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Questo tipo di analisi permette di far emergere anche una struttura della criminalità e la sua

evoluzione e, una volta che si è evidenziata la struttura globale ci si può dedicare alla relazione tra

le variabili sociologiche e la criminalità stessa per rivelare delle configurazioni particolari che

delineano i tratti della costellazione del crimine proprio in un determinato universo sociale.

Le regolarità tendenziali che emergono dalla statistica autorizzano a formulare ipotesi relative a

catene di determinazioni probabili, che rilevano fattori utili alla spiegazione della sociogenesi delle

forme di criminalità e queste regolarità permettono anche di elaborare tipologie, effettuando una

sintesi e ordinando i diversi elementi di informazione raccolti in una sintesi.

Le tipologie così elaborate serviranno come punti di riferimento per l'elaborazione di nuove ipotesi,

la cui verifica o smentita permetterà di arricchire la riflessione teorica.

Rimane però molto importante combinare l'analisi quantitativa con quella qualitativa al fine di

aprirsi a fonti differenziate d'informazione e, davanti a tipologie rilevanti, ci si può dedicare agli

studi di caso che possono essere realizzati a partire da differenti documenti e possono arricchire

l'analisi “fredda” delle statistiche e aprire la strada all'antropologia delle relazioni fra aggressori e

aggrediti in ambito criminale, se si fa riferimento anche alle interrelazioni tra elementi e

attori/agenti sociali che formano il nexus (=insieme di interrelazioni costituite da attori e agenti e da

diversi elementi fattoriali e situazionali coinvolti in un dramma) criminale.

3. studio della reazione sociale

Per il quale è necessario prendere in considerazione il ruolo dei diversi attori e agenti istituzionali e

“imprenditori morali” che partecipano all'elaborazione delle norme, dei codici e delle

rappresentazioni collettive della devianza e della criminalità, alla loro attuazione e ai processi di

etichettamento e stigmatizzazione che faranno sì che un individuo sia qualificato come criminale.

Importane palcoscenico in cui si esprimono questi meccanismi, oltre alle istituzioni di polizia, sono

i tribunali in cui l'osservazione del processo permette di osservare i diversi aspetti che compongono

la reazione sociale e che contribuiscono a stigmatizzare l'individuo.

Queste osservazioni possono essere completate attraverso l'analisi di biografie o colloqui in

profondità.

Non bisogna dimenticare che un'attenzione particolare nella sociologia particolare deve essere data

al terrorismo che rappresenta un aspetto particolare della stessa criminalità e lo studio del fenomeno

pone in modo cruciale la questione della specificità dei fatti di criminalità individuale e collettiva.

· Le teorie esplicative: il lavoro d'indagine sui diversi aspetti del settore, apre la strada

all'elaborazione teorica.

Ogni struttura sociale produce i propri tipi di criminalità e si può parlare di una sociogenesi dei

fenomeni devianti e criminali.

Se vogliamo considerare i processi di ordine sociologico che sottintendono il fenomeno

criminale nelle sue manifestazioni, occorre rapportare le informazioni raccolte attraverso

l'esplorazione di differenti percorsi di ricerca: così sono stati elaborati differenti modelli di

analisi della criminalità e tra i più noti ricordiamo l'analisi di Durkheim e la sua nozione di

anomia, la teoria dell'associazione differenziale di Sutherland e gli approcci in termini di

relazione sociale di Becker.

Tutte queste teorie a dimostrare che sarebbe illusorio voler inglobare in un unica teoria un

fenomeno che si manifesta in molteplici modi ed è per questo che le teorie esplicative elaborate

non devono essere considerate antagoniste, ma complementari nel tentativo di analizzare il

fenomeno criminale.

· Un orientamento transdisciplinare: alcuni pensano che la criminologia non costituisca una

scienza propriamente detta, ma piuttosto un settore di ricerca e di applicazioni.

In ogni modo il termine criminologia deve sussistere per permettere lo svolgimento di varie

ricerche, sia per designare una disciplina che si assegna come funzione principale l'integrazione

e la sintesi delle conclusioni fornite da ricerche.

Quindi è importante che essa sia multidisciplinare perchè collaborano differenti ricercatori allo

studio di uno stesso oggetto, ciascuno rimanendo nei limiti della propria disciplina e inter e

transdisciplinare quando gli approcci dei ricercatori appartenenti a differenti discipline non si

limitano ad un semplice giustapposizione ma, danno luogo a nuove combinazioni e

ricomposizioni.

Di fronte allo sviluppo della criminologia e ai molteplici modelli esplicativi parziali delle

diverse teorie sociologiche relative al crimine, ci si può domandare se sia possibile elaborare

una teoria integrata della devianza e della criminalità.

La risposta è ovviamente negativa, ma davanti alla complessità della realtà p importante definire

i principi metodologici da sviluppare al fine di aprirsi alle possibilità di sintesi teorica richiesta

dall'osservazione dei fatti, ma è anche opportuno cogliere il fenomeno criminale nella sua

pluridimensionaltà adottando un approccio transdisciplinare.

Quindi, al di là della separazione formale tra le discipline è importante aprire lo studio dei

fenomeni devianti all'approccio antropologico (problema fondamentale è capire come, a partire

da una matrice biologica invariata che è l'uomo, si realizzino una pluralità di espressioni

culturali).

· Verso un approccio antropologico del crimine: lo studio che ha per oggetto il fenomeno

criminale emerge a differenti stadi della realtà antropologica.

Per comprendere un fenomeno è infatti necessario considerare l'insieme dei processi che lo

determinano, per questo conviene affrontare lo studio dei diversi livelli che costituiscono il

fenomeno stesso in una prospettiva dinamica.

Allora si vedrà che se il sociale agisce su di noi “dall'esterno”, esso agisce anche “sull'interno”

(l'habitus).

Per questo considerare la totalità costitutiva del fenomeno criminale richiede di esplorare questi

due aspetti, la cui articolazione è al centro della riflessione criminologica.

È in questa prospettiva che si delineano i tratti di una antropologia criminale, che si sforza di

riunire in una visione globale lo studio dei diversi aspetti costitutivi del fenomeno criminale.

· Il crimine: fenomeno sociale totale?: il crimine si realizza alla congiunzione dell'individuo e del

collettivo, mettendo in scena degli attori/agenti e delle istituzioni; il criminale è un individuo

incriminato in funzione del suo comportamento.

La storia della sociologia del crimine ci mostra il passaggio da un approccio di tipo eziologico,

dedicato principalmente allo studio dell'atto qualificato come criminale, ad un approccio

focalizzato sulle reazioni sociali, quindi dedicato allo studio dei processi d'incriminazione.

Questi due aspetti sono entrambi importanti come ci spiega anche Durkheim dicendoci che le

norme, le credenze e le pratiche sociali agiscono su di noi dall'esterno (a questo livello si

possono leggere i processi che governano le razioni sociali), ma anche dall'interno, ed è a questo

livello che si possono affrontare i processi che governano l'atto.

Considerare quindi il fenomeno criminale come costituito da questa totalità, impone di studiare

le regolazioni esterne (istituzioni) nei loro rapporti con le regolazioni interne (come sono

costituiti gli uomini nelle loro diverse modalità di socializzazione).

Quindi il crimine può essere affrontato come fenomeno sociale totale come uno di questi

fatti sociali che dipendono da molteplici aspetti della realtà e che in certi casi mettono in azione

tutta la società e le istituzioni nel loro insieme.

· Nuovi percorsi dei ricerca: possiamo dire che lo studio statistico del fenomeno criminale mette in

evidenza che la gerarchia sociale ed occupazionale del crimine legale esprime la classica

opposizione tra classi sociali (classe lavoratrice e classe pericolosa).

Ma un'analisi più attenta dimostra che i principali criteri antropologici indicano più esattamente

l'opposizione tra manuale ed intellettuale.

Questa bipolarizzazione antinomica si riferisce ad una realtà antropologica fondamentale: la

bipolarità costitutiva che rende possibile la relazione tra gesto e parole esprime la caratteristica

essenziale dell'umanità.

Tale interdipendenza di cui le statistiche criminali denunciano la censura, rivela una prospettiva

fondamentale per la ricerca la cui metodica esplorazione permette di meglio identificare le

relazioni tra azione e simbolizzazione.

Infatti l'approccio al fenomeno criminale in termini sia socio che psico-linguistici consente di

far luce sulla questione.

Le pratiche sociali interferiscono sulle pratiche linguistiche: le pratiche linguistiche veicolano e

modellano specifiche caratteristiche sociali e psicologiche. È interessante notare come in una

situazione di conflitto, gli intellettuali verbalizzano più facilmente, tendendo a risolvere il

conflitto simbolicamente, mentre i manuali usano più facilmente il gesto.

Le risposte di un essere umano ad una situazione di conflitto sono suscettibili di varie

modulazioni che dipendono dall'habitus socio-culturale assimilato.

L'approccio antropologico consente una visione globale, dinamica e interrelazionale dei

fenomeni e il passaggio dall'atto può apparire come una modalità d'adattamento particolare.

Quindi questi studi delle relazioni tra i diversi elementi del carattere e quelle che esistono tra

questi e l'organismo così come quello dei legami che esistono tra una sociologia delle pratiche e

una sociologia delle rappresentazioni, trovano nell'approccio antropologico la via di

realizzazione.

· Un modello di transdisciplinarità: il master in sociologia/criminologia dell'università di Franca

Contea (Francia): questa specializzazione in criminologia evidenzia un alto livello di

interdisciplinarietà.

La sua tematica principale è il crimine come fatto sociale ed è esaminato dai ricercatori con

backgroung assai differenziati.

Lo scopo di questa specializzazione è fornire agli studenti gli strumenti sia teorici che

metodologici da utilizzare per risolvere problemi collegarti alla devianza e al crimine, al fine di

sviluppare competenze sempre più specifiche che possono trovare applicazione in politiche

urbane, sociali o pubbliche.

L'approccio considerato implica che tutti gli attori/agenti sociali siano presi in considerazione,

non solo come produttori (politici, legislatori), bensì anche come prodotti dell'azione sociale

(criminali, devianti). Viene anche analizzata la logica sociale e storica della produzione dei

valori, delle norme e delle leggi, così come le condizioni della loro applicazione in termini di

sistemi di regolazione del sociale.

· Per concludere: in una società le relazioni fra condotte normali e condotte speciali sono

generalmente in un rapporto di complementarietà, anzi si può affermare che la devianza di oggi

diviene talvolta la norma di domani.

Di fronte all'influenza sempre più pregnante nelle nostre società della razionalità tecnologica

che investe e controlla i corpi e le sue menti, la presenza dei devianti manifesta in definitiva

l'apertura inalienabile del campo dell'avventura umana.

Quindi oscillando tra norma e trasgressione, tra singolarità e alterità, la problematica della

devianza rinvia alla problematica fondamentale dell'antropologia: l'uomo non è sia produttore di

regole e di differenze?

Lo studio sociologico dei fenomeni devianti ci insegna che il deviante è sempre “l'altro” quindi,

la società nell'inventare i propri devianti non fa altro che pagare con la moneta falsa i propri

sogni (M. Mauss).

CAPITOLO 3: LE DISAVVENTURE DELLA CRIMINOLOGIA IN FRANCIA: UNA

VICENDA PARTICOLARE (1880-2009)

Uno sguardo d’insieme sulla Francia conduce a proporre una sua genesi storica ripartita in tre

grandi periodi:

1) l’impossibile dialogo interdisciplinare che ha caratterizzato gli anni tra il 1880 e il 1945;

2) le inedite riconciliazioni degli anni 1945-1975;

3)il nuovo allontanamento dal dialogo interdisciplinare e le ricerche delle scienze sociali negli anni

’70.

Tra il biologo e il sociale: la ricerca di un paradigma del crimine in Francia (1880- 1940)

In Francia intorno agli anni 80 dell’800 gli studi sul crimine hanno uno stampo di tipo biomedico,

che tentano di identificare in alcuni individui l’esistenza di predisposizioni all’aggressività, tanto

che la nuova disciplina non si chiamerà criminologia ma antropologia criminale.

Il suo principale autore fu Alexandre Lacassagne professore di medicina legale, contestano

parzialmente l’idea di delinquente nato di Lombroso e la scuola italiana ma ne sono in realtà molto

vicini.

Crimine come fenomeno sociale

Negli anni ’90 gli studi che riguardano si approcciano al crimine in modo non medico sono rari e

non propongono un metodo sociologico di indagine.

Tarde produsse una vasto numero di opere sul crimine e sulla pena, tuttavia non formò mai dei

ricercatori né condusse alcuna ricerca; accanto a Tarde uno dei più famosi intellettuali su Henri Joly

che intorno alla fine degli anni 80 tenne un corso di “ scienza criminale e penitenziaria” presso la

facoltà di giurisprudenza di Parigi.

Il tema dominante della sua opera è la decadenza biologica e non dell’inferiorità biologica, egli

vede nel criminale un uomo disturbato non un primitivo. Questa decadenza è dovuta allo

sradicamento dell’uomo moderno dalla sua casa, dalla sua famiglia, per andare a lavorare

nell’isolamento delle città: Joly s’impegna a dimostrare ciò con l’impegno di carte geografiche.

Alla fine dell’ 800 Durkheim fonda un suo gruppo per fondare una sociologia criminale, per far sì

che questa diventi scienza autonoma., con un vero programma scientifico. Tuttavia questo tentativo

è risultato fallimentare se paragonato all’influenza che i durkheimiani hanno apportato in altri

settori, questo per tre ragioni:

1) la forza e l’autonomia degli psichiatri che diventa dominante;

2) la forte coesione del campo medico con la concezione ereditaria del cirmine;

3) la quasi scomparsa delle ricerche sociologiche in questo campo in questo periodo storico.

Dall’antropologia criminale alla psichiatria: un’evoluzione verso la criminologia clinica.

In tutti i paesi si moltiplicano le critiche nei confronti del “ tipo criminale” , sono tutti concordi nel

ritenere che le caratteristiche fisiche possono si caratterizzare frequentemente i criminali, ma non

permettono di definirne un tipo criminale, né forniscono una spiegazione sulle cause del

comportamento.

Le teorie dell’ereditarietà :dalla degenerazione al tipo costituzionale

Gli anni tra il 1880 e il 1914 il mondo dell’igiene mentale condivide le idee sull’innatismo e il

determinismo ereditario che faranno da fondamento per l’antropologia ma che essi elaboreranno

diversamente.

Gli alienisti ( psichiatri) francesi come Magnan e Ferè intervennero sui dibattiti criminologici;

Magnan distingue tra “ alienati deliranti” e “degenerati lucidi”, un esempio di determinismo

biologico. Inoltre categorizza quattro perversi sessuali in base a caratteristiche fisiche celebrali:

1. gli spinali, che agiscono sotto impulsi organici;

2. gli spinali cerebrali-posteriori per i quali la vista di un soggetto del sesso opposto scatena un

impulso sessuale;

3. gli spinali cerebrali-anteriori che hanno una perversione localizzata nella corteccia che li

orienta anormalmente il gusto sessuale;

4. i cerebrali anteriori o psichici che funzionano a livello frontale hanno un desiderio

cosciente.

Questi concetti di costituzione morbosa si riproporranno in altri autori.

La situazione nel periodo interbellico

La fecondità delle opere francesi si esaurisce nel periodo tra le due guerre e la predominanza

all’epoca era nettamente legata alla scuola di Chicago.

Nel periodo interbellico l’interesse per il crimine scompare dalla disciplina sociologica, al contrario

sono i giuristi che investono nella disciplina che chiamano “criminologia” coinvolgendo i medici

trovando ampio spazio anche in ambito universitario. Si ricercavano i fattori sociali della criminalità

e dei criminali, un’alleanza tra medici e giuristi. Questo periodo vede l’introduzione progressiva

della psicoanalisi, tuttavia i primi psicoanalisti insistono sulla natura criminale dell’uomo e sui suoi

istinti aggressivi e le loro analisi tornano al “tipo costituzionale”.

Il periodo del dialogo e il suo contesto normativo (1945-1975)

All’indomani della seconda guerra mondiale si apre una nuova era per le scienze umane, quella

della difesa sociale. Le idee socialiste sono predominanti anche sulle politiche penali le quali

mettono l’accento sull’educazione e sulla prevenzione, sugli adolescenti difficili e sulle riforme

penitenziarie. Vi sono tre importanti eventi che incentivano questo cambiamento nella sociologia:

l’apertura dei giuristi verso questa disciplina, il dialogo interdisciplinare nel campo della

delinquenza e il dialogo che sembra nascere tra psicologia e sociologia.

Continuità tra criminologia tradizionale

Pinatel elabora il suo pensiero tra il anni 50-80 del XX secolo, è un esperto di scienza penitenziaria

e di criminologia. Pinatel definisce la criminologia come lo studio del criminale, fondato sull’analisi

della “personalità criminale” e diritto a diagnosticarne la pericolosità al fine di preservare la società.

L’interesse per la criminologia si è sviluppato particolarmente in Francia nelle facoltà di

giurisprudenza del secondo dopo guerra, gia negli anni ’60 ci sono scuole di specializzazione.

Questa configurazione porterà scontri con i sociologi negli anni ’70.

Il dialogo tra giuristi e sociologi e il rinnovamento della sociologia criminale

L’approccio sociologico è stato accolto anche dai giuristi-criminologi dell’epoca soprattutto

durkhiemiani, fautore dell’incontro tra sociologia e giurisprudenza è Henri Bruhl che inizia ad

indagare su diverse tematiche criminologiche assieme ad un suo gruppo di ricerca. Questo incontro

interdisciplinare si interrompe con la morte di Bruhl. Questa scissione è dovuta alle differenze

teoriche: per quanto concerne l’ambiente dei giuristi il predecessore di Bruhl concepisce il fatto

giuridico in modo da poter aiutare il legislatore, dall’altro lato Davidovitch più legato alla

sociologia, è più fedele al paradigma durkheimiano realizzando importanti lavori di statistiche

giudiziarie e sulla criminalità in ambito urbano.

Lo sviluppo in ambito pluridisciplinare: la delinquenza giovanile

La delinquenza giovanile è un punto di dibattito a partire dal 1945, sviluppandosi anche a livello

istituzionale grazie all’apertura del centro di formazione a Vaucresson; l’introduzione di misure di

controllo sui minori richiedeva la creazione di un centro di formazione per il personale. Questo

diventerà il più grande centro di ricerca francese in ambito criminologico e all’inizio degli anni ’70

le ricerche si svilupparono in 5 direzioni: 1) analisi del disadattamento sociale dei giovani; 2)

metodi di intervento; 3) valutazione dei risultati; 4) cause delinquenza; 5) metodi formazione degli

educatori. È la prima ricerca che fornisce più dati dal punto di vista socio-criminologico

Scienze sociali e psicologiche: un dialogo infine possibile?

Negli anni 1945-75 hanno visto svanire la possibilità di un avvicinamento tra queste due discipline.

Prima della guerra erano paradigmi inconciliabili, la sociologia non prendeva in considerazione la

psicologia individuale, incapace di emanciparsi dal determinismo biologico. Ma intorno agli anni

’50-60 Lagache sviluppa una psicologia del crimine aperta alle problematiche sociali; Colin si

appena alla concezione di “personalità del crimine” e sarà compagno di strada dei sociologi

francesi. Tuttavia l’evoluzione in campo scientifico non ha permesso questo incontro, al più

alimentato scontri.

Sviluppo istituzionale, allontanamento delle discipline e predominanza della ricerca delle scienze

sociali (1975-2009)

Dalla fine degli anni ’60, la ricerca criminologica conosce un nuovo sviluppo istituzionale con la

creazione del CNERP, Centro Nazionale di Studi e Ricerche Penitenziarie e il SEPC, Studi Penali e

Criminologici nel 1968

La sociologia della reazione sociale

Il SEPC diventerà il secondo centro di ricerca più grande della Francia dopo Vaucresson, alcuni tra i

primi ambiti di ricerca sono legati ai bisogni penali mentre altri all’istituzione giudiziaria. Il

fondatore, Robert, utilizzerà la teoria dell’etichettamento per spiegare come un soggetto passa dalla

delinquenza occasionale a quella regolare, tale passaggio è dovuto appunto ad una stigmatizzazione

derivata dalla reazione sociale. Sotto questo punto di vista la criminologia diventa la scienza che

studia i processi di esclusione sociale. Robert parte da due interrogativi: come la società crea norme

e come infligge le pene. Negli ’70-80 ci sarà l’apice della ricerca in questo campo e l’esclusione

delle scienze psicologiche; Robert considererà sempre la criminologia come una disciplina senza

oggetto perché interdisciplinarità.

L’evoluzione del contesto istituzionale,1980-2000

Negli anni ’80 il SEPC che ha preso il nome di CESDIP, si pone come unico centro di ricerca sul

crimine in Francia, il quale saprà rinnovarsi con lo sviluppo sulle grandi indagini di vittimizzazione

collegate, a partire dagli anni ’90, a quel senso di insicurezza che tende a crescere. Gli anni ’90

hanno sviluppato tre settori della ricerca sociale sotto il grande impulso dello stato:

· La ricerca sugli stupefacenti che esordiscono negli anni ’80 e il diffondersi dell’AIDS;

· Le ricerche sulle istituzioni di polizia;

· Le ricerche sulla criminalità e in particolare sulla sicurezza stradale e sulla delinquenza

stradale.

A partire dagli anni ’90 le attività di ricerca saranno svolte presso diversi centri, la ricerca sul

crimine non è mai scomparsa dall’interesse dei giuristi i quali si definiscono criminologi

Grandi settori di ricerca delle scienze sociali, 1980-2000

Gli anni ’80 segnarono un disinvestimento da questo settore e una dispersione dei ricercatori.

Negli anni ’90 la delinquenza giovanile è al centro dell’agenda politico-mediatica così che la

produzione scientifica aumenta. A metà degli anni ’90 si introduce l’importante tema della

violenza giovanile a scuola, altri autori analizzarono come la politica e i media influenzavano la

violenza giovanile. La criminalità dei colletti bianchi non si è mai sviluppato in Francia né nel

settore pubblico né in quello privato, ben pochi ricercatori vi hanno indagato. È soprattutto sul

sistema penale che si sono concentrate le ricerche in questi due decenni, le analisi riguardanti gli

operatori di polizia si sono ampiamente sviluppate cosi come per il settore penitenziario

soprattutto per la grande influenza dettata dall’opera di Foucault Sorvegliare e Punire. Le

ricerche in quest’ambito sono ricerche statistiche, storiche, qualitative e specifiche; queste

ricerche confrontate con i dati della polizia saranno uno strumento di conoscenza della

delinquenza.

Conclusioni: il ritorno politico alla criminalità e alla pericolosità (2002-2009)

La committenza politica aveva fortemente influenzate le ricerche degli anni 80-90, una delle

caratteristiche degli anni 2000 è il tentativo di controllo sulla produzione di conoscenza. La

campagna elettorale del 2001-2002 fu dominata dal tema dell’insicurezza, Sarkozy ha creato un

Osservatorio Nazionale della Delinquenza che oggi fa riferimento a questo ministero, tentando

di ottenere il modo migliore per controllare il mondo accademico e la ricerca scientifica.

Sfide attuali

Esiste una marcata distanza tra giuristi e ricercatori di scienze sociali, tuttavia a differenza di

altri paesi in Francia questi seguono un primo ciclo di formazione comune per poi seguire le

rispettive scuole di formazione. Le ricerche empiriche sono sempre più legate alle richieste della

politica, la committenza istituzionale diviene sempre più la fonte primaria di finanziamento e

per questo impediscono lo stabilizzarsi nel tempo dell’equipe e l’indipendenza stessa della

ricerca.

CAPITOLO 6: GIS: UN NUOVO STRUMENTO PER LA RICERCA IN CRIMINOLOGIA

E VITTIMOLOGIA

La tecnologia GIS ha rivoluzionato il tradizionale campo dell’informatica e della produzione

cartografica. Il GIS, infatti, consente la gestione di dati molto più numerosi e più complessi. I

Sistemi Informativi Geografici consentono di poter concretizzare e mettere in pratica non solo

misure legate al contrasto della criminalità e della prevenzione del crimine, ma anche misure in

tema di controllo sociale, politiche pubbliche e della sicurezza.

Origini

L’origine della cartografia ha origini molto antiche: i primi esempi rudimentali risalgono alle civiltà

primitive che, essendo nomadi, tendevano a tracciare mappe su rapporti di pietra e legno.

- Già presso egizi e babilonesi (III millennio a.C.) era nota la produzione di carte geografiche;

- Persiani, Fenici e cinesi, tra l’VIII e il VII a.C. incrementarono l’uso di tracciare itinerari

terrestri e marittimi;

- I greci, in epoca classica, applicano nozioni matematiche e geometriche alla cartografia

attribuendo scientificità alla sua produzione.

- La cartografia romana, invece perseguì finalità amministrative e militari.

Nell’età moderna il problema fu quello di riuscire a rappresentare la superficie sferica della terra su

una superficie piatta. Nell’ultimo secolo, poi le fotografie aree, le ortofoto e le recenti immagini

satellitari hanno permesso di ottenere rappresentazioni reali della terra, fino a questo momento

sconosciute.

L’uso della mappatura geografica in criminologia

Nell’ambito della ricerca criminologica la mappatura geografica ha radici antiche: già Quetelet e

Guerry avevano approntato una “carta della criminalità” e Guerry, nel 1833, realizzò una

“cartografia sociale” della criminalità relativa, analizzando i dati socio-strutturali appartenenti ai

vari dipartimenti francesi.

È tuttavia con la Scuola di Chicago nella prima metà del ‘900 che vengono realizzati studi

sistematici sulla città (intesa come un insieme organico) avvalendosi dell’utilizzo di mappe.

I teorici svilupparono un tentativo di approccio scientifico allo studio del comportamento deviante

descrivendo geograficamente e statisticamente i fenomeni sociali. questi studi evidenziarono una

stabilità che rivoluzionò la spiegazione delle cause della criminalità, sottolineando come

determinate zone della città rimanevano più inclini alla delinquenza nonostante le varie modifiche

nella loro composizione etnica e sociale.

Robert Park diede sicuramente il contributo più importante alla Scuola di Chicago, grazie alla sua

concezione della città come ad un insieme di cerchi concentrici che si irradiano dal quartiere

centrale degli affari, che permise di evidenziare la relazione inversamente proporzionale tra

l’incidenza dei problemi sociali e della criminalità.

In seguito Shaw e McKay posero in relazione la struttura spaziale della città di Chicago e le sue

varie tipologie di insediamento, suddividendola in cinque zone concentriche che si irradiavano a

partire da un’area centrale (quella commerciale).

Effettuarono così un’analisi delle “aree delinquenziali” accertando che l’incidenza della

delinquenza era notevolmente più alta in determinate zone, definite appunto delinquenziali.

Questo metodo consisteva nel localizzare gli atti criminali segnalando su una carta di Chicago il

luogo di residenza del delinquente o il luogo in cui era avvenuto il crimine. In questo modo essi

formularono la “legge del gradiente”, giungendo alle stesse conclusioni di Park sulla

proporzionalità tra tasso di delinquenza e distanza dal centro.

In sostanza, più quest’ultima aumentava, più i tassi di criminalità diminuivano. Inoltre appurarono

come sono le zone socio-culturali in cui vivono gli individui a dare vita a quelle forme di “patologia

sociale”.

Shaw e McKay spiegarono anche come il fenomeno della disgregazione sociale influenza i giovani

e li conduce alla delinquenza.

Questa teoria della trasmissione culturale mise in evidenza come i giovani che vivevano in aree

socialmente disgregate avessero maggiore probabilità di venire a contatto con individui con valori

criminali e, dunque, in queste aree si sviluppava una tradizione delinquenziale, attraverso cui i

valori devianti venivano trasmessi.

Le implicazioni interpretative e metodologiche di questa scuola hanno poi avuto un’influenza

peculiare sullo sviluppo del crime mapping.

La mappatura del crimine può essere definita come una tecnica investigativa che consente di

visualizzare graficamente su una mappa una serie di dati, fornendo un’immagine dettagliata delle

zone urbane maggiormente colpite dalla criminalità o dal degrado.

L’utilizzo delle mappe, secondo il Dipartimento di Polizia di New York, risalirebbe ai primi del

1900. Le mappe del crimine usate negli Stati Uniti inizialmente risultavano statiche, difficilmente

archiviabili e gestibili, motivi per i quali avevano una durata limitata.

Nelle prime mappe utilizzate dai dipartimenti di polizia statunitensi, le informazioni di varia natura

riguardanti i crimini (luogo del delitto, luogo di residenza dell’autore e della vittima, ecc) venivano

collocati manualmente, applicando degli spilli di colore diverso.

La tecnica delle mappe “a spilli” ha dato avvio negli scorsi decenni alla mappatura computerizzata,

che ha subito una notevole trasformazione in termini qualitativi con l’avvento dello strumento

tecnologico del GIS (Geographic Information System).

Questo non solo consente di superare la visualizzazione bidimensionale tipica della cartografia e di

fornire un quadro di riferimento spazio-temporale dinamico, ma anche di inserire dati differenti

relativamente ai crimini che si verificano in un determinato luogo. La tecnologia GIS consente

infatti di mostrare quando e dove è avvenuto il crimine, quale tipo di arma è stata usata, se era

presente la vittima, ecc.

I Sistemi Informativi Geografici (GIS), che hanno determinato una rivoluzione nel campo

dell’informatica e nella produzione cartografica, si basano sulla combinazione di due programmi

informatici:

I. CAD: sistemi di disegno computerizzato;

II. DBMS: database relazionali. Ha permesso l’immagazzinamento dei dati e delle

informazioni legate a queste entità.

Grazie ad essi le applicazioni della cartografia si moltiplicano, rendendo possibile la

rappresentazione in una carta di ogni dato attraverso la sua posizione geografica, definita dal

sistema di coordinate adottato e unitamente a tutte le informazioni che lo riguardano,

immagazzinate in un database.

Secondo Burrough, il GIS è composto da una serie di strumenti software per acquisire,

memorizzare, estrarre, trasformare e visualizzare dati spaziali dal mondo reale. Mogorovich, invece,

lo definisce come il complesso di uomini, strumenti e procedure che permettono l’acquisizione e la

distribuzione dei dati nell’ambito dell’organizzazione e che li rendono disponibili nel momento in

cui sono richiesti a chi e ha la necessità per svolgere una attività.

Un sistema GIS, a differenza di una rappresentazione geometrica della realtà, è in grado di gestire le

informazioni relative alle relazioni spaziali tra i diversi elementi.

Oltre a ciò, la sua caratteristica peculiare è data dalla possibilità di inserimento di dati, definibili

come attributi, che descrivono i singoli oggetti reali.

Altro aspetto fondamentale del software è la sua capacità di georeferenziare i dati, cioè di attribuire

ad ogni elemento le sue coordinate spaziali reali.

Nel sistema GIS esistono tre tipi diversi di informazioni, che vengono gestite in un database

relazionale:

1. Geometriche: relative alla rappresentazione cartografica degli oggetti rappresentati, come

forma dimensione e posizione geografica;

2. Topologiche: riferite alle relazioni reciproche tra gli oggetti;

3. Informative: riguardanti i dati associati ad ogni singolo oggetto.

L’aspetto geometrico caratterizza il GIS: esso memorizza la posizione del dato impiegando un

sistema di proiezione che definisce la posizione geografica dell’oggetto. Il mondo reale all’interno

di un sistema informativo geografico è rappresentato da due tipi di dati:

- il vettoriale: tipici dati memorizzati in formato vettoriale sono quelli che provengono dalla

digitalizzazione manuale di mappe, rilievi topografici effettuati con strumenti di campagna,

dai CAD o dai GPS.

- Raster: tipici dati di raster sono quelli generati dagli scanner o dai programmi di

interpretazione di immagini, come quelli utilizzati per le immagini da satellite.

I GIS presentano delle funzionalità che permettono di trasformare ed elaborare gli elementi

geografici degli attributi.

La mappatura dei reati di competenza del giudice di pace penale a Bologna

Come si è già potuto osservare, all’interno dei molti campi in cui il GIS può essere applicato, trova

un posto privilegiato il crime mapping, cioè la descrizione della distribuzione dei fatti delittuosi che

accadono in una data realtà in una cartina geografica interattiva.

Una sorta di crime mapping della realtà bolognese è stata eseguita grazie ad una ricerca svolta

dall’Università di Bologna (Dipartimento di Sociologia) in tema di “Competenza penale del giudice

di pace e interazione autore-vittima nei delitti a querela di parte; un’analisi criminologica e

socio-vittimologica”.

Lo studio è stato condotto presso il tribunale del giudice di pace di Bologna ed è volto ad analizzare

i dati reperiti negli archivi del tribunale riferiti a tutti i provvedimenti definiti con decreto di

archiviazione o con sentenza passata in giudicato in ambito penale, conseguenti all’entrata in vigore

del D.lgs. 274/2000, che delega competenze penali all’istituto del giudice di pace.

I dati reperiti in tribunale riguardano il periodo dal 2002 (primo anno in cui il decreto è diventato

operativo) al 2006. Sono presenti sia querele di parte che segnalazione di reati da parte delle forze

dell’ordine.

A seguito del decreto il GdP è divenuto competente per una serie di reati che afferiscono alla sfera

del penale concernenti una “micro-conflittualità individuale” che alimenta situazione di disagio

sociale.

Infatti, in caso di condanna, il giudice applica la pena pecuniaria anziché quella detentiva e, nei casi

di maggiore gravità, la permanenza domiciliare o il lavoro di pubblica utilità.

Inoltre la pena è inflitta solamente a seguito della mancata ricomposizione del conflitto: così una

soluzione riconciliativa della controversia diventa il principio fondamentale del procedimento

dinanzi al GdP.

I reati di elevata diffusione e competenza del Gdp solo nelle ipotesi più lievi, riguardano l’ambito

della persona (percosse, lesioni, omissione di soccorso), dell’onore (ingiuria, diffamazione), del

patrimonio (danneggiamento e ingresso abusivo nel fondo altrui), degli animali (danneggiamento e

uccisione degli animali altrui).

La ricerca effettuata nella città di Bologna ha un duplice scopo:

- Da un lato vi è il compito di indagare l’interazione autore-vittima, studiando i differenti

gradi di parentela, conoscenza, dimensione sentimentale, ecc.

- Dall’altro, grazie all’utilizzo di software informatico GIS, vi è lo scopo di inserire in una

cartina interattiva del comune di Bologna un delitto esattamente nel luogo in cui è avvenuto.

In questo modo si è cercato di evidenziare le zone, quartieri e strade maggiormente colpite dalla

criminalità di competenza del Gdp penale denominata bagatellare, che può notevolmente influire in

modo negativo sulla percezione di sicurezza e sulla qualità della vita delle persone. Infatti sono i

reati che rientrano nella c.d. micro-criminalità che generano paura, influendo sull’immaginario

collettivo e causando sentimenti di preoccupazione ed insicurezza.

Quindi, solo con una capillare conoscenza del territorio e con una corretta gestione delle

informazioni si potranno attuare politiche di prevenzione. “Si parte dal presupposto che il crimine

non sia un fenomeno né casuale, né isolato e che, quindi, debba essere studiato in rapporto a

determinate condizioni spazio temporali”. L’utilizzo del GIS costituisce la base per poter mettere in

pratica misure operative di contrasto della criminalità, in quanto ha appunto come scopo la

prevenzione del crimine.

Infine la mappatura delle zone ad alta concentrazione criminale dovrebbe permettere l’elaborazione

di strategie riduttive del rischio vittimizzazione dei cittadini e di categorie di soggetti

particolarmente esposti a tale rischio, collegata all’istituzione di centri di sostegno per le vittime

nelle aree particolarmente disagiate. All’interno di questi centri risulta di grandissimo valore e aiuto

nelle politiche anticrimine l’utilizzo del crime mapping e del GIS come nel caso bolognese non solo

per gli operatori del centro, criminologi, medici, psicologi ma anche e soprattutto per le vittime

stesse.

La mappatura dei servizi a Bologna

Lo strumento del GIS è stato molto utile anche sul versante empirico, nell’ambito della ricerca

effettuata nel territorio bolognese, in merito alla mappatura dei servizi che si occupano del sostegno

delle vittime ( non solo vittime di reto ma anche vittime della tossicodipendenza o del pregiudizio).

I servizi pubblici più importanti riguardano l’istituzione della fondazione emiliano-romagnola per le

vittime di reato, il centro specialistico provinciale per gli abusi dell’infanzia; mentre in ambito di

servizi di natura privata è necessario ricordare l’associazione familiari vittime della strage 2 agosto

1980, l’associazione familiari vittime uno bianca e l’associazione prima contro il mobbing e lo

stress psicosociale.

Ai responsabili di ciascun centro è stata sottoposta un’intervista semi-strutturata che aveva

l’obiettivo di indagare argomenti non solo attinenti alla vita associativa e pubblica ( tipi di problemi

e servizi offerti) ma anche riguardanti la condizione della vittima nel nostro Paese anche in vista

delle direttive europee in materia.

I Centri di supporto per le vittime hanno lo scopo di fornire aiuto materiale, legale e psicologico a

chi ha subito un crimine.

In Gran Bretagna, paese precursore nell’ambito di tale istituzione, il servizio nasce nel 1974 a

Bristol e è oggi conosciuto come Victim Support. Si tratta di un servizio nazionale senza fini di

lucro, un centro d’ascolto e di primo intervento che lavora in stretta collaborazione col Ministero

dell’Interno e la Polizia. Il personale, adeguatamente istruito, offre assistenza psicologica,

informazioni e aiuto pratico a tutte le vittime.

Il supporto che viene veicolato in questi centri non ha l’unico scopo di tentare di ricucire le ferite

che il crimine subito ha irrimediabilmente creato nelle vittime, ma al tempo stesso mira allo scopo

di prevenire ulteriori vittimizzazioni.

Il nostro Paese si distingue dal panorama USA ed Europeo in quanto in Italia non esistono dei veri

e propri centri di victim support.

L’ESPERIENZA ITALIANA DI UN PERCORSO FORMATIVO UNIVERSITARIO E

MULTIDISCIPLINARE

Sommario

Nonostante l’aumento nel numero di abusi psicologici, fisici e sessuali – ed il conseguente bisogno

di interventi multiprofessionali e interistituzionali – le conoscenze relative alle tipologie e alle

dinamiche di questi casi da un lato, alle potenzialità e alle difficoltà connesse agli interventi

multiagency dall’altro, non sono purtroppo omogeneamente diffusi in Italia. Inoltre, i programmi

formativi che mirano alla costruzione di competenze utili al lavoro multidisciplinare nei casi di

abuso all’infanzia da sempre ricevono scarsa attenzione. L’intento di questo capitolo è quello di

descrivere il master di secondo livello “La valutazione e l’intervento in situazioni di abuso

all’infanzia e pedofilia”, che svolge presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia

L’abuso e la trascuratezza: i dati italiani

L’abuso all’infanzia è una delle questioni di salute pubblica di maggiore rilevanza. Le conoscenze

su questo tema si sono enormemente ampliate da quando Kempe e Caffey negli anni ’60

identificarono L’abuso infantile come un problema di interesse medico. Negli anni ’60 il termine

abuso veniva comunemente utilizzato per identificare il maltrattamento fisico, successivamente con

tale termine si intende inoltre anche gli abusi sessuali e psicologici e anche la trascuratezza, ovvero

l’incapacità di fornire cure adeguate ad un bambino nel corso dello sviluppo.

Sebbene vi sia stato negli ultimi anni un crescente interesse per questo tema sia da parte della

società, sia tra i professionisti, le cifre relative alla diffusione degli abusi continuano a rappresentare

oggetto di dibattito e controversie. Quale percentuale di bambini e adolescenti è vittima di abusi e

trascuratezza in Italia? Non avendo a disposizione un registro nazionale come altri paesi europei, i

dati a nostra disposizione sono pochi e per lo più relativi ai casi di abuso sessuale. Secondo quanto

emerge dai dati della Criminalpol, nel 2005 vi sono state 699 denunce di abusi sessuali che hanno

coinvolto 605 minorenni. Dati più dettagliati sono stati resi disponibili da telefono azzurro, una

organizzazione no-profit il cui obbiettivo è quello di promuovere il benessere dei bambini e degli

adolescenti. Telefono azzurro gestisce diversi progetti ed iniziative, esso è noto soprattutto per la

sua linea di ascolto confidenziale attiva dal 1987, che consente a bambini e adolescenti di parlare

effettuano una valutazione dei bisogni del bambino e forniscono soprattutto supporto informativo ed

emozionale. Laddove necessario, effettuano una segnalazione alle agenzie e alle istituzioni del

territorio, coinvolgendole nell’intervento. Nel solo 2009 le line di telefono azzurro hanno ricevuto

1015 segnalazioni di abuso/maltrattamenti: 42% abuso fisico, 14,1% abuso sessuale, 35,5% abuso

psicologico, 8,4% trascuratezza.

Recenti scoperte nell’ambito del “child abuse and neglect” e ricaduta sui percorsi di

formazione.

L’idea che i bambini e gli adolescenti possano essere frequentemente vittime di abusi e sfruttamento

è oggi molto diffusa a livello sociale. È stato ormai ampiamente dimostrato che i bambini vittime di

abusi e maltrattamenti costituiscono una popolazione a rischio per tutta una serie di disturbi mentali

e difficoltà di adattamento. I ricercatoti hanno inoltre documentato una maggiore incidenza di

problemi medici. Oltre ai disturbi fisici e mentali l’essere vittime di abusi e maltrattamenti espone

ad un rischio maggiore di sviluppare difficoltà psicologiche, che possono persistere in adolescenza e

in età adulta.

Negli ultimi venti anni sono state pubblicate molte ricerche anche sul tema della testimonianza

infantile. Il fatto che molti processi di abuso fisico e sessuale si fondino sulle dichiarazioni di

bambini, ha indotto, infatti gli studiosi a focalizzare la propria attenzione sul grado di affidabilità e

attendibilità della testimonianza infantile, nonché sui fattori che incidono su queste due

caratteristiche. La credibilità della testimonianza di un bambino dipende in gran parte dalle modalità

di intervista, che devono essere attente, supportive e non suggestive.

Le situazioni di abuso e trascuratezza hanno una natura complessa e multifattoriale. I fattori di

rischio, infatti, come per altre forme di violenza, si collocano su più livelli che vanno da quello

biologico/individuale a quello familiare e di comunità. Questo è il motivo per cui non si può

domandare ad un singolo professionista di farsi carico delle situazioni di abuso e della molteplicità

di problemi che presentano le vittime e le loro famiglie. La gestione di un caso di abuso è un

processo complesso, che richiede la collaborazione tra differenti servizi/istituzioni e differenti

professionisti (medici, psicologi, forze dell’ordine ecc.). Alla luce di queste considerazioni, negli

ultimi venti anni è stata posta crescente enfasi sul modello di lavoro multiagency e sulle prassi

operative integrate. Come è stato espresso da Horvarth e Morrison, all’interno del complesso

concetto di collaborazione possono essere rintracciati diversi livelli di impegno:

1.Comunicazione: individui con differenti appartenenze disciplinari che dialogano tra loro;

2. Cooperazione: il livello più basso di collaborazione, che avviene nella gestione dei singoli casi;

3. Coordinamento: livello più elevato di lavoro in rete, sebbene un atteggiamento di non

collaborazione non sia in alcun modo scoraggiato

4. Coalizione: collaborazione tra strutture, che sacrificano parte della propria autonomia;

5. Integrazione: situazione in cui diverse organizzazioni si uniscano per creare una nuova identità.

L’obbiettivo più alto di un approccio multiagency è quello di riunire intorno ad uno stesso tavolo

istituzioni, servizi e terzo settore nell’individuazione delle risposte comuni in materia di tutela dei

bambini e degli adolescenti, condividendo politiche procedure e prassi.

In accordo con la letteratura scientifica, un impiego congiunto da parte di più servizi/istituzioni è

efficace nella protezione dei bambini dal trauma e dall’abuso. Rispetto ai corsi di formazione

presenti nel panorama internazionale, abbiamo purtroppo a disposizione pochi dati concernenti la

qualità e la quantità dei percorsi multiprofessionali nell’ambito dell’abuso. Secondo alcuni articoli

scientifici recentemente pubblicati l’attuale formazione nell’ambito del child abuse and neglect,

anziché essere focalizzata su prassi multidisciplinari e su un approccio multiagency, è

maggiormente concentrata su singole fasi della gestione di un caso, in particolare su quelle

dell’identificazione e della segnalazione dell’abuso. Nell’ambito stesso della segnalazione, tuttavia,

la mancanza di preparazione è incommensurabile. Questa difficoltà nella segnalazione è spesso

attribuibile ad una scarsa conoscenza dei segni, dei sintomi e del percorso della denuncia.

Fino ad oggi in Italia sono stati limitati gli sforzi destinati all’implementazione di percorsi

multidisciplinari sui temi dell’abuso e della trascuratezza. A differenza degli Stati Uniti, in Italia

non vi è una legge che obblighi alla costituzione di team multidisciplinari, né particolari

investimenti sono destinati alla loro costituzione.

Una formazione multidisciplinare sull'abuso all'infanzia: l'esperienza dell'università di

Modena

Nell’intento di realizzare i bisogni formativi sopra citati, l’università di Modena e Reggio Emilia ha

sviluppato nel 1997 il corso di perfezionamento: “prevenzione e intervento in caso di abuso

all’infanzia”, che nel 2002 è stato trasformato in un master universitario di secondo livello. Fin

dalla prima edizione, il programma formativo è stato sviluppato in collaborazione con telefono

azzurro. Il comitato scientifico del master, infatti, era convinto della necessità di un approccio

multidisciplinare e multiagency, come pure dell’importanza di coniugare la teoria e le evidenze

scientifiche con l’esperienza sul campo. L’esperienza del telefono azzurro sul tema dell’abuso, poi,

va bene oltre l’assistenza telefonica. L’associazione, infatti, ha sviluppato diversi progetti innovativi

per l’intervento in situazioni di abuso come i centri “tetto azzurro”, attualmente presenti a Roma e

Treviso. In particolare, il centro di Roma si costituisce quale centro polifunzionale specialistico per

l’accoglienza e la gestione in emergenza di casi che coinvolgono bambini vittime di abusi sessuali,

fisici, gravi abusi psicologici e severa trascuratezza. Il centro si caratterizza come struttura di

emergenza che accoglie segnalazioni di bambini di età compresa tra 0 e 12 anni, residenti nel

territorio della provincia e del comune di Roma, e che, su disposizioni delle procure, dei tribunali,

dei servizi socio-sanitari o delle forza dell’ordine, necessitino di un intervento professionale e

specialistico di tipo psico-socio-educativo. Articolato in aree specialistiche di intervento che,

utilizzando una metodologia di lavoro integrata e multidisciplinare, contribuiscono a realizzare le

prestazioni richieste, la struttura offre accoglienza residenziale a breve termine, valutazione

psicodiagnostica, attività di spazio neutro e ascolto ai fini giudiziari, consulenza psico-sociale,

consulenza legale, garantendo un costante lavoro di monitoraggio e ricerca sugli interventi attuati.

Queste esperienze formative sviluppate nel territorio della Provincia di Roma hanno fornito

interessanti stimoli per la progettazione del master.

Il programma didattico del master è stato pensato per studenti con laurea magistrale e studenti già

specializzati, sufficientemente formati nella propria disciplina, che possano trovare un vantaggio dal

confronto interdisciplinare.

Il master intende fornire ai professionisti di diverse discipline conoscenze, abilità, tecniche e

strategie utili ad attuare interventi efficaci all’interno di un approccio multidisciplinare.

I professionisti coinvolti nel percorso formativo sono coinvolti in lezioni frontali, role playing,

osservazione di video, discussioni di gruppo e studio di casi. Le esercitazioni pratiche e le

simulazioni sono molto rilevanti, particolarmente durante le sessioni formative che riguardano il

colloquio con il bambino. Ogni partecipante è inoltre dotato di una password che gli consente di

accedere ai contenuti formativi su internet. La parte più interessante del sito web è rappresentata dai

case studies. Gli studenti, infatti, sono concretamente introdotti nella documentazione concernente

casi reali, opportunamente modificati al fine di non renderli riconoscibili.

In accordo con la letteratura scientifica, secondo la quale coniugare la formulazione teorica con il

processo di scambio di informazioni tra diversi professionisti può facilitare l’adozione di un

approccio multidisciplinare e contribuire a colmare efficacemente le lacune reciproche, una

specifica componente del percorso formativo del Master è focalizzata sugli ostacoli e sulle difficoltà

della collaborazione fra operatori aventi diversa appartenenza disciplinare. Gli ostacoli e le

difficoltà possono presentarsi sia nella relazione tra servizi/agenzie del territorio, sia in quella tra

professionisti coinvolti. La collaborazione tra le agenzie del territorio, sia in quella tra professionisti

coinvolti. La collaborazione tra le agenzie del territorio può essere ostacolata da differenze

nell’approccio, nei mandati operativi, nelle priorità ecc. Quando si prendono in considerazione le

interazioni tra i professionisti, invece, è necessario considerare i differenti stili operativi, i problemi

nella comunicazione, le differenze di genere, età, le differenze di autorità, di potere e di esperienza,

la sfiducia o la mancanza di rispetto, la necessità di sentirsi riconosciuti. Una frequente causa di

conflitto deriva dal fatto che i servizi hanno spesso diversi obbiettivi da realizzare e risorse limitate.

Alcuni atteggiamenti relativi all'abuso all'infanzia e alla collaborazione multiagency

I comportamenti e gli atteggiamenti dei professionisti possono facilitare o impedire la trasposizione

sarebbe utile prestare loro particolare attenzione. È indispensabile, infatti, considerare questi

ostacoli nello sviluppo di un programma di formazione multidisciplinare. Per questa ragione, il

percorso formativo sviluppato dall’università di Modena e Reggio Emilia affronta temi specifici

quali: come migliorare la comprensione dei ruoli, la comunicazione tra diversi servizi e la fiducia

tra professionisti di diversi istituzioni/servizi. I partecipanti al master sono incoraggiati ad esplorare

come prospettive differenti possano incidere sulla capacità di collaborare efficacemente e su come

prassi differenti possano avere origine da diversi concezioni di “bambino”, “abuso all’infanzia”,

“cura” e “protezione”.

In sintesi in quanto collaborazione multidisciplinare e multiagency, questo master è finalizzato ad

insegnare ai partecipanti a:

1)comprendere le cornici legali e organizzative;

2)avere familiarità con i servizi locali per il supporto a famiglie e bambini;

3)comunicare e sviluppare relazioni di lavoro nell’interesse del bambino;

4)comprendere il bisogno di condividere informazioni per la salvaguardia del bambino;

5)comprendere il contributo fornito dagli altri servizi per la salvaguardia del bambino;

6)comprendere l’impatto delle proprie decisioni ed azioni su quelle degli altri;

7)riconoscere il proprio ruolo e quello degli altri;

8)collaborare in ambiti complessi o in aree particolari (es. interviste al bambino)

9)stabilire e mantenere relazioni basate sulla fiducia e sul rispetto reciproco.

L’idea di un percorso formativo aperto a diverse discipline e professionisti è indispensabile se si

intendono costruire reti di intervento multiagency. In questo senso il master rappresenta

un’esperienza formativa capace di andare oltre l’idea di equipe inter-professionale. I casi di abuso,

infatti, necessitano di una valutazione e di un intervento capaci di coinvolgere non solo i

professionisti operanti nel medesimo contesto, ma anche professionisti che lavorano in

agenzie/servizi differenti, spesso con diverse regole e punti di vista.

L’intervento integrato presenta però aspetti di grande complessità, poiché implica la condivisione di

linee-guida, procedure di intervento e competenze attraverso: la riduzione del gap tra pratiche

lavorative e esperienze formative; la condivisione di metodologie e prassi tra i servizi sociali,

servizio sanitario nazionale, ecc; la costruzione di strumenti e linguaggi condivisi; il lavoro sui casi.

Discussioni e conclusioni

Il numero di studi sui bambini e adolescenti esposti ad abuso e trascuratezza è aumentato

gradualmente negli ultimi 25 anni, consentendo di aumentare la comprensione delle conseguenze

psicologiche e biologiche della precoce esposizione a questi eventi e condizioni.

È ormai comunemente accettato che nessun professionista da solo può efficacemente affrontare un

caso di abuso e trascuratezza all’infanzia. Per questo motivo le Università dovrebbero impegnarsi

nella preparazione di professionisti in grado di rispondere alla complessità che queste situazioni

presentano, anche sotto il profilo della collaborazione tra professionisti e servizi. L’obbiettivo del

programma formativo universitario sviluppato dall’università di Modena e di Reggio Emilia è

quello di preparare nuovi professionisti nel campo dell’abuso e della trascuratezza all’infanzia,

capaci di raccogliere un insieme di informazioni necessarie per intervenire efficacemente in questo

ambito e fornire un training secondo modalità interdisciplinari e multiagency. Questo percorso

formativo si è costantemente aggiornato per adattarsi alle nuove sfide.

Restano ancora molte questioni aperte nella formazione sul tema dell’abuso. Innanzitutto è

necessario sviluppare nuovi percorsi di formazione rivolti a diplomati e figure professionali in

possesso di laurea triennale. Un altro aspetto che il master intende sviluppare riguarda la

valutazione quantitativa dell’efficacia formativa, da affiancare a quella qualitativa, che mostra ogni

anno un elevato impatto del percorso formativo sulle abilità dei partecipanti al corso.

Attualmente non vi è un consenso relativamente all’efficacia dei percorsi formativi

multidisciplinari. Mentre Rodgers e Pence e Wilson hanno mostrato come la formazione

multidisciplinare riduca gli ostacoli ad un approccio multiagency, migliorando la comprensione ed

il rispetto delle differenze, secondo altri autori queste differenze possono essere resistenti al

percorso formativo. La reale difficoltà non sta certo nella trasmissione delle conoscenze, ma in

quella delle abilità e delle competenze, che necessitano di una supervisione esperta e di un

aggiornamento costante.

La valutazione dell’impatto degli sforzi formativi pone, ovviamente, molte sfide, in primis il fatto

che l’operatività sia influenzata da variabili molteplici e contradditorie: studi recenti, ad esempio,

evidenziano come gli sforzi professionali siano spesso ostacolati dalla carenza di strutture e attività

supportive a livello organizzativo.

Sebbene questo tema sia attualmente oggetto di dibattito internazionale, i percorsi formativi di

dimostrata efficacia – sia universitari che non – sul tema dell’abuso infantile sono scarsi. A fronte di

un moltiplicarsi di corsi di formazione sull’abuso all’infanzia negli Stati Uniti e in Europa negli

ultimi vent’anni, sono decisamente pochi gli studi riguardanti l’efficacia di questi programmi e

dotati di una valutazione rigorosa del loro impatto.

È anche evidente la necessità di individuare il modo migliore e al tempo stesso più conveniente per

formare i professionisti. Il web sta acquistando popolarità come strumento di insegnamento e fino

ad ora ha mostrato molti punti di forza e alcuni punti di debolezza. Sul versante positivo, il format

WEB-BASED permette un apprendimento autonomo, l’accesso all’informazione in qualsiasi

momento e potrebbe essere utile con gli studenti che presentano differenti stili di apprendimento.

D’altra parte, comunque, non è completamente chiaro quale tipo di contenuto sia più adatto ad

essere trasmesso via internet.

Fino a d oggi, il solo studio esistente relativo ad un percorso formativo inerente l’abuso all’infanzia

e basato sul web ha dimostrato che internet può essere un metodo efficace e utile per trasmettere

contenuti connessi alle modalità di segnalazione e all’obbligatorietà della denuncia.

Per riassumere, è evidente che nella specifica area della formazione multidisciplinare sul

trattamento dell’infanzia, esista ancora una varietà di bisogni non soddisfatti. È necessaria una più

consistente e prolungata formazione dei professionisti, cosi come maggiori investimenti nella

ricerca utile a generare nuove conoscenze.

CAPITOLO 8: VITTIME DI TRATTA E SFRUTTAMENTO SESSUALE: UN

VIDEO-DOCUMENTARIO PER ANALIZZARE LE MISURE DI PREVENZIONE E GLI

INTERVENTI ISTITUZIONALI

Sommario

Sull’argomento presentato nel titolo è stato realizzato un video documentario allo scopo di

descrivere le modalità della tratta e dello sfruttamento, la legislazione in merito e gli interventi

attuati per dare alle vittime la possibilità di riscattarsi dalla condizione di sfruttamento sessuale.

Introduzione

Le pratiche dei tratta, che ancora oggi sono presenti, si associano a 3 argomenti strettamente legati

tra loro: migrazioni, prostituzione, vittime. La maggior parte delle vittime, prostitute presenti in

Italia è costituito da straniere; la tratta è un reato e in quanto tale produce vittime. Infatti la donna

diventa vittima talvolta di violenza sessuale, di sequestro di minacce e soprusi per obbligarla a

vendere il proprio corpo. Gli sfruttatori spesso approfittano della condizione culturale e sociale della

vittima e nella maggior parte dei casi i promotori del traffico sono della stessa etnia della vittima.

Le donne quasi mai riescono a liberarsi autonomamente dallo sfruttatore perché continuamente

sorvegliate e minacciate.

Cenni storici

Fin dall’antichità le donne sono state vendute per scopi di sfruttamento sessuale. Nel medioevo la

povertà moltiplicava la prostituzione, come accade anche oggi nei paesi meno sviluppati.

Esistevano delle case costruite e dirette dalle autorità pubbliche in cui le ragazze potevano

prostituirsi pagando un affitto a una badessa. Spesso lo sfruttamento era preceduto da violenza

carnale, e una vittima di ciò aveva molte difficoltà a rapportarsi e reinserirsi nella società e nella

famiglia. La situazione di povertà veniva sfruttata dalle badesse che accoglievano le ragazze e per

sdebitarsi dell’accoglienza ricevuta dovevano prostituirsi. Un esempio è quello della tratta del 1800

delle Sing Song Girl, giovanissime cinesi che venivano rapite dalla strada o vendute dai genitori e

poi condotte negli Stati Uniti. In America il fenomeno si radicò soprattutto in California, quando

uomini da ogni dove giunsero in cerca di fortuna nei giacimenti preziosi. Questa situazione portò

all’aumento dell’offerta sessuale e dunque al proliferare del traffico delle donne cinesi.

La tratta della bianche è uno degli esempi più conosciuti. Il fenomeno aumentò a cavallo tra 8 e 900

in Europa; le giovani europee venivano rapite o convinte con l’inganno per poi essere condotte nelle

colonie e inserite nelle case d’appuntamento e nei locali.

Le dinamiche della tratta

Le modalità della tratta variano a seconda della provenienza della donna e degli sfruttatori. I

cambiamenti economici, sociali e culturali dei paesi rendono ancora più mutevole la situazione. La

tratta e lo sfruttamento sono gestiti da gruppi criminali altamente organizzati.

Nei primi tempi la donna non era a conoscenza del tipo di attività che avrebbe dovuto svolgere una

volta arrivata; con il passare del tempo è divenuto noto, soprattutto nei paesi dell’est Europeo. Fino

a qualche tempo fa era più frequente il rapimento o il sequestro, oggi il metodo più usato è

l’inganno. Per esempio c’è la Tecnica dell’innamoramento: utilizzata nei paesi dell’est Europa, lo

sfruttatore seduce la giovane e la costringe a seguirla in Italia o in altri paesi, dove poi sarà venduta.

Questo metodo è molto utilizzato in Albania: l’uomo si mostra interessato alla giovane che viene

ufficialmente chiesta in moglie alla famiglia, poi una volta adescata, convinta a spostarsi in Italia.

La invece sarà obbligata a prostituirsi con minacce, e talvolta con percosse e violenze sessuali. In

Albania vige l’antica legge non scritta del Kanun, per cui la giovane viene “consegnata” dal padre

all’uomo che ritiene degno, ed essa è obbligata a sottostare a tutto ciò che le viene imposto. Passa di

proprietà dal padre allo sposo.

Diverso il caso delle donne dell’est Europa che vengono persuase da una sedicente amica o

conoscente, che promette loro un buon lavoro in Italia come cameriera o ballerina.

Per le giovani africane (Nigeria, Ghana, Camerun) il legame con la cultura d’origine rischia di

favorire l’ingresso nella spirale della tratta. Lo sfruttamento delle africane è gestito da donne

nigeriane con conoscenze (spesso perché a loro volta prostitute) per gestire le inesperte.

L’adescamento non è complesso perché l’Europa è una meta molto ambita dalle africane, che

immaginano un futuro ricco. A volte è proprio la famiglia che, anche sapendo che andrà in contro a

prostituzione, la spingono a partire per i benefici economici allettanti. Generalmente a queste donne

non viene chiesto un parere a riguardo perché non c’è l’abitudine a fare domande, ci si fida degli

altri.

Negli ultimi tempo però accade anche che sia la donna stessa a scegliere di affrontare il mondo della

prostituzione, per libera scelta.

Aspetti legislativi

Bisogna riferirsi ad accordi, convenzioni internazionali e legislazioni nazionali o regionali. Leggi e

accordi internazionali sono strumenti importanti per contrastare la tratta e lo sfruttamento della

prostituzione. L’esigenza di accordi internazionali avviene nel 1904 per far fronte alla tratta delle

bianche. Nel 1921 Convenzione internazionale per reprimere traffico di donne e bambini. 1950

Convenzione sulla repressione della tratta di esseri umani e lo sfruttamento sessuale.

Di estrema importanza è il “Protocollo per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in

particolare donne e bambini, supplemento alla convenzione della Nazioni Unite contro il Crimine

Organizzato internazionale (del 2000)”. Art. 2 la protezione, prevenzione e assistenza alle vittime, è

al primo posto. Art. 3 si definisce gli aspetti della tratta di persone per poterla identificare e

contrastare meglio, e proteggerne le vittime. Art. 6 riguarda la protezione delle vittime, fornisce

indicazioni di comportamento per gli stati, in merito a fornire alloggio, informazioni assistenza

sanitaria e legale e opportunità di lavoro e istruzione.

L’Italia dispone del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e le

norme sulla condizione dello straniero del 1998. Art. 18 sull’assistenza e protezione delle vittime.

Prevede il rilascio di uno speciale permesso di soggiorno se si accertano situazioni di pericolo per

permettere alla donna di potersi sottrarre allo sfruttamento delle organizzazioni criminali e

partecipare a un programma di assistenza e protezione in Italia. Il programma di assistenza

garantisce provvisoriamente vitto alloggi (in strutture segrete per la sicurezza della vittima) e

assistenza sanitaria, o l’assistenza per rientrare nel paese di origine.

Interventi a favore delle vittime

Sono gestiti coordinati ed organizzati a livello regionale. Attraverso un network organizzato su 3

categorie: la riduzione del danno, il Numero Verde e i percorsi di accoglienza ed inclusione sociale.

Riduzione del danno

Questa è messa in atto con i drop-center (punti di ascolto) o con le Unità di Strada, che

distribuiscono materiale informativo per la prevenzione sanitaria e prendere un primo contatto con

le ragazze. Col fatto che gli sfruttatori le spostano da un’area all’altra per eludere i controlli, è

difficile per l’Unità di Strada instaurare rapporti per toglierle dalla strada. Altra difficoltà è che la

prostituzione indoor cresce sempre di più ed è difficile da individuare. Il presupposto, in ogni caso.

è non esprimere un giudizio morale in merito alla scelta della persona perché alcune lo scelgono

volontariamente.

Il Numero Verde

Ha lo scopo di dare informazioni, e far conoscere le opportunità, e il funzionamento dei programmi

di protezione sociale. Chi risponde è un mediatore sociale e culturale con il compito di risolvere il

problema o fungere da sostegno psicologico, e deve invogliare la vittima senza essere troppo

invadente, ad aprirsi alla conversazione. Questo numero è stato poco pubblicizzate e quindi è poco

sfruttato.

Percorsi di accoglienza e reinserimento sociale

Alcune donne scelgono la prostituzione liberamente, ma altre vogliono fuggire dalla condizione di

sfruttamento in cui versano e par fare ciò e necessario che ne siano convinte, che abbiano fiducia in

chi propone un’alternativa e abbiano il coraggio di lasciarsi tutto alle spalle. Una volta fuggita la

donna verrà alloggiata in case se necessario ad indirizzo segreto,verranno valutate le condizioni di

salute, svolti dei colloqui e impartite lezioni di italiano. In seguito si procede alla ricerca di un

alloggio il più idoneo possibile. L’ascolto e il colloquio sono importantissimi, sempre nel rispetto

dei tempi e degli spazi della donna. Nei centri sono presenti psicologi avvocati e mediatori culturali.

I percorsi di reinserimento sociale sono creati in base alle diverse esigenze della donna e con lei

concordati. La si introduce nel mondo del lavoro, con stage aziendale, in modo tale che il suo

processo di emancipazione si completi.

Vediamo diversi progetti:

Centro Donna Giustizia di Ferrara: è un’associazione di volontariato che si è attivata per

accogliere donne che escono da situazioni di abuso e violenza, o per uscire dalla prostituzione e

sfruttamento. Visto che la maggior parte delle ragazze sono di origine nigeriana si cerca di

mantenere questa composizione per evitare conflitti tra le diverse abitudini culturali. Nel progetto

sono inserite una ventina di ragazze all’anno, esse seguono corsi di italiano, orientamento al lavoro

e stage professionali.

Associazione Papa Giovanni XXIII di Rimini: è un’associazione internazionale di diritto

pontificio , riconosciuta dalla Stato del Vaticano e da quello italiano; oggi è diffusa in 25 paesi del

mondo. La sua attività ha inizio negli anni ’90. Attualmente le donne vi prendono contatto

attraverso la Polizia o grazie all’Unità Stradale. Il percorso dura dai 6 mesi a un anno, con la

possibilità di alfabetizzazione, seguire dei corsi orientarsi al lavoro al fine di raggiungere

un’indipendenza economica. Il passo seguente è il raggiungimento di un’autonomia abitativa, ma

per ottenerla ci vogliono circa 18 mesi. Sono possibili anche percorsi di reinserimento nel paese

d’origine.

Esperienza di Trieste: progetto “Stella Polare”, si occupa di programmi di protezione sociale e

sostiene chi vuole uscire dallo sfruttamento. Interviene per:

-accogliere le vittime di tratta che vogliono uscire dallo sfruttamento

-offrire un sostegno a chi NON vuole lasciare la prostituzione

- ridurre il danno, prevenendo la diffusione di malattie, incoraggiando la contraccezione

C’è anche qui l’utilizzo dell’unità mobile, e anche qui il percorso concordato con la donna che

decide di uscire dallo sfruttamento si deve concludere con la sua completa emancipazione. Trieste è

una zona di confine e risulta particolarmente multietnica. È la via d’accesso all’immigrazione

clandestina proveniente dall’est.

Dunque i metodi di intervento si differenziano tra laici e non. I primi puntano alla maggior

emancipazione, autodeterminazione e all’indipendenza totale della donna vittima, evitando il

giudizio morale. In particolar modo quello di Trieste punta con più forza verso

all’autodeterminazione della donna che sceglie la prostituzione, attraverso la messa in pratica della

riduzione del danno dunque la distribuzione di preservativi ecc…

Le associazione cattoliche come la Papa Giovanni XXIII riconduce la donna all’interno di un

nucleo o di un ambito famigliare. La politica della riduzione del danno non è condivisa. Per

l’associazione cattolica la vendita del proprio corpo è inammissibile quindi la prostituzione come

libera scelta non è accettata.

Difficoltà nello studio della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento

È difficile individuare e quantificare il fenomeno che ha un elevato numero di casi nascosti, la

criminalità sommersa risulta infatti un grande ostacolo. La prostituzione negli ultimi tempi è

cambiata, a partire dal proliferare della prostituzione indoor (( in appartamenti o night club), che

rende invisibile agli occhi della gente detto fenomeno. Di conseguenza risulta difficile anche

l’intervento per contrastare il crimine e per aiutare le vittime. Altro elemento che va ad incrementare

il numero oscuro è la mancata denuncia alle autorità da parte delle vittime. In certi casi addirittura,

vedi le donne africane, si fa leva sulle radici culturali per poterle meglio controllare; vengono

minacciate di ritorsioni sulla famiglia rimasta in Africa se non disposte a prostituirsi, e questo

inibisce anche l’iniziativa di denuncia.

La video ripresa e il documento video

Prima di iniziare le riprese del video è necessario documentarsi e stabilire una delimitazione

geografica. In questo caso ci si riferisce alla Regione Emilia-Romagna. Interviste sotto forma di

colloquio agli operatori di un centro laico (Centro Donna Giustizia) e di un centro cattolico

(Associazione Papa Giovanni XXIII), e per un ulteriore approfondimento al centro Stella Polare di

Trieste. Il lavoro è dedicato alla descrizione dettagliata dei progetti e dei programmi di protezione e

reinserimento e vedere quali sono le differenze tra le varie politiche di intervento. Il video

garantisce che le parole dei soggetti intervistati siano riprodotte fedelmente evitando erronee

interpretazioni. Utilizzare il mezzo audiovisivo per documentare un fenomeno come questo risulta

essere molto produttivo ai fini didattici.

CAPITOLO 9: APPROCCIO ANTROPO-SOCIOLOGICO ALLA CRIMINOLOGIA E

VITTIMOLOGIA APPLICATA:INSICUREZZA E PAURA DEL CRIMINE

(Rosaria Romano)

La criminologia per spiegare le cause del crimine utilizza due approcci:

·antropologico: è rivolto all’uomo e mira a ricercare i fattori organici, psicologici, motivazionali e

psicosociali che possono aver determinato la condotta;

·sociologico: rivolge l’interesse ai fattori macro sociali che influenzano il crimine.

Alla nozione di disordine sociale  è connesso il problema del controllo sociale ed il problema della

marginalità.

Molte ricerche sulla criminalità mostrano una correlazione tra declino della comunità ed

allentamento dei legami sociali che condurrebbe all’indebolimento della sicurezza collettiva.

Molti studi mettono in risalto la relazione tra paura del crimine, fragilità ed insicurezza, che indica

una diminuzione dell’integrazione sociale.

La paura della criminalità e la preoccupazione di diventare vittima rappresentano un fenomeno che

caratterizza sempre più al società contemporanea con una serie di gravi conseguenze.

I dati di una recente ricerca sui comportamenti illeciti (definiti come ‘‘micro criminalità’’)

sottolineano che anche in Italia il senso di insicurezza è diventato un fenomeno sociale.

Anche il tema del sentimento di insicurezza è stato oggetto di numerosi studi, rilevando come

questo sia sempre più diffuso.

I ricercatori hanno evidenziato due dimensioni del senso di insicurezza:

·fear of crime: risposta fisiologica ed emotiva ad una intimidazione concreta o probabile;

·concern about crime: senso di inquietudine per una possibile diffusione della criminalità

nell’ambiente in cui si vive.

La paura della criminalità varia a seconda del genere, dell’età, del tipo di comune di residenza o

della zona geografica in cui si vive. La paura è più diffusa fra la popolazione femminile e tra le

persone anziane, seguite dai giovanissimi. Gli adulti di mezza età si sentono più sicuri.

I risultati delle ricerche condotte mostrano comunque come la paura della criminalità sia molto più

diffusa della vittimizzazione ed i gruppi demografici più insicuri in realtà sono quelli meno

vittimizzati.

Fra le varie teorie riguardo alla differente ripartizione del pericolo di vittimizzazione è interessante

quella denominata Life style model che concentra l’attenzione sullo stile di vita dei soggetti cui

sarebbero da ricondurre le variazioni fra i vari strati della popolazione in ordine al rischio di subire

un reato violento. I risultati hanno evidenziato che più lo stile di vita mette a contatto l’individuo

con potenziali autori di reato, maggiore sarà il rischio di vittimizzazione.

Secondo l’approccio delle attività routinarie la dinamica criminale è messa in relazione a fattori

ecologici ed affinché si realizzi è necessario la presenza di tre fattori:

·un soggetto disponibile e capace di compiere un crimine;

·un obiettivo agevolmente raggiungibile e aggredibile;

·carenza di adeguati mezzi atti a bloccare l’atto criminoso.

[Prossimità, remunerattività, accessibilità]

E’ sufficiente l’assenza di una sola di queste condizioni per far si che il crimine non venga portato a

termine.

Diversi autori sostengono che la criminalità sia un sentimento irrazionale secondo due accezioni

diverse:

·da un lato che la paura è sproporzionata rispetto al reale pericolo di subire un crimine;

·dall’altro che può bloccare ed agire sfavorevolmente sulla condotta delle persone.

Diverse ricerche condotte in Gran Bretagna e Stati Uniti hanno evidenziato che i gruppi in cui è più

presente la paura, sono anche coloro meno esposti ai pericoli, mostrando un più basso tasso di

vittimizzazione. Gli studiosi spiegano ciò attribuendo la colpa alla cattiva informazione diffusa dai

mass media riguardo i rischi concreti di subire un danno.

Diversi studi compiuti in paesi occidentali hanno sottolineato come il timore della criminalità

scaturisca, si propaghi e fiorisca anche a causa del reiterarsi di avvenimenti al limite dell’illegalità

che vengono percepiti dai cittadini come segni che l’ordine morale e della collettività è crollato.

Tutti gli studi documentano che una elevata manifestazione di insicurezza dipende dal disordine,

cioè da una molteplicità di segnali di inciviltà in una zona che possono essere sociali (collegati a

fatti o a determinate dinamiche) o fisici (sono legati a configurazioni persistenti dell’ambiente in cui

si vive).

Le inciviltà possono essere attive o deliberate, passive e involontarie.

Queste situazioni e comportamenti diversi tra di loro hanno in comune l’aspetto di costituire una

violazione delle norme condivise dalla popolazione riguardo alla gestione/utilizzo degli spazi

pubblici.

La forte correlazione esistente tra inciviltà e senso di insicurezza è stata dimostrata dall’esperimento

foot patron experiment condotto a Newark a metà anni ’70 tramite pattugliamento appiedato

piuttosto che motorizzato. Conseguenza: esiti positivi prodotti dal fatto che le pattuglie affrontano

in modo diverso ed efficace i problemi del disordine sociale.

Le ricerche italiane affrontano la questione del disordine sociale e della paura del crimine secondo

prospettive sociologiche e antropologiche. Durante anni ’90 comincia ad emergere un interesse nei

confronti della sicurezza urbana, (le ragioni del ritardo sono dovute a vari fattori tra cui la maggiore

attenzione dell’opinione pubblica e dello stato rivolta alla macro criminalità), quando il deteriorarsi

della partecipazione politica e l’indignazione per le vicende di Tangentopoli spostano l’attenzione

della collettività verso la necessità di una maggiore attenzione ai problemi della sicurezza interna.

Vengono effettuate le prime ricerche statistiche relative alla percezione della sicurezza da parte della

popolazione e sulla criminalità: i dati testimoniano sempre una maggiore preoccupazione da parte

dell’opinione pubblica verso la micro criminalità, con conseguente percezione di insicurezza da

parte della collettività che richiede sempre più allo stato di farsi carico del problema: purtroppo

questi si trova davanti ad un problema nuovo e non preparato per affrontarlo.

Nasce la ‘’nuova prevenzione’’ intesa come il prodotto di una crisi del sistema penale.

Ha due obiettivi:

·riduzione dei fenomeni criminali

·maggiore rassicurazione sociale

La prevenzione consiste nell’attuare strategie che limitino condotte criminali, intervenendo su

queste prima ancora che si verifichino. La conseguenza è che il diritto penale viene a trovarsi al di

fuori di tali strategie preventive e la risposta al pericolo deviante è fornita da nuove agenzie a ciò

preposte.

La necessità di fare qualcosa ha portato ad attribuire nuove competenze in materia di sicurezza a

soggetti che in precedenza ne erano privi, come il sindaco ed il comune. Diventano oggetto di

studio non solo i rei ma anche le vittime reali o potenziali e la comunità intesa nella sua generalità.

La prevenzione comunitaria è una delle forme della nuova prevenzione. Consiste nella

sensibilizzazione dei cittadini nei confronti del problema della criminalità, cercando di sviluppare

modelli associativi e forme di nuova solidarietà per cercare di creare una società che sappia

difendersi. Un esempio di questi modelli è il comitato di cittadini.

Il degrado viene visto come fonte di insicurezza, terreno fertile per i comportamenti devianti. La

‘’teoria delle finestre rotte’’ è un esempio di ciò: il disordine e le inciviltà aumentano in quelle zone

in cui il controllo formale ed informale è carente. Robert Sampson nel corso dei suoi studi sui

comportamenti devianti come causa del degrado urbano e sociale, si esprime in termini mancanza di

efficacia collettiva. Secondo Sampson, la teoria delle finestre rotte di Wilson e Kelling parte da un

presupposto sbagliato: il degrado in determinate zone non aumenta perché il controllo è carente ma

perché la collettività in quei luoghi non è fortemente radicata ed omogenea ed è composta da

individui che non agiscono insieme e non provano alcun senso di appartenenza nei confronti di quei

territori.

L’aumento del senso di insicurezza e quindi la conseguente diminuzione del senso di solidarietà e

coesione fra i cittadini fanno decrescere il controllo sociale informale.

Il fenomeno della paura del crimine è inserito in un ambito sociale che contribuisce alla diffusione o

alla riduzione dell’insicurezza.

Il senso di insicurezza e paura sono considerati aspetti derivanti dalla sensazione da parte

dell’individuo di concreti ‘’indizi di incivility’’ che sono calcolati rigorosamente dalla singola

persona. Disordine ed inciviltà suscitano l’indignazione nei residenti che si sentono ingiustamente

penalizzati dai costi di quella situazione incrementando la paura della criminalità e la sensazione

che nessuno sappia far rispettare le norme più importanti riguardanti la convivenza.

E’ importante segnalare la nozione di territorialità delimitabile come una area geografica in qualche

modo personalizzata o caratterizzata dall’intrusione altrui attraverso segni di confine sia fisici che

sociali. Una buona territorialità comporta una maggiore interazione sociale ed un più alto senso di

comunità con conseguente diminuzione della paura della criminalità e minori violazioni di

proprietà. Il concetto di setting comportamentale definisce uno specifico luogo/situazione le cui

caratteristiche fisiche o sociali stimolano particolari schemi di comportamento.

Pertanto studiare questi luoghi e le loro caratteristiche può rivelarsi più utile per predire i

comportamenti delle persone che lo studio delle loro caratteristiche personali, in quanto le strade e

gli isolati costituiscono spazi definiti che possono essere visti come luoghi che sviluppano

comportamenti e programmi di relazioni stabili.

L’impressione del disordine sociale in certi quartieri urbani e l’incapacità mostrata dalle autorità

pubbliche nel farvi fronte rivela una sua chiara manifestazione nella paura della criminalità. Si deve

utilizzare quindi la nozione di ‘’vulnerabilità sociale’’ che ripresenta in termini più complessi il

concetto della qualità della vita.


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zelizeli

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Scienze criminologiche per l'investigazione e la sicurezza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher zelizeli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia applicata e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Bisi Roberta.

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