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compito che, almeno nelle rappresentazioni dei giuristi, viene attribuito alla scienza del

diritto penale è di tracciare alla ricerca criminologica dei possibili percorsi, delle rotte che

definiscano i modi d'indagine sul materiale empirico. In un quadro di collaborazione

interdisciplinare, al diritto penale può competere oltre al ruolo di beneficiario del

contributo di razionalizzazione delle scienze empiriche, altresì quello di parte attiva

nell'inquadramento dei problemi tale da offrire all'indagine criminologica ipotesi di lavoro

utile all'organizzazione del campo di ricerca.

Un nuovo modello di scienza penale integrata non è ancora delineato; il reciproco

isolamento però sembra avviato alla fine.

Le condizioni necessarie per l'impostazione di una collaborazione tra diritto penale

criminologia devono essere generate nel metodo di lavoro del giurista e prima ancora

nell'atteggiamento mentale dei cultori delle scienze normative. Il penalista fa criminologia

quando si muove sulla base della consapevolezza non della opportunità, ma della

necessità del progressivo collegamento tra dogmatica e politica criminale, tra la scienza

giuridica e varie branche della criminologia.

Si tratta di maturare una sensibilità nel localizzare i punti in cui la crosta normativa del

sistema penale e così sottile da potersi rompere in qualsiasi momento. Vi sono ampi

settori del diritto penale in cui la fragilità delle categorie e teorie dogmatiche è dovuta alla

insufficiente ponderazione delle variabili empirico sociali e criminologiche sottostanti: ci

sono molte questioni nelle quali un'accresciuta attenzione ai fatti può conferire alla loro

trattazione un marcato salto di qualità.

Sarebbe meglio parlare di sottigliezza di una tale crosta del diritto penale nel senso anche

di acutezza, cum e, finezza d'ingegno per intendere e di identificare quelle aree

dell'esperienza penalistica segnata non solo dalla scarsa tenuta dello strato normativo

rispetto e problemi concreti ma anche da una certa vocazione d'ingegno, originaria o

acquisita ad aprirsi a tale realtà e a rendersi disponibile agli apporti delle conoscenze

offerte dalle scienze dell'uomo. Vediamo ora alcune aree in cui il sistema giuridico penale

manifesta una tale sottigliezza materiale capace di risvegliare una vigile sottigliezza

mentale. È già l'esigenza di impostare una politica criminale in termini razionali a

sollecitare un confronto con la criminologia e dunque a rendere un po' più sottile la

crostata del sistema penale: tale esigenza richiede che il giurista e il legislatore debbano

vincere ogni dilettantismo ed arbitrarietà.

Modernità e il fenomeno inquietante di vivere in un mondo in movimento che promette

molto ma che deve continuamente distruggere e calpestare le forme di vita dalle quali ogni

successiva generazione a tratti i suoi rassicuranti riferimenti: la memoria e la tradizione che

trasfigurano selettivamente il passato, asportandone l’aculeo del disordine e della

complessità morale, trovano nel crimine una metafora utile a tenere sotto controllo il

mutamento sociale. Non è certo un caso che la devianza sia associata comunemente all'età

giovanile, epitome di quei cambiamenti che si vorrebbero allontanare dal proprio angolo

visuale.

Solo grazie alla capacità di sostenere l'impatto inquietante della complessità moderna si

sarà in grado di aderire ai due presupposti primordiali di ogni politica criminale

razionale e legittima: la conoscenza delle cause del reato e degli effetti della pena; il

rispetto delle scelte costituzionali sul senso e sui limiti del diritto penale come strumento di

politica criminale. Di qui le indicazioni a tenere ferma la consapevolezza di come la

politica sociale sia la migliore politica criminale, e il diritto penale sia l’extrema ratio della

politica sociale, e a perseguire un progressivo collegamento tra dogmatica e politica

criminale, tra la scienza giuridica e le varie branche della criminologia.

2.La prevenzione

il concetto di politica criminale appare strettamente connesso all'idea di prevenzione: ogni

teoria del crimine è del resto anche teoria della prevenzione. Intendiamo per prevenzione

ogni attività, individuale o di gruppo, pubblica o privata, tendente ad impedire a uno o

più atti criminali.

E’ tenuta distinta dal controllo, utilizzato per riferirsi alla reazione sociale che segue a

reato. Il controllo e un concetto più ampio di quello di prevenzione, così il rapporto tra i

due andrebbe meglio inquadrato in una relazione di genere a specie o quantomeno di

successione cronologica o di strumentalità: e l'operare degli strumenti di controllo a

determinare di per sé la prevenzione dei comportamenti in contrasto con le regole sociali,

penali o extra penali. Secondo questa teoria si è allora differenziato tra un controllo

sociale attivo, comprendente i meccanismi attraverso cui si cerca di prevenire

comportamenti indesiderati, e un controllo sociale passivo che si riferisce alla reazione

nei confronti del comportamento deviante dalle regole sociali, ma includendo anche il

momento preventivo inerente ad una tale reazione. Non tale controllo si dirà informale

ove si è esercitata nell'ambito di gruppi primari, la famiglia, o secondari, la scuola, il cui

scopo principale non è il controllo stesso; oppure formale qualora provenga da istanze il

cui ruolo ha invece definito proprio dall'esercizio di un tale controllo, polizia, magistratura.

Tornando alla prevenzione, vi sono significative distinzioni del concetto:

un criterio di classificazione basato sul modello medico prende in considerazione e tipi di

intervento preventivo a seconda del livello di sviluppo del comportamento criminale e

distingue una prevenzione primaria, per intendere la riduzione delle opportunità criminali

e quindi delle condizioni criminogene presenti nell'ambiente fisico e sociale, una

prevenzione secondaria che riguarda gli interventi su soggetti a rischio di intraprendere

carriere criminali, prima che ai fatti criminosi siano posti in essere; infine una prevenzione

terziaria il cui scopo è il trattamento dell'arredo, per interrompere carriere criminali,

questa è attuata quando un crimine è già stato commesso e ha come scopo di impedire la

recidiva.

un ulteriore classificazione distingue nell'ambito delle tre forme di prevenzione di cui

sopra, gli interventi indirizzati agli autori del crimine e quelli che invece si rivolgono alle

vittime

un modello di inquadramento della prevenzione e infine quello che attribuisce particolare

rilevanza al contesto e alla sequenza logico-temporale degli interventi. Il primo criterio

distingue tra gli strumenti propri della giustizia penale e quelli che si pongono al di fuori

di essa; il secondo serve per differenziare gli interventi attuati prima della realizzazione del

crimine, per impedirne la verificazione e quelli successivi alla sua commissione, per

impedirne la recidiva.

Interessanti sono le ragioni che negli ultimi anni hanno portato, in Gran Bretagna, a

interessarsi particolarmente al problema della prevenzione e in particolare a valorizzare la

prevenzione primaria. L'impulso alle ricerche in questo campo avvenuto soprattutto da

alcuni risultati riguardanti il suicidio in concomitanza con la sostituzione del gas di città,

altamente tossico, con il metano nelle reti di erogazione metropolitana: una tale

innovazione tecnica ebbe come effetto di far venir meno uno dei mezzi comunemente usati

per togliersi la vita; e in effetti si verificò una drastica diminuzione del numero di suicidi.

Che significato assume questo dato apparentemente neutro dal punto di vista di possibili

indicazioni utili alla prevenzione dei reati? la prima conclusione fu che i soggetti privati di

un metodo per suicidarsi non fecero ricorso ad alcuna delle molte tecniche alternative a

questo atto estremo: perciò si può presumere che la semplice riduzione o eliminazione di

opportunità criminali possa maggior ragione determinare una drastica riduzione del

numero di reati commessi. Alla stessa categoria di interventi di prevenzione primaria sono

ricondotte le analisi di rischio criminale, dirette ad individuare e quantificare i fattori

influenti sul rischio di vittime, segnalando i tipi di automobili o di abitazione

maggiormente soggetti a furto.

3.Criminologia e teorie della pena

Una componente del diritto penale moderno che maggiormente ha contribuito alla sua

apertura al dato empirico è costituita dall'affermarsi delle visioni utilitaristiche della pena,

ossia dal porsi di questa come mezzo verso un risultato futuro il cui conseguimento possa

essere verificato nella realtà. La criminologia assurge a scienza e può svilupparsi in un

momento storico in cui il diritto penale è orientato allo scopo: dove emerge una visione

tecnocratica in cui la pena appare uno strumento, tra i molti per conseguire finalità sociali,

è destinato a porsi il quesito delle idoneità e congruità del mezzo rispetto al fine. Il senso

della necessità della pena si connette all'idea che essa sia inflitta non già quia peccatum

est, bensì ne peccetur. Già Beccaria sosteneva che il fine non è altro che impedire alla

Leo di far nuovi danni ai suoi concittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali.

L’attenzione del retribuzionista invece è concentrata sul passato, sul delitto commesso;

un sistema penale di tipo retributivo che si limiti a compensare il male con il male non è

interessato a penetrare la realtà umana e sociale del re a e della vittima; sembra

complessivamente disinteressato alle cause del crimine; la pena retributiva si priva di ogni

intendimento di porsi come strumento efficace di lotta alla criminalità.

Nel filosofo Kant, quella che si dice retribuzione morale concepita come applicazione

della seconda formulazione dell'imperativo categorico, manifesta il suo scioglimento da

una visione strumentale della pena: che la punizione giuridica deve solamente essere

applicata perché egli ha commesso un delitto. Un vero scopo della pena non emerge

neppure nel notissimo brano kantiani della isola: e forse a uno scopo che la colpa del

sangue non ricada sul popolo? anche qui il fondamento della pena resta il delitto già

commesso.

Non diversamente in Hegel,1 altro dei padri della retribuzione, nella variante giuridica:

qui la retribuzione consiste nel togliere il delitto: essa è lesione della lesione.

Si parla in proposito teorie assolute della pena, ciò anche nel senso che la pena deve

assolutamente seguire al delitto. Siffatte teorie appaiono spesso assolute,ab-solutae,

soprattutto perché sciolte, auguste e non interessate rispetto alla realtà empirica del

crimine, terreno e della stessa vittima.

Ben diverso un diritto penale, genuinamente orientato allo scopo, per il quale la pena è

posta al servizio di fini umani, mondani, terreni, razionali; esso è del resto caratteristico

dell'epoca dell'illuminismo, che nutre un'immensa fiducia nella ragione. Si parla di teorie

relative della pena, ossia relative agli scopi ulteriori che con essa s'intendono conseguire,

ma questa connotazione ha anche significato di manifestare un atteggiamento di

relativismo nei confronti della pena. C'è un volgersi dell'attenzione oltre l'oggetto; ne

scaturirà poi un grappolo di interrogativi concatenati tali da investire per prima la sua

idoneità a raggiungere gli scopi che per mezzo di essa ci si propone di conseguire;

idoneità che imporrà di volgersi alla verifica empirica degli effetti che da tale mezzo

conseguono secondo regolarità accertate.

Dalla centralità della verifica empirica discendono ulteriori conseguenze: l'attenzione oltre

il mezzo conferisce ricettività rispetto ad ogni rapporto conoscitivo esterno; cella e

interscambiabilità del mezzo-pena che verrà sostituito con un altro tutte le volte in cui

risulti più idoneo allo scopo: la pena si potrà addirittura concepire come sussidiaria.

Nel momento in cui la pena cessa di porsi come fine ultimo, per diventare puro mezzo, e

conseguente che la sensibilità per il peso sociale che ad essa si annette induca a concepirla

come estrema ratio.

Il relativismo determina l'ingresso nel diritto penale di una prospettiva strategica, di un

atteggiamento scientifico, e soprattutto di un'esigenza critica e comunicativa.

Le teorie relative della pena si identificano fondamentalmente nella prevenzione, sia

generale sia speciale. Il punto di partenza di ogni teoria della pena sostenibile deve

risiedere nella consapevolezza del carattere preventivo dello scopo della pena; anche la

pena non può che perseguire una tale finalità di prevenire i reati.

L’orientamento alle conseguenze del diritto penale e il finalismo preventivo delle pene

relative sono alla base del formidabile impulso impresso alla collaborazione tra scienza e

normative ed empiriche, in quanto da queste ci si attende la messa a disposizione delle

conoscenze necessarie al perseguimento delle finalità della pena. Peraltro ogni indicazione

proveniente dal versante empirico in merito alle condizioni per conseguire una reale utilità

sociale della sanzione, è destinata a trovare un limite invalicabile nelle esigenze connesse

alla sua liceità, ossia in una serie di principi tra i quali quello di proporzionalità.

La decisione relativa della pena è destinata a spalancare allo studio empirico non solo il

piano degli effetti, ma anche quello delle cause della sanzione penale e delle norme che la

prevedano, ossia il campo della normo- genesi.

4.Problemi empirici della prevenzione generale

Per prevenzione generale intendiamo la prevenzione dei comportamenti socialmente

indesiderati attraverso la minaccia di una sanzione legale. Ciò che si vuole prevenire sono

i crimini della generalità dei soggetti che non hanno ancora commesso reati e che ci si

aspetta siano trattenuti dal commettere per effetto della minaccia della sanzione. Queste

caratteristiche ne spiegano il ruolo preponderante nella fase legislativa.

L’idea generalpreventiva presenta due forme fondamentali:

la prevenzione generale negativa, detta anche deterrenza, coazione psicologica,

intimidazione

La prevenzione generale positiva , detta anche morale-pedagogica, di orientamento

culturale.

La prima trova la sua maggiore fondazione dell'opera di Von Feuerbach considerato il

teorico della coazione psicologica:.. l’ impulso sensibile dell'uomo in cui tutte le

violazioni hanno il loro terreno di origine, può essere annullato se ognuno sa che ha

proprio fatto seguirà un male maggiore del dispiacere che derivi dal mancato

soddisfacimento dell'impulso ad agire.

Il sentimento su cui si vuole fare leva è quello del timore, il quale presuppone che sia

risvegliata l'immaginazione su ciò che potrà accadergli ove decida di commettere l'azione

vietata. Inoltre caratteristica del timore e quella di sorgere dall'immagine di qualcosa sulla

cui realizzazione si nutre un dubbio: dunque l'intensità di tale immagine sarà variabile

dipendente l'impressione da questo timore dalla maggiore o minore sicurezza in merito alla

realizzazione dell'oggetto dell’immaginazione. Questa evocazione richiederà la

consapevolezza della connessione tra sanzione e pena; e sarà tanto più automatica e di

intensa quanto corroborata da una serie di meccanismi di rinforzo di una tale

associazione mentale identificabili sia nell'esperienza dell'avvenuta erogazione della pena

nei confronti di chi abbia commesso reato, sia della percezione della sanzione subita dai

rei.

Questo meccanismo psicologico sembra rispecchiare le dinamiche del condizionamento:

anche la prevenzione generale negativa sollecita una risposta adattativa basata sul’

apprendimento, inteso come il processo con cui si origina una attività reagendo ad una

situazione incontrata. Anche il paradigma del condizionamento classico, scoperto con il

famoso esperimento del cane di Pavlov non è estraneo alla dinamica della prevenzione

generale negativa: l'esperimento fu il seguente: un cane al quale era stata messa in

collegamento con l'esterno la parola fede, fu sottoposto ad una stimolazione acustica

isolata che non produsse alcun effetto. Successivamente si presentò lo stimolo sonoro in

modo immediatamente contiguo ad e il cibo, associazione, e dopo un certo numero di

stimolazioni abbinate si constatò che la sola presentazione dello stimolo sonoro provocava

la sollevazione nell'animale. Così Pavlov otteneva la dimostrazione della possibilità di

provocare, attraverso lo stimolo neutro,1 risposta specifica.

Il procedimento di condizionamento e così caratterizzato: la connessione stimolo -risposta

indica un riflesso condizionato..... per significare che il risultato finale non è innato ma

condizionato da una precedente esperienza. Uno stimolo incondizionato SI viene associato

ad uno stimolo neutro SN che produce una semplice risposta di orientamento

originariamente RO; la presenza dello SI che provoca la risposta incondizionata RI, nel

condizionamento si collega a SN che diventa così il stimolo condizionato SC, cioè in

grado di dare da solo la risposta originaria.

Peraltro più che nel paradigma del condizionamento classico, la prevenzione generale

negativa si rispecchia meglio nel modello più evoluto della condizionamento operante o

strumentale , secondo la denominazione di Skinner: Thorndike formulò la legge

dell'effetto, secondo la quale delle varie risposte date dalla medesima situazione, quelle che

sono accompagnate da soddisfazione per l'animale, saranno più saldamente connesse con

la situazione, in modo che quando essa si presenterà esse ricorreranno con maggiore

probabilità.

Miller e Konorsky tentarono di applicare la legge dell'effetto alle tecniche pavloviane:

costruire una situazione nella quale una zampa anteriore dell'animale, dopo il suono di un

campanello, veniva prese in mano dallo sperimentatore è riflessa: avvenuta la flessione

veniva fatta rotolare nella ciotola una pallottola di cibo. Dopo un certo numero di

presentazioni, rilevavano che il cane rifletteva autonoma mentre a zampa s'allevava se gli

veniva dato il cibo solo dopo la flessione della zampa stessa. Millere Konorsky

ipotizzarono che il cibo rappresentasse uno rinforzo e ritennero di aver individuato un

condizionamento di tipo diverso. Skinner nel 1930 perfezionarla tecnica utilizzando la

famosa Skinner box: una gabbia in cui una lieve da far cadere una pallottola di cibo in una

ciotola: un meccanismo di registrazione su carta indica quante volte le vedette è stata

premuta dall'animale immesso nella gabbia e a quali intervalli. L'esperimento prevede che

l'animale sia libero di muoversi e di prendere la levetta solo per caso, in tal caso può

mangiare la pallottola di cibo a: è questo il rinforzo . Più in generale il comportamento

operante è dato dalla classe di risposte che vengono emesse più o meno

indipendentemente da stimoli verificabili, ma che sono state acquisite in seguito all'azione

del rinforzo.

In questa ricostruzione sia la infezione in sé della pena, sia il modo di tale infezione

rappresenteranno rinforzi negativi del condizionamento, influenza sull'intensità

dell'associazione mentale del crimine e della sanzione effettiva.

I problemi connesse alla prevenzione generale si lasciano classificate secondo due

fondamentali categorie:

- Le questioni empiriche o fattuali, che concernono il se e il come della efficacia generale

preventiva della pena, la sua utilità rispetto allo scopo di diminuire i crimini

- la questione della liceità dell'uso della pena in funzione generale preventiva.

La verifica di utilità risulterà decisiva per addentrarsi in quella successiva di liceità. Come

si possa affermare che la pena è priva di efficacia generale preventiva, non avrà più alcun

senso affrontare la questione della sua ammissibilità e etico-giuridica.

Il profilo della liceità diviene esclusiva nella critica mossa all'idea generale preventiva

dall'idealismo classico e in particolare da hegel che si accanisce proprio sull'idea in sé di

un uomo la cui spinta criminosa si voglia assoggettare alla controspinta della pena. Per

hegel questo sarebbe uno svilimento della dignità umana. La severa critica hegeliana

investe la concezione sulla libertà dell'uomo, l'antica questione della libero arbitrio. Resta

della critica hegeliana l'ineludibile problema normativo, per la funzionalizzazione cui

l'avevo viene assoggettato in vista di finalità che gli sono aliene.

Maggiore interesse presentano i profili empirici del dibattito sulla funzione: un campo che

abbraccia sia l'individuazione e ponderazione delle variabili da cui dipende l'efficacia

generale preventiva, sia le condizioni generale che una tale efficacia preso buone, a

cominciare dall'assioma di un uomo razionale, un homo economicus capace di bilanciare

costi e benefici della propria azione e pienamente edotto del rischio penale di una condotta

da contro la legge. Quanto al primo profilo, i problemi empirici più stringenti emergono

sull'effetto prodottosi a seguito di una determinata scelta politico-criminale, considerata la

difficoltà estrema di ponderare in che misura i potenziali autori di reato siano stati

effettivamente trattenuti dal timore della pena e quanto invece sulla loro decisione abbiano

influito variabili diverse. Qui gli studi empirici stanno ancora muovendo i primi passi. Le

conoscenze acquisite in questo terreno si devono a studi trasversali(comparazione tra aree

geografiche con caratteristiche simili e differenziate per modalità di criminalizzazione),

longitudinali parentesi ricostruzione del rapporto tra variazioni nel quadro normativo e

variazioni nei tassi di criminalità), ha soggettivi parentesi questionari diretti assaggiare

percezione conoscenza della legge, atteggiamenti verso la giustizia e motivazioni alla base

del delinquere), sperimentali.

Il problema centrale è dunque quello di accertare il nesso di causalità tra la diminuzione

dei reati e la scelta politico-criminale della cui efficacia generale preventiva si discute. il

metodo consiste nel raffronto tra una situazione iniziale senza pena e una finale con

l'aggiunta della pena; si appoggerà tra l'altro sul criterio delle variazioni concomitanti:

uno dei metodi in base ai quali può essere individuato il tipo di prove e di implicazioni

sperimentali che servono a controllare un'ipotesi causale: si tratta di verificare l'ipotesi

causale relativa all'effetto di riduzione dei tassi di criminalità prodotto dalla sanzione

penale.

Un esempio può venire dalla verifica dell'efficacia della pena di morte: il riscontro di

variazioni concomitanti implicherà un'indagine condotta sulla realtà empirica,1

misurazione del crimine che appartiene alla criminologia quantitativa, cioè a un tipo di

ricerca empirica centrata soprattutto sulla misurazione, la quantificazione del crimine e

quindi incline a servirsi di categorie quali volume, estensione, crescita, diffusione,

incidenze, tendenze, ecc. del crimine.

Peraltro il metodo in esame prevede l'applicazione del metodo della differenza: infatti

perché siano garantiti d’inferire una causalità da una concomitanza di variazioni, la

concomitanza deve essere provata con il metodo della differenza; che è detto un metodo

eliminatorio, quello in base al quale ricostruiamo una connessione causale in questo

modo: se un caso in cui avviene il fenomeno in esame e un caso in cui esso non avviene

hanno in comune tutte le circostanze meno una, e questa comparso nel primo caso, quella

unica circostanza è l'effetto o la causa a una parte indispensabile della causa del fenomeno.

Se non che il ricorso al metodo delle variazioni concomitanti risulta gravato da almeno due

incognite importanti: bisogna avere la sicurezza che non si sia avuta alcuna variazione in

qualcun altro degli antecedenti: non basterà prendere atto della relazione negativa tra il

numero di crimini commessi e la novità legislative introdotta; occorrerà anche acquisire la

ragionevole certezza che una siffatta relazione sia causale, visto che la variazione potrebbe

avere una spiegazione diversa. La seconda incognita è costituito dalla cifra oscura per cui

solo una ristretta percentuale di tutti crimini realmente commessi giunge a conoscenza. Pur

gravato dalle molte e gravi incertezze prospettate, la ricerca empirica sull'effetto generale

preventivo può contare ormai e una cospicua mole di studi: si è dedicata all'individuazione

del ruolo che, nel produrre tale effetto, compete alle diverse variabili e in particolar modo

alla severità e certezza della pena.

Già Beccaria mostrava di comprendere l'importanza della variabile prontezza: quanto la

pena sarà più pronta e più vicino al delitto commesso essa sarà tanto più giusta e tanto più

utile: perché quanto è minore la distanza del tempo che passa tra la pena e il misfatto

tanto e più forte nell'animo umano l'associazione di queste due idee, diritto e pena... e...

il lungo ritardo non produce altro effetto che di sempre più disgiungere queste due

idee..... un altro principio serve a stringere sempre più importante connessione tra il

misfatto e la pena, cioè che questa sia conforme quanto più si possa alla natura del

delitto...

Si concorda generalmente che i soggetti influenzabile dal messaggio della pena

risulteranno più sensibili a rischio di essere concretamente puniti che non alla severità

della pena minacciata. Delle due tradizionali variabili dunque, quella della severità e quella

della certezza della pena, la ricerca empirica tende a confermare soprattutto il rilievo della

seconda.

Peraltro si continua a rilevare una conclamata carenza dei dati empirici atti a suffragare

l'attitudine della sanzione penale a trattenere potenziali autori di reato. Grazie alle teorie del

controllo sembra possibile inquadrare l’effetto intimidativo tra le variabili pertinenti al

controllo esterno, distinte da quelle riguardanti il controllo interno, il quale esprime il

legame del soggetto a determinati sistemi di valori e di norme, differenziabili in tre

variabili, quali il legame con la norma considerata, la sua ritenuta legittimità, il legame con

il sistema convenzionale di valori. L'obiettivo è quello di ponderare il peso relativo della

paura della sanzione. Risultato delle indagini e che la variabile “ legame con la norma”

assume il peso maggiore nella prognosi del comportamento conforme: ai fini della

spiegazione del comportamento conforme, alle variabili pertinenti al controllo interno

compete una rilevanza del tutto prevalente rispetto al controllo e esterno, ossia

all'intimidazione esercitata dalla sanzione penale.

Un ulteriore problema empirico della prevenzione generale è costituito dall'assioma

dell’uomo razionale: si obietta che la teoria della coazione psicologica trascurerebbe la

consapevolezza secondo cui non tutti i soggetti pervengono alla commissione del crimine

attraverso un iter di riflessione. Esisterebbe accanto all'uomo razionale, che soppesa

vantaggi e svantaggi,1 tipologia di soggetti che non calcolano, che agiscono

impulsivamente. Connessa a tale limite empirico della teoria sarebbe la necessità , per il

prodursi dell'effetto generale preventivo, che i destinatari dello stesso abbiano conoscenza

della minaccia. L'obiezione coglie nel segno là dove suggerisce una doverosa cautela

empirica: talora gli stessi scienziati empirici e certe analisi economiche a, hanno

un'immagine del criminale razionalistica, di un uomo ragioniere intento a perseguire il

massimo dell'utilità; dello stesso pensiero è rinvenibile una ormai cospicua influenza di

quello che è stato detto un atteggiamento di determinismo economico rotante attorno

all'idea che la vita economica sia il fattore su cui si producono tutti processi sociali e

culturali. Lo specifico influsso degli economisti neoclassici sulla criminologia ha trovato

eco a partire dagli anni 80, in una teoria dell'azione criminale detta della scelta razionale,

in base alla quale la decisione di realizzare un crimine sarebbe condizionata dal trovarsi in

una situazione nella quale “ il rischio vale la candela”.

In relazione alla obiezione dell'uomo razionale, sono prospettabili due ordini di

considerazioni: innanzitutto si rileva come nei confronti dell'agire irrazionale, prima ancora

che la prevenzione generale, sia il comando espresso dal precetto penale a mostrarsi

inefficace, per un difetto di comunicazione con il soggetto che non ragiona. In realtà è ben

più rilevante l'obiezione secondo cui,1 volta che l’agente sia disposto a violare la norma, il

suo ragionamento non consisterà tanto nel soppesare i vantaggi del crimine, bensì nel

calcolare quali siano le sue chances di non venire scoperto: questo, come insegnava

Beccaria, indurrebbe ad orientare gli strumenti di contrasto della criminalità non tanto sul

terreno degli inasprimenti sanzionatori, quanto sul rafforzamento di una generale fedeltà

alle norme (prima e soprattutto extra penali) che inibisca sul nascere la violazione di una

regola profondamente interiorizzato a; e poi dove questa propensione alla violazione sia

destinata ad affiorare comunque, sull'incisività e concretezza del rischio penale giocando

a ancora sulla variabile della certezza della pena.

Un altro noto problema empirico della teoria della prevenzione generale è quello della

comunicazione che si presenta in due forme:

quella, chiara a Beccaria, che faceva dipendere dalla chiarezza delle leggi la loro attitudine

a orientare le condotte individuali

l'effetto motivante della legge penale non dipende dalla realtà obiettiva della sua esistenza e

della sua applicazione, ma dalla percezione che il destinatario ha di essa, con la

conseguenza che i cittadini dovranno essere resi costantemente e correttamente edotti di

ogni mutamento delle strategie politico-criminali.

Decisiva diventa allora una riflessione sul ruolo svolto dai mezzi di comunicazione nel

trasmettere l'immagine e il significato del sistema giuridico, di sue singole componenti e

dello stesso crimine, al cospetto dei suoi destinatari.

Ancor più problematica risulta, su un medesimo terreno, la prevenzione generale

positiva; relativamente a tale teoria si sono differenziati tre effetti attesi dalla sanzione

penale:

l'apprendimento che la popolazione acquisisce grazie all'attività della giustizia penale sotto

forma di un addestramento nella fedeltà al diritto

La fiducia ingenerata nel cittadino dalla visione di un diritto riaffermato

l'effetto satisfattorio che si produce a seguito dell'appagamento della coscienza giuridica

per mezzo dell'inflizione della sanzione

Questa concezione della pena è caratterizzato dai seguenti connotati distintivi:

La determinazione della funzione della pena sulla base della funzione del diritto penale

una visione integrata dei compiti della prevenzione generale e della prevenzione

individuale, senza distinzione tra gli effetti nei confronti del reo e quelli rivolti ai potenziali

autori di reati

il dato per cui la prevenzione generale assume un significato positivo proponendosi una

stabilizzazione delle norme.

Si afferma come la teoria della prevenzione generale positiva possa acquisire un solido

fondamento e una valida formulazione sono nel quadro di una prospettiva sociologica,

configurandosi come conseguenza di una definizione del diritto penale come ambito

formalizzato del controllo sociale: alla luce di una tale formalizzazione del contenuto della

prevenzione generale positiva consisterebbe allora nell'affermare e assicurare

pubblicamente norme dirette non solo ad una prevenzione efficace, ma anche ad una

risoluzione formalizzata dei conflitti.

Non poche difficoltà incontra il compito di individuare tangibili correlati empirici della

teoria e, ardua appare la verifica se la prevenzione generale positiva abbia avuto

effettivamente successo. La teoria manifesta poi rilevanti manchevolezze di ordine teorico

e pratico che richiamano soprattutto il rischio di un eccessivo trascendimento dei diritti e

delle prerogative del singolo individuo, quella sanzione viene concretamente irrogata: essa

potrebbe condurre a pene di afflittività e durata illimitate in base alla capacità di

orientamento delle condotte che se asserisse competere ai rispettivi precetti penali.

5.La prevenzione speciale

La prevenzione speciale configura la sanzione come mezzo rispetto allo scopo di prevenire

la commissione di reati da parte dello stesso soggetto cui la sanzione viene irrogata.

Anche il finalismo della prevenzione speciale-neutralizzazione, intimidazione o

rieducazione-non può sottrarsi al difficile confronto con la realtà empirica: ciò vale tanto

più laddove il compito che l’articolo 27 della costituzione assegna alle pene ,di tendere

alla rieducazione del condannato, venga interpretato non nel senso dell’emenda, della

rigenerazione morale del reo, bensì in termini di rieducazione sociale, di risocializzazione,

ossia come processo volto a mettere il soggetto in condizione di rispettare le regole di una

ordinata convivenza.

Un indicatore importante e tratto dagli indici di recidiva. Relativamente alle tecniche per

misurare gli effetti del trattamento si sono prospettate due possibili strade:

l'adozione di un criterio giuridico quale quello della recidiva: se ne rileva il carattere non

decisivo vista la necessità di scontare lo scarto tra criminalità reale ed accertata in giudizio,

inoltre la possibilità che il nuovo reato possa risalire a fattori intervenuti dopo la fine del

trattamento in carcere e quindi sia scarsamente indicativo dell'insuccesso del trattamento;

infine le distorsioni che derivano dal fatto di trascurare qualsiasi considerazione relativa

alla gravità e natura del nuovo reato, nonché all'intervallo di tempo

il ricorso a metodi di analisi propri delle stesse discipline pedagogiche o psicologiche sulla

base delle quali è stato condotto il trattamento: accertando l'evoluzione degli atteggiamenti

e dei giudizi di valore del soggetto, prima, durante e dopo il trattamento e, si profilano

incertezze circa la significatività degli indici prescelti rispetto successo del trattamento, e

risulta tutt'altro che agevole stabilire se le modificazioni rilevate siano reali, apparenti o

indotte dalla stessa situazione penitenziaria e come tali destinati a venir meno con la fine

dell'esecuzione

Decisiva dovrebbe risultare la scelta di una qualità e quantità della sanzione da irrogare

concretamente corrispondenti a quanto l'esperienza insegni essere più propizio ad

assicurare l'inserimento del reo nella società o almeno una sua non ricaduta nel delitto: e

da un tale confronto che è derivato il diffuso scetticismo che caratterizza lo stato attuale

della discussione in materia di risocializzazione. La presunta crisi del concetto di

risocializzazione, con il conseguente rilancio delle teorie neoclassiche, è infatti derivata

dalla presa d'atto che gli effetti sul condannato non si sarebbero manifestati in modo

adeguato. Il principio della risocializzazione comunque mostra di realizzare, meglio di

ogni altra teoria, i dettami dello Stato sociale, con la sua attenzione alla persona del reo

non semplicemente in vista di una sua emarginazione. Ciò nella Costituzione si inquadra

nel compito che la Repubblica, all'articolo tre, si è assegnato di rimuovere gli ostacoli di

ordine economico e sociale che, limitando la libertà e l'uguaglianza dei cittadini,

impediscono il pieno giunto della persona umana..

La sentenza Lebach della Corte Costituzionale tedesca esprime i piani di integrazione

dell'idea di risocializzazione nel quadro dei valori costituzionali dello Stato sociale: quale

titolare di diritti fondamentali al condannato deve essere offerta la possibilità, dopo

l'espiazione della pena, di reinserirsi nella comunità... la risocializzazione serve alla

difesa della stessa comunità: questa ha un interesse immediato a che il reo non ricada

nel reato.

E’ poi la stessa attenzione alle cause e alle conseguenze empiriche del crimine a

sospingere verso l'idea rieducativa: tale attenzione richiama l'esigenza di un

approfondimento della complessità dei fattori alla base del fenomeno criminale, che non

possono essere interamente scaricati sulle spalle dell'individuo, ma che vanno localizzati

anche nel contesto sociale. Dunque la crisi del principio di risocializzazione non può

segnarne la fine, ma indurre a ripensarne le modalità di realizzazione.

6.Il principio di offensività

Tra i principi fondamentali del diritto penale dai quali deriva una forte sollecitazione ad

impostare la collaborazione interdisciplinare,1 ruolo preminente spetta al principio di

necessaria visività od offensività, per cui è indispensabile che il fatto di reato leda o

ponga in pericolo beni giuridici. I quali sono situazioni di fatto permeate di valore, che

possono essere modificate e che perciò possono essere tutelate contro tali modificazioni:

sono situazioni di fatto offendibili, tutelabili. Ovvero secondo un'altra accezione, unità

funzionali di valore, nel senso di fenomeni di aggregazione sociale di interessi, strumentali

alla realizzazione di finalità dell'uomo(Romano).

La legittimazione del diritto penale deriva infatti dalla tutela che esso appresta a tali beni:

questa condizione deve allargarsi ad una verifica, nella prassi del diritto penale, della reale

capacità di questo di proteggere questi interessi: non ci si può a pagare più del semplice

riscontro che la norma abbia assunto ad oggetto di tutela un certo bene, della mera volontà

del diritto penale di provvedere alla sua protezione: il campo visuale dovrà abbracciare le

condizioni attuali in presenza di cui il diritto penale sia in grado di assicurare una effettiva

tutela dei beni. In questo modo il bene giuridico imporrà per ogni scelta di penalizzazione,

la verifica preliminare dell'attitudine dello strumento-piena a conseguire nella realtà agli

obiettivi di tutela, ponendosi come parametro fondamentale di una legittimazione anche

positiva della sanzione.

Così, per una visione prasseologica del bene giuridico, si spalancano ampi canali di

comunicazione con le scienze empiriche. cioè la necessità di richiamarsi al rilevamento

dei valori da assumere ad oggetto di tutela da parte del legislatore. La reale fortuna del

bene giuridico è legato ad un adeguato sviluppo delle scienze sociali ed in particolare di

una sorta di criminologia sociologica che sia capace di fornire ai presupposti teorici e i

mezzi pratici per l'effettiva individuazione degli interessi meritevoli di tutela, colti nella

loro reale consistenza storico-sociale. Una ricerca in cui può vedersi rispecchiata quella

concezione liberale del bene giuridico espressa nell'esigenza di assumere ad oggetto di

tutela entità dotate di sostrato reale, come tali materialmente ledibili e corrispondenti a

valori suscettivi di consenso diffuso, che trova la sua matrice nel pensiero secondo cui il

contenuto sociale dell'illecito è indipendente dal suo giusto apprezzamento da parte del

legislatore e la norma giuridica lo trova, non lo crea. Emerge la storicità e variabilità dei

beni tutelabili. L'opera di ricostruzione dei beni giuridici, al pari della interpretazione delle

norme, deve basarsi anche su una seconda variabile, oltre al piano giuridico del dato

legislativo, costituita dalla realtà a cui la norma fa riferimento.

Nella formulazione delle norme sorge la questione di strutturare le fattispecie in modo da

rispecchiare una reale dannosità a pericolosità per il bene dei comportamenti previsti: e

insomma indispensabile, per stabilire se e quanto un determinato comportamento urti

contro valore sociale, comprendere la realtà della perpetrazione del reato e del danno

inferto e valori stessi: la necessità di penalizzare va fondata empiricamente; ciò ha come

conseguenza che anche i modi della penalizzazione devono essere commisurati ai dati

forniti dalla ricerca empirica. Una tale esigenza di fondare empiricamente il sei ed il

comma della protezione dei beni giuridici sarà più forte laddove le scelte di penalizzazione

realizzino un'anticipazione della tutela, ad esempio nella forma di una previsione di reati

di pericolo astratto o presunto: la legittimità di un ricorso ad una tale tecnica di

formulazione della fattispecie è subordinata alla condizione che il giudizio di pericolo

cristallizzato nella norma sia frutto di apprezzamenti rigorosi basati sull'esperienza.

Individuati il sé e del come della offensività di una certa condotta per un certo bene

giuridico, si tratterà infine di congegnare la tecnica di tutela più appropriata per

contrastare tale condotta.

In sostanza l'idea di un diritto penale diretto la protezione dei beni giuridici e quindi di una

criminalizzazione solo riservata a comportamenti socialmente dannosi non può che portare

con sé una dipendenza della politica criminale dalle cognizioni empiriche. Questo piano

di indagine si alimenta della consapevolezza di come il diritto penale non possa

rappresentare il terreno esclusivo in cui preservare l'integrità dei valori sociali, i quali sono

influenzati da un fascio di fattori alla luce dei quali è evidente il ruolo residuale della

sanzione penale nel vasto campo di condizioni da cui dipende la preservazione dei beni

giuridici: la relatività e di ritualità del diritto penale si pone come pietra angolare già della

teoria del bene giuridico, la quale dovrà interrogarsi sulle condizioni giuridiche e sociale di

una efficace protezione dei valori rilevanti.

7.L’extrema ratio o sussidiarietà del diritto penale

La visione di una piena orientata allo scopo è anche il presupposto di un altro dei cardini

fondamentali del diritto penale moderno: il principio di estrema ratio o sussidiarietà, per il

quale dovrebbe rinunciarsi al diritto penale tutte le volte in cui altri rami dell'ordinamento

sia in grado di tutelare adeguatamente il bene giuridico. Questo principio presenta almeno

due matrici ben precise:

l'idea che la pena non sia assoluta, Ab-soluta da uno scopo, ma relativa in rapporto

all'obiettivo di diminuire il numero dei reati e contribuire alla protezione dei beni giuridici:

questa relatività impone il controllo della congruità rispetto al fine. Si può in sostanza

affermare che una concezione relativa della pena è la condizione necessaria anche se non

sufficiente perché il diritto penale possa porsi come l’ultima ratio

il principio di proporzione o proporzionalità, di cui l’extrema ratio appare una

specificazione. Un principio logico che prescrive che la reazione a reato sia proporzionata

all'offesa e questo ha prodotto, la reazione all'illecito deve corrispondere alla sua gravità

per non vanificare la finalità rieducativa della pena (art. 27 c3 cost) e il ricorso alla

sanzione penale è ammesso solo in mancanza di tecniche e di controllo sociale provviste

della medesima efficacia (art. 13 c1 Cost).

Il principio di estrema ratio non sembra essersi tuttavia affrancato da una persistente

indeterminatezza e genericità, tale da sfumare i confini tra la sua effettiva rilevanza

normativa e una rilevanza come criterio informatore nella politica criminale. La cosa non

sorprende se si considera la molteplicità di giudizi su cui dovrebbe reggersi la complessa

verifica del sé e del come un certo strumento giuridico alternativo alla pena riesca

veramente a conseguire una tutela adeguata del bene; giudizi e non possono non calarsi

nella concreta realtà empirica del crimine. Senza una tale attenzione alla realtà e dunque

alla genesi e agli effetti delle varie fenomenologie criminose, la questione circa l'attitudine

di altri rami ad appressarono adeguata tutela dei beni, non avrebbe nemmeno modo di

articolarsi seriamente.

La reale adozione del principio di sussidiarietà e dunque destinata a non solo ad avanzare

di pari passo con il processo di materializzazione del diritto penale indispensabile ad un

suo adeguamento alla complessità della realtà empirica, ma anzi di per sé a promuovere

energicamente un tale processo.

8.Il principio di tassatività o sufficiente determinatezza della fattispecie penale

tra le sottigliezze empiriche del diritto penale un posto di grande rilievo compete al

principio di tassatività(nullum crimen sine lege certa) che impone un vincolo di

precisione e chiarezza alle norme penali. Esso si colloca tra i centrali principi di garanzia

del diritto penale: pur regolando quale canone di formulazione della legge, prima l'attività

del legislatore chiamato ad assicurare una certezza giuridica, tale principio si rivolge, quale

canone ermeneutico, al giudice stesso richiedente di scegliere tra le possibili

interpretazioni della legge, quella più univoca meno esposta al suo apprezzamento

soggettivo.

La tassatività scaturisce innanzitutto dallo stesso principio di legalità, di cui è considerato

l'ultimo e più raffinato stadio evolutivo; anche la tassatività è espressione dell'idea liberale

di uno Stato di diritto caratterizzato da una netta separazione dei poteri. Ben chiara e

affermata è tale idea nel pensiero illuminista e particolarmente in Montesquieu: l'autorità

dei giudici, così terribile tra gli uomini, dovrebbe essere per così dire invisibile e nulla,

non dovendo essere giudici altro se non la bocca che pronuncia le parole della legge.

Ulteriore sviluppo essa trova in Beccaria: le sole leggi possono decretare le penne sui

delitti, e quest'autorità non può risiedere che presto il legislatore che rappresenta tutta la

società unita per un contratto sociale. È sempre lui che arricchisce il principio di legalità

con il canone della tassatività e dunque con un dettame di chiarezza delle leggi e portato

alle estreme conseguenze, tanto da negare al giudice qualsiasi legittimazione ad aggiungere

la pur minima fiammella dell'abbagliante luminosità conferite da un sapiente legislatore al

testo normativo.

Il principio di tassatività a dire il vero non è esplicitamente enunciato dalla costituzione, il

cui articolo 25, comma 2, insiste piuttosto sulla irretroattività della legge penale, senza

apparente riferimento alla necessità che questa sia chiara e precisa:” nessuno può essere

punito se non in forza di una legge entrata in vigore prima del fatto commesso”. Più

eloquente in tal senso l'articolo uno del codice penale: nessuno può essere punito da un

fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non

siano da quest a stabilite. In ogni caso il principe si ritiene costituzionale votato anche

sulla base di una serie di norme costituzionali che non potrebbero conciliarsi con un

sistema non informato all'esigenza di una tassativa formulazione delle sue componenti:

articolo 13 comma due, articolo 24 comma due e articolo 112. Inoltre l'imprecisione delle

leggi recluterebbe la possibilità di muovere quel rimprovero di colpevolezza nei confronti

del reo che costituisce requisito indispensabile del reato, secondo l'articolo 27 comma uno

della costituzione: la responsabilità penale è personale. In questo senso la sentenza 364

del 1988 della corte costituzionale che dichiarando parzialmente illegittimo l'articolo

cinque del codice penale, il quale escludeva la rilevanza dell'ignoranza della legge penale,

ha riconosciuto efficacia scusante all'errore inevitabile sulla norma incriminatrice, seduto a

una assoluta oscurità del testo legislativo.

una troppo rigida e levigata precisione conferita alla norma potrebbe renderla inadatta a

fronteggiare situazioni che non erano presenti o considerate all'atto di confezionare la

norma; viceversa un eccesso di flessibilità potrebbe allontanarla dalle rotte applicative

progettate dal legislatore. Rivelatrice del sottile crinale lungo cui è costretta a muoversi

l'attività di normazione è l'alternativa tra legislazione casistica (esempio:art 583cp dove si

qualificano come ipotesi di lesione gravissima quelle in cui il fatto derivi da una malattia

certamente a probabilmente insanabile, la perdita di un senso eccetera) e legislazione per

clausole generali(esempio: la previsione dell'omicidio, articolo 575cp, essendo il tipo

delittuoso addensato attorno al fatto di cagionare la morte di un uomo: termine in grado di

individuare con precisione i fatti vietati, in quanto esso rinvia non al libero apprezzamento

del giudice ma a leggi scientifiche e a massime di esperienza).

La preferenza per la legislazione per clausole generali sospinge verso quella tendenza a

trasferire sul terreno della prova del fatto questioni invece tradizionalmente affrontate

nella definizione dei concetti: ad esempio in materia di truffa commessa tramite accordi in

gare di appalto, i giudici tedeschi sono pervenuti a configurare il requisito del danno

patrimoniale nella promessa o nel pagamento da parte del committente di compenso

superiore a quello di mercato, nonostante che un tale danno, da portare ad un prezzo di

mercato ipotetico, non sia determinabile. Ciò è avvenuto asserendo che l'accertamento del

requisito di fattispecie fa parte in primo luogo della valutazione delle prove svolta dal

giudice di merito.

è pur vero che l'ambito della punibilità può essere determinato sia agendo sull'estensione

del tipo delittuoso sia variando gli elementi di prova richiesti per configurare i rispettivi

requisiti. Certamente però le modifiche della punibilità realizzate operando sulle regole di

prova sono maggiormente esposte al decisionismo giudiziario e si pongono in traiettoria

centrifuga rispetto al dettato della tassatività.

La questione dell'alternativa tra legislazione casistica e per clausole generali non può

essere risolta una volta per tutte solo richiamandosi al dettame della tassatività, visto che la

maggiore precisione della costruzione casistica della norma imporrebbe costì elevati per il

rischio di elefantiasi, opposto ad un salutare dettame di economia legislativa.

C’è peraltro una dimensione del principio di tassatività, come vincolo nei confronti del

legislatore ad individuare con parole precise la fattispecie di reato, in cui si è ravvisato un

ostacolo all'immissione del sapere empirico nell'applicazione del diritto penale.

Nell'esigenza di rendere comprensibile il contenuto precettivo della norma si è ravvisata

una possibilità di estromissione di quelle nozioni scientifiche che non abbiano passato il

vaglio della comunicabilità alla generalità dei consociati.

Se pure i rischi e i costi di una volgarizzazione del sapere scientifico in sede normativa

non possono essere trascurati, ben più grave è la tentazione di sottrarsi del tutto ad un tale

sapere. si insiste sugli impacci lungo la strada verso l'empiria derivantii dalla artificialità

delle scelte di penalizzazione operata dal legislatore ciò che nessun giudice può provare

non può neppure essere oggetto della legge.

Fattore decisivo per assicurare un'applicazione giudiziale delle fattispecie penali sensibile

alla realtà resta dunque la buona tecnica legislativa, capace di trasfondere chiaramente e

distintamente nella descrizione del tipo le componenti empiriche. In questione non viene

l'orientamento alle conseguenze del sistema penale, ma la sua aderenza a un canone

metodologico consistente nell'adeguare la fattispecie alle regole delle scienze empiriche, da

cui deriverà un affiorare di interrogativi a queste scienze, cui potrà essere data risposta

avvalendosi di esperti oppure attraverso quello scibile empirico-sociale di cui pure lo

stesso giudice deve essere attrezzato. L'indeterminatezza della fattispecie assume la forma

di un'insufficiente capacità di rappresentare la realtà empirica, in particolare dovuta a una

carenza di conoscenze su tale realtà, così da impedirne una rigorosa concettualizzazione.

La Corte Costituzionale si è fatto espressione di tale principio, nel dichiarare la

incostituzionalità del delitto di plagio proprio per difetto di tassatività, ed ha anche avuto il

pregio di identificare in questo principio il canale adatto a favorire l'immissione delle

conoscenze criminologica e sia nelle scelte del legislatore sia anche in quelle

dell'interprete: in riferimento all'articolo 25 della costituzione questa corte ha ripetuto più

volte che ha base del principio invocato sta in primo luogo l'intento di evitare arbitri

nell'applicazione di misure limitative di quel bene sommo e di inviolabile costituito dalla

libertà personale. Ritiene quindi la corte che onere della legge sia quello di determinare

le fattispecie criminose con connotati precisi in modo che l'interprete posso esprimere un

giudizio di corrispondenza sorretto da ornamento controllabile da leone le richiede una

descrizione intelligibile della fattispecie astratta che risulta soddisfatto fintanto che nelle

norme penali vi sia riferimento a fenomeni la cui possibilità di realizzarsi sia stata

accertata in base a criteri che allo stato delle attuali conoscenze appaiono verificabili.

Se un simile accertamento di fetta, l'impiego di espressioni intelligibili e non è più idonea

ad adempiere all'onere di determinare la fattispecie; ogni giudizio di conformità del caso

concreto a norme di questo tipo implicherebbe un'opzione aprioristica e perciò

arbitraria in ordine alla realizzazione dell'evento o al nesso di causalità fra questo e gli

altri atti diretti a porlo in essere, frutto di analoga opzione operata dal legislatore

sull'esistenza del fenomeno. E pertanto nella dizione dell'articolo 25, si ritiene implicito

anche l'onere di formulare ipotesi che esprimono fattispecie corrispondenti alla realtà:

sarebbe assurdo ritenere incoerenza al principio di tassatività norme che esse ben

intelligibili, esprimono situazioni irreali a fantastiche o comunque non ha venerabili. Da

quanto premesso risulta che la compiuta descrizione di una fattispecie penale non è

sufficiente e fini della legittimità costituzionale di una norma che non consenta una

razionale applicazione concreta.

La e tassatività segna i limiti di illiceità dell'intervento penale e si connette alle condizioni

empiriche da cui dipende il funzionamento di tale intervento. Ciò riguarda innanzitutto la

stessa funzione della pena, in particolare la sua efficacia generale preventiva: una norma

vada non può produrre nessun effetto general-preventivo perché il singolo non sa cosa gli

viene vietato. Questa esigenza risulta ancora più avvertibile rapporto alla prevenzione

generale positiva che accentua il ruolo di orientamento comportamentale del precetto

penale: rilievo preminente compete alla certezza del diritto, nonché alla percezione della

legittimità del sistema penale.

Molto rilevante è anche il collegamento con la funzione di risocializzazione del reo

conferita alla pena dall'articolo 27, comma tre della costituzione: prima di tutto nel senso

per cui una pena subita come ingiusta sarebbe priva di efficacia risocializzativa, visto che

essa non può essere perseguita che con la collaborazione del condannato: in sostanza la

pena deve essere applicata ad un soggetto che sia stato in grado di avvertire il disvalore

penale del fatto.

La recente attività legislativa italiana non dà segno di riscattarsi dalle più inveterate

manchevolezze: a proposito ricordiamo l'indeterminatezza della norma che punisce reato di

pornografia minorile, concetto dotato di significato tutt'altro che univoco.

Molteplici sono i fattori che concorrono a rendere il sistema penale non tassativo: e si

suscitano necessariamente l'interesse e il criminologo; la crisi del principio di

determinatezza a causa di una legislazione penale e caotica e di pessima qualità, non è

certo la crisi ideale o di principio, bensì esclusivamente empirica. Tra tali fattori va

identificata una difettosa tecnica di confezione delle norme che sconta il ritardo con il

quale in Italia è venuta maturando una scienza della legislazione degna di questo nome.

Tra i fattori di incertezza può annoverarsi anche una risalente tradizione volta a privilegiare

formulazioni sintetiche, per esigenze di brevità e di economia dei testi legislativi, che

affonda le sue radici nell'ideologia ottocentesca della codificazione. Vi è poi la

straordinaria complessità delle moderne società occidentali e la tendenza

compromissoria dell'attività legislativa che cercando di contemperare i confliggenti

interessi delle diverse forze politico-sociali, lascia poi il campo alla deprecata supplenza

giudiziaria prodotto della consapevole adozione di formule vaghe ed incerte, con la

conseguenza di trasferire sui giudici il peso delle scelte politico-criminali.

Ai frequenti naufragi del legislatore ha fatto da contrappunto un'estrema riluttanza della

corte costituzionale ad accogliere le eccezioni di legittimità fondate su un tale principio: ci

si è richiamati talora alla possibilità di rinvenire comunque un significato linguistico,

oppure al diritto vivente, ossia al riscontro di una giurisprudenza uniforme costante tale da

conferire alla norma un contenuto precettivo preciso: con ciò la corte da un lato evita di

spingersi nell'esame del testo legislativo, dall'altro perviene ad una ipervalutazione del

ruolo della giurisprudenza alla quale vengono attribuiti compiti e responsabilità

surrogatori. Esemplare la questione di legittimità sollevata sulle armi giocattolo (pg 168).

Peraltro a partire dagli anni 80 si registra una svolta di grande rilievo, con sentenze che

affrontano finalmente la questione: si tratta di decisioni che comunque sono fondate non

solo sulle esigenze di garanzia del principio ma sono sostenute altresì dal riscontro della

irragionevolezza della norma censurata: tra le pronunce della corte estremamente

rivelatrici di limiti riconosciuti al principio di tassatività merita la n. 34 del 6 febbraio

1995 la quale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art.7 bis c1 d.l. 30 dic 1989

n416 della parte in cui punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni uno straniero

destinatario di un provvedimento di espulsione che non si adopera per ottenere dalla

competente autorità diplomatica o consolare il rilascio del documento di viaggio

occorrente: la corte rileva l'indeterminatezza di quest'espressione che impedisce di stabilire

quando l'inerzia del soggetto raggiunga la soglia penalmente apprezzabile, ponendo il

destinatario nell'impossibilità di rendersi conto del comportamento doveroso e non

consentendo l'interprete di esprimere un giudizio di corrispondenza sorretto da un

fondamento controllabile.mi è come se la corte avesse detto: il grado di indeterminatezza

che vizia fattispecie non è controbilanciato dalla qualità dello scopo che il legislatore

tramite essa vuole raggiungere.

9.La perizia nel processo penale. La perizia criminologia

La crisi del tradizionale rapporto tra diritto e processo penale nasce da condizioni esterne

all'ordinamento giuridico: la fondamentale ineffettività della sanzione penale spinge le

aspettative di punizione nutrite dell'opinione pubblica e a trovare soddisfazione non più in

una sanzione inflitta a conclusione dell'iter processuale ma già nelle prime battute di tale

iter, magari già nel momento dell'invio delle informazioni di garanzia: il quadro empirico

sociale ha così come effetto di comprimere quel principio costituzionale che è la

presunzione di innocenza: stabiliscel’art.27 c.2 che l'imputato non è considerato

colpevole fino alla condanna definitiva.

Ben noto ai penalisti e il dibattito che lamenta la crescente processo di creazione del diritto

penale; connesso a questo e anche il più evidente scollamento tra tipicità e punibilità, non

privo di esiti anche sul piano della struttura del reato come si è visto a proposito delle

rilievo attribuito alla punibilità quale elemento del reato ulteriore successivo rispetto alle

componenti della tipicità, antigiuridicità e colpevolezza.

L’attenzione delle scienze giuridiche verso i dati empirici porta con sé un più stretto

coordinamento tra il momento sostanziale e processuale: se le scelte riguardanti la

formulazione delle norme penali devono rispecchiare una fenomenologia verificabile con

massimi di esperienza e le leggi scientifiche sul banco delle prove esperibili in giudizio,

ciò è destinata a riflettersi anche in sede di applicazione di tali norme. Una marcata

vicinanza tra momento sostanziale e processuale è caratteristica dei sistemi giuridici anglo-

americani.

Il problema della identificazione delle basi empirico-criminologica dei fatti di reato è

collegato a quello dei

mezzi probatori a disposizione del giudice per l'accertamento di tutti i requisiti necessari

ad reintegrare innanzitutto il tipo delittuoso ma anche le altre componenti del reato, ossia

l'antigiuridicità e la colpevolezza. Sfogliando la motivazione di una sentenza ci si accorge

di come la parte più cospicua sia costituita dalle questioni di fatto, in particolare dalle

considerazioni attinenti alla prova: la materia delle prove è appunto uno snodo fattuale

attraverso il quale anche il giurista più restio all'abbraccio della realtà empirica si trova

costretto a transitare per rendere evidente il diritto oggetto delle sue elaborazioni.

alle prove è dedicato l'intero libro terzo del codice di procedura penale il cui primo articolo

disciplina l'oggetto della prova: articolo 187 cpp:” sono oggetto di prova i fatti che si

riferiscono all'imputazione, alla punibilità e alla determinazione della pena o della misura

di sicurezza. Sono altresì oggetto di prova i fatti dei quali dipende l'applicazione di norme

processuali. Se vi è costituzione di parte civile, ha altresì il fatti inerenti alla responsabilità

civile derivante dal reato.

In sostanza dunque sono oggetto della prova i fatti, la dimostrazione dei quali a opera

delle parti o il loro accertamento da parte del giudice costituisce insieme il tema di fondo

del processo e il presupposto fattuale della decisione. Si rileva peraltro come il tema di

prova non sia costituito solo dai fatti principali enunciati nell'imputazione -modalità della

condotta, tipo di evento, rapporto di causalità, colpevolezza-, ma anche dai fatti secondari

da cui si può risalire a quelli oggetto dell'accusa; la verifica del tema della prova avviene

infatti attraverso l'elaborazione della prova diretta, quando oggetto della prova sono gli

elementi della fattispecie giudiziale ovvero della prova indiretta quando il tema è

costituito da circostanze indizianti da cui è possibile inferire il fatto contestato.

Accade, data la multiformità dei profili di fatto, che la necessità di trascendere le specifiche

competenze normative richieda l'ausilio di sapere esterni al diritto senza i quali il giurista si

troverebbe nell'impossibilità di comprendere tema di prova: per una tale evenienza è

previsto un tipo di prova, la perizia, disciplinata dal capo VI titolo II libroIII cpp(art.

220-233). da questo gruppo di norme e definito il grado di accettazione del processo

penale del contributo di un tecnico, il perito, munito di uno scibile non-giuridico, il quale

potrà assumere le feste del criminologo o di una figura dedita a discipline tradizionalmente

vicini alla criminologia, come la psicologia, la psichiatria o la medicina legale.

Di per sé vistosissima sottigliezza empirica del diritto, la perizia condiziona pesantemente

la stessa possibilità di identificare e rendere comunicanti con la sfera empirica

innumerevoli altre sottigliezze della crosta normativa.

Il ruolo assegnato alla perizia rispecchia la verità per cui la competenza esclusiva a

decidere sui limiti di ingresso del sapere scientifico del diritto penale spetta al giurista di

che costituisce un'altra barriera all'influenza delle scienze umane della prassi giuridica: e al

giudice che spetta, in virtù del principio del libero convincimento, nella veste di peritus

peritorum, la valutazione del risultato peritale, non senza un evidente stridore tra questa

libertà e quella mancanza di conoscenze tecniche che presupposto della perizia. Se si

potesse cristallizzare in una formula il livello di accettazione di siffatte discipline nel

momento attuale potremmo renderlo con la parola diffidenza: a ciò si può pervenire

attraverso un'analisi della norma fondamentale che pure recando la rubrica” oggetto della

perizia”, contiene la disciplina dei limiti di ammissibilità di questo mezzo di prova: Art.

220 cpp “ La perizia è ammessa quando occorre svolgere indagini o acquisire dati a

valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche. Salvo

quanto previsto ai fini dell'esecuzione della pena o della misura di sicurezza non sono

ammesse perizia per stabilire l'abitualità o la professionalità nel reato, la tendenza a

delinquere, il carattere e la personalità dell'imputato e in genere le qualità psichice.

indipendenti da cause patologiche”.

Rispetto al codice del 1988, il codice Rocco del 1930 prevedeva una facoltà e non un

obbligo del giudice di disporre la perizia; poi la legge 517 del 1955 introdusse la formula

il giudice dispone la perizia con ordinanza: interpretata come previsione di un obbligo.

Novità di rilievo e poi e il secondo comma dell'articolo 220 riguardante la perizia

criminologica : si aggiunge l'eccezione per quanto previsto ai fini dell'esecuzione della

pena o della misura di sicurezza. Si è rilevato come questo secondo comma presenti

un'ispirazione contraddittoria rispetto alle aperture di cui al primo comma del senso di

rendere non permeabili processo penale al contributo di scienze umane quali la

criminologia la psicologia l'antropologia criminale. esiste in sostanza una perplessità o

addirittura contrarietà a svolgere l'esame tecnico della personalità e dell'eventuale

pericolosità del soggetto, variamente motivata, tra l'altro in base alla dubbia scientificità

di tale tipo di indagine. Si ricorderà come l'ha presa d'atto della sostanziale fallimento della

collaborazione interdisciplinare tra diritto penale e criminologia sia stata ricondotta alla

sfiducia del giurista nella capacità delle scienze empirico-sociale a rispondere agli

interrogativi posti dalla scienza giuridica.

Le eccezioni all'inammissibilità della perizia criminologica lasciano aperta la possibilità di

tali indagini nella fase dell'esecuzione, là dove viene applicata la sanzione irrogata e

dunque si rivela utile contributo di particolari discipline anche alla luce della tendenza a

configurare una netta distinzione di due diverse fasi del processo penale di cui solo la

seconda, dell'esecuzione, dovrebbe dedicarsi alla determinazione concreta del trattamento

penale.

Il ruolo degli scienziati empirico-sociali della fase dell'esecuzione della pena può essere

ricostruito richiamandosi ad una serie di norme previste dall'ordinamento penitenziario e

dal relativo regolamento di esecuzione e in cui la necessità di intervento di esperti in varie

discipline è espressamente prevista o desumibile dal contenuto scientifico dell'attività da

svolgersi in ambito penitenziario: il trattamento penitenziario deve rispondere a particolari

bisogni della personalità di ciascun soggetto: nei confronti dei condannati e predisposta

all'osservazione scientifica della personalità per rilevare le carenze fisiche e psichiche e le

altre cause del disadattamento sociale. Per ogni condannato o internato, in base ai risultati

dell'osservazione, sono formulate indicazioni in merito al trattamento rieducativo da

effettuare; le indicazioni generali e particolari del trattamento sono inserite, unitamente ai

dati giudiziari, biografici, sanitari, nella cartella personale in cui sono successivamente

annotati gli sviluppi del trattamento praticato e i suoi risultati. Ai fini dell'osservazione si

provvede all'acquisizione di dati giudiziari e penitenziari, biologici, psicologici e sociali

e alla loro valutazione con riferimento al modo in cui il soggetto ha vissuto le sue

esperienze e alla sua attuale disponibilità ad usufruire degli interventi del trattamento. Per

lo svolgimento di attività di osservazione e di trattamento, l'amministrazione penitenziaria

può avvalersi di professionisti esperti in psicologia, servizio sociale, pedagogia,

psichiatria e criminologia clinica.

Oltre all'ambito della esecuzione della pena,1 vistosa eccezione alle restrizioni previste

dall'articolo 220 cpp è costituita dal vasto campo della giustizia minorile: si stabilisce che

del tribunale per i minorenni facciano passi oltre a due magistrati,2 cittadini,1 uomo d'una

donna, benemeriti dell'assistenza sociale scelti fra i cultori di biologia, psichiatria,

antropologia criminale, pedagogia, psicologia che abbiano compiuto il trentesimo anno di

età. Si prevedeva poi lo svolgimento di indagini sui precedenti personali e familiari

dell'imputato e la possibilità di assumere informazioni e sentire il parere di tecnici e

quando si tratta di determinare la personalità del minore : tale articolo è stato abrogato e

sostituito dall'articolo 9 del d.p.r. 448 del 1988 che dispone che il pubblico ministero e il

giudice acquisiscono elementi circa le condizioni e le risorse personali, familiari, sociali e

ambientali del minorenne per accertarne l'imputabilità e il grado di responsabilità, valutare

la rilevanza sociale del fatto, nonché disporre le adeguate misure penali; agli stessi fini il

pubblico ministero e il giudice possono sempre assumere informazioni da persone che

abbiano avuto rapporti con il minorenne e sentire il parere di esperti.

10.Le aree di collaborazione tra diritto penale e criminologia

Il diritto penale è caratterizzato da un livello assai differenziato di ricettività. Più stretto

e il legame con le basi empiriche delle figure di parte speciale, dei tipi criminosi. In Italia il

catalogo delle questioni al centro del dibattito scientifico e politico particolarmente

bisognoso della porta di sapere extra giuridici e sarebbe esteso, anche perché, per una

serie di motivi già messi in luce, maggiore è qui il ritardo con cui si è cominciato a pensare

di poter sciogliere certe asperità della dogmatica penalistica nella liquidità del empiria.

tra gli innumerevoli noti che vengono al pettine del teorico o pratico del diritto penale

possiamo soffermarci sulla questione della responsabilità penale delle persone

giuridiche: la questione se esse possano, al pari delle persone fisiche, rispondere

penalmente e risolta perlopiù in senso negativo nel nostro ordinamento, il quale avrebbe

fatto proprio il principio del societas delinquere non potest. Peraltro ci si interroga da

tempo su opzione diversa tale da offrire uno strumento più efficace nella lotta contro le più

gravi forme di criminalità economica.

Dalla consapevolezza del persistente contesto sotto culturale in cui il singolo, oggi

esclusivo destinatario della reazione punitiva, si trova inserito e condizionato, sorge la

sollecitazione a favorire l'emersione, nell'attribuzione dell'usabilità societaria, di quegli

aspetti di disvalore organizzativo che la dottrina tende ad evidenziare con sempre

maggiore consapevolezza e che possono essere ricondotti all'ente inteso come soggetto

unitario, dotato di una personalità propria che trascende le singole individualità; aspetti di

disvalore localizzati in quelle che vengono dette la filosofia d'impresa o anche la

colpevolezza organizzativa. È normale che le manifestazioni criminose all'interno dell'ente

si conformino a tendenze e obiettivi strategici determinati da soggetti che neppure

compaiano all'interno della compagine sociale e che comunque non sono sempre

identificabili come gruppo di potere. Le direttive di azione e i valori così elaborati

costituiscono indicazioni vincolanti per colui che deve agire per conto dell'ente.

L'organizzazione aziendale può presentare lacune tali da consentire, per omessa vigilanza

sugli strumenti dell'impresa o sull'operato dei dipendenti, che nei confronti di terzi estranei

agli interessi aziendali siano cagionati offese rispetto alle quali la noncuranza da parte del

singolo costituisce la coerente conseguenza di un complessivo atteggiamento di scarso

interesse per i profili della prevenzione dell'illecito.

PARTE SECONDA

IL CRIMINE

1.oggetto ed evoluzione della criminologia

1.La criminologia come scienza dell'uomo

si la definizione di criminologia assunta fin dall'inizio come ipotesi di lavoro: La

criminologia e l'insieme organico delle conoscenze empiriche sul crimine, sull'autore

dell'illecito, sulla condotta socialmente deviante e sul controllo di tale condotta.(Kaiser).

è una definizione completa nel cogliere l'oggetto, il campo di ricerca della criminologia,

non del tutto completa però laddove essa pone in secondo piano la vittima,1 componente

sempre più importante e nella cui insufficiente valorizzazione può riconoscersi uno degli

effetti negativi del mortale abbraccio che ha avvinto la scienza criminologica al diritto

penale: quest'ultimo infatti nasce con la neutralizzazione della vittima, ossia con

l'assunzione da parte dello Stato del monopolio della reazione alla reato.

La storia della criminologia è costellata di revirements con cui gli studiosi hanno dovuto

prendere atto dell'insufficiente approfondimento riservato a singoli temi. È ben noto come

la scoperta del crimine dei colletti bianchi abbia prodotto una rivoluzione copernicana

degli studi criminologi ci; uno stupore altrettanto contrito per il proprio ritardo ha accolto i

criminologi di fronte all'apparizione della criminalità colposa ed ambientale, politico-

amministrativa e dei potenti, nonché dell'abuso dell'infanzia. Anche in questi casi il deficit

e poteva essere ricondotto al vizio storico della ricerca empirica in campo criminale di

aspettare l'avanzare dell'apripista giuridico.

Riprendendo l'analisi della definizione assunta come ipotesi di partenza si può dire che la

domanda riguardante l'essere della criminologia dovrebbe trovare qualche risposta

interrogandosi anche sul agire di questa disciplina, ossia sulle modalità di scelta del

proprio oggetto di studio. Altrettanto eloquente il riscontro delle chiusure che lo studio ha

manifestato attraverso un'eccessiva convergenza di risorse scientifiche su singoli aspetti

del fenomeno criminoso a scapito di altri: emblematica la critica mossa a Lombroso di

occuparsi non del delinquente ma del corpo del delinquente.

Il fatto che una tale parziale di visuale sia stata addebitata a un ingente ritardo di

maturazione della scienza criminologica basterebbe a segnalare la profonda diversità di

questa disciplina rispetto alla scienza giuridica sulla cui selettività costruisce un dato

costante. L'oggetto dello studio della criminologia assume pertanto caratteristiche ben

distinte: più idonea a connotarne la diversità rispetto al diritto penale è la sua

qualificazione come scienza umana, nel senso che è destinata a confrontarsi con la

complessità dell'essere umano a autori di fatti criminali: La criminologia studia il crimine

come fatto umano. Per esempio dietro la formulazione della fattispecie di omicidio, art.

575 cp, “ chiunque cagioni la morte di un uomo punito con la reclusione non inferiore ad

anni 21”, si estende una variegata realtà umana e sociale, che la criminologia ha il

compito di scandagliare. La criminologia non potrebbe mai studiare il crimine

concentrando la propria attenzione solo su La condotta conforme ad una fattispecie astratta

di reato; sarebbe un lavoro a stelle e di incapace di investire davvero la complessità umana

del fenomeno criminale. Essa si pone soprattutto per una comprensione di tale fatto,

intendendo il complesso di attività di indagini dirette ad afferrarlo unitariamente nella sua

dimensione umana.

Il criminologo non potrà isolare la propria ricerca dagli apporti delle altre scienze umane;

la sua ricerca dovrà proiettarsi nella direzione della collaborazione con queste scienze: si

parla di giustapposizione dove studiosi appartenenti a discipline diverse si dedicano ai

mesi di un medesimo problema, con predisposizione da parte di ciascuno di ipotesi di

ricerca formulate secondo il campo di appartenenza, ma senza l'adozione di modalità

finalizzate all'interazione. Il coordinamento multidisciplinare e identificato dove vi sia

una pianificazione comune tra diversi studiosi dell'oggetto della ricerca; il problema

comune così definito viene diviso in sotto parti assegnate gli studiosi, che proprio ad

opera dello sforzo integrativo comune non appartengono più ai contesti teoretici d'origine:

il vantaggio di questo consiste nel fatto che le proposizioni di base vengono formulate in

base agli obiettivi specificati in comune. Il livello più elevato della integrazione

interdisciplinare vede infine non solo l'obiettivo della ricerca ma anche la sua

elaborazione e verifica empirica condotta simultaneamente e congiuntamente da tutti gli

studiosi: si giunge alla formulazione di proposizioni scientifiche e costituiscono un nuovo

sistema autonomo.

Oltre a questa che definiremo integrazione esterna, lo studio del fenomeno criminale

implica anche un'integrazione interna alla stessa criminologia, delle diverse componenti

di tale fenomeno. Ma vista la complessità dell'oggetto della scienza,1 certa selettività deve

essere conferita anche al campo di ricerca, con la conseguente necessità di dotarsi di

metro selettivo legato all'identità e agli scopi di questa ricerca: proprio l'acquisizione di un

tale metro sarà dedicato il resto di questo capitolo, dovendo esser scaturire da due

passaggi fondamentali: dal chiarimento delle articolazioni che l'oggetto di studio è venuto

manifestando lungo la storia di questa disciplina e dal chiarimento del rapporto con il

diritto penale,1 rapporto del tutto privilegiato.

2.Nascita ed evoluzione della criminologia moderna. Cesare Beccaria e la scuola

liberale-classica

Un dato di fondo riscontrabile nella storia della criminologia e la presenza di una

successione di fasi teoriche. Il riepilogo di questi passaggi attraversati dalla criminologia

può far luce sulle radici di punti di vista dai quali la visione del crimine risulta

condizionata e talora distorta: illuminante in proposito è un episodio raccontato da

Naucke, uno degli esponenti della scuola penalistica di Francoforte: nel 1976 giovane nei

locali del tribunale di Francoforte prese ostaggio due persone chiedendo un forte riscatto

per la loro liberazione; iniziò un lungo assedio da parte della polizia; la folla iniziò a

commentare la scena: tre opinioni cominciarono a farsi strada:

primo opinione: il reo è un uomo malvagio bisognerebbe subito sparargli un colpo

seconda opinione: è un povero disgraziato che si è rovinato la vita con le sue mani

terza opinione: è un uomo traviato dalla società; che aspettarsi di diverso in un mondo

dove l'unica cosa che conta è il denaro?

Queste tre spontanee esternazioni mettono in luce il collegamento tra la spiegazione del

reato e le reazioni che suscita. La primo opinione che il crimine secondo metro morale ed

invoca come reazione politico-criminale una pena retributiva. A seconda opinione

considera reato la conseguenza di fattori precisi che hanno svantaggiato il reo: come

reazione sociale e il crimine si suggeriscono interventi risocializzanti. La terza vede la

causa del reato nella avidità di denaro della società e si trova in difficoltà a concepire una

precisa reazione.

A ciascuno degli atteggiamenti fa riscontro una precisa visione politico-criminale, che

produce una criminologia corrispondente; criminologia che tenderà a rispecchiare, nella

maggiore o minore parzialità del campo visivo abbracciato, quella ben precise esclusione

di certi dati della reale rispetto ad altri.

Le considerazioni precedenti trovano esemplificazione nell'opera di Cesare Beccaria: Dei

delitti e delle pene ha segnato un atto di nascita della criminologia moderna: gli si

riconosce di aver contribuito a sottrarre il delinquente alla fama di degenerato e di reietto e

a far comprendere il problema sociale del crimine, ponendo le premesse per un serio

confronto scientifico: ha permesso a criminologia di superare l'ostacolo primordiale della

interpretazione in termini morali del proprio campo di ricerca, e di compiere il primo passo

verso una formulazione intellettuale oggettiva di tale campo. Ciò è avvenuto non

attraverso un'analisi diretta alla descrizione del crimine come entità empirica, ma trattando

di problemi politico-criminali e delle condizioni cui gli ordinamenti penali avrebbero

dovuto conformarsi:è da una siffatta proiezione verso la riforma del diritto penale,

improntata a una stretta a razionalità e concretezza non da un programma o da un

metodo criminologico, che il crimine ha cominciato a venire considerato in termini fattuale

ed oggettivi.

La figura di Cesare Beccaria viene associata al filone di pensiero che è la scuola liberale-

classica. Carrara, Romagnoli, Carmignani, Pellegrino Rossi, Pessina. Essa prende

ispirazione dal clima culturale dell'Illuminismo; si evoca la vasta gamma di principi

liberali che hanno contribuito a conferire agli ordinamenti penali la fisionomia odierna,

attenta ai diritti individuali, alla certezza del diritto e della legalità,all’extrema ratio, al

offensivi e la, proporzione colpevolezza: i cardini della scienza penale. In Italia non solo il

codice penale Zanardelli 1889, ma perfino il codice Rocco risentono dell'impronta liberale

lasciata dall'indirizzo liberale-classico.

Più che sui meriti penalisti ci di questi studiosi, il bilancio deve essere tracciato con

riguardo ai meriti o limiti più propriamente criminologici del loro operare. Nella visione

del mondo classica identifichiamo l'origine di quei principi di libertà; in essa campeggia

l'idea di un uomo dotato di libero arbitrio, capace di scegliere le proprie azioni fino al

punto di limitare la propria stessa libertà con un contratto sociale. Il delinquente potenziale

era visto come un individuo indipendente, razionale, in grado di soppesare le conseguenze

del reato e di calcolare cosa gli convenisse fare: i penalisti della scuola liberale proclamano

che i delinquenti dovrebbero essere puniti solo per ciò che hanno fatto, in base al diritto

penale vigente, e non per ciò che sono o che possono diventare. In questo enunciato si

compendia l'orizzonte del pensiero classico nelle sue grandezze e nelle sue miserie. Il

passo poi mette in evidenza la concentrazione esclusiva dei classici sul fatto criminale.

L'idea di una responsabilità penale per il fatto costituisce la matrice culturale da cui

discendono tutti gli altri principi liberali di garanzia; connessa a questa distinzione è anche

l'idea, di altissima civiltà, che l'individuo non sia pregiudicato da ciò che ha fatto; che egli

una volta pagato il debito, possa e debba trovare di nuovo il proprio posto nella

collettività.

C’è l'idea che chi delinquere non sia un diverso: da qui scaturisce una ospitata impronta

moralistica il cui correlato è una concezione retributiva: proprio dalla libertà di scegliere il

male nasce la possibilità di muovere un rimprovero, di formulare un giudizio di

colpevolezza, da retribuire con una sanzione penale: in questo quadro la pena è

retribuzione del fatto commesso colpevolmente. Anche se a Beccaria non è estranea

l'idea di una funzione preventiva della sanzione.

La centralità conferita al fatto di reato, ha come fatale ricaduta un restringimento di

prospettiva sulla realtà del crimine: l'indirizzo liberale prendeva poco in considerazione la

possibilità che il reato potesse essere condizionato socialmente o individualmente, con tutti

i gradi e le sfumature della responsabilità, nonché tutte le variazioni di trattamento che ciò

può implicare: rimane fuori la prospettiva del reo, i suoi condizionamenti individuali e

sociali e il ruolo che compete alle agenzie di controllo e alle mutevoli rappresentazioni di

valore della società.

La realtà penale dei classici è quella del processo di cognizione in cui si concentra il

rituale di accertamento delle responsabilità e di irrogazione della sanzione: sfugge la

possibilità di ricorrere a strumenti diversi rispetto alla pena e l'importanza del momento

dell'esecuzione ai fini della risocializzazione.

Resta fuori tutta la realtà empirica del crimine: ed è soprattutto ciò ad attirare gli strali di

uno dei maggiori criminologi inglesi del secolo, Leon RADZINOWICZ:” conforta

abilmente protetto dalla sua accurata formula giuridica e gli ignorò deliberatamente le

condizioni sociali, morali e penali che sono alla base della comprensione del reato del suo

controllo... il trionfo del classicismo era completo… agli studenti dell'Università di Pisa

consigliò di dedicarsi allo studio della procedura. Penale piuttosto che a quello del diritto

vero e proprio, perché in quest'ultimo campo ,disse,resta poco da aggiungere a quello che

già è stato fatto dai vostri padri. Le pagine della storia sono piene di simili compiacenti

presunzioni”.

Gli esponenti di questo filone sono stati paragonati a quello che in campo letterario è stato

chiamato grande stile epico, cui è caratteristica la capacità di ridurre il mondo

all'essenziale e di dominare la proliferazione del molteplice in una laconica unità di

significato.

3.la Scuola positiva

A colmare la lacuna principale del pensiero liberale-classico, ossia il disinteresse per ciò

che il delinquente è e sarà, per la sua condizione, per le cause del crimine, si dedica un

filone detto positivista o determinista, cui si deve il vero inizio della criminologia come

scienza autonoma. È anche noto esponente di tale indirizzo, Cesare Lombroso, cui viene

attribuita la paternità della criminologia moderna, cui l'atto di nascita fu la pubblicazione

nel 1876 della sua famosa opera su L’ uomo delinquente. Si tratta di un riconoscimento

sorprendente se si considera che non c'è nulla di questo libro che non sia stato falsificato o

in cui non si sia visto l'espressione dei pregiudizi del suo tempo, anche se una prospettiva

meno stereotipata permette di rilevarne tratti più complessi di quelli legati alla visione del

delinquente contraddistinto da naso schiacciato, barba rada, cranio deforme. Ben prima di

lombroso, le spiegazioni biologiche del comportamento umano in generale avevano

acquisito popolarità e diffusione. A speigare l'unanime tributo, potrebbe venire in

soccorso la definizione, come schiavo dei fatti, che Cesare Lombroso diede di se stesso:

è proprio l'attenzione alla realtà fattuale del crimine a ricevere un formidabile impulso:

secondo una formula nota, la scuola classica esorta gli uomini a studiare la giustizia; la

scuola positivista esorta a giustizia a studiare gli uomini.

La diversità degli indirizzi di pensiero all'interno della scuola, a seconda dell'elemento o

dell'aria di esperienza assunta come perno della propria visione del crimine e del criminale,

vede intonazioni di pensiero più modulate su componenti sociologiche o psicologiche: a

Ferri si deve il rilievo causale conferito all'interazione di un fascio di variabili fisiche,

individuali e sociali, a Raffaele Garofalo si deve una particolare attenzione per le

componenti psicologiche del criminale, anche se forse le sue caratteristiche più spiccate

sono riconducibili a una classificazione dei rei sulla base delle rispettive carenze nei

sentimenti di pietà e probità, nonché la vicinanza ad un darwinismo sociale che lo portava

a concepire ipotesi di eliminazione dei soggetti delinquenti incapaci secondo lui di

adattarsi alle esigenze della vita civilizzata.

In tutti gli esponenti della scuola, vi è l'intento di pervenire ad una spiegazione del crimine,

alla individuazione di quelle cause, neglette dai classici, che sono elevate a paradigma dai

positivisti: nelle cause del crimine si localizza un elemento che non può che coinvolgere

nella sua interezza la persona del criminale, segnato da patologie variamente caratterizzate

sul piano biologico, psicologico o sociali, ma comunque tale da farne un diverso rispetto

tutti gli altri appartenenti al corpo sociale. E’ l'opera delle Lombroso a fare dell'uomo

delinquente e il centro esclusivo ed ossessivo dell'attenzione scientifica: è il suo corpo a

venire fissato dallo spillo dei positivi dissi, ignari di quanto oltre il fascio di luce

concentrato sul tavolo anatomico, potesse celarsi di altrettanto rilevante per la genesi del

comportamento criminale.

Contro una tale impronta di anormalità, diversità, patologia sociale o individuale

interessa alla figura del criminale, si sono appuntate le fiere critiche di quegli studiosi che,

a cominciare da Edwin Sutherland, si sono imbattuti in una folla di autori di fatti criminali

del tutto normali, e anzi più normale degli altri, come nel caso dei colletti bianchi.

L’assunto del positivismo sociale, che identificava nella povertà la causa del crimine, è

parso poi falsificabile sulla base della realtà economico-sociale dei paesi occidentali

avanzati: “ l'istruzione è stata migliorata l'occupazione aumentata, gli stanziamenti

assistenziali accresciuti: eppure il crimine è aumentato “- Young.

In una fase tuttora molto estesa la criminologia ha visto crescere la sua pars destruens,

caricandosi di un tasso di criticità superiore a quello che caratterizza il dibattito presenti in

ogni altra scienza. La annosa crisi della criminologia clinica ha finito così per confluire in

una duratura crisi della criminologia tout court, rendendo più lancinanti disagi che questa

veniva incontrando. L'avversione diffusa verso il paradigma eziologico tradizionale, oltre

che a tradursi nella ricerca di nuovi paradigmi teorici, ha finito talvolta per coinvolgere il

tutto con la parte, assumendo i tratti di una totalizzante anticriminologia.

E’ vero che da vari anni si invocano un solo l'abolizione della criminologia ma anche

dello stesso diritto penale, che peraltro richiederebbe una previa abolizione della

criminalità. E l'abolizione della criminalità non è altro che un'utopia nel senso peggiore,

distante dalla realtà perché ignara di quanto profondo sia il fenomeno crimine.

Domina nei positivi se l'idea di una reazione difensiva della società, caratterizzata

dall'adozione di misure a carico del delinquente dettate non dalla gravità dell'atto compiuto,

ma dal di lui potenziale aggressivo individuale, e a volte a realizzare una gamma di

interventi, dalla cura alla in abilitazione fino alla permanente eliminazione del soggetto

criminale. Misure con cui si intendeva rispondere non al rimprovero penale, ma alla

pericolosità, ossia alla probabilità di recidiva nel delitto del delinquente. Queste

proiezioni politico-criminali hanno trovato espressione in un progetto di codice penale, il

progetto Ferri del 1921, e nel codice Rocco. In queste espressioni è difficile sottrarsi

all'impressione che si anni di un nocciolo violento e illiberale, nel disinteresse per i diritti

della persona: le prospettive di eliminazione del delinquente, l'avversione per ogni

limitazione della riscossa statuale al crimine basata sulla proporzione rispetto alla sua

gravità. Ma l'aggressione più grave all'individuo viene dallo zelo terapeutico perseguito

con la sanzione difensiva del corpo sociale tale da comportarne una durata potenzialmente

illimitata. Questa violenza del filone positivista potrebbe essere vista come benefica

levatrice della storia della criminologia.

4.Le nuove criminologia

E’ soprattutto contro la violenta presunzione di dare per prefissato il finalismo sociale e

convenzionale e inerente alla qualifica criminale, a essersi scagliato un filone del pensiero

criminologica efficacemente definito attraverso una serie di aggettivi ricorrenti: nuovo,

radicale, critico, reattivo: si parla di nuova criminologia, criminologia critica,

criminologia della reazione sociale o interazionistica, per riferirsi ad un gruppo variegato

di studiosi che possono ritenersi accomunati dal rifiuto della vecchia criminologia, presa

di mira per quello che c'è apparso come il vizio metodologico principe della scuola

positiva: l'accettazione acritica della definizione della reato e del reo ricevuta dall'apparato

del controllo sociale formale. Il criminologo clinico, analizzando solo persone selezionate

come delinquenti dalle istituzioni, utilizza i risultati delle sue ricerche per spiegare la

delinquenza in generale, commettendo l'errore di far coincidere la categoria delle persone

che hanno commesso un reato con la categoria delle persone definibili come criminali. Qui

hanno affondato la lama prospettive contraddistinte da una visione del crimine non come

un'entità a sé stante, ma come risultato finale di un processo sociale di interpretazione e

interazione messe in atto da una molteplicità di attori ed operazioni. Innegabile dunque che

il risveglio della coscienza critica sia stato preparato dal graduale emergere alla

consapevolezza della criminologia del problema della cifra a cura e dei meccanismi della

selezione criminale, destinato a rivelare l'arbitrarietà e l'ingiustizia alla base della

distribuzione sociale dello stile ma criminale tra i vari strati della società. Il ruolo di

catalizzatore di una nuova tale coscienza viene fatta risalire agli scritti del sociologo

criminale statunitense David Matza, che ha il merito di avere destato l'attenzione su alcune

manchevolezze della visione positivista, ritagliando di quelli che restano i tre assunti

fondamentali della criminologia critica:

-la necessità di anteporre all'azione criminale la considerazione della legge da cui tale

azione riceve la sua qualificazione

-il superamento dell'ingiustificato determinismo epistemologico, recuperando la visione

dell'uomo come libero di scegliere le proprie azioni

-la critica alla separazione tracciata dai positivisti tra soggetto criminale e soggetto

conforme alle regole sociali

L’attenzione di questi filoni si appunta sul dinamismo intermedio della criminalizzazione:

conseguente a una tale visione non può che essere un brusco spostamento del fuoco

dell'analisi criminologica, che abbandona il crimine e il criminale, per indirizzarsi alle

agenzie e a sistema di controllo sociale da cui dipende la costruzione di queste due

categorie e in cui si identifica il complesso delle condizioni di produzione sociale della

criminalità: e come se si fosse finalmente indotti a spostare lo sguardo a ritroso.

Alla visione di uno sterminato arcipelago teorico, il giurista potrebbe sentirlo riaffiorare

la sensazione di sgomento già avvertita al cospetto di un mondo empirico sempre riottoso

a farsi cingere da strette categorie concettuali.

L’istanza critica esprime un impulso verso l'integrazione in criminologia, nel duplice

significato sia di una maggiore coesione tra le discipline coinvolte sia sotto forma di un

allargamento della prospettiva criminologica tale da superare l'isolamento tradizionale del

crimine e del criminale, coinvolgendo nel suo inquadramento anche la dimensione

normativa: la concezione della condotta criminale come relazione sociale tra il soggetto

agente e i gruppi sociali, giuridici, statali e diventato uno dei punti nevralgici della

discussione di ricerche criminologiche.

Del italiana dove segnala una inversione rispetto ai tradizionali equilibri di forza delle

scienze criminali, con l'attribuzione alla criminologia di un ruolo di guida e controllo

sulle scienze giuridiche. Quanto all'integrazione perseguita da questi indirizzi di pensiero,

che mira ad immettere il crimine e il criminale in una più ampia rete di relazioni, esemplare

resta il modello inaugurato dalle teorie dell'etichettamento o labelling approach, cui si

attribuisce un effetto slavina, prodotto sulla discussione criminologica nei primi anni 60.

Queste teorie esibiscono piani di sovrapposizione con la criminologia critica a cominciare

dalla concezione secondo cui la criminalità non è una qualità intrinseca di un certo

comportamento ma si identifica con l'assunzione di un tale ruolo (role-talking), sociale,

attribuito attraverso un'etichetta mento da parte di un soggetto collettivo, a causa del

comportamento tenuto per libera scelta. Si ha anche cura di prendere atto dello scarto tra i

teorici dell'etichetta mento e dell'interazionismo da una parte, e l'approccio materialistico

alla questione criminale proprio dei critici, dall'altro. Si è posta l'esigenza di oltrepassare la

fase del mero riscontro di un rapporto tra criminalità e reazione da parte delle agenzie di

controllo, dovendosi approdare anche all'individuazione di un collegamento sistematico tra

questi due elementi, problema non è risolvibile senza analizzare strutture, processi,

istituzioni e meccanismi del diritto, del potere e del dominio nella società e nelle connesse

istituzioni politiche statali: ne è scaturita a una più articolata caratterizzazione della

criminologia critica in termini politici e di concezione dello Stato che ha trovato

espressione in due versioni note come la criminologia del conflitto e la criminologia

marxista tra loro strettamente correlate.

Il termine conflitto riveste una spiccata centralità nell'odierno dibattito, fra le sue più

recente acquisizione va ricordato un filone di criminologia femminista. Si può fin d'ora

osservare come per criminologia del conflitto si intenda un insieme di orientamenti che

avvertono fortemente la consapevolezza degli squilibrati rapporti di potere esistenti nella

società e dunque concentrare il fuoco dell'analisi sulle lotte tra gruppi e /o individui; a

questi orientamenti è comune la versione rispetto alle visioni consensuali: si respinge

l'idea che nella società vi sia una condivisione di valori fondamentali. Se lo stesso

Sutherland insieme a Sellin, può essere annoverato tra gli anticipatori delle teorie

conflittuali, esponenti a pieno titolo ne sono considerati noti studiosi come Chambliss,

Turk e Quinney, oltre che ad un folto gruppo di criminologi inglesi sotto l'insegna della

nuova criminologia. Sono teorici che accentuano la revisione dell'ordinamento giuridico

come strumento e risultato della dominio di una classe sociale sulle altre: la stessa

criminalizzazione appare indirizzata a colpire gli appartenenti a gruppi favoriti nella lotta

per il potere, come mezzo per mantenere e consolidare gli equilibri sociali esistenti. Di

particolare interesse le riflessioni dedicate al ruolo svolto dagli apparati burocratici e

dunque dai comportamenti delle organizzazioni da cui dipende l'applicazione di norme che

subiscono una sorta di spostamento o sostituzione degli obiettivi ad essi propri:” La

caratteristica di de il comportamento delle organizzazioni e che essi adottano politiche

dirette a massimizzare i vantaggi e minimizzare gli sforzi: questo principio di minor

resistenza se riflettere il fatto che le persone arrestate e condannate sono quelle che

offrirebbero meno vantaggi qualora le leggi non fossero applicate nei loro confronti e

che possono essere perseguite senza eccessivo sforzo”. Rimane decisivo il ruolo degli

equilibri di potere. Si è rilevato che gli apparati statali di giustizia penale siano inclini ad

impostar a rapporto di collaborazione con queste forme di criminalità, proprio per l'aiuto

che esse possono offrire alla giustizia grazie alle informazioni di cui sono in possesso. La

profonda penetrazione nella società del crimine organizzato sarebbe impossibile senza la

cooperazione del sistema legale. (Chambliss).

Insufficiente è apparsa in dottrina la prospettiva centrata sul conflitto ove assunta con

l'universale chiave di lettura della criminalizzazione: tra i suoi e limiti si è identificata

l'incapacità di esprimere strategie in grado di indirizzare la regolazione e risoluzione dei

conflitti sociali anche tenendo conto degli interessi di una vittima che in questa prospettiva

resta abbandonata a se stessa.

Perlatro il suo merito è stato almeno quello di aver prodotto un allargamento di

prospettiva,1 cresciuta sensibilità per problemi trascurati precedentemente.

La visione conflittuale può vedersi accreditato lo stabile ruolo di criterio per la

classificazione e comprensione delle diverse tipologie di reato, proprio sulla base di una

diversa convergenza del consenso sociale sulla norma violata: accanto ad un ristretto

novero di crimini gravi, consensuali, la realtà dei diritti penali moderni può esibire un

ampio corredo di comportamenti delinquenziali e relativamente ai quali il giudizio sociale e

frammentato e diviso: tra essi non soltanto i reati bagatellari, ma anche l'ipotesi delittuose

come l'interruzione della gravidanza, l'evasione fiscale o l'apologia dei diritti per i quali

non di rado l'atteggiamento conflittuale del corpo sociale trova rispecchiamento in

frammentati orientamenti giurisprudenziali.

Fittamente intrecciata con la criminologia conflittuale e la criminologia marxista: una

versione del pensiero critico caratterizzata da una riflessione sui temi economici, ma anche

dall'obiettivo di elaborare una teoria del diritto e dello Stato sviluppata solo in modo

sporadico dagli stessi esponenti del marxismo classico. Nonostante Marx avesse ben

poco da dire sul crimine, e criminologi vi si richiamano grazie ad una certa sensibilità per i

temi del conflitto e della reazione sociale: l'acuirsi del conflitto di interessi tre gruppi

sociali per effetto dell'ineguale distribuzione di risorse; la percezione della illegittimità

delle regole alla base di una tale distribuzione da parte delle classi sfavorite; la tendenza di

questi ad organizzarsi per reagire alla diseguaglianza; il collegamento tra ingiustizia sociale

e capitalismo.

Interesse merita un brano marziano dedicato alle varie forme di produttività del

delinquente:” un filosofo produce idee,1 poeta poesie... il delinquente non produce

soltanto delitti, ma anche il diritto penale... il delinquente produce tutto alla polizia e della

giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati, e tutte quelle differenti branche di

attività che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro... non produce

solo manuale di diritto criminale, codici, legislatori penali, ma anche arte, dalla letteratura,

romanzi... egli preserva questa vita dalla stagnazione, sprona le forze produttive...”

Questo filone mira ad inquadrare il problema della criminalità nel più ampio contesto

dell'analisi sociale, sviluppando però in particolare l'assunto di base del pensiero

marziano che identifica nel sistema capitalistico la principale fonte di diseguaglianza

sociale: la criminalità è vista come il prodotto di un sistema di privilegi: sarà quest'ultimo e

non il criminale a dover essere reso inoffensivo. Tra i molti rilievi mossi a questa

prospettiva si ricordano: la disattenzione che manifesta per una vittima che appartiene alla

medesima classe sociale spesso dell'autore del reato; la semplicistica riduzione dei conflitti

di interessi presenti nella società alla sola contrapposizione tra lavoratori e capitalisti; un

certo idealismo inerente all'inquadramento del criminale come ribelle, intendendo per

romantico quell'atteggiamento di chi ha identificato nel deviante sempre un soggetto

politico, e nell'atto deviante sempre una condotta che si pone contro l'ordine costituito.

Ogni prospettiva di spiegazione del crimine trova sbocco in una visione politico-criminale

che però stenta ad emergere dalle teorizzazioni delle nuove criminologie. La difficoltà

nasce dal fatto che in esse si riscontra una espulsione del criminale dall’analisi

criminoogica, un rifiuto di usarlo come strumento concettuale: gli sviluppi indirizzati

verso un cambiamento della realtà del controllo penale non sfociano in misure capaci di

colpire quel bersaglio criminale che l’analisi criminologia abbia messo a fuoco: è

l’esistenza stesa di un tale bersaglio a venire messa in dubbio: come se fosse una sagoma

dipinta sul mirino dell’arma penale, da cui il tiratore avrà solevato lo sguardo per volgersi

al mondo e smascherarne la natura di illusorio simulacro: lo sviluppo della metafora

prevede che sia l’arma stessa del controllo penale ad essere gettata via, per la

deformazione della realtà che produce: allora l’esito è quello abolizionista che evoca

l’aspirazione a sbarazzarsi del sistema penale percepito come costitutivo della realtà del

crimine. Vi sono di esso sfumature: abolizionismo penale radicale( abolizione in toto

della giustizia penale), istituzionale (che si concentra su istituzioni totali come carcere), e

il riduzionismo , dal quale a ben vedere, pochi non condividerebbero, per la presa di

distanze dal sistema vigente della giusitizia penale (ispirazione a riduzione della pena ad

estrema ratio).

All’abolizionismo radicale si è obiettato che dovrebbero quanto meno essere preceduto

dall’abolizione della criminalità. E’ all’interno della stessa criminologia critica che

recenti sviluppi vedono profilarsi una marcata contrapposizione rispetto agli idealismi

(idealismo= idea secondo cui la struttura della coscienza e l’orientamento delle condotte

derivano dallo Stato, le istituzioni, le idee che essi esprimono), da essa mesi in

luce.Caratteristica dell’idealismo di sinistra è la priorità conferita alle amministrazioni

piuttosto che alle strutture sociali in cui gli individui sono inseriti: lo studente rende poco

per colpa della scuola non per la sua estrazione sociale, l’infermità mentale è causata dagli

ospedali psichiatrici e non dalla vita esterna.

Questo attacco è portato dal cosiddetto realismo di sinistra:in indirizzo britannico

sensibile alle influenze del labelling approach sviluppatosi negli anni ottanta. Esso

rivendica caratteri distinti rispetto agli altri 3 filoni ritenuti predominanti nella criminologia

dell’ultimo decennio:

realismo di destra:le possibilità di intervento sul problema criminale sono marginali,

anche se un ruolo decisivo è conferito ad un attività di polizia e ad una politica finalizzata

ad affermare l’ordine nelle strade piuttosto che attaccare frontalmente la criminalità

(antanato =neopositivismo)

la nuova criminologia amministrativa:idea di razionalità limitata che tiene conto della

ridotta capacità di individui di acquisire ed elaborare informazioni: le decisioni sono

adottate su base di cognizioni standardizzate che risultano economiche perché esonerano

dalla necessità di analizzare ogni singola situazione (antenato= teorie del controllo)

l’idealismo di sinistra (antenato= labeling approach)

Essi sono accomunati dal tentativo di risolvere il problema eziologico penale, il

minimizzare il ruolo della polizia dando impo ai sistemi di controllo sociale informale, il

rifiutare la concezione classica e positivista.

Il realismo di sinistra è mosso dall’esigenza di riflettere sulla realtà della criminalità, le sue

origini, natura,impatto e fornire risposte ai problemi della criminalità e del controllo

penale: vi è il recupero della realtà del crimine e dei suoi effetti sulla vittima. I realisti

vogliono mettere insieme tutti gli aspetti del crimine, privilegiando la sintesi. Essi

rivendicano una continuità con enunciati della new criminology. C’è anche un recupero

della ricerca delle cause, che pone al centro l’idea della disuguaglianza sociale, presentata

nelle vesti della deprivazione relativa.

Secondo Ceretti causa della criminalità è il discontent( malcontento).

La deprivazione relativa è un ritrovato teorico che ha cura di precisare come tale causa

del crimine sia riscontrabile ovunque, ossia a prescindere dai livelli di benessere.

L’attenzione al contesto sociale e il rifiuto di un determinismo meccanicistico.

Anche gli esiti politico-criminali del filone realista si iscrivono in un idea di controllo

sociale che non trascende i canoni della criminologia tradizionale e si concreta in un

programma volto a demarginalizzare, prevenire e ricorrer solo eccezionalmente al

carcere. Ci si muove sui binari dell’idea di prevenzione e estrema ratio, inseriti in una

consapevole cornice di comprensione del crimine come fenomeno complesso.

L’interesse per la prospettiva realista (cmq nihil novi sub sole), si localizza nel metodo ,

nell’invito a prendere sul serio il problema criminale, cercando di conferire priorità

all’eliminazione delle cause rispetto alle iniziative dopo la sua realizzazione. Non nuova

l’insistenza sulle misure alternative, non desocializzanti, e su iniziative di controllo del

crimine in grado di coinvolgere la comunità (il neighbourhood watching). Gioca anche

qui la consapevolezza del legame tra crimine e politica, chiaro retaggio della nuova

criminologia: è la politica a determinare le condizioni sociali che causano il crimine.

La prospettiva critica ha contribuito indubbiamente al progresso registrato dalla

criminologia in anni recenti, sotto forma di un ampliamento rilevante del suo oggetto,

esteso ormai ad abbracciare e entità che la stessa tradizione positivista aveva pressoché

negletto- la vittima, la polizia, la magistratura ecc.-. Oltre che sulla quantità l'apporto della

nuova criminologia ha influito anche sulla complessiva criticità nella criminologia tout

court, non più disposta a prendere per buono il prodotto finale dell'operazione delle

agenzie di controllo. Nel dinamico concetto di criminalizzazione e non in quello, pre-dato

di crimine, si era avvisata un'appropriata struttura concettuale entro cui raccogliere la

costellazione di pratiche sociali che formano l'oggetto degli studi criminologici, giuridico

penale e politico-criminali.

5.La scoperta della vittima

Il tragitto compiuto dalla criminologia verso l'appropriazione di nuovi territori conoscitivi,

dopo il crimine, il reo, e il controllo sociale sembra aver trovato il suo culmine nella

scoperta della vittima. Vi hanno contribuito il filone Interazionista, la criminologia critica e

i realisti: lo sviluppo di una vittimologia è visto come requisito essenziale per accedere

alla realtà di quel crimine che trova nella diade reo-vittima la sua componente più

caratteristica. Non si può nascondere la presa d'atto della sua estraneità agli orizzonti

della ricerca criminologica del passato: la protratta cecità nei confronti di tale figura è

l'ennesimo frutto dell'antico ma male criminologico del pensare per autori, retaggio della

ancillarità nei confronti di un diritto penale segnato dalla vocazione a ricercare sempre il

colpevole.

Emblematica del ruolo limitato della vittima è la causa di giustificazione della legittima

difesa, art.52 cp, la vittima aggredita è comunque incatenata a limiti ben precisi: l'attualità

del pericolo, l'ingiustizia dell'offesa, la necessità della difesa, la proporzione tra difesa e

offesa. Paradossalmente la stessa idea di prevenzione ha dato un contributo all'esclusione

della vittima: un diritto penale o orientato alla prevenzione guarda al futuro e si interroga

sulle possibilità di rieducare questo condannato, la lesione alla vittima non è più il

fondamento della conseguenza penale, ma esclusivamente un indicatore per valutare la

probabilità di future lesioni: si vede la vittima dal punto di vista della profilassi, esse si

limita ad allertare con mezzi specialistici le vittime particolarmente vulnerabili.

L’attenzione verso la vittima è stata definitivamente favorita dalla sempre più avvertibile

invocazione della legge e dell'ordine: il diritto ha contribuito a risvegliare la criminologia

ma lo ha fatto assumendo le sue sembianze più oscure: trascinandosi dietro il vecchio

corredo di cascami retributivi, rinverditi dalle paure dei cittadini per la loro sicurezza

derivanti dalla crescita esponenziale dei tassi di criminalità. Il manifestarsi di un interesse

per la vittima generalizzato è stato in grado di annullare decenni di sforzi per un diritto

penale e equilibrato il limitato.

In gran parte dei testi di criminologia, i capitoli dedicati alla vittima sono corredati dalla

individuazione di gruppi sociali caratterizzate da particolari condizioni di vulnerabilità, a

causa di una posizione particolarmente debole sul piano sociale e giudiziario e dalla scarsa

possibilità di denunciare il reato e di far emergere il problema: categorie svantaggiate sono

donne, bambini, anziani e minoranze etniche. Alla scoperta della prima categoria

hanno contribuito il movimento e la stessa criminologia femminista. L’emersione

dell'abuso dell'infanzia è una delle più spettacolari novità dello studio empirico di questi

ultimi anni. Quali che ne siano le cause si prende atto di un'evoluzione che ha ormai

colmato le lacune del passato e ha immesso la vittima nel campo di studio della

criminologia. Ancor più tangibile segno né l'esistenza di un'aria di studio chiamata.

Vittimologia, (Wertham, 1949), che gode ormai di grande rilievo scientifico.

Nonostante ciò lo stesso concetto di vittima resta indefinito della sua utilità dubbia anche

per l'uso incontrollato che ne viene fatto negli ambienti più disparati. Indicativo della

labilità di confini di questo termine è il confronto con le nozioni della scienza giuridica:

soggetto passivo del reato: il titolare del bene protetto dalla singola fattispecie

incriminatrice di parte speciale

persona offesa: ha portata più ampia di soggetto passivo, come dimostra la querela che

viene talora attribuita a soggetti che non sono titolari del bene giuridico offeso dal reato e

la legittimazione degli enti esponenziali ai quali sono state riconosciute finalità di tutela

degli interessi lesi dal reato ad esercitare i diritti attribuiti alla persona offesa dal reato

danneggiato dalle reato: l'articolo 185 del codice penale recita che ogni reato che abbia

cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e

le persone che debbono rispondere per il fatto di lui, a norma delle leggi civili. Viene così

identificato il danno civile risarcibile derivante dal reato che non sempre coincide con il

danno criminale.

Altrettanto diversificato si presenta il novero di istituti del diritto penale o processuale

penale che attribuiscono un rilievo al comportamento della vittima: la circostanza

attenuante comune della provocazione, l'istituto della querela, la scriminante del consenso

dell'avente diritto, il riconoscimento di diritti e facoltà oltre alla parte civile, alla persona

offesa dal reato e la inammissibilità di domande sulla vita privata o sulla sessualità della

persona offesa se non sono necessari alla ricostruzione del fatto. In generale la persona

offesa ha visto la propria posizione processuale rafforzata dopo l'entrata in vigore del

nuovo codice del 1988, con vari diritti quali quello di presentare memoria e d'indicare

elementi di prova, di nominare un difensore vede un consulente tecnico, non che è

chiedere la prosecuzione delle indagini opponendosi alla richiesta di archiviazione

avanzata dal pubblico ministero.

Esistono molti concetti la cui applicazione alla realtà esigono da parte del giudice una

verifica della condotta o della volontà di chi ha subito l'azione del reo: da segnalare le

disposizioni con cui sono stati introdotti programmi di aiuto e assistenza alle vittime e

classificabile secondo tra fondamentale tipologie: programmi per fronteggiare situazioni di

difficoltà in cui la vittima viene a trovarsi subito dopo il reato, programmi di assistenza

alla vittima nell'ambito della giustizia penale e programmi che prevedono forme di

risarcimento economico.

Uno dei maggiori inconvenienti dell'uso indiscriminato del concetto in esame nelle scienze

sociali è stato identificato nell'effetto di perpetuare lo stereotipo popolare che vede il reo

della vittima diversi come il cielo della notte: chi è stato oggi la vittima potrà essere

domani il reo e viceversa. La prima spinta allo studio sistematico della materia della

vittima si deve a Von Henting che propugnava una prospettiva orientata a dedicarsi alla

complessiva diade criminale-Vichy ma: questa tesi è risultata alla fine affine almeno in

parte a quella della nuova criminologia: alla rifiuto della visione positivista del criminale

come diverso. Ma mentre la preoccupazione dei teorici critici era quella di ridurre la

distanza del reo dalla resto della società, l'intento di Von Henting è stato quello di

ricongiungere il reo alla sua vittima portando allo scoperto la rete di relazioni che

avvincono questi due protagonisti. Ciò è avvenuto segnalando un ampio numero di casi

caratterizzati da una reale reciprocità nel rapporto tra reo e vittima; la quale è stata

presentata come una figura che non di rado costituisce uno dei fattori causali del crimine.

Emblematica di una riscoperta confusione di ruoli è l'asserzione secondo cui un soggetto

può diventare criminale lo vittima a seconda delle circostanze, può essere criminale è poi

vittima e viceversa, può essere nello stesso tempo criminale e vittima.

Interessante risulta un'analisi scientifica dei processi di vittimizzazione, ossia delle

situazioni sociali che portano gli individui a divenire vittime del crimine; l'analisi è

sviluppata attraverso una serie di ricerche empiriche, le più nate delle quale si sono

dedicata all'approfondimento delle situazioni in cui la vittima precipita direttamente,

positivamente il crimine. Ricerche peraltro assai discutibili soprattutto per talune

intonazioni ideologiche soprattutto nel campo dei reati sessuali dove la vena moralistica di

colpevolezza azione della vittima finiva per avallare la tesi che le vittime di aggressioni

sessuali dovrebbero rimproverare solo se stesse per essersi avventurato di notte in strade

poco illuminate.

Ben più rilevante e confermato è il dato che segnala una certa comunanza di

caratteristiche tra la popolazione dei criminali è quella delle vittime ciò costituisce il

semplice correlato di una conoscenza acquisita cioè che la maggior parte dei crimini è

commessa da e contro soggetti che hanno una conoscenza reciproca e che frequentando il

medesimo ambiente si troveranno anche a condividerne molte delle caratteristiche.

Tra i canti di studio vittimologico si annoverano: le caratteristiche delle vittime e il rischio

di vittimizzazione, i meccanismi di vitt., i rapporti tra la vittima è il colpevole, i danni

derivanti dal reato, la prevenzione del crimine dal punto di vista della vittima, l'influsso

della società sui processi di vitt, l'analisi di specifiche situazioni vittimologiche, e

particolarmente rilevante è il settore delle indagini di vittimizzazione che sono state

impiegate per ricostruire la realtà del crimine, ma anche delle stesse ricerche di

autoconfessione; si tratta di metodi che hanno esteso la loro portata al di là della mera

tecnica di rilevamento quantitativo dei tassi reali di criminalità, per investire temi più

articolati quali la paura del crimine e i fattori influenti sulla disponibilità alla denuncia dei

reati.

Nella classificazione delle ricerche sulla vittima ci si è richiamati alla distinzione tra micro

e macrovittimologia. Mentre quella prima accezione ci si riferisce agli studi rivolti alla

vittima individuale, con la seconda si intende il volume della vittimizzazione volta di

identificare la popolazione delle vittime e ad accertare le caratteristiche socio-demografiche

di questa.

Le indagini di vittimizzazione offrono dati aggregati che tendano ad attenuare l'entità di

quella grandezza-l'impatto o effetto del crimine-alla cui determinazione è dedita alla

ricerca vittimologica: le conseguenze del reato per le vittime appaiono ridotte per una serie

di vizi metodologici non riscontrati in più limitate ricerche qualitative che concentrandosi

su particolari categorie di vittime hanno messo in luce i forti disagi conseguenti ai reati.

Un settore che ha registrato uno sviluppo cospicuo da quello dedicato alla vittimizzazione

secondaria, con cui si intende il complesso di effetti pregiudizievoli prodotti sulla vittima

dallo stesso controllo sociale formale: nel processo penale ad esempio la vittima oltre ad

essere relegata ad un ruolo marginale e spesso in una posizione più disagevole di quella

dell'imputato..

In ambito penalistico molti dei problemi che la criminologia addensa attorno alla figura

umana della vittima ricadano nella visuale del bene giuridico, della offensivi tra e tutto al

più della dannosità sociale dei reati: una prospettiva avvertita dai criminologi come troppo

stretta. Ma criminologia da un tale confronto potrebbe essere indotta ad interrogarsi sulla

possibilità di dare ingresso anche ad entità più collettive ed impersonali come la società, lo

Stato, l'economia, l'ambiente ecc..

Numerosi altri impulsi di approfondimento venuti alla materia penale dallo studio

etimologico hanno coinvolto soprattutto la vasta area delle alternative alla sanzione

penale, spesso pensate nei termini di una risoluzione alternativa del conflitto tra colpevole

e vittima. Su questo largo tronco si sono innestati i rami più specifici quali il risarcimento

del danno, la mediazione.

6.Verso una criminologia umana

La prospettiva vittimologica ha condotto ad un ampliamento del campo di conoscenza

criminologico, imprimendo una visione dinamica ed interattiva del crimine; ha rimarcato

l'esigenza di analizzare il crimine come una forma di interazione sociale che scaturisce da

specifici contesti sociali in cui la distinzione tra delinquente e vittima non è sempre

concettualmente utile.

Ci piace riconoscere i tratti di una criminologia umana, con i molti significati che il

termine umano applicato ad una scienza può evocare: dapprima nel senso di una

prospettiva umanistica e non nichilistica, che non si arroga di dare per morto alcuno dei

principali luoghi teorici in cui la criminologia si è attardata nel suo passato, e poi nel senso

di porre ad oggetto della ricerca empirica realtà umana del crimine, caratterizzata da un

irriducibile dinamismo, impossibile da abbracciare e comprendere se non attraverso uno

sforzo di integrazione di tutte le sue essenziale componenti.

Alla definizione della criminologia ha assunto inizialmente, aggiungiamo l'inquadramento

dei diversi oggetti dello studio impiego in una prospettiva integrata, ritenuta la sola

idonea a propiziare una comprensione umana: l'esigenza di integrazione trova

corrispondenza anche in una specifica chiave di lettura di quel fenomeno e sceglie di

assumere come baricentro la visione del crimine come entità mobile, in quanto umana,

posta al centro di un campo di forze costruttive e di immobilizzanti generate prima che

dalla violenza teorica dei criminologi, dalla realtà normativa e sociale interna ed esterna al

soggetto criminale.

Umano è prima di tutto lo studio criminologico intenzionato a preservare l'umanità del

crimine dalle riduzioni perpetrate Dalla giustizia penale.questa fondamentale prospettiva

della visione umana del crimine porta una carica critica nei confronti del diritto penale

vigente, fondata sulla considerazione della caratterizzazione di quest'ultimo in ragione

della sanzione di cui si avvale per conseguire i suoi scopi di tutela dei beni giuridici. Una

sanzione estrema la cui violenza di arma a doppio taglio non ha eguali tra gli strumenti di

controllo sociale. La stessa ammissibilità di illeciti penali presuppone l'esistenza di

comportamenti in relazione ai quali può e deve valere la pena di sacrificare prerogative

umane tanti importanti ed essenziali: dovrà trattarsi di comportamenti altrettanto violenti

della reazione punitiva per essi prevista. Questo è il volto che il reato dovrebbe assumere

alla luce di una visione criminologica che, in quanto umana dovrà censire e criticare ogni

di scostarsi o deviare dei diritti penali esistenti da tali stretti limiti di umanità. Anche in

questo senso può leggersi il pensiero liberale del bene giuridico come limite delle scelte

del legislatore (pg 146).

Inoltre un'umana vuole definirsi una disciplina la cui vocazione sia quella di porre al

centro della sua analisi tutti i disumani meccanismi di immobilizzazione della realtà umana

messi in atto dal controllo e dalla reazione sociale alle crimine. Ma oltre alla reazione al

crimine, anche il crimine può essere interpretato come scelta adottata per risolvere un

problema di adattamento alla mutabilità della realtà sociale come espressione di un istinto

di sopravvivenza.

L’atto criminale proprio in quanto vissuto da chi lo pone in essere come soluzione al

problema della incertezza e delle insicurezza, come strada praticabile verso la

sopravvivenza e l'identità, può esprimere la disumanità del reo: ciò nel senso che solo una

percezione del sè come immobile ed immutabile, come semplice può illudere che la

violenta riduzione che il crimine esprime e produce possa rendere sicuri nel proprio se.

L'idea secondo cui quanto si fa agli altri lo si fa sempre anche se stessi, diviene qui in

metro di comprensione della realtà criminale, esprimendo un'idea di reversibilità delle

reazioni causali: negli effetti del crimine si possono vedere rispecchiate anche le sue cause

e nelle cause gli effetti disumani che esso produce. Il crimine diventa rivelazione della

moderna contraddizione tra un apparato culturale che sollecita a farsi in identità e il fatto

che avere un'identità fondata e resistente per tutta la vita, si rileva un handicap piuttosto

che un vantaggio perché limita la possibilità di controllare il proprio percorso esistenziale:

in questa visuale il colpevole appare come un soggetto intento, con il suo atto,

all'annullamento di una vittima la quale, al pari dello straniero nelle società moderne con la

sua presenza minaccia di opacizzare l'illusoria salvezza della sua disumana identità.

La necessità di allargare al contesto sociale il campo di indagine dovrebbe indurre ad

approfondire le condizioni individuali, familiari e socio culturali che possono aver

propiziato la scelta della soluzione criminale. Si è rilevato come tra i fattori alla base della

moderna esplosione quantitativa del crimine e della emersione dei fenomeni di criminalità

di massa,1 ruolo non secondario completa ai rivoluzionari influssi del progresso

tecnologico sui tradizionali rapporti tra colpevole e vittima, con la perdita di identità della

vittima che esso ha contribuito a produrre: quanto maggiore è la lontananza della vittima

dal fatto materiale e quanto più elevata è la sua astrazione, tanto minori sono i

condizionamenti che giocano a favore dell'osservanza della norma: il progresso

tecnologico invece agevola la trasgressione. Ne deriva che perdendo la vittima un'identità,

l'autore stesso stenta a riconoscersi come tale, ecco perché il criminali di massa non si

ritiene affatto criminale.

Se l'atto criminale può dunque considerarsi come atto di negazione della libertà di sé e

dell'altro,1 criminologia umana dovrebbe interrogarsi sulle condizioni che possono

sospingere verso questa negazione.

La concretizzazione del bene aggredito dall'atto criminale in cui può consistere l'apporto di

comprensione di una criminologia umana alla politica criminale, induce ad interrogarsi

sulle reali inadempienze sociali nell'assicurare le condizioni grazie alle quali la libertà di

ciascuno possa dirsi garantita ed assicurata dagli sforzi congiunti di tutti. La stessa

comprensione del crimine propria di una criminologia umana non può escludere la

possibilità che certe forme di criminalità esprimano una ribellione umana,1 rivendicazione

di libertà nei confronti dell'assetto giuridico-sociale esistente. Si deve ammettere come

l'ingiustizia sociale possa talora concorrere alla spiegazione del crimine perfino nei più

democratici dei sistemi giuridici, dove pure può prospettarsi la criminalizzazione di fatti in

ragione della loro attitudine a minacciare i privilegi dei tenuti da ristretti gruppi politici o

sociali.

7.La molecola criminale

Crimine, reo, vittima, controllo e condizioni sociali: queste le polarità atti a definire il

fenomeno criminale in tutta la sua sostanza umana e sociale. Un'immagine grafica e viene

in soccorso per rappresentare il fenomeno criminale è quella della molecola criminale,1

aggregato la cui struttura appariranno non molto diversa da quella di una sostanza

esistente in natura, composte di atomi tenuti assieme da legami chimici di origine

elettronica.

Immagini pag. 288 e 289. Osservando dapprima staticamente La molecola criminale di

possiamo riconoscere, come componenti atomiche, le diverse entità che abbiamo visto

comporre la realtà criminale: C crimine, R reo, V vittima, A agenzie di controllo. Nella

molecola di è la rappresentazione grafica del tipico microcosmo criminale, caratterizzato

dalla commissione di un crimine da parte di un soggetto reo ai danni di almeno un altro

soggetto, vittima in relazione alla quale prima, durante e dopo si attiva qualche forma di di

controllo sociale. Al centro si pone senz'altro il crimine, ossia il fatto che sia qualificato

come criminale: potremmo chiamarlo il nucleo della molecola: attorno ad esso attratti dalla

sua forza, ruotano tutti gli altri atomi, il cui senso presuppone che si abbia a che fare con

un crimine senza cui nemmeno potrebbero materializzarsi un reo,1 vittima o un'agenzia di

controllo. Nella nostra molecola identifichiamo un ulteriore importante componente

contrassegnata dalla lettera S: è un'area circoscritta dalla circonferenza che congiunge A, R

e V. è la società, lo Stato.

Lo si dovrebbe immaginare come l'involucro in cui ogni componente atomica si è

immersa: le entità che compongono la molecola criminale non sono sottovuoto, ma

risentono in modo decisivo del fatto di appartenere ad una aggregazione sociale con

specifiche caratteristiche.

Ben noto è il problema della specificità, che nasce dalla consapevolezza di come ogni

asserzione generale sul crimine può essere formulata solo in rapporto specifici contesti

sociali ed economici e non può essere fatto se non precisando le particolari caratteristiche

sociali del reo e della vittima.

L’idea di un immersione delle componenti atomiche in uno specifico contesto evoca la

distanza tra dimensione empirica di tali componenti e quella normativa:anche rapporto di

ciascuna di esse con le qualificazioni giuridico-penali è in funzione del significato che il

sistema sociale vi attribuisce.

L’area S è delimitata da una circonferenza che congiunge R,A e V, mentre non tocca il

nucleo della molecola C, pur contenendola. Ciò è spiegato dal carattere ascrittivi del

concetto crimine- reato: mentre reo, agenzie e vittima sono dentro una società precisa, il

crimine-reato non è veramente, ma nasce da un giudizio che la società esprime. La

circonferenza esprime quindi la realtà empirica del fenomeno criminale; ciò che vi è

racchiuso è il prodotto di una definizione normativa delle predette entità umane.

Un ultimo profilo interessante è l’articolazione in due diversi campi, chiaro e scuro, cui si

intende il dato per cui la criminologia è in grado di conoscere solo una parte della realtà

criminale: ciò che si sottrae è il campo oscuro della criminalità, la criminalità nascosta: si

vuole dunque rappresentare una parzialità delle conoscenze sul fenomeno criminale.

Altrettanto importanti degli atomi, sono i legami da cui sono uniti e con cui ci si sposta

dalla statica alla dinamica molecolare: sono forze, rappresentate da vettori, con cui

esprimiamo gli effetti prodotti da un atomo sull’altro. Le linee sono bidirezionali, così: la

linea da R a C esprime gli effetti del reo sul crmine, ma anche in senso inverso gli effetti

che C produce su R.

Il dinamismo delle molecole indica il fatto che ciascun atomo subisce modificazioni, cioè è

diverso rispetto allo stato che gli era proprio prima di subire influssi dagli altri atomi.

Nessuno degli atomi che compongono la molecola ha un identità indipendente dagli

effetti che su di esso esercitano gli altri atomi: la cinetica è ben più significativa della

statica.

L’applicazione del diagramma molecolare può offrire una guida lungo cui indirizzare

l’indagine intesa come trasformazione controllata di una situazione indeterminata in altra

che sia determinata in modo da convertire gli elementi della situazione originale in una

totalità unificata. Vedi note pg 295.

2 DEFINIZIONI E SPIEGAZIONI DEL CRIMINE

1.Il crimine e il reato

Ernest Belino, esponente insieme a Von Lizt, della sistematica classica, nel 1906, non usa

il termine criminologia ma si riferisce alle due scienze, criminologia, e sociologia

criminali, attorno alle quali si raccoglie alla sua epoca lo studio del crimine.

Egli parla della inafferrabilità del concetto di reato secondo l’antropologia:”nessun

antropologo ci ha mai detto cosa intenda per reato”; constata poi come questi scienziati

non siano interessati al problema della tipicità, esulano dal loro campo ampi settori del “

penalmente rilevante”: come i reati di stampa, l’alto tradimento.. Il divario tra concetto

giuridico di reato, e il fatto umano dell’antropologo, risulta più caro ove si pensi alle

condizioni di punibilità che l’antropologo non prende in considerazione.

Con riguardo alla sociologia “il reato è l’azione socialmente pericolosa o dannosa”. E’

chiaro che qui tipicità, antigiuridicità e colpevolezza sono indifferenti alla prospettiva

empirica. L’azione tipica antigiuridica viene punita anche se socialmente innocua,

l’azione cattiva non viene punita se non è tipica, antigiuridica.. Risulta evidente il

problema centrale della criminologia: la definizione di crimine. Belino puntualizzava quali

fossero le due alternative fra cui la ricerca da parte della criminologia del proprio oggetto

avrebbe dovuto muoversi:

da una parte rilevava i grande equivoci dell’opinione per cui il concetto giuiridico di reato

fosse identico a quello dell’antropologia e sociologia criminali.

Allo stesso tempo irrideva il vecchio orientamento dell’antropologia criminale che

divideva nettamente gli uomini in criminali e non criminali sulla base di connotati

naturalistici: qui è errato il punto di partenza perché il crimine è concetto non naturalistico

ma culturale con contenuti variabili nel tempo e nello spazio.

A fronte di questa scorrettezza Belino mostrava l’inconfutabilità metodologica di rendere

utilizzabili per il diritto penale le conoscenze generali dell’antropologia. Perché un

ordinamento giuridico che si contrapponesse alle leggi causali sarebbe condannato

all’impotenza.

Emerge qui l’interrogativo sulla differenza di significato tra crimine e reato.

Una prima differenza starebbe nella qualificazione del fatto come penalmente rilevante

dall’ordinamento giuridico, ossia nella previsione di una sanzione punitiva penale. Nelle

enciclopedie non figura alcuna autonoma voce dedicata al crimine, mentre invece ci sono

sul reato in generale, ogni fatto umano che l’ordinamento giuridico sanziona con pena.

Non c’è invece una visione caratteristica della visuale criminologica del delitto,

soprattutto per gli equivoci derivanti dall’art. 17 cp che designa una delle due categorie

speciali del genus dei raeati:le pene principali stabilite per i delitti sono: l’ergastolo, la

reclusione, la multa. Le pene principali stabilite per le contravvenzioni sono : l’arresto,

l’ammenda.

Occorre dare atto di come il termine crimine evochi il senso di una particolare gravità,

lesività o disvalore del fatto. Anche la stessa definizione dello Zingarelli lo intende come “

delitto cui si accompagna l’idea di particolare efferatezza e gravità “.

L’immagine evocata dal termine crimine tenderebbe a coincidere con quel concetto

sostanziali di reato, noto al diritto penale, già ricordato a pagina 72, connesso alla

distinzione dei reati tra mala in se e mala quia proibita, con la quale si identifica un

nucleo di ipotesi criminose gravi e quindi meno soggette alla mutabilità e relatività delle

legislazioni penali moderne. Concetto che viene autorevolemente definito come

infecondo, non fosse altro per la funzione meramente conservatrice assegnata al diritto

penale che si volesse vincolato alle sole norme etico-sociali già consolidate.

La conclusione allora è che all’accezione corrente del temine crimine non ci si può

affidare per un chiarimento del concetto: la tendenza della criminologia è di allargare, non

restringere il proprio oggetto al solo ambito dei delitti a cui si accompagna l’idea di

particolare efferatezza e gravità.

2. L’esistenza del crimine. Il caso Sutherland

Anche vari criminologi hanno messo in luce l’esistenza del crimine:si può dire che il

crimine esista davvero? E se il crimine esiste, da cosa ci accorgiamo della sua esistenza?

Quali sono le manifestazioni che ci permettono di cogliere il suo essere?

Il criminologo prende atto di come ciò che è reato qui e oggi, potrebbe non esserlo domani

o in un altro luogo, e viceversa. Questa presa d’atto ha reso sempre meno appagante la

nozione penalistica di reato al criminologo che vorrebbe conferire alla propria materia di

studio stabilità ed autonomia sufficienti a preservarla dalla relatività del reato.

Un tale atteggiamento di distacco è all’origine della sostituzione del concetto di crimine

con quello di criminalizzazione, intesa come processo di attribuzione dello status criminale

agli individui da cui consegue la produzione della criminalità.

L’operazione mentale con cui la qualifica “criminale” viene attribuita a dati del reale è

molto diverso dall’iter della sussunzione attraverso cui il giudice riconduce un fatto

concreto alla fattispecie astratta: egli non si limita descrivere una realtà che esisterebbe

anche indipendentemente dal suo giudizio, ma in qualche modo la costituisce: si è già

evocata la natura ascrittiva della funzione svolta alle categorie giuridiche rispetto a quelle

delle scienze naturalistiche e dello stesso concetto di criminalità.

Pur non essendo, il criminologo, né un giudice né un legislatore, si trova in larga misura

impossibilitato a definire il proprio oggetto in termini naturalistici, dovendo appoggiarsi

ad un criterio normativo: l'operazione mentale con cui sceglie di includere nel proprio

campo di studio un determinato fatto sociale, con ciò attribuendogli quanto meno

virtualmente la qualifica di crimine, non sarà dissimile dalla sussunzione praticata dal

giurista.

Su queste peculiarità dell'oggetto criminologico si innesta il problema di quali siano i

criteri da adottare per operarne una stabile e convincente definizione; si è posta in

criminologia l'esigenza di determinare i requisiti generale della premessa, identificati quale

sia possibile concludere nel senso della riferibilità di un oggetto alla categoria criminale;

poi è emersa anche la questione del ruolo da attribuire allo statuto giuridico di quella entità

che si dice crimine, nonché alle conseguenze dei mutamenti cui tale statuto andrà soggetto

per le scelte compiute da legislatori e giudici: le alternative estreme proponibili sono

impraticabili: come pensare ad una criminologia dedita alla definizione del proprio oggetto

in modo autonomo rispetto al diritto penale e dunque indifferente ai mutamenti legislativi?

Analogamente come immaginare che una decisione istituzionale che coinvolge

penalizzazioni di certi fatti condizioni in toto il campo di ricerca del criminologo? Un tale

atteggiamento servile nei confronti del potere legislativo confermerebbe il dubbio che la

criminologia sia priva di un oggetto autonomo.

Si afferma nella manualistica che per la criminologia allo studio della reato è un punto di

partenza e che la ricerca empirica può essere fruttuosa solo se include l'intera estensione

dei comportamenti normativi o devianti: il lavoro criminologico non può fare a meno di

appoggiarsi al ordinamento penale pur non dovendo trovare in questo una delimitazione

del proprio oggetto. L'ambivalenza di tale ragionamento trova uno sbocco nell'idea che il

problema definitorio debba trovare in criminologia una sorta di assetto variabile, a

seconda del tipo di ricerche in cui si è impegnati: che ad esempio la nozione giuridica sia

un punto di riferimento indispensabile per il lavoro statistico, mentre ad un concetto

materiale di crimine che si debba appoggiare dove la criminologia si pronunci sui

mutamenti in estensione dei reati come nel caso delle politiche di penalizzazione o

depenalizzazione bisognose dell'apporto di conoscenza empirica.

Alla fine del 1948 dopo 10 anni di lavoro dedicati allo studio della criminalità dei colletti

bianchi, Edwin Sutherland sottopose il manoscritto del suo libro, il crimine dei colletti

bianchi, al presidente della casa editrice; l'opera era lo sforzo grandioso di strappare la

spessa coltre di rispettabilità convenzionale da cui era circondata la categoria dei colletti

bianchi: gli illeciti di dirigenti, amministratori, funzionari, banche, giornalisti, magistrati

eccetera mi venivano meticolosamente passati al setaccio senza sottacere nomi, dati,

particolari. “La tesi di questo libro è che le persone di elevata condizione sociale pongono

in essere numerosi comportamenti criminali; che questi comportamenti differiscono da

quelli delle classi economiche inferiori soprattutto nelle procedure amministrative

impiegati nei confronti dei rei; e che la differenza nelle procedure applicate non assume

rilievo dal punto di vista delle cause del delitto.”

Nel 1949 i legali della casa editrice fecero presente che con la pubblicazione del libro

editore ed autore si sarebbero esposti al rischio di procedimenti giudiziari per calunnia e

diffamazione: l'autore aveva infatti qualificato come criminali condotte che non sempre

avrebbero potuto definirsi reati.

Sutherland cedette alle pressioni e cancellò gran parte dei nomi di finanzieri è società,

espugnò dal testo tutti quei passi che avrebbero consentito la facile identificazione da parte

del pubblico delle imprese ed eliminò in toto un capitolo del libro, il terzo in cui erano

descritte le storie personali dei tre grandi imprese studiate le loro carriere criminali. Inoltre

dovete studiare una legittimazione scientifica per le proprie forzate reticenze.

La distribuzione differenziale delle immunità a beneficio degli uomini d'affari in forza di

meccanismi selettivi che tendono a coagulare la pena attorno alle classi socio-economiche

inferiori, è uno dei temi importanti della sua opera. Il privilegio degli affari si manifesta

prima di tutto in fase di applicazione della legge, con le facili assoluzioni e la maggiore

tutela di cui possono godere le imprese nei confronti della giustizia; inoltre essi sono

beneficiati dalla possibilità di influire pesantemente sulla stessa attività legislativa. Da

questa visione egli trae spunto per scandagliare le ripercussioni che il trattamento

privilegiato dei colletti bianchi ha avuto sul oggetto della criminologia, sulla definizione

teorica del concetto di criminalità; per smontare la diffusa tendenza ad attribuire rilievo

preponderante, nella classificazione criminologica dei fatti criminali, alle conseguenze

sanzionatorie che a quei fatti siano concretamente ricollegate nel sistema penale. “La tesi

di questo libro è che né le patologie sociali né le patologie individuali rappresentano una

spiegazione adeguata del comportamento criminale: le teorie che traggono i loro dati

dalla povertà e dalle condizioni ad essa correlate sono insufficienti: in primo luogo

perché non si armonizzano con i dati riguardanti il comportamento criminale, in

secondo luogo perché i casi su cui essi si basano solo parzialmente riproducono il

quadro delle azioni criminali.. Si afferma spesso che il crimine dovrebbe essere spiegato

per mezzo delle caratteristiche psicologiche dei rei, ma nessuno si sognerebbe di

sostenere che reati delle industrie derivino dal complesso di Edipo ecc.

E’ in una tale opera di chiarificazione e smascheramento che si scrive la caratteristica

definizione del crimine adottata da Sutherland: il crimine è quel fatto che la legge

qualifica come socialmente dannoso, anche se ciò sia desumibile solo il via in diretta

dalle locuzioni dagli aggettivi adottati dal legislatore, e per la cui commissione sia

prevista, anche immediatamente, l'applicazione di una sanzione penale.

Cressey, il più famoso tra gli allievi di Sutherland, ravvisò il merito durevole dell'opera

nell'aver allargato la prospettiva criminologica ben al di là dell'ambito su cui fino a quel

momento si erano concentrati gli interessi degli studiosi aprendo la strada alla questione

sociologica di primaria importanza concernente i motivi per cui una certa categoria di

comportamenti abbia potuto rimanere per tanto tempo avulsa dalla visuale convenzionale e

da quella scientifica. Il successivo passo da compiere, secondo lui, avrebbe dovuto essere

l'indagine sulle condizioni strutturali della società da cui dipende il diverso rilievo penale

conferito ai vari tipi di illecito. Si tratta di aspetti che si sono fissati ormai in criminologia

la quale sempre più volta a scavalcare ma contemporaneamente a risucchiare nel proprio

ambito di ricerca i più o meno angusti colli di bottiglia e imbuti che è stemperano il

travaso delle responsabilità penali astrattamente previste le minuscole recipiente delle

sanzioni concretamente irrogate rendendo anche il divario tra il numero dei reati

effettivamente commessi e il numero di quelli effettivamente puniti.

L’opera ha impresso una spinta decisiva al emersione di nodi quali la cifra oscura e la

selezione criminale, che è ancora oggi trovano nella criminalità dei colletti bianchi un

esemplare termine di riferimento.

Nel impulso a fare chiarezza sull'imponente zona oscura della criminalità economica,

Sutherland perseguire il progetto di una rifondazione epistemologica della criminologia in

grado di assicurarne l'affidabilità e l'autonomia degli strumenti conoscitivi rispetto al

rilevamento ufficiale del crimine: fu anche questo progetto di allargare gli orizzonti della

sua disciplina a scontrarsi contro il muro delle considerazioni pratiche prospettate dagli

editori: nel momento di tradurre la nozione teorica di criminalità nella concreta attribuzione

dello stigma a soggetti definiti, la verità ufficiale tornò ad avere il sopravvento.

S lascia al lettore la conclusione merito agli interrogativi di inizio capitolo: i crimini dei

colletti bianchi esistono? esistevano anche prima che l'autore li scoprisse? e quali erano o

sono gli indicatori da cui è possibile riconoscere la loro esistenza?

3.Le definizioni del crimine

Il caso Sutherland conferma il paradosso in cui la criminologia si ribatte: è scienza

empirica ma assume a oggetto il crimine,1'entità che non può dirsi precostituite natura, ma

la cui individuazione è sostanzialmente risultato di un giudizio che un soggetto

istituzionale o lo stesso studioso devono aver formulato. il problema allora prima di

definire il concetto di crimine, è definire i criteri del giudizio necessari a materializzare

questa entità: la scelta del criminologo di definire il carattere criminale di certe condotte

può avere anche significato di un'affermazione di valore; di fronte a un ordinamento

penale che non punisca certe condotte, la qualificazione di queste come crimini può

suonare come una sollecitazione rivolta alla politica criminale a tradurre in una scelta

sanzionatorie il giudizio di disvalore. Ci soffermiamo ora su alcuni modelli di definizione

rappresentative delle principali opzioni emerse nel corso di questo dibattito.

I vari modelli di definizione possono essere ordinati secondo una duplice coppia di

parametri rappresentativi della maggiore o minore aderenza del concetto di crimine alla

nozione penalistica di reato o ad un giudizio di disvalore:

Il primo di questi parametri ci permette di distinguere tra definizioni legali e definizioni

sociali del crimine:

si avrà definizione legale o giuridica del crimine allorché la criminologia assuma ad

oggetto di studio tutto ciò che un determinato ordinamento positivo qualifiche come illecito

o come reato

si avrà definizione sociale del crimine quando la criminologia definisca, autonoma mente

dal parametro legale, il proprio campo di studio, affidandosi a criteri che essa stessa abbia

costruito sulla base di caratteristiche empiriche del definiendum. Emblematica delle

definizioni sociali è quella di E. Durkheim, per il quale il crimine è quella condotta che

viola gravemente la coscienza collettiva della società

Nella selva di criteri sociali escogitati dai criminologi prevalenza manifestano quelli basati

sulla dannosità sociale o sulla devianza dei fatti definiti

il criterio della dannosità sociale, può riconoscersi in una definizione del crimine come

condotta disfunzionale all'ordinato svolgimento della vita sociale e in quanto tale sottoposto

a sanzione (Kurzinger)

con il termine devianza, vera pietra angolare della sociologia criminale, viene intesa la

condotta divergente non necessariamente dalle norme giuridico-penali, ma, più in generale,

dalle regole che disciplinano la vita della società nel suo complesso o di un singolo gruppo

in cui essa è articolata. Alla qualifica deviante di una condotta si annette una particolare

visibilità tale da suscitare una reazione sociale: il concetto è strettamente correlato a quello

di controllo sociale con cui si identifica la reazione, sotto forma di sanzione sociale, nei

confronti della violazione della regola del gruppo. Il reato così è un tipo di devianza

caratterizzata dalla violazione di quelle particolari regole la cui osservanza è presidiata da

una sanzione penale. Concetto più ampio di quello di reato, devianza abbraccia quindi anche

una serie di fatti non sempre penalizzati (prostituzione, consumo di droga, l’alcolismo..).

Agli occhi dei giuristi penali questa categoria non può che risultare sospetta: le rimarca nel

carattere di formula vuota incapaci di esprimere la specificità dei comportamenti criminosi

visto che ogni reato costituisce comportamento deviante, ma non ogni comportamento

deviante costituisce reato. In effetti la devianza si espone ad una serie di inconvenienti:

definita come comportamento non conforme alle regole e alle aspettative, balza in evidenza

la sua relatività: già passando da un quartiere all'altro della stessa città uno stesso

comportamento potrà essere qualificato come deviante, normale o addirittura meritorio. Si

rileva inoltre la labilità della qualificazione come deviante di condotte che registrano

un'ampia diffusione nella società, ma di questo soggetto è sottolineata anche la genericità sul

piano qualitativo vista la profonda diversità di reazione sociale che può accompagnare tutte

le condotte che si discostano dalla norma. Risulta dunque arbitrario ricondurre ad un

medesimo denominatore le singole forme di devianza, anche se un comune nucleo

significativo potrebbe essere identificate in una sorta di devianza qualificata, ossia in

osservanza di regole dominanti in tutta la società.

Il secondo parametro di classificazione è quello che distingue tra definizioni consensuali e

conflittuali, riproduce le diverse impostazioni teoriche delle nuove criminologia:

si identifica una prospettiva consensuale quando l'ordinamento sia visto come fonte di un

ordine sociale diretto a risolvere e prevenire le controversie e quindi a consentire ai cittadini

di vivere in armonia: l'idea quindi è che il sistema del controllo sociale siano il

rispecchiamento della volontà espressa dal corpo sociale

secondo la prospettiva conflittuale ogni società risulta caratterizzata da una pluralità di

valori e il problema riguarda le modalità che determinano il prevalere degli uni o degli altri:

l'idea è che la legge sia un'arma di cui si serve a proprio vantaggio il gruppo che sia in

posizione di preminenza rispetto agli altri. Il concetto di crimine qui tende a rispecchiare il

punto di vista i particolari settori della società.

Ciascuna delle definizioni selezionate, oltre ad aspetti discutibili, esibisce un nucleo di verità

teorica,1'attitudine ad illuminare problemi con cui le più evolute criminologia non possono

fare a meno di confrontarsi.

Uno dei modelli definitori più puri, cioè collocabile dentro la griglia di parametri sopra

prospettata è la definizione c.d. legale-consensuale, associata al nome del sociologo del

diritto americano Paul Tappan: la criminologia dovrebbe limitare il proprio campo di studio

ai soli fatti definiti come reati dall'ordinamento penale vigente e per di più solo a quelle

relazione ai quali sia intervenuta una condanna del reo passata in giudicato; criminale sarà

allora da intendersi il soggetto formalmente giudicato e condannato con sentenza penale per

il reato commesso. Cressey mosse aspre critiche a questa definizione; egli dava voce quello

che ormai è il punto di vista di molta criminologia moderna, avversa alla prospettiva legale-

consensuale soprattutto per la grave limitazione del campo di ricerca che da essa

deriverebbe alla scienza empirica. Oltre che per la sua giuridicità, la definizione di Tappan

può essere contrastata anche per la sua rispondenza a una visione consensuale dei valori

sociali: i criminologi sanno che spesso esistono forte disparità di vedute sulla sfera del

penalmente rilevante e che il dibattito sulla questione penale sia un legittimo terreno di

confronto politico nel quale lo studioso empirico delle avere la possibilità di esprimere il

proprio pensiero oltre il recinto del diritto positivo vigente.

Inoltre l'oggetto di studio di una criminologia che volesse basarsi sulla definizione di

Tappan finirebbe per essere costituita dai soli individui condannati e detenuti; un

campione non rappresentativo della popolazione criminale.

Tra i meriti di questa definizione bisogna riconoscere la grande chiarezza e certezza che

esso è destinato a recare al campo di studio della scienza empirica: intendere il crimine come

ciò che è vietato dalla legge penale è il modo più preciso e meno ambiguo di definirlo.

Un secondo modello di definizione, di tipo socio-legale è quello che possiamo riconoscere

nella prospettiva di Sutherland, per il quale l'impostazione di Tappan risultava troppo

restrittiva. La soluzione proposta è davvero mirabile per l'equilibrio che riesce a trovare tra

due esigenze contrapposte ed ugualmente avvertite come essenziale dal criminologo

americano: in primo luogo la necessità di prendere in considerazione anche comportamenti

anche sociali e non assumono rilevanza penale, in secondo luogo la preoccupazione di non

discostarsi del tutto dalle certezze di un parametro legale qui assunto in un'accezione ben più

lata che nella prospettiva di Tappan.questa definizione dunque basa il concetto di crimine

sui requisiti seguenti: La qualificazione giuridica del fatto come socialmente dannoso e la

previsione legale di una sanzione come conseguenza di tale fatto. Qui sutherland all'area

della prospettiva anche su fatti che non costituiscono reati ma assumono rilevanza per il

diritto civile o amministrativo, come la maggior parte dei crimini dei colletti bianchi .

Peraltro passando in rassegna le principali normative riguardante i colletti bianchi egli era

in grado di rilevare sanzioni non semplicemente giuridiche, ma caratterizzate da afflittività

deliberata, specie per il loro effetto infamante, destinato prodursi in modo progressivo con

una successione di provvedimenti al termine dei quali, in caso di inosservanza degli stessi,

poteva intervenire ancora della sanzione penale.

Egli poi manifesta una particolare sensibilità per i risvolti di dannosità sociale dei fatti

studiati, tale componente sociale emerge solo nei limiti in cui la qualificazione di un fatto

come crimine presuppone la sua dannosità; limite alquanto ristretti visto che tale connotato

dovrebbe essere desunto pur sempre da indicatori giuridici. Tra le critiche mosse a

Sutherland non potevano mancare quelle per il rilievo della sua parzialità ravvisata non

solo nel ancora ridotta estensione del campo criminologico ma soprattutto nella selettività

che caratterizza la previsione e irrogazione anche di sanzioni diverse da quelle penali. Si può

dire che l'esperienza , prima di una selezione propriamente criminale, riveli una molteplicità

di meccanismi selettivi che si localizzano, a livello sia astratta sia concreto, anche nel

campo della giustizia civile, amministrativa, tributaria ecc..

Questi modelli si caratterizzano per il rilievo conferito a determinate qualità del fatto

criminoso: e se venivano prevalentemente rinvenute sul piano delle decisioni adottate da

giudici e legislatore su quel fatto. Una definizione nella quale invece prevalente risulta il

ruolo attribuito all'aspetto quantitativo è quella statica di Lesile Wilkins: essa si basa sul

riscontro della diffusione nella società delle diverse condotte umane e identifica una

corrispondenza tra la normale distribuzione di frequenza delle stesse ed il loro contenuto

etico: normali sono considerati fatti realizzati con alta frequenza, più o meno devianti e/o più

o meno meritorie, fino all'estremo della santità, secondo la rispettiva rarità, tutti gli altri. La

distribuzione di frequenza delle condotte umane viene rappresentata graficamente da una

curva a campana (pg. 330).questo modello si vede è uno dei molti tentativi di costruire una

definizione del crimine

In questo modello si vede è uno dei molti tentativi di costruire una definizione del crimine

sganciata dal parametro legale e basato su caratteristiche empirico-sociali; in esso poi si

riflette una visione consensuale della società, dal momento che esso assume come indicatore

fondamentale del carattere criminale,1 bassa frequenza che rispecchierà un giudizio di

disapprovazione sociale da parte della maggioranza del corpo sociale. Il difetto principale di

questa impostazione consiste nel suo semplicismo: anche se la scarsa frequenza di una

certa condotta può essere un modo per identificarne il carattere deviante,1 criterio puramente

statistico sottovaluta il ruolo dei gruppi sociali nel selezionare tra le condotte infrequenti

quelle qualificabile come criminali: ovviamente non tutti gli accadimenti rari sono

qualificabile come criminali. Il criterio poi cade al cospetto di una delle caratteristiche più

vistose della criminalità moderna: il suo carattere di massa, almeno alle forme bagatellari.

Questa prospettiva però ha il merito di mostrare due verità: il carattere problematico dei dati

rivelatori di una estrema frequenza dei reati e degli stessi comportamenti devianti nella

società.

La stessa idea, provocatoria, avanzata anni fa da un sociologo tedesco, secondo cui la

sommersione del crimine e dunque la cifra oscura sarebbero funzionali all'efficacia

generale preventiva della pena, vista l'impossibilità per un qualsiasi sistema sociale di

tollerare la scoperta di tutti i suoi reati, è evidentemente espressione di un'analoga idea di

funzionalità della dimensione quantitativa: esisterebbe un bisogno di rarità del crimine in

ogni sistema sociale che non voglia mettere in discussione la dignità della legge.

Un secondo spunto euristico ricavabile dalla curva gaussiana è quello che eleva una

tendenziale relazione inversa tra gravità del crimine e sua diffusione: vedremo come

l'ultimo e più articolato modello definitori ho preso in considerazione valorizzi questo

elemento che rispecchia anche il dato di un'associazione tra estensione orizzontale della

moderna criminologia di massa e natura bagatellare dei singoli reati che la compongono.

Un ulteriore tentativo di affrancarsi dalle strettoie del parametro legale ha trovato

espressione nella definizione interculturale (cross cultural approach) proposto dal

criminologo Thorsten Sellin, il teorico del conflitto culturale: è un modello che assume

come termine di riferimento un'aria di regole più ampie di quelle formalizzati in disposizioni

legali e comprendente le norme di condotta dei diversi gruppi sociali. La particolarità è

quella di voler estrarre dall'insieme delle norme di condotta una categoria di regole sociali

caratterizzate dal fatto di mantenersi invariate in tutte le culture: compito della criminologia

dovrebbe essere quello di isolare e classificare le violazioni di siffatte regole universali che

trascendono i confini politici.

La verifica che può essere mossa sottolinea l'evidente impossibilità di individuare un

significativo nucleo di norme costanti che non consista semplicemente nell'insieme di regole

necessarie alle banali esigenze della vita quotidiana. Si ripropone la critica mossa al concetto

materiale di reato e ai tentativi di identificare uno zoccolo duro di mala in se preservato

rispetto a mala quia proibita( reati di mera creazione politica).

Anche in questa visione vi sono spunti che possono essere fruttuosamente sviluppati per

chiarire che cosa significhi fare criminologia: permane il rilievo attribuito alla relatività del

crimine e la consapevolezza dell'impossibilità di comprenderlo e definirlo prescindendo

dalla specifica cultura che lo esprime lo definisce come tale: di qui la necessità di allargare la

propria prospettiva a una dimensione di comparazione internazionale che chiarisca i fattori

della variabilità nello spazio delle qualificazione culturale connessi al fenomeno criminale.

Ciò permette di cogliere un problema di specificità destinato opporsi quando si pretenda

di trasferire con troppa disinvoltura i risultati delle indagini empiriche da un paese o un

gruppo sociale all'altro. Quella specificità non lascia indifferente la stessa scienza del diritto

proprio laddove essa si dedichi alla comparazione giuridica tra sistemi, istituti e categorie.

La stessa comparazione giuridica in campo penale non può fare a meno di avvalersi di una

previa comparazione criminologica indispensabile per individuare le forme di

manifestazione che assume quel problema sociale da cui deve prendere avvio alla riflessione

comparati, omettendo questo chiarimento delle variabili empirico-sociali di riferimento ogni

conclusione rischia di risultare arbitraria, inutile o controproducente. Le criminologia è da

sempre una disciplina internazionale che si dedica alla ricerca dei punti comuni tre diversi

sistemi.

Le definizioni rime esaminate risultavano tutte accomunate da un elemento della

criminologia moderna ha smesso di dare per scontato: una fede nell'esistenza del crimine

come oggetto dotato di autonoma consistenza ontologica; da questa prospettiva si

distaccano concezioni inclini a negare al crimine una tale consistenza, in ciò sospinte

soprattutto dalla consapevolezza dell'imponente fenomeno del campo oscuro e della

selezione criminale che vi è all'origine: per essere il crimine è il prodotto della costruzione di

certi fatti come meritevoli di criminalizzazione operata da gruppi o istituzioni: emblematica

di un tale atteggiamento è la teoria dell’etichettamento o labelling approach. Per Becker

deviante è colui al quale tale etichetta (label) è stata applicata con successo; comportamento

deviante è quello così etichettato dalla gente. Ad alimentare il senso di irrealtà del crimine e

il vistoso spostamento dell'attenzione sulla sua componente reattiva è la constatazione della

diseguale distribuzione dello stigma all'interno della società, ossia del fatto che il

comportamento del colpevole e solo uno dei fattori da cui dipende la sua qualificazione

come criminale. Varie obiezioni sono state mosse questa impostazione non ultima quella di

idealismo e di riproporre l'inveterata tendenza all'unilateralismo delle teorie criminologiche,

qui sotto forma di un'esclusiva concentrazione sul momento reattivo. Oltre a rimarcare la

mancanza di dati empirici a sostegno dei loro assunti; se poi rilevato come finiscano per

estromettere dal proprio angolo di visuale i comportamenti socialmente indesiderati che non

siano conosciuti e qualificati ufficialmente come criminali, con ciò manifestando una

parzialità divisione non dissimile da quella addebitata ai fautori delle definizioni legali.

La presa di distanza dall'intrinseco disvalore del fatto definito criminale, caratteristica delle

teorie in questione ha risvegliato l'odierna sensibilità per il carattere stigmatizzante della

criminalizzazione: Se per stigma intendiamo quel segno impresso dalla sanzione sociale,

con cui certi individui sono isolati e emarginati dagli altri, esso esprime la dinamica


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Criminologia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente L'Immane Concretezza: Metamorfosi del Crimine e Controllo Penale, Forti. Gli argomenti trattati sono: uno sguardo d’assieme, cos’è la criminologia, la criminologia clinica,criminologia e diritto penale, la formazione del giurista, perito scientifico e orientamento alle conseguenze come condizione per un avvicinamento tra scienze giuridiche ed empiriche, le sottigliezze empiriche del diritto penale.


DETTAGLI
Esame: Criminologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (MILANO - PIACENZA)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Forti Gabrio.

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