Agli inizi degli anni '80: problema delle tossicodipendenze
Agli inizi degli anni '80 la gravità del problema delle tossicodipendenze impose di prendere in seria considerazione il binomio droga – crimine basandosi su tre spunti principali:
- La circolazione delle droghe può far nascere e alimentare le tossicomanie;
- Coloro che usano le droghe possono essere più propensi a commettere crimini;
- Il contrabbando illecito delle droghe (mercato delle droghe) amplia le attività criminali e rende le organizzazioni criminali più forti e radicate nel tessuto sociale.
Teorie contrastanti sulla relazione droga-criminalità
Riguardo il binomio droga-criminalità vi sono teorie contrastanti: alcuni studiosi sostengono che non vi sia obbligatoriamente una correlazione tra i due aspetti; altri sostengono invece che vi sia un collegamento di stretta interdipendenza tra droga e crimine. Si parla in questo caso di “azione diretta” per indicare quei delitti che vengono commessi da soggetti sotto l’influenza di sostanze stupefacenti e di “relazione indiretta” per indicare i delitti commessi dai soggetti con lo scopo di procurarsi la droga.
Da questa definizione risulta lampante la difficoltà di esprimere giudizi e dare definizioni rispetto a questo problema sociale, si può però affermare che l’uso e l’abuso delle droghe possono risultare utili nello studio delle relazioni consumi-consumatori.
Basic need e mercato della droga
Con “basic need” (bisogno base del consumo di droga) si indica il benessere psichico, ciò che i soggetti ricercano quando si avvicinano al mondo degli stupefacenti. Lo studio del mercato della droga (sottocultura astensionista) è importante perché ha come fine ultimo il successo e il guadagno (così come ogni sottocultura criminale) e al suo interno vi sono forti interessi che riguardano sia l’ambiente criminale che (purtroppo spesso) quello dei colletti bianchi.
Intervento terapeutico e politica della salute
A metà degli anni '80 è entrata in gioco la dinamica dell’“intervento terapeutico” e si è sviluppata una grande attenzione per la così detta “politica della salute”; si è aperto un confronto sulla valutazione di nuove forme di assistenza e di cura da poter applicare per cercare di risolvere il problema. Il nodo principale sul quale ci si è soffermati è: la tossicodipendenza è una malattia o è una carattere di espressione di disagio sociale?
Parsons: aspetti del sistema istituzionalizzato di aspettative
Parsons nel suo studio ha individuato quattro aspetti del sistema istituzionalizzato di aspettative riguardanti il ruolo del “malato”:
- Esecuzione dalle responsabilità normali del ruolo sociale (è il medico che legittima la malattia e che svolge la funzione di proteggere da eventuali simulazioni);
- Il soggetto una volta definito tossicodipendente si trova nella condizione di dover essere curato;
- Lo stato di malattia viene considerato indesiderabile, quindi, il soggetto è obbligato a voler guarire, stare bene;
- Il malato a volte viene obbligato a cercare aiuto per risolvere il suo problema a qualcuno di tecnicamente competente, a un medico con il quale cooperare.
Ambiguità e approcci al problema delle tossicodipendenze
Nell’ambito delle tossicodipendenze si realizza una situazione ambigua, il consumatore si pensa scelga il suo comportamento e quindi viene ritenuto responsabile della sua condizione. In questa ottica anche l’aspettativa che questo collaborerà per risolvere in modo definitivo il problema risulta piuttosto bassa. Dall’altro lato viene visto come un soggetto che deve essere curato, non solo per sé stesso ma perché può costituire un pericolo per la società nella sua interezza.
Vi sono quindi due differenti approcci al problema:
- Secondo alcuni studiosi i soggetti vanno puniti (punizione);
- Secondo altri vanno invece curati (cura).
Oltre alla complessità del problema insita vi è inoltre un altro importante problema, quello della “doppia diagnosi”; quando tossicodipendenza e disturbi mentali si alternano e/o si nascondo uno dentro l’altro, rendendo complesso lo studio dell’individuo e quindi ancora più difficile la ricerca di un metodo di intervento adatto.
Capitolo 1: Tossicodipendenza e comunità tra premesse terapeutiche e percorsi educativi
La comunità: una premessa sociologica
Tra i numerosi interventi volti al recupero del tossicodipendente la comunità rappresenta un ambito in cui è possibile un cambiamento; molto è stato scritto su questo istituti dividendosi tra chi le sostiene, ritenendole strumento di totale recupero e chi ritiene siano inutili. Bisogna soffermarsi sul termine “comunità”, che racchiude tre principali accezioni: una prima nozione rimanda alle caratteristiche spaziali, ossia un insieme di individui che si riuniscono tutti in uno stesso luogo; una seconda definizione è quella di comunità come organizzazione autosufficiente; la terza si caratterizza per il legame di solidarietà presente tra i soggetti e il tipo di organizzazione che consegue a questi legami.
A quest’ultima definizione si ricollegano gli studi di Comte, Durkheim, Weber e Tonnies che mette in contrapposizione due idealtipi di organizzazione sociale: Gemeinschaft (kultur= armonia e cooperazione) e Gesellschaft (zivilization= interesse egoistico); oggi c’è una crescente voglia di comunità, da qui l’invito a sperimentare le relazioni.
Un altro concetto è quello di “persona”, la quale è costitutivamente aperta all’incontro con l’altro da sé, come afferma G. Magro, così che si attui il riconoscimento reciproco. Riconoscimento significa ascrivere un ruolo attivo da parte del tossicodipendente, esercitare un dominio intellettuale che permette l’apertura verso lo stadio successivo che è quello dell’essere riconosciuto dalla collettività.
Le comunità per tossicodipendenti: caratteristiche, obiettivi e modalità operative
Uno sguardo al passato: le origini della comunità per tossicodipendenti
Per comunità terapeutica s’intendono quelle strutture in cui un gruppo di persone diventano una sorta di microsocietà e condividono obiettivi comuni, già a partire dalla seconda metà del ‘700 grazie a gruppi religiosi nascono le prime comunità terapeutiche in Inghilterra. Conolly porta un cambiamento radicale nei primi dell’800, avviò ricerche in campo medico volte al recupero dei malati mentali che fecero emergere la nocività dei sistemi coercitivi per lasciare spazio a metodi educativi: “trattamenti morali”.
È intorno al 1950 che le comunità terapeutiche assumono un ruolo centrale nella psichiatria sociale e adottano dinamiche di gruppo. M. Jones ha influenzato gli stili organizzativi di molte comunità volendo una collaborazione stretta tra staff e pazienti, cambiando l’antecedente situazione che pendeva nettamente a favore del personale, favorendo così un clima decisamente democratico. La cura si doveva basare sulla rieducazione e sul processo pedagogico e sebbene questo abbia ampiamente influenzato il movimento anti-psichiatrico non ha sortito gli stessi effetti sulla tossicodipendenza.
Più significativi i contributi degli Stati Uniti con la nascita della comunità di Synanon nel 1958 ad opera dell’ex alcolista Dederich. Questa fu importante per il carattere laico e residenziale, una famiglia sostitutiva in cui il soggetto doveva obbligatoriamente responsabilizzarsi grazie all’impronta gerarchizzata e rigida dell’organizzazione. I passaggi del soggetto da riabilitare erano quattro:
- La rinascita, disimparare i comportamenti sbagliati;
- La responsabilità dei propri comportamenti;
- La realtà, ammettere l’evidenza dei propri comportamenti;
- Il rispetto verso se stessi e gli altri.
La comunità di Daytop influenzò ancora di più il panorama statunitense, con una maggior apertura verso l’esterno e una maggior temporaneità dei programmi. In Italia abbiamo più fasi nella costituzione delle comunità fra il 1968 e il 1975; una prima fase embrionale vede le comunità ruotare attorno ad una figura carismatica e costituite da volontari che avvicinano i tossicodipendenti nelle aree degradate della città.
La seconda fase a metà anni ’70 fino a fine anni ’80, si danno un’organizzazione interna e crescono enormemente, inizia un riconoscimento istituzionale. La terza fase nei pieni anni ’90 coincide con l’effettiva legittimazione, nasce la prevenzione giovanile e la collaborazione con i servizi sociali. La quarta fase è l’involuzione, la caduta del mito, le aspettative eccessive non raggiunte. Inoltre oggi ci sono cambiamenti a livello di utenza, le tipologie delle sostanze, la poliassunzione, le norme, il sistema sociale.
Obiettivi e funzionamento delle comunità per tossicodipendenti
Prima la comunità era prevista come ultima spiaggia, oggi è soprattutto vista come strumento preventivo e la droga non è più il problema principale ma ulteriore, così che queste strutture si fanno carico del reinserimento in società. Tuttavia ancora oggi l’accesso a tali strutture è limitato così da poter accogliere coloro che sono spinti da una forte motivazione o coloro che provengono da contesti carenti di risorse sociali. La permanenza in comunità prevede un iter, non esente da fallimenti, le fasi si rifanno ad uno schema:
- Ammissione: il soggetto deve effettuare la richiesta, spesso tramite una lettera, questo ha scopo terapeutico ma anche a tutela stessa della comunità. I tempi per l’inserimento non sono brevi, questo perché è necessario valutare che le motivazioni siano serie e che il soggetto arrivi disintossicato, infatti all’interno della comunità non è assolutamente ammessa alcuna droga. Il primo contatto è affidato al responsabile o ad ex tossicodipendenti o ad operatori competenti, a variare sono anche le modalità con cui si accoglie il soggetto, dopodiché egli è accompagnato a visitare la comunità e le sue regole; verrà spogliato di tutti i suoi effetti personali.
- Periodo residenziale: può essere determinato o no, il primo periodo è molto difficile e sono frequenti fughe e abbandoni. La presenza di regole è fondamentale, prima fra tutte il divieto dell’uso di droghe, alcool, sigarette, comportamenti violenti e rapporti sessuali tra residenti. Ci sono anche regole temporanee che sono più rigide all’inizio del percorso come le telefonate, le uscite, le visite ma si ammorbidiscono con il grado di responsabilità acquisito. Nel caso di violazione vengono applicate sanzioni automaticamente, nei casi più gravi l’allontanamento. La residenza cambia radicalmente il modo di vivere del tossicodipendente prevedendo un programma dettagliato della giornata, elemento che accomuna ogni attività è la fatica fisica e la regolarità, aspetti abbandonati da tempo dal tossico, anche il tempo libero viene organizzato e non lasciato all’ozio; solo con il passare del tempo verrà data più autonomia al soggetto.
- Le dimissioni e il reinserimento in società: è l’obiettivo ultimo, affrontare la società con i suoi inevitabili pregiudizi e stereotipi, la comunità cerca di rendere questo impatto più semplice con il supporto di associazioni all’esterno che aiutano il reinserimento lavorativo e attuano un controllo per evitare possibili ricadute. Altre volte la comunità può decidere di assegnare al soggetto che ne fa richiesta una mansione all’interno della struttura, rimane così al suo interno ma con una posizione nettamente mutata: da colui che aveva bisogno di aiuto a colui che aiuta. Questa scelta va ponderata perché pur rivelandosi efficace si rischia un’altra dipendenza che è quella dalla comunità stessa.
Per una tipologia delle comunità
Vi sono differenti tipologie di comunità che intendono il trattamento della tossicodipendenza in modo diverso, le comunità del nostro paese fanno riferimento a tipologie miste.
- Comunità normativa e carismatica: la prima è gerarchizzata, le norme sono rigide e severe, il ruolo centrale è rappresentato dalla norma, pena l’espulsione dal gruppo, mentre nella comunità carismatica il ruolo centrale è del leader al quale il soggetto dovrà obbedire.
- Comunità chiuse e aperte: le prime adottano metodi coercitivi, vogliono il totale controllo sull’individuo in quanto è ritenuto irresponsabile, al contrario quelle aperte prediligono l’autogestione, l’amministrazione del tempo libero affinché il tossicodipendente si riappropri della sua autostima, le comunità aperte collaborano con il territorio circostante per il reinserimento sociale fin dal principio.
- Comunità democratiche e gerarchiche: le prime hanno estrema flessibilità nelle attività e nella terapia, fondate su ideali umanistici, le decisioni sono prese collegialmente così come le punizioni da infliggere ai trasgressori. Quelle gerarchiche hanno uno spazio ben strutturato con una chiara divisione dei ruoli, le decisioni sono prese dallo staff, solo nelle varie fasi il soggetto potrà ambire a gradi maggiori.
- Comunità esplicitamente terapeutiche e implicitamente terapeutiche: la prima tipologia si pone come transitoria, il focus è il reinserimento, il programma è predefinito in fasi e la sua struttura può essere gerarchica o democratica. Diverse sono quelle implicitamente terapeutiche che rifiutano l’etichetta di “terapeutiche” in quanto vogliono sostituire il contesto di provenienza, sono cittadelle autosufficienti (es: San Patrignano). Anche queste comunità prevedono un reinserimento in società ma senza un tempo prefissato, il gruppo diviene il catalizzatore di un processo di mutamento che coinvolge il tessuto sociale, non solo per il consumo di droghe ma per il disagio sociale.
Conclusioni: la valenza pedagogica delle comunità per tossicodipendenti
La comunità dà risultati insoddisfacenti se non è affiancata ad una dimensione educativa con percorsi ad hoc alla persona; l’elemento educativo diventa basilare che favorisce la maturità psichica prima ancora che la guarigione dalla dipendenza. Così il consumo di droghe non andrebbe inteso come malattia ma come risposta ad un disagio; è con le dinamiche relazionali della comunità che si offrono sostegno ed aiuto. Poiché questa condivisione abbia una valenza pedagogica reale non deve esprimersi in una omologazione, in un’uniformità di trattamento ma deve rivolgersi in modo specifico a quella persona, pur entro strategie standardizzate. Ciò significa riconoscere la libertà del soggetto, pur riconoscendo la pericolosità di tale approccio. È questa la grande scommessa delle comunità oggi: far rifiorire nel tossicodipendente la passione all’esistenza.
Capitolo 2: La figura del tossicodipendente: rassegna normativa
In questo capitolo si ripercorrerà la normativa sugli stupefacenti in Italia per evidenziare l'evoluzione dell'approccio alla personalità del tossicodipendente nel tempo.
- La normativa del ventennio: il periodo dal 1922 al 1943, caratterizzato dalla continuità del governo fascista, rappresentò una delle più fertili stagioni normative per l'Italia e alcune leggi che consideriamo sono ancora in vigore.
- L. 18/02/1923 n.396: è la prima legge italiana in materia di stupefacenti. È una norma breve composta da soli 13 articoli, ma è importante perché vieta di fatto solamente la produzione e la vendita di oppio e cocaina ai non autorizzati, prevedendo una pena massima di mesi 6 di reclusione per chi non rispettasse il normativa. A titolo di consumo, viene solo sanzionata con pene esclusivamente pecuniarie l'assunzione in pubblico. Questo ci dimostra come la questione non fosse ancora un problema devastante, cercando di contenere il consumo al solo uso privato.
- R.D. 19/10/1939 n. 1398 (c.p.): il codice “Rocco” contempla gli stupefacenti in diverse occasioni:
- Art. 686: colpisce la fabbricazione e il commercio non autorizzato di liquori e “droghe” e assorbe la norma precedentemente menzionata;
- Art. 613 e 728: colpiscono la somministrazione di narcotici a terzi;
- Art. 729 e 730: colpiscono l'abuso di stupefacenti e la somministrazione ai minori.
Quindi si può notare che la trattazione dell'argomento avviene in due ambiti distinti: uno rivolto alla difesa della società mediante la prevenzione di quei delitti che si suppone siano facilitati dalla diffusione di droghe e l'altro rivolto alla salute. Quindi il legislatore aveva già colto quanto questo fenomeno fosse rilevante sia per la dimensione pubblica che per la salute individuale. Inoltre negli art. 93-95 si equiparano gli stupefacenti agli alcolici in sede di valutazione dell'imputabilità del reo e, se pur nella difficoltà della definizione e con la prevalenza del biasimo morale, compare l'eventualità di una considerazione della condizione di tossicodipendente come malattia (cronica).
- R.D. 18/06/1931 n. 773 (Tulps): anche questo testo fa riferimento agli stupefacenti in due sedi: all'interno della disciplina delle licenze (caposaldo del controllo sociale in epoca fascista) e in ambito delle misure di controllo delle persone ritenute pericolose. Infatti all'art. 153 si obbligano gli esercenti della professione sanitaria di segnalare alle autorità oltre ai malati di mente, anche gli etilisti e i drogati cronici: una forma di schedatura preventiva.
Concludendo: vi è quindi una continuità tra le tre norme esaminate all'insegna della crescente attenzione rivolta alla tutela dell'ordine pubblico ricercata attraverso una strategia di prevenzione.
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