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CRIMINOLOGIA - L’IMMANE CONCRETEZZA

PARTE PRIMA – LA CRIMINOLOGIA E IL DIRITTO PENALE

1- LA CRIMINALIZZAZIONE

Le definizioni della criminologia

parte del diritto pubblico che disciplina fatti costituenti reato. Prevede i singoli fatti criminosi e le relative conseguenze

Diritto penale

giuridiche, nonché i principi generali che spiegano e regolano gli uni e le altre.

esistono centinaia, forse migliaia di definizioni diverse. Ciò che conta è riflettere sul dato fondamentale che ci si presenta

Criminologia

di volta in volta che poniamo a raffronto il “di qua” e il “di là” dello spartiacque che corre tra diritto penale e criminologia, tra scienza

giuridica e scienza empirica del crimine. La scienza giuridica ha spesso reagito alla metamorfosi della criminologia mettendo in opera

varie tecniche di immobilizzazione, destinate ad avere sempre meno successo.

Definizione di Gunther Kaiser (uno dei più noti criminologi tedeschi) insieme ordinato delle conoscenze empiriche sul crimine, su reo,

sulla condotta socialmente deviante e sul controllo di tale condotta. Lo stesso Kaiser distingue tra un’accezione ristretta tradizionale, della

criminologia e una più ampia, evolutiva. La prima limita l’oggetto della criminologia all’indagine empirica sul crimine e la personalità

dell’autore, la seconda si allarga fino a ricomprendere anche le conoscenze empirico-scientifiche relative ai mutamenti del concetto di

crimine, alla lotta contro il crimine, al controllo delle altre forme di devianza sociale nonché all’indagine sui meccanismi di controllo della

polizia e della magistratura; si dice allora che oggetto della criminologia sono la “genesi delle leggi, la loro violazione e le corrispondenti

reazioni sociali”. Si tratta di una componente di grande rilievo della definizione, specie nella prospettiva del giurista: da essa infatti deriva

che l’attività di produzione e applicazione delle norme sia risolutamente posta sotto la lente di un soggetto estraneo e diverso, per

formazione e vocazione scientifiche. Questi profili, relativi all’oggetto della criminologia, riguardano peraltro la componente quantitativa,

l’estensione del concetto. In merito alla componente qualitativa, per usare un concetto della logica, la componente intensionale tale da

connotare ciò che la criminologia è, ovvero ciò che caratterizza la criminologia stessa rispetto alle altre discipline come diritto penale e

politica criminale. Una definizione connotativa viene anche detta “per genere e differenza” dove specie e genere sono termini relativi nel

senso che una stessa classe può essere un genere in relazione alle proprie sottoclassi e una specie in relazione a una classe più larga di

cui sia sottoclasse. Il genere in cui la criminologia è sussumibile potrebbe essere quello delle scienze criminali, intese come discipline che

in forma diversa si occupano primariamente del comportamento criminale. Un genere o classe suddiviso in due specie o sottoclassi,

quello delle scienze criminali normative o giuridiche (es. diritto penale) e quello delle scienze criminali non giuridiche o empiriche

(criminologia). Ciò che differenzia queste due sottoclassi sembrerebbe localizzabile nella definizione di Kaiser dove la criminologia viene

detta “un insieme ordinato di conoscenze empiriche” è dunque una scienza interessata all’empiria, ossia prima di tutto ai fatti, nonché

al crimine come fenomeno, come oggetto di esperienza, mentre la scienza del diritto penale, ad esempio, è scienza normativa perché

interessata alle norme e al fatto come reato.

Alcune radici culturali e storiche della distanza tra diritto penale e criminologia. Premessa.

Cerchiamo di soffermarci su alcuni indizi rivelatori del disagio reale e delle non poche difficoltà che caratterizzano solitamente ogni sforzo

di avvicinamento dell’ambito giuridico penale al versante empirico-sociale o criminologico. Le difficoltà del rapporto interdisciplinare si

manifestano nella prassi del lavoro giuridico, dove questo si trovi nella necessità di impostare un confronto con l’oggetto della criminologia.

Tradizionale nelle scienze giuridiche è stato a lungo un modello di rapporti con le scienze empiriche improntato alla netta separazione di

campi: da una parte la concentrazione sul dover essere, dall’altra una esclusiva competenza sull’essere. Per le scienze normative la

dimensione empirica non rappresentava altro che l’oggetto di disciplina e valutazione, sicché la strada da percorrere per la comprensione

della scienza giuridica era a senso unico: la realtà traeva dalla norma la sua valutazione, la norma non traeva nulla dalla realtà. Solo in

seguito si approda alla visione di una realtà non ridotta a mero fatto, ma impregnata di componenti valutative la considerazione della

realtà empirica è componente necessaria della stessa interpretazione della legge.

L’indirizzo tecnico-giuridico nella scienza del diritto penale

Storia del diritto penale italiano: il processo regressivo nell’integrazione tra diritto penale e scienze sociali è imputabile all’affermarsi

dell’indirizzo tecnico-giuridico, di cui manifesto programmatico la prolusione sassarese di Arturo Rocco, 15/01/1910, dove si sollecitava il

diritto penale a limitare il proprio studia al lato puramente giuridico, lasciando all’antropologia il dovere di studiarli come fatto sociale e

individuale. Un tale indirizzo era fondamentalmente corretto: problemi maggiori è capire quando è utile la collaborazione con la

criminologia e soprattutto qual è il punto in cui l’avvalersene risulta indispensabile per la risoluzione dei problemi normativi.

Di fatto però l’affermarsi del metodo tecnico-giuridico ha propiziato una chiusura del diritto penale di segno ideologicamente conservatore

e una sterilizzazione politica del diritto punitivo.

La formazione del giurista

Il giurista, assuma egli la veste del pubblico ministero, dell’avvocato o del giudice, nella sua interazione con le parti de processo fa

esperienze, impara e, specie dopo pratica professionale pluriennale, integra la propria conoscenza delle norme con una conoscenza della

realtà cui queste norme vengono applicate. La criminologia scompare dietro la dogmatica penale. Si tratta di uno squilibrio tra conoscenze

normative ed empiriche. Le lacune nella formazione del giurista si fanno sentire nelle figure del legislatore e del giudice: entrambi

dovrebbero avvertire il bisogno di cognizioni empiriche. Alle caratteristiche della situazione concreta è possibile accedere solo attraverso

l’osservazione. Si tratta in sostanza della corposa componente della motivazione “in fatto” non meno decisiva e centrale di quella “in

diritto”. Il canale di immissione delle conoscenze empiriche nella trama argomentativa delle sentenze è la valutazione delle prove e in

particolare i criteri adottati per operare detta valutazione, non di rado costituiti da generalizzazioni tratte dall’esperienza. Nel caso della

valutazione della prova indiziaria, poi, potranno risultare disattesi gli stessi equilibri posti dalla legge per la sua valutazione specialmente

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dove venga a mancare il carattere di gravità ossia l’atto di fondatezza delle massime di esperienza utilizzate per le relative inferenze. A

testimoniare una tale lacuna nella formazione del giurista potrebbe bastare la lettura di certe sentenze. Si è soliti distinguere tra massime

di esperienza e mere congetture, proprio in base alla considerazione che solo nelle prime e non anche nelle seconde i dati pertinenti sono

stati sottoposti a verifica empirica.

Le discrasie tra dottrina e giurisprudenza penali

La giurisprudenza viene innanzitutto tacciata dalla dottrina di un’eccessiva tendenza a tagliar corto su importanti distinguo dogmatici,

esautorando gli studiosi del diritto penale di un ruolo giocato proprio sul filo di tali sottili differenze. Soprattutto al mondo giudiziario, il

versante scientifico imputa una inclinazione a comprimere con eccessiva disinvoltura le garanzie e ciò in vista di un’esigenza primaria di

tutela dei beni giuridici. Ai fini del superamento della incomunicabilità tra teoria e prassi si suggeriva soprattutto un sollecito adeguamento

del sistema positivo al quadro costituzionale attraverso un lavoro di riforma. Molte delle ragioni di incomprensione tra dottrina e

giurisprudenza sono da addebitare più al legislatore che a una cattiva volontà dei due versanti. Viene anche in rilievo la preoccupazione

della giurisprudenza di soddisfare anche le esigenze di semplificazione probatoria. Apertura all’empiria per il penalista può voler dire

scoperchiare e mettere il naso nella pentola del come e perché il magistrato perviene alle sue scelte in quanto condizionato e fuorviato da

una fatale inattualità del diritto positivo rispetto al diverso significato empirico-sociale e culturale che i fenomeni criminali sono venuti

assumendo dopo che il legislatore ha operato le sue scelte normative. Le sofferenze applicative vissute dalla giurisprudenza sono da

ricondurre almeno in parte a un’artificialità dei dati testuali.

Spirito scientifico e orientamento alle conseguenze come condizione per un avvicinamento tra le scienze giuridiche ed

empiriche

Si è additata in dottrina la necessità che, dal contatto tra legislazione penale e scienze giuridiche si passi ad apprestare una metodologia

capace di canalizzare tale contatto su una serie di obiettivi specifici e coordinati. Si richiede anche al giurista uno sciogliersi di quella sua

rigidità. Il penalista poi, in particolare, appare ancor più sospinto verso un’ermetica chiusura. Come insegna ogni manuale di diritto penale

per poter ricondurre il caso singolo nella fattispecie incriminatrice generale ed astratta occorre selezionare le caratteristiche giuridicamente

rilevanti dell’accadimento concreto e individuare il significato e la portata della legge da applicare (interpretazione della legge penale).

Leggi, modelli, teorie e paradigmi generali paiono preservati dal pericolo di imporsi con troppa violenza alla concretezza della realtà grazie

all’esigenza che si formino attraverso un metodo scientifico. L’antidoto culturale sembra quello di fare proprio l’abito mentale, lo spirito

scientifico, che è una modalità di pensiero ben diversa da quello che è stato detto il senso comune, che è realistico e pragmatico, non

separa le cose dall’affettività con cui le pulsioni lo investono. Lo spirito scientifico invece è il risultato di un’astrazione e di un

emancipazione. Si rilevava recentemente come gli interventi nel campo del controllo del crimine siano spesso fallimentari in assenza di

una reale e approfondita verifica scientifica della loro efficacia, per effetto dell’ingenuità con cui si crede che emanata una legge questa

venga applicata in modo conforme agli scopi avuti di mira. La base di un tale assetto è stata individuata soprattutto nella preoccupazione

per le conseguenze nel mondo dei fatti delle scelte maturate nel mondo delle norme: la giustezza delle decisioni viene fatta dipendere

anche dalla verifica che esse producano conseguenze favorevoli o evitino quelle sfavorevoli.

Crimine, criminalità e criminalizzazione

Inizialmente si è assunta come definizione della criminologia una definizione che sembrava accomunare questa disciplina alla scienza del

diritto penale in forza dell’identità dell’oggetto: discipline che in forma diversa si occupano del comportamento criminale. La differenza

sembra localizzarsi nella connotazione, nell’essenza, rispettivamente empirica e normativa delle due aree. Le difficoltà dei rapporti tra

diritto penale e criminologia si manifestano già nella distinzione tra crimine e reato, gli oggetti rispettivi della criminologia e del diritto

penale. Riferimenti normativi:

** Art. 1 c.p. nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che

non siano da essa stabilite

** Art. 25 comma 2-3 cost (principio di legalità) nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima

del fatto commesso. nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge

Nell’enunciazione del principio di legalità risultano ben distinti i fatti in generale e quei fatti che vengono scelti dal legislatore per essere

qualificati come penalmente rilevanti, come reati appunto. La distinzione tra reato e crimine segnala innanzitutto una diversità di

estensione. Si deve considerare il rilievo che, nella determinazione del campo di ricerca della criminologia assume il concetto di

criminalità, intesa come il numero complessivo delle azioni o omissioni punibili in un tempo e in un luogo determinati. Questa nozione

assume connotati ben distinti rispetto a quella di reato: a differenza di questo, che si riferisce al fatto punibile di un soggetto determinato,

la criminalità caratterizza il comportamento criminale come fenomeno sociale e dunque come oggetto di studio delle scienze sociali. Essa

non si esaurisce nel totale statico dei singoli fatti criminali. Le caratteristiche comunemente prese in considerazione nella descrizione di

una tale aggregazione di comportamenti sono in particolare:

lo spazio e il tempo: distribuzione nazionale, regionale o locale degli illeciti in un determinato periodo

la dimensione: totale di tutte le violazioni

la struttura: differenze tra livelli di gravità o forme di manifestazione del reato e tipologie o gruppi di delitti

l’andamento: evoluzione della criminalità totale o di parte di essa entro determinati periodi di tempo

Nei testi di diritto penale non si confonde il crimine con il reato mentre nei testi di criminologia sì. Il legislatore fa una scelta, una decisione

di criminalizzazione: è il legislatore e in generale l’organizzazione statuale della società a scegliere quali comportamenti socialmente

dannosi debbano essere qualificati come reati. La consapevolezza dell’esistenza di una scelta siffatta costituisce il più formidabile fattore

di destabilizzazione di quella comunanza di materia tra il diritto penale e la criminologia. La scelta di criminalizzazione operata dal

legislatore, la cosiddetta criminalizzazione in astratto è il primo snodo attraverso il quale la realtà del crimine viene costituita o costruita.

Ad essa seguiranno altri stadi, parimenti costitutivi, che si localizzeranno nella cosiddetta criminalizzazione in concreto: qui le decisioni

non competeranno più al legislatore ma ad altri soggetti, la polizia, le procure, i giudici di merito e quelli di cassazione. La distinzione tra

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l’astratto e il concreto viene quindi fatta tendenzialmente corrispondere alla tipologia di soggetti istituzionali rispettivamente coinvolti nelle

relative decisioni. Si può guardarla anche da un altro angolo: alla criminalizzazione in concreto potrebbero essere ricondotte tutte quelle

decisioni anche di pertinenza dello stesso legislatore che determinino uno scarto tra quanto qualificato come illecito dalle previsioni

normative astratte e quanto effettivamente punito o necessario da punire inquadramento oggettivo della criminalizzazione. Può essere

posto in correlazione con il concetto penalistico di punibilità. Nell’elemento di punibilità si è identificata proprio la possibilità di provvedere a

un inquadramento unitario di fenomeni tra loro anche molto diversi ma accomunati dall’idea che la normale connessione tra commissione

di un fatto antigiuridico e colpevole e applicazione della pena può essere spezzata dall’irrompere di fattori contemporanei o successivi alla

commissione del fatto che rendano inopportuna la pena alcune condizioni possono fondare o escludere l’opportunità di punire

(opportunità a volte già operata dal legislatore, a volte affidata alla discrezionalità del giudice).

Nella visione soggettiva la norma giuridica vede accentuata la sua caratteristica di imperativo nei confronti sia dei consociati ma anche

delle agenzie di controllo. Nella visione oggettiva invece si ha la scelta di rinunciare per ragioni di opportunità alla punizione non è

l’imperativo a essere deluso ma la coerenza di questo giudizio diventa problematica.

Un ulteriore valore aggiunto della distinzione tra piani di criminalizzazione è la contrapposizione tra una concezione di norma penale come

imperativo (il legislatore impone la sua volontà) e un’altra concezione che vi ravvisa invece soprattutto un giudizio di valore (ordinamento

come insieme di giudizi di valore sulla base dei quali si differenziano comportamenti giuridici e antigiuridici). Si ravvisa un “codice di

secondo livello” tale da modificare e deformare in modo latente l’applicazione del codice ufficiale delle regole penali. Si parla di

depenalizzazione prasseologica o fattuale il codice occulto da un risultato di esclusione della pena nei confronti di una serie di

comportamenti criminosi tramite depenalizzazione o de criminalizzazione legale. Si ha però così la criminalità nascosta (o cifra oscura)

deficit della conoscenza ufficiale, insieme dei reati commessi ma non registrati.

Un esempio di selettività della criminalizzazione in astratto: le vicende relative alla penalizzazione dell’omosessualità

Nel rapporto pubblicato dal comitato governativo britannico Wolfenden nel 1957 si propose la depenalizzazione degli atti di omosessualità

tra adulti consenzienti allora previsti come reati, sul rilievo che il diritto penale non dovesse ingerirsi nella vita privata degli individui se non

per quanti necessario. Si erano manifestate due posizioni distinte:

1- Per il giurista Devlin il diritto penale avrebbe dovuto anche regolare la morale privata

2- Per il filosofo del diritto Hart il diritto penale doveva servire alla punizione di fatti dannosi, restando estraneo alla finalità del

rafforzamento morale.

La problematicità della questione emerge laddove nel medesimo contesto si rileva l’incapacità di fornire criteri per l’individuazione del

bene giuridico così univoci da poter vincolare il legislatore nelle scelte degli oggetti tutelabili. Anche in altri ordinamenti si è provveduto in

tempi recenti a depenalizzare l’omosessualità. La questione però non è chiusa: può menzionarsi l’intervento della commissione dei diritti

dell’uomo delle nazioni unite verso la Tasmania che penalizza. L’intervento ha dichiarato tale disciplina illegale.

In merito alla distinzione tra Devlin e Hart, coinvolge la difficoltà di tracciare una linea divisoria tra morale privata e interessi di tutela della

società, visti anche i dubbi relativi alla capacità della sanzione penale di controllare la morale privata. La penalizzazione dell’immoralità

determinerà dunque effetti criminogeni o comunque negativi di vario tipo. Dalla constatazione che l’area del penalmente rilevante non

coincide con quella del moralmente riprovabile si è soliti desumere il carattere di frammentarietà del diritto penale, che assurge a principio

nel senso che la consapevolezza della distanza dalla realtà deve pervadere il quotidiano operare dei legislatori e giudici. Sotto il profilo

della frammentarietà il diritto penale si differenzia nettamente dalle scienze empiriche: l’oggetto della criminologia aspira ad allargarsi ad

una realtà illimitata e copre l’oggetto del diritto penale e della morale, ma soprattutto copre le modalità e le ragioni della frammentarietà del

diritto penale (cerca di mettere in discussione come e perché questo selezioni l’ambito di applicazione delle norme). Un tale scarto di

visuale tra piano empirico e normativo può anche illuminare alcuni snodi del dibattito sul cosiddetto concetto sostanziale di reato. Di tale

ricerca in ambito penalistico è stato decretato il fallimento per la genericità e vaghezza di concetti naturali di reato del tipo di quello

congegnato da Garofalo=lesione di quella parte del senso morale che consiste nei sentimenti altruistici, la pietà, la probità..) o per il

carattere di formula vuota. La questione dei rapporti tra diritto e morale non si lascia esaurire entro la pur condivisibile prospettiva di una

separazione basata sul principio di laicità del diritto penale. I due ambiti manifestano in realtà zone anche nevralgiche di sovrapposizione

o interazione. Un ordinamento penale che lasci privi di tutela o di tutela adeguata beni sentiti come primordiali mentre protegge in modo

oltranzista beni di valore assai inferiore perde la sua capacità di orientamento e di guida e si pervertisce sino a diventare uno dei principali

fattori criminogeni. Quando si parla ultimamente della legittimazione o delegittimazione delle agenzie del controllo sociale a contrastare

aree di grave ed estesa criminalità che lambiscono o penetrano il mondo della politica, si identifica una corrispondenza tra l’azione da

esse perseguita e le valutazioni dell’opinione pubblica, da cui spesso dipendono l’efficacia e la credibilità del loro intervento. Inoltre la

sfiducia dei cittadini nei confronti dell’integrità morale del potere politico e giudiziario può determinare il mancato rispetto della legge. Un

ulteriore profilo di interferenza destinato a condizionare l’applicazione del diritto penale è quello che riguarda la conoscenza della legge

penale e con esso l’ambito di rilevanza scusante attribuibile all’errore sulla legge penale. Rif.to art. 5 cost nessuno può invocare a

propria scusa l’ignoranza della legge penale. La corte costituzionale ne ha dichiarato l’illegittimità nella parte in cui non si esclude

dall’inescusabilità dell’ignoranza della legge penale l’ignoranza inevitabile con motivazione che il diritto penale necessita di norme non

numerose, che devono essere chiaramente formulate e dirette alla tutela di valori almeno di rilievo costituzionale e tali da essere percepite

anche in funzione di norme extrapenali, di civiltà, effettivamente vigenti nell’ambiente sociale nel quale le norme penali sono destinate ad

operare. Un precetto penale ha valore non per quello che è ma per come appare ai consociati e la conformità dell’apparenza all’effettivo

contenuto deve essere garantita dallo Stato. L’oggettiva impossibilità di conoscenza costituisce dunque un altro limite della personale

responsabilità penale. Assumono grande interesse le possibili sinergie tra codici etici e normative statuali. Si esclude che i codici etici

costituiscano una superflua duplicazione della legge anzi, servono a promuoverla. 3

Un esempio di selettività della criminalizzazione in concreto: l’obbligatorietà o discrezionalità dell’azione penale

Queste considerazioni potrebbero riproporsi per la criminalizzazione in concreto. Ad es. è la polizia a decidere sulla base di parametri solo

approssimativamente definiti dalla legge se insistere nelle indagini o procedere all’arresto. Altrettanto significativa è la discrezionalità della

magistratura. In Italia vige il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale: art.112 il PM ha l’obbligo di esercitare l’azione penale.

Il PM esercita azione penale se non sussistono i presupposti per la richiesta di archiviazione mentre presenta richiesta di archiviazione se

la notizia di reato è infondata. La consapevolezza del carattere selettivo dei processi di criminalizzazione assume nel dibattito dell’art.112

cost un peso rilevante. Naturalmente la curiosità si appunta soprattutto su quegli ordinamenti che hanno optato per la soluzione della

discrezionalità dell’azione penale. Accanto ai modelli di obbligatorietà e discrezionalità la dottrina ha potuto identificare un terzo modello

definito “intermedio” ossia ispirato a un principio di legalità attenuata o di opportunità circoscritta, es. il Crown Prosecution Service CPS

costituito in Inghilterra perché si riteneva che il compito di indagare sui reati, raccogliere le prove e arrestare i sospetti potesse interferire

con l’imparzialità della valutazione del caso e con le decisioni relative alla necessità e alla probabilità di successo dell’azione penale. Il

CPS ha come compito fondamentale di decidere in merito all’opportunità di esercizio dell’azione penale. Iter la polizia raccoglie le

prove, le trasmette al CPS che decide se iniziare azione penale o no. Si hanno 2 criteri:

1- Esistenza di prove sufficienti (evidential test): non si procede se le prove non sono adeguate o non si ha una realistica

prospettiva di condanna, secondo il principio fondamentale della giustizia per cui nessuno dovrebbe trovarsi esposto al rischio di

un procedimento senza che esistano basi solide

2- Criterio del pubblico interesse (public interest test): si rinuncia a procedere anche quando sussistano prove sufficienti ove tale

interesse sconsigli l’inizio dell’azione penale.

La probabilità che l’azione penale venga esercitata dipenderà soprattutto dalla gravità del reato. I fattori pro e contro all’azione penale

vengono soppesati attentamente ed è qui che si manifestano i margini di maggiore discrezionalità.

Il modello inglese appare complessivamente assai istruttivo anche perché codifica alcune delle motivazioni che, anche in altri sistemi

governano di fatto i processi decisionali alla base dell’esercizio dell’azione penale. La portata euristica di tale modello può andare a

beneficio anche della riflessione in corso sulla legittimità o funzionalità di sistemi che adottano l’opposto principio dell’obbligatorietà

dell’azione penale. Su quello austriaco di inizio secolo come ricordava anni fa uno studioso italiano aveva già potuto modularsi qualche

nota di disincanto: il principio di legalità non era altro che una bugia convenzionale da non disvelare per la tradizione. In Italia la questione

è stata investita dal circuito politico-massmediologico, anche attizzato dalle ben note controversie sull’operato dei magistrati dell’inchiesta

“mani pulite”. La riflessione scientifica ha avanzato dubbi sulla assolutezza della regola dell’obbligatorietà della punizione generalizzata.

La dottrina non si è peraltro nascosta la difficoltà di assicurare comunque adeguata trasparenza e controllo ai criteri adottati dalla prassi e

di risolvere i problemi di bilanciamento delle molteplici esigenze in gioco anche una volta legalizzata la discrezionalità. Se è necessario

provvedere al controllo e alla trasparenza della discrezionalità dei pubblici ministeri nella decisione in merito all’esercizio dell’azione

penale, non meno impellente è dunque tracciare con ferrei contrappesi democratici una linea di demarcazione tra le mere pressioni

lobbistiche e le deviazioni parlamentari.

Il rapporto tra diritto penale e criminologia nella prospettiva della scienza giuridica

Le norme non possono essere estranee all’ambito dell’interesse della criminologia. Già la definizione di Kaiser attribuiva alla criminologia il

compito di studiare il comportamento delle istanze cui è affidato il controllo del crimine. Si parla non a caso di “agenzie” del controllo

sociale formale per intendere magistratura e polizia. Lo studio del controllo porta quindi con sé necessariamente lo studio delle norme che

tale controllo regolano e formalizzano. Quand’anche si accolga l’indicazione della criminologia tradizionale secondo la quale il criminologo

si qualifica come tale in quanto applica modelli e teorie di altri campi del sapere alla realtà criminosa, non si può considerare la criminalità

come fenomeno naturale che ha valore in sé.

Per rendere l’atteggiamento del criminologo nei confronti del giurista si potrebbe forse richiamare quanto uno scrittore austriaco diceva dei

filosofi, che sono dei violenti che non dispongono di un esercito e perciò si impadroniscono del mondo richiudendolo in un sistema.

L’ambivalenza di questi rapporti tra norma ed empiria emerge nel modo più illuminante dalle parole di Hans Heinrich Jescheck, giurista

contemporaneo, che ha scritto che il diritto penale senza criminologia è cieco, la criminologia senza il diritto penale è sconfinata. La

constatazione dell’illimitatezza della criminologia non è necessariamente un dato oggettivo di questa disciplina ma l’immagine, la

percezione che di essa ha il giurista. Il giurista si assegna l’immagine di un avventuroso colonizzatore che amplia i propri orizzonti ma è

ben consapevole della sua salda identità. Al contrario il selvaggio criminologo riceverà dallo scopritore una identità prima inesistente, visto

che non può darsi identità senza limite e quel limite verrà da una civiltà del diritto la cui vocazione è tracciare confini, costruire fitte reti di

sistemi.

“Idea dello scopo”, politica criminale e scienza penale integrata: il programma di Marburgo

Una delle più significative prese di posizione è quella di Franz von Liszt, cui si deve il programma di Marburgo o Marburger program, il

progetto di una scienza penale integrata. Questo richiamo può essere utile per inquadrare la nozione di politica criminale. Di fronte a un

qualsiasi problema nel dibattito penalistico corrente, è necessario innanzi tutto individuare la collocazione appropriata sul terreno

dogmatico, esegetico, sistematico oppure politico-criminale. Caratteristica di quest’ultimo è iscriversi in quella che definirei la dimensione

del “possibile”, il senso della “possibilità”. Il dibattito assume connotati politico-criminali tutte le volte che ci si interroghi sulla modificabilità

in rapporto agli scopi da raggiungere ossia sulle alternative prospettabili rispetti al sue essere attuale. La discussione dogmatica invece si

caratterizza soprattutto per un confronto con l’esistente giuridico ossia con il dato normativo così com’è, visto e accettato in quanto

dogma. Nell’opera di costruzione concettuale e sistematica la dogmatica penalistica pone a proprio fondamento ma anche a proprio limite

la legge penale vigente. Anche se le interferenze tra piano dogmatico e politico-criminale sono molteplici e di grande interesse è

indispensabile innanzi tutto la consapevolezza della loro distinzione. Nell’ambito penale è il giudice soprattutto la figura ispirata a un tale

senso della realtà e invece il legislatore a nutrire un più spiccato senso della possibilità. Anche quest’ultimo dovrebbe saper raccogliere

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dall’esperienza applicativa ogni sollecitazione per elaborare le norme in grado di corrispondere ai mezzi e scopi appropriati, ma si muove

in una prevalente dimensione del possibile. Anche il giurista dogmatico non può chiudersi nella esegesi del diritto positivo.

Richiamandoci all’enunciato di Liszt possiamo inquadrare la politica criminale come il complesso sistematico di quei principi secondo i

quali lo stato ha da condurre la lotta contro il delitto, per mezzo della pena e delle istituzioni a essa collegate. Secondo una definizione più

recente la politica criminale è descritta come l’insieme delle valutazioni e misure della società, aventi lo scopo di abbassare il numero delle

offese all’ordinamento giuridico-penale. Il concetto di politica criminale risulta strettamente connesso a un’idea di razionalità, la quale non

a caso riguarda specialmente la relazione tra mezzi e risultati. In quanto connessa a una razionalità strumentale, l’idea di politica criminale

pone dunque l’accento su tutti i mezzi per il contenimento della criminalità. Tornando al programma di Marburgo, si tratta di un distillato

della visione lisztiana di un diritto penale visto di nuovo in correlazione con una politica del diritto indirizzata secondo punti di vista razionali

nella quale l’idea dello scopo si pone come l’autentico caposaldo del progresso giuridico. Enunciati fondamentali di tale programma sono

ad esempio la pena giusta pena necessaria. L’idea di Liszt è quella di una pena relativa e non assoluta, il metodo è basato su un

confronto con la realtà sociale: una volta chiarite le finalità che l’ordinamento giuridico intende perseguire occorrerà adattare a tale realtà

la disciplina normativa ossia individuare i mezzi idonei al raggiungimento degli scopi. Il punto di partenza è allora dunque di maturare

sensibilità e attenzione al dato criminologico. La conoscenza scientifica è assunta di per sé come spiegazione causale ossia spiegazione

di un fenomeno nelle cause che lo determinano.

Dal brano emergono alcuni aspetti centrali sulla collaborazione tra diritto penale e scienze empiriche:

1- Non si menziona la criminologia ma una serie di altre discipline

2- C’è un riconoscimento dell’autonomia delle discipline empiriche rispetto alla scienza del diritto penale.

3- Si auspica una collaborazione tra i due ambiti.

4- Si riconosce al diritto penale un ruolo guida

All’interno della stessa costruzione lisztiana diritto penale e criminologia politica-criminale restino ben distinti, se non addirittura

contrapposti. Alla scienza penale integrata restano 3 compiti:

1- Formazione del penalista

2- Spiegazione causale del delitto e della pena

3- L’elaborazione di una politica criminale (sistema di principi)

E tuttavia la delimitazione delle rispettive competenze è assai netta. Ne consegue l’idea che il ruolo del diritto penale non sia propriamente

la protezione della società ma del reo e che invece spetti alla politica criminale la prevenzione dei crimini. Si pone qui un’aggiornata

definizione della politica criminale: si occupa della questione di come debba essere strutturato il diritto penale per soddisfare al meglio la

sua funzione di tutela della società. Non tutto ciò che è utile è giusto. Come parametri della giustizia in politica criminale sono da

assumersi il principio alla colpevolezza, i principi dello Stato di diritto e il principio di umanità.

2- LE SOTTIGLIEZZE EMPIRICHE DEL DIRITTO PENALE

Sottigliezze empiriche delle scienze giuridico-penali

Un nuovo modello di scienza penale integrata sull'esempio dell'antico modello lintziano non è stato ancora delineato. Il reciproco

isolamento e la strada del diritto penale puro sembrano però arrivati alla fine. Le condizioni necessarie per l'impostazione della

collaborazione tra diritto penale e criminologia devono essere generate nel metodo di lavoro del giurista e prima ancora nell'atteggiamento

mentale dei cultori delle scienze normative. Vi sono ampi settori nel diritto penale nei quali la fragilità delle categorie e teorie dommatiche

o delle scelte politico-criminali adottate dal legislatore è dovuta all'insufficiente ponderazione delle variabili empirico-sociali e

criminologiche sottostanti. Invece di fragilità della crosta del diritto penale tale da prestarsi a spaccature rispetto al dato empirico, sarebbe

meglio parlare di sottigliezza. Vediamo alcune aree in cui il sistema giuridico-penale manifesta una vigile sottigliezza. Come emerge dalle

parole di von Liszt è già l'esigenza di impostare la politica criminale in termini razionali a sollecitare un confronto con la criminologia e

dunque a rendere uniformemente un po' più sottile la cortina del sistema penale. In questa temperie socio-culturale non c'è da

sorprendersi che si sia ulteriormente approfondito quel divario consistente tra visione scientifica e percezione sociale della criminalità e del

diritto penale come strumento per combatterla. Solo grazie alla capacità di sostenere l'impatto inquietante della complessità moderna si

sarà dunque in grado di aderire ai due presupposti primordiali di ogni politica criminale razionale e legittima.

La prevenzione

il concetto di politica criminale come si visto fin dalle prime definizioni prospettate appare strettamente connesso all'idea di prevenzione.

Intendiamo per prevenzione ogni attività individuale o di gruppo, pubblica o privata, tendente a impedire uno o più atti criminali. Il concetto

di prevenzione viene tenuto distinto da quello di controllo che viene utilizzato soprattutto per riferirsi alla reazione sociale che segue al

reato. In realtà se per controllo sociale intendiamo i meccanismi attraverso i quali la società esercita il proprio dominio sugli uomini che la

compongono ottenendo da questi l'osservanza delle sue norme ci appare immediatamente come il controllo sia un concetto più ampio di

quello di prevenzione: è l'operare degli strumenti di controllo a determinare di per sé la prevenzione dei comportamenti in contrasto con le

regole sociali, penali o extra-penali. Secondo questa prospettiva si è differenziato tra un controllo sociale attivo comprendente l'insieme di

quei meccanismi attraverso i quali si cerca di prevenire i comportamenti indesiderati e un controllo sociale passivo per riferirsi più

propriamente alla reazione nei confronti del comportamento deviante delle regole sociali. Un tale controllo a sua volta si dirà informale ove

sia esercitato nell'ambito di gruppi primari o secondari, oppure formale qualora provenga da istanze il cui ruolo è invece definito proprio

dell'esercizio di un tale controllo. Il controllo formale può muoversi prevalentemente sulla base di norme formalizzate. Tornando alla

prevenzione propriamente detta significative sono varie distinzioni del concetto. Un criterio di classificazione basato sul modello medico

prende in considerazione i tipi di intervento preventivo a seconda del livello di sviluppo del comportamento criminale e distingue

innanzitutto una prevenzione primaria per intendere la riduzione delle opportunità criminali e dunque la riduzione o eliminazione delle

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condizioni criminologiche presenti nell'ambiente fisico e sociale. Una prevenzione secondaria che riguarda invece gli interventi sui soggetti

a rischio criminale prima che fatti criminosi siano posti in essere. Infine una cosiddetta prevenzione terziaria il cui scopo è il trattamento del

reo per interrompere carriere criminali ossia l'estensione dei crimini, attuata quando un crimine è già stato commesso e ha come scopo di

impedire la recidiva. Un'ulteriore classificazione distingue gli interventi indirizzati agli autori dei crimini e quelli che invece si rivolgono alle

vittime. Un modello di inquadramento della prevenzione è infine quello che attribuisce particolare rilevanza al contesto e alla sequenza

logico-temporale degli interventi. Il primo criterio vale a distinguere tra gli strumenti propri della giustizia penale e quelli che si pongono al

di fuori di essa. Il secondo serve per differenziare gli interventi attuati prima della realizzazione del crimine per impedirne la verificazione e

quelli successivi alla sua commissione per impedirne la recidiva. In ogni caso per la scelta e le modalità di questi programmi occorre

affidarsi alla criminologia.

Criminologia e teorie della pena

come studio empirico della criminalità delle sue cause e delle sue cause e delle sue caratteristiche la criminologia assurge anzi a scienza

e può svilupparsi soprattutto in un momento storico nel quale il diritto penale è orientato allo scopo. Soprattutto dove emerge una visione

tecnocratica nella quale la pena appare uno strumento tra i molti per conseguire finalità sociali è destinato a porsi il quesito della idoneità e

congruità del mezzo rispetto al fine. La legittimazione della necessità della pena inizia e termina entro la prospettiva delle sue

conseguenze utili per l'uomo. L'attenzione del retribuzionista è concentrata sul passato sul delitto commesso. Un sistema penale di tipo

retributivo che si limiti a compensare il male con il male non è certo interessato a penetrare la concreta realtà umana e sociale del reo o

vittima. Più in generale un diritto penale retributivo sembra complessivamente disinteressato alle cause del crimine. La retribuzione si

chiude dunque a tutto ciò che è altro rispetto all'inflizione del giusto male all'autore del crimine sia questo altro localizzabile nella società

oppure già tra le mura del carcere. La pena retributiva si priva programmaticamente di ogni intendimento di porsi come strumento efficace

di lotta alla criminalità. Nel filosofo Kant, quella che si dice retribuzione morale concepita come applicazione della seconda formulazione

dell'imperativo categorico manifesta esplicitamente il suo scioglimento da una visione strumentale della pena. Nonostante le apparenze

lessicali, un vero scopo della pena non emerge neppure nel notissimo brano kantiano dell'isola. Anche qui il fondamento della pena resta

il delitto già commesso ed è questo delitto a costruire l'unica frazione di realtà cui il retribuzionista volga la propria attenzione. Non

diversamente in Hegel: la retribuzione consiste nel togliere il delitto. Si parla in proposito di teorie assolute della pena la pena deve

assolutamente seguire al delitto. Ben diverso un diritto penale genuinamente orientato allo scopo per il quale la pena è posta al servizio di

fini umani. Si parla di teorie relative della pena ma questa connotazione ha anche il significato di manifestare un atteggiamento di

relativismo nei confronti della pena. C'è un volgersi dell'attenzione e dell'interesse oltre l'oggetto, ne scaturirà poi, rispetto a tale oggetto

un grappolo di interrogativi concatenati, tali da investire la sua idoneità a raggiungere gli scopi che per mezzo di esso ci si propone di

conseguire. Idoneità che imporrà di volgersi all'esperienza e alla verifica empirica degli effetti che da tale mezzo conseguono secondo

regolarità accertate. Dalla centralità del momento della verifica empirica discendono ulteriori conseguenze concatenate. Nel momento in

cui la pena cessa di porsi come fine ultimo per diventare puro mezzo è del tutto conseguente che la sensibilità per il peso sociale che a

essa si annette induca a concepirla come extrema ratio. L'idea relativa della pena determina inoltre l'ingresso nel diritto penale di un

prospettiva strategica, di un atteggiamento scientifico e di una esigenza critica e comunicativa.

Questa visione relativa della pena si iscrive del resto nell'idea di politica criminale già prospettata, come emerge da due definizioni di

questa idea già menzionate: il complesso sistematico di quei principi secondo cui lo stato ha da condurre la lotta contro il delitto per mezzo

della pena e delle istituzioni collegate; l'insieme delle valutazioni e misure della società aventi lo scopo di abbassare il numero delle offese

all'ordinamento giuridico-penale. Le teorie relative della pena si identificano fondamentalmente nella prevenzione generale o speciale, che

sono finalità coesistenti e parimenti irrinunciabili. L'orientamento alle conseguenze del diritto penale e il finalismo preventivo delle pene

relative sono alla base dell'impulso impresso alla collaborazione tra scienze normative e scienze empiriche. Peraltro ogni indicazione

proveniente dal versante empirico in merito alle condizioni per conseguire un'ottimale effettività della sanzione è destinata a trovare un

limite ferreo e invalicabile nelle esigenze connesse alla sua liceità ossia in una serie di principi tra i quali innanzitutto quello di

proporzionalità, che impedisce di gravare smisuratamente il reo del carico sanzionatorio. Un'ultima considerazione può integrare il quadro

delle implicazioni empiriche connesse alla visione relativa della pena. Se tale visione costituisce premessa e impulso per un'apertura ai

dati del reale essa può venire a sua volta acuita e approfondita a una pregiudiziale attenzione verso la concretezza delle conoscenze

criminologiche.

Problemi empirici della prevenzione generale

per prevenzione generale possiamo intendere unitariamente la prevenzione di comportamenti socialmente indesiderati attraverso la

minaccia di una sanzione legale. Si vogliono prevenire soprattutto i crimini della generalità di soggetti che non hanno ancora commesso

reati e che ci si aspetta siano trattenuti dal commetterli per effetto della minaccia della sanzione. L'idea generalpreventiva presenta due

forme fondamentali:

− prevenzione generale negativa: fondata nell'opera di Paul Johann Anselm von Feuerbach, considerato il teorico della coazione

psicologica. Giocata sul meccanismo della dissuasione, della deterrenza. Si vuol far leva sul sentimento del timore, il risveglio della

immaginazione su ciò che potrà accadere al soggetto ove compia un'azione vietata e sulla cui realizzazione si nutre una qualche

misura di dubbio. Evocazione che richiede la conoscenza della connessione tra sanzione e pena e corroborata da una serie di

meccanismi di rinforzo. Il meccanismo sembra rispecchiare le meccaniche del condizionamento: al pari di esso anche la prevenzione

generale negativa richiede una risposta adattativa basata sull'apprendimento. Sembra rispecchiarsi nel più evoluto modello di

condizionamento operante o strumentale. Sia l'inflizione della pena sia il modo di tale inflizione rappresentano rinforzi negativi del

condizionamento. Questa prevenzione ha incontrato problemi criminologici che si classificano in due categorie: - questioni empiriche

o fattuali e – questione della liceità dell'uso della pena in funzione generalpreventiva che coinvolge la sua giustificazione etico-

giuridica. Esiste una priorità logica tra i due ordini di problemi. Il profilo della liceità diviene invece esclusivo nell'antica critica mossa

dall'idealismo classico e in particolare da Hegel che si accanisce proprio sull'idea in sé di un uomo la cui spinta criminosa si voglia

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assoggettare alla controspinta della pena. Per Hegel è uno svilimento della dignità umana. La critica investe le concezioni sulle libertà

dell'uomo, l'antica questione del libero arbitrio. Resta l'ineludibile problema normativo. Maggiore interesse presentano soprattutto i

profili empirici dell'odierno dibattito sulla funzione intimidativa o deterrenza. I problemi empirici più stringenti sono destinati a emergere

quando ci si interroghi sull'effetto intimidativo prodottosi a seguito di una determinata scelta politico criminale considerata la difficoltà

estrema di ponderare in che misura i potenziali autori di reato siano effettivamente trattenuti dal timore della pena e quanto abbiano

invece influito variabili diverse. Le conoscenze acquisite su questo terreno si devono a studi trasversali, longitudinali, soggettivi e

sperimentali. Si deve verificare a posteriori se lo scopo è stato raggiunto. Il problema centrale è quello di accertare il nesso di

causalità tra diminuzione dei reati e scelta politico-criminale. Il metodo consiste nel raffronto tra una situazione iniziale senza pena e

una situazione finale con l'aggiunta della pena. Si appoggerà sul criterio delle variazioni concomitanti. Si tratta di verificare l'ipotesi

causale relativa all'effetto di riduzione dei tassi di criminalità prodotto dalla sanzione penale. es. efficacia della pena di morte. Si tratta

di un settore competente alla criminologia quantitativa, intesa come ricerca empirica centrata sulla misurazione del crimine e quindi

incline a servirsi di categorie quali volume, estensione...

il metodo presuppone l'applicazione del metodo della differenza: se il caso in cui avviene il fenomeno in esame e un caso in cui esso

non avviene hanno in comune tutte le circostanze meno una e questa compare soltanto nel primo caso quella unica circostanza in cui

i due casi differiscono è l'effetto o la causa o una parte indispensabile della causa del fenomeno. Ci sono però due incognite

importanti: bisogna avere la sicurezza che non si abbia avuto altra variazione altrimenti si potrebbe avere una spiegazione diversa.

L'altra incognita è la cifra oscura per cui una ristretta percentuale di tutti i crimini giunge a conoscenza.

La ricerca generalpreventiva può contare ormai una cospicua mole di studi. Si concorda ormai sul punto secondo cui i soggetti

influenzabili dal messaggio intimidatorio della pena comminata risulteranno comunque più sensibili al rischio di essere concretamente

puniti che non alla severità della pena minacciata. Delle due tradizionali variabili dunque quella della severità e quella della certezza

della pena, la ricerca empirica tende a confermare il rilievo della seconda. L'asserzione per cui a prescindere dalle dimensioni della

criminalità la maggior parte degli appartenenti al corpo sociale non commette reati non è di per sé una prova del legame causale tra

un tale generale comportamento conforme al diritto e l'effetto dissuasivo della sanzione penale. L'obiettivo è quello di ponderare il

peso della paura della sanzione nella prognosi del comportamento conforme. Il bilancio complessivo non può ancora considerarsi

probante circa l'attitudine della pena a orientare le condotte per mezzo dell'effetto intimidatorio. Un ulteriore problema empirico della

prevenzione generale è costituito dall'assioma dell'uomo razionale. Accanto all'uomo razionale che soppesa vantaggi e svantaggi

delle linee di azione prospettate esisterebbe una categoria di soggetti che non calcolano, impulsivi. I destinatari devono inoltre avere

la conoscenza della minaccia. Lo specifico e più recente influsso degli economisti neoclassici sulla criminologia e le scienze sociali ha

trovato eco a partire dagli anni ottanta in una teoria della azione criminale detta della scelta razionale in base alla quale la decisione di

realizzare un crimine sarebbe condizionata dal trovarsi in una situazione nella quale il rischio vale la candela. Sembrano prospettabili

due ordini di considerazioni: 1- si può rilevare come nei confronti dell'agire impulsivo sia il comando espresso dal precetto penale a

modificarsi inefficace per un difetto di comunicazione con il soggetto che non ragiona. Altra obiezione più rilevante è quella secondo

cui una volta che l'agente sia disposto a violare la norma il suo ragionamento consisterà nel calcolare quali siano le sue chances di

non venire scoperto. Un altro problema ben noto è quello della comunicazione che si presenta in 2 forme: chiarezza delle leggi e

percezione del destinatario

− prevenzione generale positiva: si differenziano 3 effetti attesi dalla sanzione penale: apprendimento che la popolazione acquisisce

grazie all'attività della giustizia penale, fiducia del cittadino nel diritto, soddisfazione dopo l'inflizione della pena. Connotati distintivi:

determinazione della funzione della pena sulla base della funzione del diritto penale. Visione integrata dei compiti della prevenzione

generale e individuale, il dato per cui la prevenzione generale assume un significato positivo, proponendosi una stabilizzazione delle

norme. Il suo contenuto consisterebbe nell'affermare e assicurare pubblicamente norme dirette a una prevenzione efficace e a una

risoluzione formalizzata dei conflitti. Non poche difficoltà incontra il compito di individuare tangibili correlati empirici della teoria e

ardua appare la verifica se la prevenzione generale abbia avuto effettivamente successo. Vi sono poi anche manchevolezze di ordine

teorico e pratico.

La prevenzione speciale

configura la sanzione come mezzo rispetto allo scopo di prevenire la commissione di reati da parte dello stesso soggetto cui la sanzione

viene irrogata. Il finalismo della prevenzione speciale non può sottrarsi al difficile confronto con la realtà empirico-sociale. Come nella

prevenzione generale il rilevamento dei tassi di criminalità segna il momento cruciale della ponderazione del successo delle scelte politico-

criminali adottate, così nella prevenzione speciale un indicatore importante potrà essere tratto dagli indici di recidiva. In sede di

prevenzione speciale dovrebbe risultare particolarmente decisiva la scelta di una qualità e quantità della sanzione da irrogare

concretamente corrispondenti a quanto l'esperienza insegni essere più propizio ad assicurare il reinserimento del reo nella società o

almeno alla sua non ricaduta nel delitto. La presunta crisi del concetto di risocializzazione è derivata dalla presa d'atto che gli effetti sul

condannato non si sarebbero manifestati in modo adeguato. Per quanto gravato da incertezze, il principio di risocializzazione realizza al

meglio i dettami dello stato sociale con l'attenzione alla persona del reo x una sua reintegrazione (art.3 c.p.v. Rimuovere gli ostacoli che

limitano la libertà dei cittadini). La crisi del principio di risocializzazione induce a ripensarne le modalità di realizzazione.

Il principio di offensività

tra i principi fondamentali del diritto penale un ruolo preminente compete al principio di necessaria lesività od offensività per il quale è

indispensabile che il fatto di reato leda o ponga in pericolo beni giuridici i quali secondo una nota definizione sono situazioni di fatto

permeate di valore che possono essere modificate e che perciò possono essere tutelate contro tali modificazioni, situazioni di fatto

offendibili, tutelabili. La legittimazione del diritto penale è strumento dell'operare statale perché si pone come necessaria condizione di

garanzia di irrinunciabili interessi individuali e sociali. Si deve allargare una verifica nella prassi del diritto penale della reale capacità di

questo di proteggere i suddetti interessi. Si spalancano ampi canali di comunicazione con le scienze empiriche. Anche per il principio di

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offensività e per la nozione di bene giuridico vale il monito al giurista di saper cogliere le insufficienze del proprio sapere per la risoluzione

dei problemi, specialmente assicurare ai valori sociali la protezione più appropriata. Indispensabili risultano le specifiche indagini fattuali il

cui sbocco può essere localizzato in almeno tre importanti ambiti:

− necessità di richiamarsi al rilevamento criminologico dei valori da assumere a oggetto di tutela da parte del legislatore. Una buona

informazione circa la reale attitudine della sanzione penale a essere strumento promettente in vista di un'efficace tutela del bene

giuridico può contribuire a restringere il ventaglio dei fini proponibili. Si è del resto rilevato di recente come la reale fortuna del bene

giuridico più che dal livello di elaborazione scientifica conseguito dalle relative teorie giuridiche sia legato a un adeguato sviluppo delle

scienze sociali e in particolare a una sorta di criminologia sociologica capace di fornire i presupposti teorici e i mezzi pratici per

l'effettiva individuazione degli interessi meritevoli di tutela. Concezione liberale del bene giuridico espressa nell'esigenza di assumere

a oggetto di tutela entità dotate di sostrato reale

− sorge poi la questione di strutturare le fattispecie in modo da rispecchiare una reale dannosità o pericolosità per il bene dei

comportamenti previsti. È indispensabile comprendere la realtà della penetrazione del reato e del danno inferto ai valori stessi: la

necessità di penalizzare va fondata empiricamente, con conseguenza che anche i modi della penalizzazione devono essere

commisurati il più possibile ai dati forniti dalla ricerca empirica. Necessità per il legislatore di un accertamento di tipo empirico,

criminologico, naturalistico sull'esistenza di una relazione causale tra comportamenti indesiderati e conseguenze socialmente

negative. La scelta del legislatore risulta sottoposta a una verifica della sua fondatezza empirico-fattuale: il giudizio di pericolo deve

rispecchiare reali regole di esperienza.

− Si tratterà infine di consegnare la tecnica di tutela più appropriata per contrastare tale condotta. L'idea di un diritto penale diretto alla

protezione dei beni giuridici e quindi di una criminalizzazione solo riservata a comportamenti socialmente dannosi non può che

portare con sé una dipendenza della politica criminale dalle cognizioni empiriche. Il diritto penale non può rappresentare il terreno

esclusivo in cui preservare l'integrità dei valori sociali i quali in realtà sono influenzati positivamente e negativamente da un fascio di

fattori che trovano la loro collocazione al di fuori del piano giuridico-penale e di quello tout court. Un elenco anche solo approssimativo

di tali fattori metterebbe in luce esemplarmente il ruolo residuale della sanzione penale nel vasto campo di condizioni da cui dipende

la preservazione dei beni giuridici.

L'extrema ratio o sussidiarietà del diritto penale

la visione di una pena orientata allo scopo è anche il presupposto di un altro dei cardini fondamentali del diritto penale moderno: il

principio di extrema ratio o sussidiarietà per il quale dovrebbe rinunciarsi al diritto penale tutte le volte in cui altri rami dell'ordinamento

siano in grado di tutelare adeguatamente il bene giuridico. Esso presenta ben due matrici precise:

idea che la pena non sia assoluta da uno scopo ma relativa in rapporto all'obiettivo di diminuire il numero dei reati e mediamente

− contribuire alla protezione dei beni giuridici. Impone dunque controllo della congruità rispetto al fine e la necessità di fare riferimento

alla realtà empirica per dare risposta a un siffatto quesito. Una concezione relativa della pena è la condizione necessaria anche se

non sufficiente perché il diritto penale possa porsi come ultima ratio

vi è poi la matrice costituita dal principio di proporzione o proporzionalità di cui l'extrema ratio appare una specificazione. È apparso

− alla dottrina un mero canone materiale di politica criminale tale da consentire un sindacato di legittimità nei soli limiti della

ragionevolezza. Il principio di extrema ratio non sembra essersi tuttora affrancato da una persistente indeterminatezza e genericità

tale da sfumare i confini tra la sua effettiva rilevanza normativa e una rilevanza come criterio informatore nella politica criminale.

L'indicazione minimale di un principio che prescrive di interrogarsi sulla possibilità di servirsi di uno strumentario di interventi giuridico-

sociali diversi dall'arma a doppio taglio della pena non può che essere quella di acuire l'attenzione per i fatti, le cause e i valori

rinvenibili nel retroterra empirico-sociale della materia oggetto di studio.

La reale adozione del principio di sussidiarietà nella prassi legislativa è dunque destinata ad avanzare pari passo con il processo di

deformalizzazione del diritto penale ritenuto fondamentale per il suo adeguamento alla complessità della realtà empirica.

Il principio di tassatività o sufficiente determinatezza della fattispecie penale

principio di grande rilievo che impone un vincolo di precisione e chiarezza alle norme penali. Secondo una più recente classificazione

dovrebbe parlarsi di principio di precisione. Al principio di determinatezza si riconduce poi il requisito per cui le norme penali devono

prevedere fatti che possano venire provati tramite regole di esperienza. Esso si colloca tra i centrali principi di garanzia del diritto penale e

si rivolge al giudice stesso richiedendo di scegliere tra le possibili interpretazioni della legge. La tassatività scaturisce dallo stesso principio

di legalità, anch'essa è espressione dell'idea liberale di uno stato di diritto caratterizzato dalla netta divisione dei poteri mirando a

contenere gli spazi di discrezionalità del potere giudiziario e pertanto a preservare le prerogative del potere legislativo. Tale idea è

affermata nel principio illuminista da Montesquieu e poi da Beccaria che arricchisce il principio di legalità con il canone della tassatività e

con un dettame di chiarezza delle leggi all'estremo. Il principio di tassatività a dire il vero non è esplicitamente enunciato dalla costituzione,

l'art.25 insiste piuttosto sulla irretroattività della legge penale senza apparente riferimento alla necessità che questa sia anche chiara e

precisa. Tale principio di ritiene comunque costituzionalizzato, sia per rafforzare il contenuto di legalità che sulla base di norme

costituzionali altrimenti inconciliabili con il sistema normativo (disposizioni sull'inviolabilità del diritto di libertà personale, diritto alla difesa,

obbligatorietà dell'azione penale). L'estrema sottigliezza empirica del principio di tassatività è destinata a emergere dalla stessa riflessione

sui requisiti necessari e sulle opzioni praticabili per assicurare precisione e chiarezza alle fattispecie penali. Il vero pericolo per il principio

nulla poena sine lege non viene dall'analogia ma dalle leggi indeterminate. Rivelatrice del sottile crinale lungo cui è costretta a muoersi

l'attività di normazione è del resto l'alternativa tra legislazione casistica e legislazione per clausole generali. La preferenza per la seconda

sembra sospingere verso quella tendenza in materia penale-economica a trasferire sul terreno della prova del fatto le questioni invece

tradizionalmente affrontate nella definizione dei concetti. È pur vero che l'ambito della punibilità può essere determinato sia agendo

sull'estensione del tipo delittuoso sia variando gli elementi di prova. Però le modifiche della punibilità realizzate operando su regole di

prova sono maggiormente esposte all'estemporaneo decisionismo giudiziario e dunque si pongono in traiettoria centrifuga rispetto al

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dettame della tassatività. La questione dell'alternativa tra legislazione casistica e per clausole generali non può del resto essere rivolta

nettamente e una volta per tutte solo richiamandosi al dettame della tassatività. C'è peraltro una dimensione del principio di tassatività

come vincolo nei confronti del legislatore a individuare con parole precise la fattispecie di reato. Nell'esigenza di rendere comprensibile il

contenuto precettivo della norma si è infatti ravvisata una possibilità di estromissione di quelle nozioni scientifiche che non abbiano

passato il vaglio della comunicabilità alla generalità dei consociati. La tentazione più grave è di sottrarsi del tutto al sapere scientifico

avendo come effetto di configurare fattispecie penali incapaci di incidere efficacemente sulla realtà empirica che sarebbero destinate a

regolare. La considerazione delle reali possibilità di provare in giudizio determinati requisiti di fattispecie è destinata a influire sulle scelte

del legislatore solo nei limiti in cui egli non sia disposto a mettere in conto un elevato attrito sulla strada del proseguimento dei reati per il

prevalente rilievo attribuito al rango del bene giuridico tutelato o alla funzione che nello specifico ambito di disciplina voglia conferire al

diritto penale. Fattore decisivo per assicurare un'applicazione giudiziale delle fattispecie penali sensibile alla realtà resta dunque una

buona tecnica legislativa, capace di trasfondere chiaramente e distintamente nella descrizione del tipo le componenti empiriche. Non

viene in questione l'orientamento alle conseguenze del sistema penale ma la sua aderenza a un canone metodologico consistente

nell'adeguare la fattispecie alle regole delle scienze empiriche. Nella sua sofisticata articolazione il principio che impone precisione al

precetto penale ha del resto maturato da tempo uno specifico spazio anche per il profilo riguardante l'aderenza della norma penale alle

conoscenze empirico-scientifiche proprie della materia oggetto di disciplina. Tra le sue molteplici forme di manifestazione

l'indeterminatezza della fattispecie assume infatti anche quella di un'insufficiente capacità di rappresentare la realtà empirica in particolare

dovuta a una carenza di conoscenze su tale realtà così da impedirne una rigorosa concettualizzazione. Es.corte costituzionale che ha

dichiarato l'incostituzionalità del delitto di plagio (art.603 c.p.) proprio per difetto di tassatività. Se la tassatività è tra i più cospicui e rilevanti

principi di garanzia e dunque segna soprattutto i limiti di liceità dell'intervento penale esso si connette alle condizioni empiriche da cui

dipende il funzionamento di tale intervento. Ciò riguarda innanzitutto la stessa funzione della pena e in particolare la sua efficacia

generalpreventiva. A Feuerbach di devono importanti enunciati sulla legalità e in materia di tassatività: ogni singolo reato deve essere

descritto in modo determinato chiaro e esauriente così da essere comprensibile tanto al giudice quanto al cittadino. In relazione al ruolo di

orientamento comportamentale del precetto penale rilievo preminente compete alla certezza del diritto e alla percezione della legittimità

del sistema penale, in assenza della quale possono determinarsi reazioni di rifiuto globale del sistema o di norme specifiche. È rilevante

anche il collegamento con la funzione di risocializzazione del reo conferita alla pena dall'art.27 cost. La pena per svolgere una credibile

funzione rieducativa deve essere applicata a un soggetto che sia stato in grado di avvertire il disvalore penale del fatto al momento della

sua realizzazione altrimenti verrebbe meno il rapporto di fiducia tra cittadino e autorità. La recente attività legislativa italiana però non dà

segno di ricattarsi dalle più inveterate manchevolezze o distrazioni. Molteplici sono i fattori che concorrono a rendere il sistema penale non

tassativo sia nel suo insieme che nelle sue componenti, tra i quali va prima di tutto identificata una difettosa tecnica di confezione delle

norme che sconta il noto ritardo con il quale l'Italia a differenza degli altri paesi è venuta maturando una scienza della legislazione degna

di questo nome. Tra i fattori di incertezza può annoverarsi anche una risalente e ininterrotta tradizione volta a privilegiare formulazioni

sintetiche. Vi è poi la straordinaria complessità delle moderne società occidentali sotto il profilo degli sviluppi tecnologici e del pluralismo

ideologico e sociale. Strettamente connessa è poi la tendenza compromissoria dell'attività legislativa. Ai frequenti naufragi del legislatore

sullo scoglio della tassatività ha fatto contrappunto un'estrema riluttanza della corte costituzionale ad accogliere le eccezioni di legittimità

fondate su tale principio. Da un lato evita di spingersi nell'esame del testo legislativo e dall'altro perviene a una ipervalutazione del ruolo

della giurisprudenza. Ma a partire dagli anni 80 si ha una svolta della corte costituzionale con sentenze che affrontano la situazione.

La perizia nel processo penale. La perizia criminologica.

Il trattamento riservato dall'ordinamento alla criminologia è rappresentativo della generale apertura del sistema penale nei confronti delle

conoscenze extragiuridiche. Il tema tocca propriamente il diritto processuale penale (ramo che disciplina il processo e più precisamente

l'attività degli organi dello stato che stabilisce se la legge penale è stata violata e quale pena deve essere inflitta). La netta separazione dei

due ambiti sostanziale e processuale appare accreditata dalla visione classica del processo come mero strumento per attuare la sanzione.

Il quadro empirico-sociale che fa da contesto all'esercizio della giustizia penale ha così come tangibile effetto di comprimere di fatto il

principio costituzionale di presunzione di innocenza (art. 27). Connesso a ciò è anche lo scollamento tra tipicità e punibilità quale elemento

del reato ulteriore e successivo rispetto alle tradizionali componenti della tipicità, antigiuridicità e colpevolezza. Il legislatore costituisce la

fattispecie in modo non artificiale, il contatto con la realtà empirica dovrà essere valorizzato e non svigorito. Ne consegue una migliore

attitudine delle norme a fronteggiare i travagli applicativi destinati a emergere concretamente nelle aule giudiziarie. Il problema della

identificazione delle basi empirico-criminologiche dei fatti del reato è strettamente collegato a quello dei mezzi probatori a disposizione de

giudice per l'accertamento dei requisiti necessari a integrare il tipo delittuoso. La materia delle prove è lo snodo fattuale tramite cui il

giurista si trova costretto a transitare per rendere vivente il diritto oggettivo. Alle prove è dedicato l'intero libro III del codice di procedura

penale. In sostanza sono oggetto della prova i fatti, la dimostrazione dei quali a opera delle parti o il loro accertamento da parte del

giudice, tra cui quelli per l'affermazione o negazione della responsabilità penale e quelli riferiti alla puntualità dell'imputato. Il tema di prova

non è costituito solo dai fatti principali ma anche da quelli secondari. La verifica della prova avviene attraverso l'elaborazione della prova

diretta quando oggetto della prova sono gli elementi della fattispecie giudiziale ovvero della prova indiretta se il tema è costituito da

circostanze indizianti. Si ha poi un particolare tipo di prova detto perizia per cui si accetta il contributo di un tecnico, il perito. Il ruolo

assegnato alla perizia nel processo penale rispecchia la verità ineludibile per cui la competenza esclusiva a decidere su limiti di ingresso

del sapere spetta al giurista e al giudice spetta la valutazione del risultato peritale. L'attuale disciplina della perizia, introdotta nel 1988 con

il nuovo codice di procedura penale presenta spiccate particolarità rispetto alla normativa del vecchio codice Rocco 1930. Ora il giudice ha

l'obbligo di disporre della perizia. Se pure il giudice continuerà a essere libero nella valutazione dei risultati dell'indagine peritale, dovrà

avvalersi della disciplina della perizia. Novità di rilievo è poi l'art.220 c.p. riguardante la perizia criminologica. Esiste in sostanza una

prevalente perplessità o contrarietà a svolgere con le forme della perizia l'esame tecnico della personalità anche per la dubbia scientificità

di tale esame. Il sostanziale fallimento infatti della collaborazione tra diritto penale e criminologia è ricondotta alla sfiducia del giurista nelle

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capacità delle scienze empirico-sociali a rispondere agli interrogativi della scienza giuridica. Le eccezioni all'inammissibilità della perizia

criminologica lasciano aperta la possibilità a tali indagini. Oltre all'ambito dell'esecuzione della pena una vistosa eccezione alle restrizioni

previste dall'art.220 c.p. è nel vasto campo della giustizia minorile. Tra i molti tipi di criminologi quello che con maggior frequenza si trova

ammesso a rendere i suoi servigi nell'ambito del processo resta tuttora il clinico. Della criminologia clinica si segnala una crisi localizzata

nella logica correzionale che si dice interferisca sistematicamente con la capacità di comprensione della realtà che si ha di fronte in quanto

è guidata e motivata dal fine di liberarsi di quella realtà.

Le aree di collaborazione tra diritto penale e criminologia

E' innegabile che rispetto al bisogno di avvalersi del contributo criminologico, il diritto penale sia caratterizzato da un livello assai

differenziato di ricettività. Tra i vari campi del diritto è dato riscontrare una sempre più prevalenza ora de pensiero normativo e ora di

quello fattuale. A sé sottoposta il legislatore trova una fenomenologia non informe ma strutturata. L'attitudine delle questioni di parte

speciale a sollecitare particolarmente l'attenzione dello studioso nei riguardi della concreta fenomenologia oggetto di disciplina risulta poi

ancora più penetrante quando sia la specifica materia a manifestare una spiccata vocazione alla permeabilità del dato fattuale. Tra gli

innumerevoli nodi che vengono al pettine del teorico o pratico del diritto penale interessante è la responsabilità penale delle persone

giuridiche. Secondo un comune riconoscimento la questione se anche le persone giuridiche oltre alle persone fisiche possano rispondere

penalmente ed essere sottoposte a sanzioni penali è al momento risolta in senso negativo dal nostro ordinamento. Dalla consapevolezza

empirica del vischioso e persistente contesto sottoculturale in cui il singolo si trova inserito e condizionato sorge la sollecitazione a favorire

l'emersione di quegli aspetti di disvalore organizzativo che la dottrina tende a evidenziare con maggiore consapevolezza. Aspetti di

disvalore localizzati dunque in quelle che vengono dette la filosofia d'impresa e la colpevolezza organizzata.

PARTE SECONDA – IL CRIMINE

1- OGGETTO ED EVOLUZIONE DELLA CRIMINOLOGIA

La criminologia come scienza dell'uomo

si ricorderà la definizione di criminologia assunta fin dall'inizio come ipotesi di lavoro utile per impostare una serie di considerazioni sulla

sua diversità rispetto al diritto penale:

la criminologia è l'insieme organico delle conoscenze empiriche sul crimine, sull'autore dell'illecito, sulla condotta socialmente deviante e

sul controllo di tale condotta.

Definizione però non del tutto completa laddove essa pone in secondo piano la vittima, una componente che assume sempre maggiore

importanza nell'ambito dell'indagine empirica sul crimine. Come per la trascuranza nel dedicarsi alla vittima, il deficit poteva essere

ricondotto al vizio storico della ricerca empirica in campo criminale di aspettare con troppa rassegnazione l'avanzare dell'apripista

giuridico. La domanda riguardante l'essere della criminologia dovrebbe trovare qualche risposta interrogandosi anche sull'agire (o il non

agire) di questa disciplina ossia sulle modalità di scelta del proprio oggetto di studio entro il gran mare dei fatti.

Altrettanto eloquente sarebbe il riscontro delle chiusure che lo studio criminologico ha manifestato non tanto trascurando ambiti di

esperienza successivamente impostisi alla sua attenzione quanto piuttosto attraverso un'eccessiva convergenza di risorse scientifiche su

singoli aspetti del fenomeno criminale a scapito di altri, in realtà meno indispensabili per la sua comprensione. L'oggetto di studio della

criminologia a dispetto della apparente condivisione col diritto penale della casa comune delle scienze criminali assume caratteristiche

ben distinte. Se certamente l'affermazione secondo cui la criminologia è prima di tutto una scienza empirica e solo in via secondaria una

scienza delle norme presenta un rilevante contenuto informativo, ancor più idonea a connotare la diversità rispetto al diritto penale è la

sua qualificazione come scienza umana. La criminologia studia il crimine come fatto umano. Essa si propone soprattutto una

comprensione di tale fatto intendendo qui il complesso di attività di indagine dirette ad afferrarlo unitariamente nella sua dimensione

umana. Caratteristiche di uno studio che voglia dirsi criminologico: innanzitutto il criminologo non potrà isolare la propria ricerca dagli

apporti delle altre scienze umane. Nulla di ciò che è umano potrà essere per lui privo di interesse. Ricorrono in proposito varie

terminologie con le quali ci si dispone di indicare le modalità di collaborazione tra diverse scienze:

− giustapposizione studiosi di discipline diverse si dedicano all'analisi di un medesimo problema con ipotesi di ciascuno formulate

secondo il campo di appartenenza

− coordinamento multidisciplinare pianificazione comune tra i diversi studiosi dell'oggetto della ricerca. Il problema comune viene

suddiviso in sottoparti assegnate agli studiosi delle diverse discipline al fine di essere sottoposte ai procedimenti elaborativi ed

empirici propri di ciascuna disciplina anche se la valutazione finale e l'elaborazione conclusiva dei risultati viene condotta in comune.

− Integrazione interdisciplinare ricerca e elaborazione e verifica empirica condotte simultaneamente da tutti gli studiosi

Oltre a questa integrazione che potremmo dire esterna, lo studio del fenomeno criminale come fatto umano implicherà anche una

integrazione interna alla stessa criminologia. Una certa selettività deve essere conferita anche alla criminologia oltre che alla scienza

penalistica con la conseguente necessità di dotarsi di un corrispondente metro selettivo legato all'identità e agli scopi di questa ricerca.

Nascita ed evoluzione della criminologia moderna. Cesare Beccaria e la Scuola liberale-classica

un dato di fondo riscontrabile nella storia della criminologia è la presenza di una successione di fasi teoriche che in parte essa si è lasciata

alle spalle ma in parte ben più cospicua sono ancora del tutto compresenti e vitali nell'odierno dibattito scientifico.

A ciascuno degli atteggiamenti di fondo rispetto al fenomeno criminale che la realtà sociale tende ad esprimere fa riscontro una precisa

visione politico-criminale così come ciascuna prospettiva politico criminale sulla reazione più adatta per fronteggiare il crimine tende a

produrre una criminologia corrispondente. Un esempio è l'opera di Beccaria: Dei delitti e delle pene ha segnato l'atto di nascita della

criminologia moderna e dunque della criminologia tout court. In generale il lucido inquadramento di un fenomeno fino a quel momento

quasi elusivamente sovraccarico di contenuti emotivi e irrazionali abbia permesso alla criminologia di superare l'ostacolo primordiale

costituito da un'interpretazione in termini morali del proprio campo di ricerca e di compiere il primo passo verso una formulazione

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intellettuale oggettiva di tale campo. Beccaria tratta di problemi politico-criminali e in particolare delle condizioni cui gli ordinamenti penali

avrebbero dovuto conformarsi per corrispondere alle nuove concezioni della giustizia penale, che stavano sorgendo dalle idee

dell'illuminismo e dalla crescente forza del liberalismo. Proiezione verso la riforma del diritto penale il crimine ha cominciato a venire

considerato anche in termini fattuali e oggettivi. La figura scientifica di Cesare Beccaria viene tradizionalmente associata al filone di

pensiero che va sotto il nome di scuola liberale-classica filone che trae origine e ispirazione dal clima culturale dell'illuminismo. Si tratta

di mettere il luce i riflessi che la visione dei classici, così sensibile a quelle che oggi vengono dette le “garanzie” individuali, ha avuto sulla

comprensione e penetrazione della realtà empirica del crimine. Nella visione del mondo classica possiamo identificare prima di tutto

l'origine e lo sbocco di quei principi di libertà di cui questo filone di pensiero ha rivendicato il riconoscimento da parte degli ordinamenti

giuridici contemporanei: in essa capeggia l'idea di un uomo dotato di libero arbitrio, capace di scegliere le proprie azioni fino al punto di

limitare la propria la propria stessa libertà con un contratto sociale. I penalisti della scuola liberale proclamano che i delinquenti

dovrebbero essere puniti esclusivamente per ciò che hanno fatto in base al diritto penale vigente e non per ciò che sono o che possono

diventare. L'idea di una responsabilità penale per il fatto costituisce veramente la matrice culturale da cui discendono tutti gli altri principi

liberali di garanzia. C'è l'idea che chi delinque non sia un diverso: proprio perché libero di scegliere il male, una volta cessato di

commetterlo sulla base della stessa libertà di autodeterminazione che può aver ispirato la decisione di delinquere, non manifesterà alcun

connotato differenziale rispetto al resto dei cittadini. Da una siffatta visione scaturisce una concezione retributiva: nasce la possibilità di

muovere un rimprovero, di formulare un giudizio di colpevolezza da retribuire appunto con una sanzione penale. Ai classici e più

spiccatamente a Beccaria, non è estranea l'idea di una funzione preventiva della sanzione: idea che gli individui vengano trattenuti dal

delinquere per mezzo della minaccia della pena. Si ha però un restringimento di prospettiva sulla realtà del crimine. Ciò che rimane fuori

dalla visione dei classici è la prospettiva del reo. La realtà penale dei classici è quella del processo di cognizione accertamento della

responsabilità e irrogazione della sanzione. Sfugge largamente la possibilità di ricorrere a strumenti diversi rispetto alla pena tradizionale.

In tale loro sorvolare, gli esponenti di questo filone sembrano rispecchiare anche un connotato di quello che in campo letterario è chiamato

“il grande stile epico”.

La scuola positiva

a colmare la principale lacuna del pensiero liberale si dedica un filone di pensiero detto positivista o determinista cui si deve il vero inizio

della criminologia come scienza autonoma. Il più noto esponente è Cesare Lombroso a cui si attribuisce la paternità della criminologia

moderna, assumendosi come atto di nascita la pubblicazione nel 1876 della sua opera “L'uomo delinquente”. È l'attenzione alla realtà

fattuale del crimine a ricevere con i positivismi un formidabile impulso. La scuola classica esorta gli uomini a studiare la giustizia, la scuola

positiva esorta la giustizia a studiare gli uomini. La diversità degli indirizzi di pensiero all'interno della Scuola vede intonazioni di pensiero

modulate su componenti sociologiche e psicologiche (Es. Enrico Ferri, Raffaele Garofano). In tutti i maggiori esponenti della Scuola

l'estrapolazione di una porzione di realtà dal complessivo contesto empirico nasce con l'intento di pervenire a una spiegazione del crimine

alla individuazione delle cause che sono elevate a paradigma eziologico dai positivisti. Nella o nelle cause del crimine si localizza un

elemento che, proprio in quanto determinante, non può che coinvolgere nella sua interezza la persona del criminale segnato da patologie

tali da farne un diverso rispetto a tutti gli altri appartenenti al corpo sociale. L'isolamento dal resto dei soggetti normali scaturisce già dal

riscontro della malattia criminale. È già l'opera di Lombroso a fare dell'uomo delinquente il centro pressoché esclusivo dell'attenzione

scientifica. Alla tendenza della criminologia a pensare per autori possono essere in larga misura ricondotte le troppe distrazioni

manifestate da questa disciplina in anni recenti in aree del comportamenti criminale. Contro una tale impronta di anormalità si sono

appuntate le fiere critiche di quegli studiosi che si sono imbattuti in una folla di autori criminali del tutto normali, anzi più normali di altri (es.

colletti bianchi). L'assunto del positivismo sociale, che identificava nella povertà la causa di un crimine e dunque prefigurava una possibile

diminuzione dei tassi di delinquenza per effetto di misure volte al miglioramento del livello di vita è parso falsificabile sulla base della realtà

dei paesi occidentali avanzati nel periodo post-bellico. La ben nota e annosa crisi della criminologia clinica ha finito così per confluire in

una duratura crisi della criminologia tout court. Per una sorta di regola del contrappasso, il riduzionismo esercitato dal positivismo si è

trasfigurato nella riduzione della scienza criminologica allo specifico approccio seguito dagli esponenti di quella scuola. È pur vero che

senza non qualche buona ragione da vari anni si invoca non solo l'abolizione della criminologia ma quella dello stesso diritto penale.

L'abolizione del diritto penale richiederebbe a sua volta una previa abolizione della criminalità altrimenti il diritto penale rischierebbe di

dover tornare in vita o di essere sostituito da altri meccanismi sociali. Non è solo il pensare per autori a trovare tale corrispondenza con

questioni al centro dell'odierno dibattito scientifico. Domina nei positivisti l'idea di una reazione difensiva della società caratterizzata

dall'adozione di misure a carico del delinquente e volte a realizzare una vasta gamma di interventi, misure con cui si intendeva rispondere

alla pericolosità del reo, alla probabilità di recidiva nel delitto. Queste proiezioni politico-criminali non sono rimaste confinate

nell'ultravioletto dei buoni propositi ma hanno trovato espressione in un compiuto progetto di codice penale (progetto Ferri 1921) e ancor

più tangibili nel codice penale dei giorni nostri (codice Rocco 1931) che reca ben visibili gli influssi della scuola positiva non meno di quelli

impressivi dall'indirizzo classico. L'aggressione più grave all'individuo viene soprattutto dallo zelo terapeutico perseguito con la sanzione

difensiva del corpo sociale tale da comportarne una durata potenzialmente illimitata. Questa violenza del filone positivista potrebbe essere

vista come benefica levatrice della storia della criminologia. Dal punto di vista logico essa poggia sul postulato che qualche fine sia già

dato in modo prefissato così da rimanere fuori dall'indagine, dove il solo problema sarebbe accertare e elaborare i materiali con cui il fine

può conseguirsi, ignorando i fini intenzionali. Soltanto il riconoscimento che i fini da conseguire (intenzionali) hanno natura di ipotesi da

formare e confermare può modificare i modi abituali di trattare le questioni sociali.

Le nuove criminologie

si parla di nuova criminologia, di criminologia critica e di criminologia della reazione sociale o interazionistica per riferirsi a un gruppo

variegato di studiosi che possono ritenersi accomunati dal rifiuto della vecchia criminologia presa di mira per il vizio metodologico principe

della scuola positiva. Il criminologo clinico utilizza i risultati delle sue ricerche per spiegare la delinquenza in generale commettendo

l'errore di far coincidere la categoria delle persone che hanno commesso un reato con la categoria delle persone definibili come criminali.

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Le critiche hanno una visione del crimine come risultato finale di un processo sociale di interpretazione e interazione messo in atto da una

molteplicità di attori e operazioni. Si tratta di un cambio di paradigma. Il ruolo di catalizzatore di una tale nuova coscienza viene fatto

risalire già agli scritti del sociologo criminale statunitense David Matza che ha destato l'attenzione su alcune manchevolezze della visione

positivistica ritagliando i tre assunti fondamentali della criminologia critica:

− necessità di anteporre all'azione criminale la considerazione della legge da cui tale azione riceve la sua qualificazione

− superamento dell'ingiustificato determinismo epistemologico, uomo libero di scegliere le sue azioni

− critica alla separazione dei positivisti tra soggetto criminale e soggetto conforme alle regole sociali.

L'attenzione di questi filoni si appunta dunque sul dinamismo intermedio della criminalizzazione più che sulla statica conclusiva in cui esso

trova sbocco. Conseguente a tale visione è un brusco spostamento del fuoco dell'analisi criminologica che in gran parte abbandona il

crimine e il criminale per indirizzarsi in modo preminente alle agenzie e al sistema di controllo sociale da cui dipende la costruzione di

queste due categorie in cui dunque si identifica il complesso delle condizioni di produzione sociale della criminalità. Se sul segno negativo

posto dinnanzi al modello classico e soprattutto positivista è possibile vedere raccolti tutti i filoni criminologici considerati, l quadro si fa più

variegato ove si voglia risalire alle diverse matrici teoriche o ideologico-culturali che fanno da sfondo al comune esito critico avverso al

paradigma tradizionale. Ancor più arduo diviene il compito se ci si propone di sceverare le diverse visioni politico-criminali in cui si

vorrebbe che un tale rovesciamento di prospettiva trovasse sbocco.

L'istanza critica esprime complessivamente un forte impulso verso l'integrazione sia come maggiore coesione tra discipline che come

allargamento della prospettiva criminologica tale da superare l'isolamento tradizionale del crimine e del criminale. Non può trascurarsi il

peso che nei filoni assume la rivendicazione di autonomia della criminologia rispetto al diritto. Quanto all'integrazione, esemplare resta il

modello inaugurato dalle cosiddette teorie dell'etichettamento o labelling approach cui si attribuisce un effetto slavina, esplosivo prodotto

sulla discussione criminologica nei primi anni 60. Concezione secondo cui la criminalità o meglio la devianza non è una qualità intrinseca

di un certo comportamento ma si identifica con l'assunzione di un tale ruolo sociale attribuito attraverso l'etichettamento da parte di un

soggetto collettivo a causa del comportamento tenuto per libera scelta. Si è posta l'esigenza di oltrepassare la fase del mero riscontro di

un rapporto tra criminalità e reazione da parte delle agenzie di controllo con un collegamento sistematico tra i due elementi. Ne è scaturita

una più articolata caratterizzazione della criminologia critica in termini politici e di concezione dello Stato che ha trovato espressione

soprattutto in due versioni note come la e la tra loro peraltro strettamente correlate o con

criminologia del conflitto criminologia marxista

ampie sfere di sovrapposizione. Il termine conflitto riveste una spiccata centralità nell'odierno dibattito empirico-sociale. Va ricordato un

non trascurabile filone di criminologia femminista.

Si può osservare come per criminologia del conflitto si intenda un insieme di orientamenti che, al pari di analoghe prospettive maturate in

campo sociologico avvertono a consapevolezza degli squilibrati rapporti di potere esistenti nella società. A questi ordinamenti è per

definizione comune l'avversione rispetto alle visioni consensuali: si respinge l'idea che nella società vi sia una condivisione di valori e

obiettivi fondamentali. Se lo stesso Sutherland insieme al grande teorico del conflitto culturale Sellin può essere annoverato tra gli

anticipatori delle teorie conflittuali, esponenti a pieno titolo ne sono considerati noti studiosi come Chambliss, Turk e Quiney. Sono teorici

che accentuano la visione dell'ordinamento giuridico e delle norme come strumento e risultato del dominio di una classe sociale sulle altre.

Insoddisfacente è apparsa in dottrina la prospettiva centrata sul conflitto ove assunta come universale chiave di lettura della

criminalizzazione o come rispecchiamento del modo in cui gli stessi protagonisti della vicenda criminale tendono a vivere il loro rapporto

con le istituzioni del controllo sociale. Tra i suoi limiti si è configurata l'incapacità di esprimere strategie in grado di indirizzare la

regolazione e risoluzione dei conflitti sociali così accuratamente censiti e classificati. Una certa consapevolezza conflittuale può risultare

utile ad attrezzare di spirito critico soprattutto il giurista interno al quotidiano lavoro dogmatico e sistematico. Analogamente salutare può

essere per il giurista una certa consapevolezza conflittuale al cospetto di concezioni funzionaliste del diritto penale che vi identifichino con

troppa disinvoltura il rispecchiamento di regole o valori sociali generalmente condivisi e che vedano nel reato un fenomeno disfunzionale

che impedisce o frappone ostacoli a che il sistema sociale risolva problemi della sua conservazione. Nello stesso ambito la visione

conflittuale può vedersi accreditato lo stabile ruolo di criterio per la classificazione e comprensione delle diverse tipologie di reato. Accanto

a un ristretto novero di crimini gravi consensuali, la realtà dei diritti penali moderni può esibire un ben più ampio corredo di comportamenti

delinquenziali relativamente ai quali il giudizio sociale è frammentato. Le implicazioni derivanti dal riscontro di un differenziato grado di

consenso sulle norme penali sono enormi e di grandissimo interesse scientifico in campo criminologico e politico sociale. Esse si

localizzano nella discussione sulla funzionalità della pena e sul connesso imponente fenomeno della cifra oscura.

Fittamente intrecciata con il paradigma conflittuale e tuttavia portatrice di autonome istanze teoriche, è la criminologia marxista: una

versione del pensiero critico particolarmente caratterizzata da una riflessione sui temi economici ma anche sull'obiettivo di elaborare non

senza originalità una teoria del diritto e dello Stato sviluppata solo in modo sporadico e indiretto dagli stessi esponenti del marxismo

classico. Un certo interesse merita un brano ironicamente dedicato alle varie forme di produttività del delinquente: un filosofo produce

idee, un delinquente produce delitti ma anche diritto penale e suo manuale, con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale. Crea

anche la polizia, la giustizia, i giudici...il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Influenzato da vari

studi storico-sociali questo filone mira a inquadrare il problema della criminalità nel più ampio contesto dell'analisi sociale sviluppando

però in particolare l'assunto di base del pensiero marxiano che identifica nel sistema capitalistico la principale fonte di disuguaglianza

sociale. La criminalità è vista come il prodotto di un sistema di privilegi: sarà dunque quest'ultimo a dover essere reso inoffensivo. In

generale un certo romanticismo o idealismo inerente all'inquadramento del criminale come ribelle. Ogni prospettiva di inquadramento e

spiegazione del crimine trova insieme radicamento e sbocco in una certa visione politico criminale che però stenta a emergere dalle

teorizzazioni delle nuove criminologie. La difficoltà nasce soprattutto dal fatto che in esse si riscontra una espulsione del crimine

dall'analisi criminologica, un rifiuto di usarlo come strumento concettuale. L'esito propositivo più naturalmente e coerentemente associato

al pur sterminato universo della criminologia critica è appunto quello abolizionista in grado di evocare unitariamente l'aspirazione a

sbarazzarsi in tutto o in parte del sistema penale percepito come costitutivo della realtà del crimine. Di ciò si identificano varie sfumature,

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che vanno dall'abolizionismo penale a una sua forma più attenuata detta istituzionale fino a prospettive che si propongono varie forme di

riduzione dell'intervento penale. Ben pochi tra gli studiosi più attenti potrebbero non condividere di questo abolizionismo la presa di

distanze dal sistema vigente della giustizia penale, sia per i suoi fondamenti empirici che per la sua fondazione morale. Viceversa

nell'abolizionismo radicale qualcuno ha obiettato che l'abolizione del diritto penale dovrebbe essere preceduta dall'abolizione della

criminalità. Questo attacco inverso all'universo critico è portato dal cosiddetto realismo di sinistra, indirizzo di pensiero specificatamente

britannico. Esso rivendica caratteri ben distinti rispetto agli altri tre filoni teorici ritenuti predominanti nella criminologia dell'ultimo decennio,

diversissimi tra loro ma accomunati dal tentativo di risolvere il problema eziologico e penale. Il realismo di destra di Wilson è più

problematico: non nega la causalità ma concepisce di fatto una molteplicità di cause. Ciò che nega è la causa del crimine più afferrabile: la

diseguaglianza nella ricchezza e nel potere. Il realismo di sinistra è mosso dall'esigenza di riflettere sulla realtà della criminalità e di fornire

risposte ai problemi della criminalità e del controllo penale. Accade così nuovamente che il cambiamento di prospettiva ruoti attorno al

recupero di una componente del fenomeno criminale smarrita lungo la strada delle sopravvenute teorizzazioni. L'oggetto della criminologia

è quel fondamentale triangolo di relazioni: il reo, lo Stato, la vittima. La criminologia viene invitata a recuperare la fedeltà al suo oggetto,

alla natura del crimine, alla forma, il contesto sociale, la configurazione, la traiettoria nel tempo e la realizzazione nello spazio. I realisti

mirano a superare la parzialità e gli unilateralismi messi in luce dalle criminologie del passato. Insieme alla realtà del crimine si riscontra

anche un certo recupero della ricerca sulle sue cause. La deprivazione relativa è evidentemente un ritrovato teorico che cerca di

rispondere alla crisi eziologica e ai fattori che l'hanno determinata. Nondimeno si insiste sul distacco che l'individuazione di questo fattore

manifesterebbe rispetto alla tradizione eziologica: esso non porterebbe automaticamente al crimine ma solo in presenza di certe

condizioni quando cioè vi siano persone non necessariamente povere che vivono un livello di ingiustizia nell'allocazione delle risorse e

fanno ricorso a mezzi individualistici per cercare di rimediare alla loro situazione. Anche gli esiti politico-criminali del filone realista al pari di

quelli teorici non segnalano alcun vistoso rovesciamento di prospettiva. Ci si muove sull'idea della prevenzione o di extrema ratio inseriti in

una più consapevole cornice di penetrazione e comprensione del crimine come fenomeno complesso. L'interesse per la piattaforma

propositiva realista si localizza dunque nel metodo, nell'invito a prendere sul serio il problema criminale. Il ventaglio degli interventi si

distanzia soprattutto dal loro unilateralismo. Non nuova è l'insistenza dei realisti sulle misure alternative alla pena detentiva e sul controllo

del crimine coinvolgendo tutta le comunità. Generale consapevolezza dello stretto legame tra crimine e politica, chiaro retaggio della

nuova criminologia. Una valutazione conclusiva sarebbe resa difficoltosa, nella oggettivazione della prospettiva derivante dal cambio di

paradigma prodotto dagli indirizzi critici e nel connesso ridimensionamento della prevalente tendenza all'analisi per autori propria della

matrice positivista, potrebbe vedersi almeno un parziale ritorno alla versione classica. La differenza risiede nella diversa disponibilità dei

due filoni a porre in discussione le opzioni del giudice e del legislatore e trarre alimento per additare gli squilibri e le disuguaglianze

individuali e sociali della criminalizzazione in astratto e in concreto. Con il portare a estreme conseguenze la spinta verso i fatti impressa

dalla matrice positivista, la prospettiva critica ha contribuito indubbiamente al progresso registrato dalla criminologia in anni recenti sotto

forma di un ampliamento rilevante del suo oggetto. L'apporto della nuova criminologia ha influito sulla complessiva criticità nella

criminologia non più disposta a prendere per buono il prodotto finale dell'operazione delle agenzie di controllo. Un tale assorbimento

dell'impatto prodotto dai nuovi filoni è apparso come una sorta di normalizzazione tale da smussarne il potenziale critico e da ridurne la

portata.

La scoperta della vittima

l'ormai più che secolare tragitto compiuto dalla criminologia verso l'appropriazione di nuovi territori conoscitivi sembra aver trovato il suo

almeno provvisorio culmine nella scoperta della vittima. Passo preparato e propiziato da:

spiragli teorici aperti dagli stessi orientamenti

− rilievo attribuito all'idea di difesa sociale e di pericolosità

− filone interazionista che ha affievolito la centralità dell'istanza punitiva

− attenzione riservata alla criminologia critica

− realisti che hanno attribuito particolare rilievo alle vittime vittimologia come requisito essenziale per accedere alla realtà di quel

− →

crimine che trova nel reo-vittima la sua componente più caratteristica

rivelarsi del suolo strategico della vittima

− Unità criminologia di reo e vittima. La protratta cecità è stata il pensare per autori

emblematica del ruolo limitato della vittima è ad esempio la causa di giustificazione della legittima difesa, art. 52 c.p.: la vittima aggredita è

incatenata a limiti ben precisi, attualità del pericolo, ingiustizia dell'offesa, necessità di difesa, proporzione tra difesa e offesa. Altri esempi:

violenza sulle cose art. 392 cp e violenza sulle persone art. 393 cp.

Paradossalmente la stessa idea di prevenzione divenuta dominante nel diritto penale contemporaneo ha dato un contributo all'esclusione

della vittima. A contrastare una così forte corrente di marginalizzazione della vittima, sono state sempre più avvertibili le invocazioni della

legge e dell'ordine. Il diritto ha contribuito a risvegliare la criminologia dai suoi sonni conoscitivi. Il manifestarsi di un interesse per la vittima

ha annullato in breve tempo gli sforzi per un diritto penale equilibrato e limitato. Intere e vaste categorie di esseri umani a lungo trascurate

nelle loro sofferenze e istanze hanno potuto nella veste di vittime acquistare qualche spazio nella considerazione criminologica,

caratterizzati da particolari condizioni di vulnerabilità. Categorie di soggetti svantaggiati sul piano sociale prima ancora che penale:

donne

− bambini

− anziani

− minoranze etniche

Evoluzione che ha in gran parte colmato le lacune del passato e ha immesso stabilmente la vittima nel campo di studio della criminologia,

area denominata appunto vittimologia. Indicativo però della labilità di confini di questo termine è il confronto con le nozioni rinvenibili nella

scienza giuridica dotate di ben più spiccata articolazione e definizione: 13

soggetto passivo del reato: titolare del bene protetto dalla singola fattispecie incriminatrice di parte speciale

− persona offesa: tendenziale coincidenza tra soggetto passivo e persona offesa ma quest'ultima assume portata più ampia

− danneggiato dal reato: colui che ha subito il danno civile, sarà legittimato a costituirsi parte civile nel processo penale. Ipotesi di non

− coincidenza tra danneggiato del reato e soggetto passivo si ha nell'omicidio

Sull'ambiguità del rapporto tra reo e vittima si è giocato il Leitmotiv della vittimologia. La prima spinta nella vittimologia si ha con von

Hentig (fine anni 40). Rifiuto della visione positivista del criminale come diverso, come soggetto isolato dall'insieme degli attori sociali

partecipi al suo comportamento criminale. Von Hentig ha segnalato un ampio numero di casi e situazioni empiriche caratterizzate da una

reale reciprocità nel rapporto tra reo e vittima. La vittima è stata dunque presentata come una figura che non di rado costituisce uno dei

fattori causali del crimine. Confusione di ruoli: un soggetto può diventare criminale o vittima a seconda delle circostanze. Le classificazioni

appaiono ormai superate e ben più interessante risulta l'analisi scientifica dei processi di vittimizzazione (situazioni sociali che portano gli

individui a divenire vittime del crimine). Rilevante il dato che segnala una certa comunanza di caratteristiche tra la popolazione dei

criminali e quella delle vittime. Si stila un “criminale tipo” e una “vittima tipo”. Tra i campi di studio vittimologico più frequentati si

annoverano le seguenti aree:

meccanismi di vittimizzazione

− rapporti tra vittima e reo

− danni derivati dal reato e il loro risarcimento

− prevenzione del crimine dal punto di vista della vittima

− influsso della società sui processi di vittimizzazione

− analisi di specifiche situazioni vittimologiche

particolarmente rilevante il settore delle indagini di vittimizzazione impiegate per ricostruire la realtà del crimine più fedelmente di quanto

risulti rilevato dalle statistiche ufficiali e dalle ricerche di autoconfessione. Metodi che hanno esteso la loro portata per investire temi

vittimologici quali la paura del crimine e i fattori influenti sulla disponibilità alla denuncia dei reati.

Nella classificazione delle ricerche sulla vittima ci si è richiamati alla distinzione tra “micro” e “macrovittimologia”.

microvittimologia: studi rivolti alla vittima individuale

− macrovittimologia: ricerche concernenti il volume della vittimizzazione che identificano le caratteristiche socio-demografiche di questa.

Le indagini di vittimizzazione offrono dati aggregati che tendono ad annacquare o attenuare l'entità dell'effetto del crimine alla cui

determinazione è tradizionalmente dedita la ricerca vittimologica. Un settore di ricerca che ha registrato uno sviluppo cospicuo è stato

quello dedicato alla cosiddetta vittimizazione secondaria: complesso di effetti pregiudizievoli prodotti sulla vittima dallo stesso controllo

sociale formale. In ambito penalistico molti dei problemi che la criminologia tende ad addensare attorno alla concreta figura umana della

vittima, ricadono entro la più rarefatta visuale del bene giuridico della offensività e della dannosità sociale dei reati. In generale, da una

assenza nei reati di una vittima in senso criminologico, il penalista potrebbe essere indotto ad avvalersi di una tecnica legislativa

maggiormente orientata di quella attuale a una personalizzazione dei beni o a smontare oggetti do tutela costituiti legislativamente in

termini eccessivamente elefantiaci. A sua volta la criminologia potrebbe essere, ed è stata, indotta a interrogarsi sulla possibilità di dare

ingresso per il tramite della sua nozione di vittima, anche a entità più collettive e impersonali, come la società, lo Stato. Si è lamentata una

certa piega regressiva presa dalla vittimologia: spostamento di attenzione verso i crimini tradizionali con una vittima diretta che ha indotto

a trascurare fenomeni come la criminalità economica e organizzata, portatrici di una devastante carica distruttiva a carico della collettività

e del sistema istituzionale. A essere coinvolta è stata poi la vasta area delle alternative alla sanzione penale.

Verso una criminologia “umana”

la prospettiva vittimologica ha certamente condotto a un ampliamento del campo di conoscenza criminologico. Lo studio della vittima ha

impresso a una più generale visione dinamica e interattiva del crimine, antitetica rispetto alla ricorrente tendenza a estrapolarne isolati

tasselli per elevarli a esclusivi centri di gravitazione del tutto criminale. La ricerca vittimologica ha avuto il senso di rimarcare l'esigenza di

analizzare il crimine come una forma di interazione sociale che scaturisce da specifici contesti sociali in cui la distinzione tra delinquente e

vittima non è sempre concettualmente utile. Ogni impostazione teorica intenzionata a raccogliere e includere nei propri orizzonti i molti

detriti accumulati per un verso può apparire espressione di una hegeliana velleità totalizzante o di una pretenziosa ambizione di chiudere

la storia con una parola definitiva. Vista da una diversa angolatura si presenta invece come una forma di pietas scientifica: esprime pur

sempre un atto di rispetto per il passato criminologico. Si riconosce una criminologia semplicemente umana nel senso di prospettiva

umanistica e non nichilistica e poi nel senso di porre a oggetto della ricerca empirica la realtà umana del crimine. Alla definizione della

criminologia assunta inizialmente come ipotesi di lavoro sembra possibile aggiungere l'inquadramento dei diversi oggetti dello studio

empirico in una prospettiva integrata, ritenuta la sola idonea a propiziarne una comprensione umana. Visione del crimine come entità

mobile in quanto umana, posta al centro di un campo di forze costrittive e immobilizzanti generate dalla realtà normativa e sociale interna

ed esterna al soggetto criminale. Umano è quindi prima di tutto lo studio criminologico intenzionato a preservare l'umanità del crimine dalle

riduzioni perpetrate dalla giustizia penale. La prospettiva per cui si manifesta la visione umana del crimine è portatrice di una carica critica

nei confronti del diritto e in particolare del diritto penale vigente. Una sanzione estrema, la cui violenza incide sulla libertà e dignità umane

non ha eguali tra gli strumenti di controllo sociale. La stessa ammissibilità di illeciti penali presuppone l'esistenza di comportamenti in

relazione ai quali può e deve valere la pena di sacrificare prerogative umane tanto importanti ed essenziali. Umana vuole quindi definirsi

una disciplina la cui vocazione sia quella di porre al centro della sua analisi tutti i disumani meccanismi di immobilizzazione della realtà

umana messi in atto dal controllo e dunque dalla reazione sociale al crimine.

L’ipotesi teorica che assegna alla criminologia il compito di scrutare e liberare le mobilità umane inerenti all’intero fenomeno criminale non

può fare a meno di identificare i meccanismi di immobilizzazione messi in atto con il crimine. Anche il crimine può essere infatti

interpretato come scelta adottata per risolvere un problema di adattamento alla camaleontica mutabilità della realtà sociale. L’atto

criminale con il suo carico di sofferenza diretta o indiretta ai danni di altri esseri umani, proprio in quanto vissuto da chi lo pone in essere

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

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