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La criminologia è una scienza descrittiva, in quanto ad essa compete una descrizione fattuale,la

classificazione e la differenziazione dei delitti e dei loro autori. E’ anche una scienza eziologica,

poiché ricerca le cause dei fenomeni da lei osservati.

Oggi la criminologia può essere definita come lo studio del crimine e del comportamento

criminale.

Oggetto della criminologia è l’azione criminale (definita come atto umano antigiuridico, cioè il

reato) e il criminale (la persona che ha commesso l’atto antigiuridico, cioè il reo).

Il metodo operativo della criminologia, è la sintesi interdisciplinare di tutte le materie che la

interessano, vale a dire:

Antropologia criminale

Psicologia criminale

Sociologia criminale

Diritto penale

Criminologia critica:la criminalità venne intesa non più come fatto sociale ma come fatto politico.

La criminologia critica identificò la devianza con il dissenso Infatti, i criminali vennero intesi

semplicemente come devianti cioè come oppositori di quello che veniva denominato il “sistema”.

Si diffuse negli anni ’70 – ’80 in una prospettiva ideologia marxista in Inghilterra.Viene distinta

una devianza individuale che costituisce una modalità di rigetto della società borghese da una

devianza organizzata ordinata nei movimenti politici delle classi dei lavoratori.

La criminologia clinica rappresenta, invece, l'ambito disciplinare che si pone come obiettivo lo

studio del singolo caso, l'analisi del soggetto criminale nella sua personalità e nel suo

comportamento.

Tale approccio si fonda ovviamente sul principio che il comportamento umano è legato ad una

determinata personalità o ad una determinata patologia.

Gli Stati Uniti sono il paese che presenta il numero più alto d’assassini seriali nel mondo. L’F.B.I.

ha studiato questi soggetti in maniera molto approfondita e la maggior parte delle informazioni

attualmente disponibili provengono direttamente da questa fonte.

Il comportamento deviante: un problema di definizione.

Il comportamento che si discosta da una norma o da un sistema di regole, del gruppo o del

sottogruppo di appartenenza, più spesso del gruppo sociale dominante, viene dichiarato

deviante e condannato con l’emarginazione o con sanzioni sociali di vario tipo.

Il movente dell’agire antisociale, offre informazioni preziose, relativamente alla personalità del reo

e alle sue capacità di autocontrollo, ed uno strumento di previsione sulla recidività all’azione

antinormativa, e della connessa possibilità di reinserimento sociale.

Quando prevale un disadattamento relazionale per l’incapacità di alternare un ruolo attivo e uno

passivo nelle relazioni interpersonali,sarà preminente un isolamento affettivo,

una non condivisione delle norme familiari; nelle situazioni di gruppi preformati presenterà

iperattività ed impulsività esplosiva che incideranno negativamente sull’adattamento scolastico e

lavorativo.

Fermo restando che sono perseguiti solo i reati, atti manifestamente antisociali, messi in atto

dalla devianza dalla legge penale, va distinta da questa la devianza come giudizio sociale; si può

affermare infatti che la devianza non è tutta delittuosa, mentre i delitti sono tutti devianze

dall’ordinamento giuridico.

Il termine devianza ha una sua lunga storia nella letteratura sociologica teorica ed empirica

mentre non ha conquistato uno spazio consistente né nel linguaggio dell'uomo della strada né

nel linguaggio dei

mass-media. E' risaputo che i sociologi parlano di comportamento deviante, in linea di massima,

quando intendono descrivere un comportamento che si discosta dalle aspettative di normalità

collaudate da una data società. Gli elementi minimi e costitutivi di questa definizione, rilevanti

dal

punto di vista del sociologo sono: a) un attore individuale o un gruppo; b) un comportamento

che si

qualifica per la sua relativa eccezionalità nei confronti del quadro normativo generalmente

accettato

da una società- Stato nonché codificato dal diritto positivo e, comunque, ben radicato nella

cultura

dominante del tempo. Ove non ci sia una reazione della società l'atto non può maturare la sua

connotazione come atto deviante.

La definizione scientifica della devianza assume connotazioni diverse in riferimento

all'impostazione teorica generale adottata da chi la studia. Il sociologo positivista fa coincidere

l'atto deviante con il rifiuto della norma codificata e si preoccupa di individuare le motivazioni che

inducono alla devianza. Il sociologo marxista tende, invece, a privilegiare un'impostazione

secondo cui la devianza si connette a determinati ruoli definiti,naturalmente, dalla differente

appartenenza di classe e dalla posizione che i soggetti occupano nel processo produttivo. La

prospettiva interpretativa propria della labelling theory adotta un criterio di valutazione

tipicamente radicale: la devianza è il prodotto di una relazione di potere che vede da un lato un

individuo od un gruppo in una condizione di debolezza rispetto ad un altro individuo od un altro

gruppo che ha il potere (e l'interesse relativo) di etichettare come deviante il primo.

E’ opportuno sottolineare le differenze che sussistono fra la criminologia e la sociologia della

devianza. La criminologia studia le infrazioni commesse nei confronti delle leggi; la sociologia

della devianza ha un oggetto assai più ampio includendo nei suoi interessi ogni atto che si

allontana dal comportamento socialmente accettato come comportamento normale. Come dire

che si può essere devianti anche senza essere criminali; come dire che la

società può prevedere sanzioni per atti che vengono reputati devianti sulla base di convenzioni

sociali che non arrivano ad essere recepite nella legislazione di una società-Stato e che, anzi, a

volte

hanno un significato solo ove si manifestino all'interno di alcune cerchie sociali. La

criminologia per molto tempo si è disinteressata di studiare i processi sociali che accompagnano

la

produzione del crimine, mentre la sociologia si è preoccupata costantemente di ricostruire il

percorso che approda all'assunzione di un'identità deviante.. Anche la distinzione che E. Lemert

(1967) ha proposto fra devianza primaria e devianza secondaria è particolarmente opportuna in

ordine alla valutazione delle reazioni sociali indotte dal comportamento deviante; si tratta di un

ulteriore aspetto che non rientra negli interessi coltivati dalla criminologia.

Varie teorie sulla devianza

Per Matza la definizione sociale della devianza discende dal conflitto fra il senso attribuito all'atto

deviante dai devianti e il senso dato allo stesso atto dagli altri soggetti. Nel suo studio sui

giovani

delinquenti Matza vede nel deviante un individuo che partecipa al sistema dei valori legittimo e

si

pone il problema di spiegare perché il deviante è tale, pur conoscendo e condividendo le regole

di

comportamento degli altri membri della società. In un contesto in cui i valori e le norme

rappresentano delle guide per l'azione di carattere flessibile, il

deviante può elaborare delle giustificazioni della propria azione, adducendo motivazioni che

legittimano dal suo punto di vista la sospensione di una norma morale o legale e gli consentono

di

sentirsi autorizzato a trasgredire. In quest'ottica l'ingresso nella devianza non implica

l'interiorizzazione dei valori di una sottocultura contrapposta all'ordine sociale dominante, ma

l'apprendimento delle “tecniche di neutralizzazione” che consentono all'individuo di continuare a

considerare legittime le regole che sta violando. Le tecniche di neutralizzazione individuate sono

cinque: la negazione della responsabilità, la negazione del danno, la negazione della vittima, la

condanna di chi condanna e il richiamo a lealtà di ordine più elevato.

Un individuo compie un reato quando i vincoli che lo legano alla società perdono di

forza e di efficacia nel trattenerlo dal seguire le proprie inclinazioni e i propri interessi. I legami

sociali sono costituiti da quattro elementi: l'attaccamento, il coinvolgimento, l'impegno e la

convinzione. L'attaccamento è dato dalla forza dei legami verso altri significativi (i genitori, gli

amici, i modelli di ruolo) o verso le istituzioni (la scuola, l'associazione); il coinvolgimento è

espresso dal tempo e dalle risorse dedicate alla partecipazione ad attività convenzionali (tanto

più

tempo è dedicato allo studio, allo svago, ecc. tanto meno ne resta per compiere atti devianti);

l'impegno è costituito dall'investimento sotto forma di istruzione, reputazione, posizione

economica; la convinzione, infine, consiste nel riconoscimento della validità delle norme vigenti.

La libertà di adottare comportamenti devianti si riduce o si estende a seconda della presenza e

dell'intensità degli elementi costitutivi dei legami sociali.

La teoria del controllo sociale pone, dunque, in relazione l'aumento dei comportamenti devianti

con l'indebolimento della coesione sociale.

Una versione più recente della teoria del controllo sociale è stata elaborata da Gottfredson e

Hirschi (1990) con la denominazione di teoria generale della criminalità o teoria del basso

autocontrollo. Il crimine non nasce da motivazioni o bisogni specifici ma dalle pulsioni di tipo

egoistico quando vi è un basso grado di autocontrollo. I tratti della personalità individuale -

come

l'impulsività, l'insensibilità, l'egocentrismo e le capacità intellettive - assunti in età precoce

durante

il processo di socializzazione influenzano la capacità di autocontrollo degli individui. Se le

caratteristiche potenzialmente criminali sono parte costitutiva della natura umana, la possibilità

di

intraprendere una carriera deviante viene a dipendere dal successo o dal fallimento del processo

di

socializzazione. All'interno della loro teoria gli autori ricomprendono anche gli assunti di altre

correnti teoriche; l'atto deviante, da un lato, è compiuto dal soggetto sulla base di

un'aspettativa di

gratificazione e del calcolo dei costi e dei benefici che ne scaturiscono, che configurano una

disposizione razionale da parte del deviante, e, dall'altro, presuppone delle condizioni favorevoli

esterne e interne al soggetto.

La Scuola di Chicago: la grande città e la devianza

Negli anni Venti ed in quelli immediatamente successivi la crescita brutalmente rapida delle città

rappresenta per gli Stati Uniti d'America il nodo sociale e politico dalla cui risoluzione dipende la

stabilità del quadro societario complessivo. Un buon esempio è offerto dall'ingigantimento di

Chicago,di gruppi etnici, di nazionalità e di classi sociali differenti; la grande città è il

punto di arrivo agognato di un flusso migratorio di vasta consistenza proveniente dall'Europa,

ma

pure dalle piccole città e dalle innumerevoli comunità rurali dell'America del tempo. La Chicago

degli anni Venti e Trenta diventa così il laboratorio di ricerca ideale per chi si occupa dei

fenomeni

di patologia urbana. La disoccupazione, la mancanza di alloggio, il vizio, il crimine e la devianza

caratterizzano la vita di questi giganteschi agglomerati di folle inquiete ed in continuo

movimento.

La Scuola ecologica di Chicago avvia delle ricerche sulla sociologia del comportamento deviante.

Gli ecologi urbani propongono il termine disorganizzazione sociale perché la loro impostazione

ricollega la devianza ad un processo di disgregazione sociale che ha nella città la sua matrice

fondamentale.

L'allentarsi dei vincoli che legavano un individuo ad un determinato spazio ove si esauriva la sua

vita di essere sociale e l'indebolirsi dell'influenza dei gruppi primari incoraggiano l'aumento della

disorganizzazione sociale, della devianza e del crimine che non solo si intensificano ma

acquistano

una connotazione marcatamente urbana. «La natura generale di questi mutamenti è indicata

dal

fatto che lo sviluppo delle città è stato accompagnato dalla sostituzione di relazioni indirette e

'secondarie' alle relazioni dirette, immediate e 'primarie' nelle associazioni degli individui nella

comunità. Sotto le influenze disgregatrici della vita cittadina, la maggior parte delle nostre

istituzioni tradizionali - la chiesa, la scuola e la famiglia - si sono notevolmente modificate»

Insieme alla dissoluzione progressiva di questo tipo di relazioni sociali e delle

istituzioni fondamentali assistiamo all'indebolimento ed alla scomparsa graduale di quell'ordine

morale tradizionale che su quel tipo di relazioni si fondava. Sono dunque alterate le condizioni

che

garantivano un certo tipo di controllo sociale. Park, infatti, definisce "regioni morali" quelle zone

della

città "ove prevale un codice morale deviante".

Nell'ambito della Scuola di Chicago la teoria dell'interazionismo simbolico costituisce un

riferimento essenziale per la comprensione della devianza. Il comportamento umano viene

concettualizzato come 'relativo' in quanto prodotto dagli scambi simbolici fra individui. La

definizione di sé stessi e degli altri da parte dei soggetti avviene attraverso il processo

comunicativo, o di simbolizzazione.


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luca d.

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DETTAGLI
Esame: Criminologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze della politica
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

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