte finale del Dialogo, ma centrale dal punto di vista teoretico, detta anche della “prosopepea delle leggi”, Platone personifica le Leggi; è ambientato nel 399 a.C., anno della morte di Socrate, precisamente tre giorni prima dell’evento suddetto, perciò fa parte di quei dialoghi che trattano la morte di Socrate (Eutifrone, Apologia di Socrate, Fedone e Critone; probabilmente è il primo dialogo scritto, dal momento che L’apologia non può essere considerata tale). Mentre la gran parte degli interpreti concorda su tale periodo di composizione, Gomperz e Turolda ritengono che sia un dialogo scritto in tarda età per due motivi: vengono affrontati temi tipici del Platone più maturo (sovranità delle leggi; Repubblica, Leggi; morte di Socrate, immortalità dell’anima) e non è presente il metodo aporetico (rimane un’“aporia”, non si giunge ad una conclusione, metodo che caratterizza Eutifrone, Fedone e Apologia), cioè in quest’opera si giunge, attraverso il metodo confrontorio, a delle precise conclusioni. La scena si svolge nel carcere di Atene, pochi giorni prima dell’esecuzione; Critone (personaggio storicamente esistito) è un allievo di Socrate che va a trovarlo di prestissimo mattino per convincerlo a fuggire. Il dialogo, tuttavia, si risolve in un monologo di Socrate, il quale, nel rispondere alle obiezioni dell’amico, e privo di effettive interrogazioni morali e drammi esistenziali, questione sulla vita e la morte; la figura di Critone sembra quindi pensata da Platone quasi per esporre la reale ed autentica tensione morale, esistenziale vissuta dal maestro (probabilmente ancora in vita durante la composizione dell’opera). La tematica centrale su cui s’incentra lo scritto è il rapporto tra logos e doxa, scienza e sapere opinabile, così com’è presente nelle dottrine di Eraclito e Parmenide, concetti rispettivamente rappresentati da Socrate, che va al concetto, a ciò che è oggettivo e permanente, con non poco sforzo (”difficoltà di fare fermo riferimento alla verità nella prassi, in quanto ha valore sia epistemologicamente che morale) e Critone, il quale espone le opinioni degli ateniesi, delle genti con una certa convinzione (legata ad una dimensione concettualmente inferiore, però umana). In secondo luogo, fin dalle prime righe del dialogo emerge il tema dell’immortalità dell’anima, che è dato per scontato e che Platone, riprendolo dai miti orfici e dai pitagorici, concede indissolubilmente al concetto di anima: fino a Socrate per anima s’intendeva un corpo “sbiadito”, senza sangue, come trasmesso dalla tradizione Omerica, perciò non è scontato parlare di anima come fa Platone e il suo maestro.

Capitoli I-II:

Appena giunto in carcere Critone trova Socrate dormiente; una volta sveglio questi narra il sogno fatto al discepolo: ha una premonizione in cui una figura femminile vestita di bianco gli rivela che morirà di lì a tre giorni. Tuttavia, l’allievo avverte Socrate che le navi consacrate ad Apollo era di ritorno dal viaggio compiuto: questo era segno che di lì a poco i prigionieri condannati a morte sarebbero stati uccisi.

Capitoli III-VI:

Argomentazioni di Critone proposte al fine di convincere il maestro a fuggire. La prima verte intorno alla due scingere che Critone dovrà subire qualora Socrate decida di rimanere in carcere: la morte dell’amico suo più caro, ineguagliabile l’accusa di non aver tentato di salvarlo (pagare i custodi del carcere: episodio di routine); Platone mostra un Critone legato alla doxa e all’aspetto pratico della questione, che non capisce la reale implicazione esistenziale dei principi socratici (posti in questione: quello che costituisce il contenuto esistenziale di Socrate), o forse non riesce ad accettarla. La seconda riguarda il piano di fuga, che già è stato organizzato e preparato nei dettagli; la questione posta a Socrate è la seguente: «Se non mi hanno accettato i miei concittadini, ovunque andrò troverò un ostacolo al mio modo di pensare»: è inutile che se ne vada, come nell’Apologia, il filosofo rifiuta fermamente l’esilio. La terza verte intorno al tema della giustizia: la morte di Socrate in questo modo - per non rispettarne volontariamente il diritto -, a questo punto sarebbe stato forse meglio non generarlo, considerato le condizioni in cui gli orfani sono costretti a crescere. Critone usa un artificio retorico che prevede l’uso della stessa generazione argomentativa del maestro, il quale pone cela alla provocazione ed accusa l’allievo di mancata rettitudine: Socrate vuole e esige di essere costretto ad agire unicamente secondo il criterio del logos, contro l’opinione dei più; con questo Platone vuole dimostrare che il destino del maestro era inevitabile, proprio perché ancorato al logos, sortegliato dalla ragione e dalla verità, si trovava a vivere un dramma perché, pur avendo presente l’inevitabilità del suo destino, in quanto essere umano si trova inevitabilmente sospeso, vacillante, ma pur sempre sorretto dall’assoluta necessità: questa tensione viene comunemente denominata “tema della coerenza del lagos”. Il sapiente vive in solitudine, isolato rispetto ai più; nella prassi si trova a dover tradurre l’oggettività nell’azione e sta qui tutta la difficoltà di Socrate: nella concreta esistenza la prassi dev’essere improntata al principio che va al di là delle singole circostanze, dei singoli eventi; ma questa difficoltà rese Socrate, dagli occhi di Platone, ancora più grande. L’ultima argomentazione riguarda la vergogna sui saranno soggetti i sui discepoli, evitabile per dire uscirne, inaw tutto, Socrate avrebbe potuto evitare che la sua causa fosse portata in tribunale, in secondo luogo era possibile condurre il processo in modo diverso (ricorso all’elografi) ed infine se basare su lei suoi semplicissimo fuggire dal carcere.

Capitoli VII:

Tutte le argomentazioni di Socrate si fondano sullo stesso criterio di base: se è vero che dobbiamo far riferimento a quanto dicono i medici, per quello che riguarda la salute del corpo, o l’allenatore, per l’educazione fisica, è altresì vero che dovremmo far riferimento ad un esperto in materia di giusto, buono e bello; Socrate vuol assumere un criterio assoluto ed immutabile per quanto riguarda le virtù così come noi diamo per saldo, certo, stabile ed immutabile il parere del medico sulla salute. Per il giusto, il buono ed il bello, che sono i problemi centrali della riflessione filosofica greca e che sostanzialmente sono la stessa cosa, poiché strettamente interconnessi, serve il parere del filosofo, unico esperto valido per argomentare tale materia, in quanto possiede le tecniche argomentative, il lagon con il concetto, con la verità ed il predominio del lagos, ciò nell’esercizio della razionalità.

Capitolo VIII:

Propone il criterio di base intorno a cui ruotano tutte le argomentazioni socratiche, esse cominciano in questo capoletto. Se i mali del corpo uccidono il corpo, qual è il male che corrompe l’anima? Secondo Platone è l’ingiuistizia, di cui si parla anche nella Repubblica (perciò questo è uno dei punti di cui si avvalgono i sostenitori della tesi secondo cui il Critone è un dialogo della maturità), cosicché ciò che è il male del corpo (corretta alimentazione) è paragonabile alla giustizia per l’anima; tuttavia, a differenza delle malattie l’ingiustizia non porta direttamente alla morte (Repubblica: se tutti i mali più grandi portano alla distruzione del corpo ed ergo, i mali più grandi dell’anima non porta alla sua morte, ma la corrompe soltanto, ciò significa che l’anima è immortale); infatti, in questo dialogo il tema dell’immortalità dell’anima si da per scontato. Quindi Socrate, asserendo per bocca dell’amico che non è possibile vivere in un corpo malato, deduce che nemmeno è possibile vivere con un’anima corrotta; allora, per evitare la sua corruzione, se deve far riferimento a colui che di queste cose s’intende e non alla doxa, alla folla, al pensiero dei più. Il giusto, se la massa è il luogo in cui è depositata a doxa, è destinato ad essere crocefisso, isolato, incompleto, ciò è mettere a repentaglio la sua stessa vita per necessità del bene, per la sua coerenza interiore.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/07 Storia della filosofia antica

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