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Abbiamo poi la ricerca e la raccolta dei dati, attività suddivisibile in attività informativa,

infoinvestigativa ed investigativa: informativa se si origina e si sviluppa indipendentemente da un

processo investigativo e può essere funzionale alla definizione del quadro di informazione oppure

prodromica alla investigazione in quanto può dar luogo all'individuazione di obiettivi di indagine;

l'attività infoinvestigativa si sviluppa in correlazione col processo investigativo e lo scopo è quello

di mantenere aggiornato il quadro di situazione per verificare ancora una volta l'attualità degli

obiettivi d'indagine; investigativa se coincide col processo investigativo.

L'analisi investigativa, poi, rappresenta il momento in cui vengono analizzate le informazioni

raccolte. Ovviamente, l'efficacia di questa fase dipende dai risultati conseguiti nella fase precedente:

sarà tanto più completa ed efficace, quanto maggiore e precisa sarà stata la ricerca e la raccolta dei

dati. Sotto l'aspetto concettuale, l'analisi investigativa può essere a sua volta distinta in esame

preliminare, valutazione, integrazione, interpretazione, documentazione, utilizzazione.

L'esame preliminare consente di rilevare le potenzialità dell'informazione e di fare una ricognizione

di queste informazioni; la valutazione è quella che ci pone di fronte la necessità di vagliare

l'attendibilità della fonte e la sua veridicità, e non deve essere influenzata da sensazioni personali;

l'integrazione si realizza quando si inserisce il dato all'interno del patrimonio informativo, cioè lo si

mette in circolo con tutti gli altri dati di cui si dispone e si arriva a verificare la coerenza di

quest'elemento o la conflittualità di quest'elemento con tutti gli altri. L'integrazione è importante

perché è opportuno non arrivare mai ad assolutizzare lo strumento.

L'interpretazione è la lettura del dato in chiave complessiva e relazionata, mentre la

documentazione è la trascrizione di quelle che sono le informazioni analizzate. Questa è ciò che il

ricercatore si trova a fare quando ha raccolto il materiale, e la archiviazione dello stesso dev'essere

fatta secondo due criteri che devono essere prima di tutto di facile individuazione e deve esistere la

possibilità di aggiornarli.

L'utilizzazione è il momento in cui l'informazione entra a far parte del quadro di situazione e

diviene suscettibile di essere utilizzata nei processi investigativi.

LA SICUREZZA E IL CAPITALE SOCIALE

Per introdurre questo argomento, partiamo dalla questione che accende il dibattito nelle società

industriali del XXI secolo: la sicurezza. Di questo tema parlano tutti, dalla gente comune, ai mezzi

di informazione, sino ai politici che spesso vincono le elezioni ponendola al centro delle loro

campagne elettorali.

Si discute anche di cosa sia la sicurezza e quali possano essere i mezzi principali per garantirla, ma

anche di quello che è il suo opposto, l'insicurezza, ed i rimedi per fare fronte a quest'ultima.

Raramente nella storia dell'umanità si è goduto della quantità e della quantità di sicurezza di cui

gode oggi ma, inaspettatamente, la domanda di questo bene non solo non accenna ad arrestarsi, ma

sembra addirittura dilatarsi ad un ritmo crescente. Si crede oggi che tutto questo sia frutto più di una

percezione che di stati effettivi del mondo, ma ciò non significa che questo fenomeno non sia reale

sul piano sociale. Anche in questo caso appare dunque pertinente il Teorema di Thomas, secondo il

quale “se gli uomini definiscono reali determinate situazioni, queste saranno reali nelle loro

conseguenze”.

Come il fattore ideologico incide sulle tematiche della sicurezza? Per molto tempo, alcuni autori

hanno mostrato scarsa attenzione nei confronti delle tematiche della sicurezza e del suo opposto.

Che i cittadini si sentissero di volta in volta insicuri, era qualcosa di non considerato come priorità;

dunque di fronte a fenomeni come la repressione, la prevenzione, l'ordine pubblico, la reazione più

diffusa era quella di ridimensionare quest'urgenza o di stemperare questi fenomeni in un discorso

talmente ampio che ne svuotava la specificità. La frase tipica era “ma tanto il problema è un altro”,

soprattutto da parte del pensiero progressista. Però, rispondere alla domanda circa il perché sia stato

assunto per tanto tempo questo atteggiamento nei confronti della sicurezza, è utile per il presente in

quanto porta alla luce difficoltà ancora non superate sul tema: la comprensione della realtà e la

elaborazione di proposte.

A proposito della comprensione della realtà, possiamo dire che sul piano ideale e della

mobilitazione politica, a partire dalla ricostruzione del dopoguerra, le forze politiche progressiste

hanno concentrato i loro sforzi principalmente contro la repressione della criminalità organizzata.

Ovvio è che questa sia stata una scelta di civiltà, soprattutto nelle zone del nostro paese in cui poteri

economici arretrati, una politica reazionaria e le organizzazioni mafiose si univano in un intreccio

indissolubile. Quella di far fronte alla criminalità organizzata, è stata anche una scelta che assumeva

la valenza di difesa contro un connubio che aveva individuato il proprio principale nemico nei

sindacati e nei partiti del movimento operaio e contadino. Quindi, a questo tipo di criminalità,

veniva contrapposta la criminalità minuta (i reati dei poveracci). Ma l'Italia post industriale del XXI

secolo è cambiata: mafia, camorra, 'ndrangheta non hanno allentato la loro presa sul territorio ma ne

hanno modificato le modalità, raffinandole e rendendole occulte e sofisticate.

Le manifestazioni che invece hanno visto moltiplicare la propria visibilità sono tutte quelle della

cosiddetta micro criminalità (Scippi, borseggi, furti d'appartamento), reati non gravi ma molesti, che

sono proprio quelli che contribuiscono maggiormente a diffondere l'allarme sociale, perché questi

reati hanno per vittime non esponenti di classi elevate (come nel caso del fenomeno dei sequestri di

persona), né degli enti astratti o delle istituzioni (come i reati finanziati perpetrati dai colletti

bianchi), ma la popolazione comune indotta ad identificarsi con le vittime. A questo corpus di reati

minori (da un punto di vista penale ma non dal punto di vista sociale), si aggiungono dei fenomeni

diversi che condividono però con questi l'effetto di accrescere nella popolazione il senso di

insicurezza: al vertice abbiamo i crimini gravi a forte allarme sociale come ad esempio le rapine

negli esercizi commerciali e quelle fatte nelle abitazioni, dove evidenziamo una sproporzione tra il

bersaglio (per esempio l'incasso giornaliero di un negozio) e l'entità dell'offesa (il ferimento o

addirittura l'omicidio della vittima o dell'aggressore), oltre ad una efferatezza e gratuità della

violenza sprigionata; in basso troviamo invece le inciviltà, che vanno dallo schiamazzo

all'abbandono di rifiuti, allo scrivere sui muri, e che deprimono il senso di sicurezza nella

popolazione e la fiducia nella popolazione, qualità indispensabili per la convivenza civile.

Questi comportamenti, provenendo da soggetti che presentano caratteristiche quali l'essere giovani,

appartenere a delle minoranze etniche, vivere ai margini della società, vengono guardati solitamente

con maggiore tolleranza da parte di chi condivide un punto di vista progressista: queste persone

sarebbero dunque più inclini ad una sorta di giustificazione sociale.

Gli stessi comportamenti vengono guardati invece con maggiore intolleranza da parte di coloro che

condividono un punto di vista conservatore e più incline all'imputazione delle responsabilità

individuali.

A questo punto, dobbiamo cercare di identificare le cause dei comportamenti devianti. Questa

identificazione non è solamente un esercizio accademico perché, nel momento in cui vengono

identificate le cause, verranno poi proposte strategie differenti per affrontare e rispondere al

fenomeno.

Potremmo dire che per la destra e per la sinistra non solo sono diverse le cause della devianza

(solitamente per la destra identificate come cause di natura individuale, per la sinistra come cause di

natura sociale), ma è anche diverso il peso che nell'esplicarsi del fenomeno viene riconosciuto alle

cause. Ad esempio, Marxismo e sociologia critica, si trovano d'accordo nel sottolineare la

dimensione storica dei fenomeni, la loro genesi e la loro contestualizzazione: per comprendere cosa

sia un fenomeno e che ruolo esso eserciti, è indispensabile capire da dove esso provenga ed in quale

rapporto esso si ponga con gli altri fenomeni e con il resto del sistema sociale. Invece, il pensiero

conservatore non si attarda tanto a ricercare le cause del fenomeno, ma tende a fotografarlo nella

sua attualità, tendendo a neutralizzare gli aspetti disfunzionali e negativi.

Accade dunque che la sinistra critica la destra per la sua miopia che le impedisce di vedere le origini

dei fenomeni di devianza, ma allo stesso tempo la destra critica la sinistra che, per la sua astrattezza

e per il suo moralismo, si oppone all'adozione di comportamenti concreti e misure concrete in nome

di interpretazioni che mirano a trovare una giustificazione per quei comportamenti.

Possiamo allora dire che sono due le principali prospettive metodologiche ed operative che si

affrontano sul tema della sicurezza:

sociale (che ha come scopo la rimozione delle cause dei comportamenti criminosi);

–Approccio situazionale (si concentra sulle misure in grado di prevenire o ostacolare la

–Approccio

perpetrazione di reati).

Esattamente come succede con la molteplicità dei comportamenti umani, la sicurezza può ricevere

delle definizioni diverse a seconda della prospettiva dalla quale la si guarda: nella prospettiva

psicologica e sociale, la sicurezza può essere vista come un bisogno; nella prospettiva giuridica e

politica, può esser vista invece come un diritto.

La prima prospettiva è valida soprattutto a livello analitico, cioè quando lo scopo principale è quello

di comprendere il fenomeno. La seconda, invece, è valida quando lo scopo è quello di fornire una

risposta pratica.

Nell'analisi psicologica e sociale, la sicurezza è il primo dei bisogni primari: studiando l'individuo

nell'ambito del lavoro, Maslow compie la scoperta che nella persona non appaiono in modo casuale

ma seguendo una logica ascendente, dal più elementare al più complesso. Sviluppando questa

constatazione ed estendendola dall'individuo ai gruppi sociali, Inglehart riconduce l'ampia

articolazione dei bisogni di Maslow a una dicotomia, collocando da un lato i bisogni materialisti e

dall'altro quelli post materialisti.

In entrambe le ottiche, sia quella micro sociale di Maslow, che in quella macro sociale di Inglehart,

la sicurezza è comunque il più immediato dei bisogni, quello la cui soluzione è propedeutica a tutti

gli altri. Questo significa che se non si è risolto il problema della sicurezza, gli altrii bisogni non

hanno neppure la possibilità di apparire.

La prima accezione di sicurezza è dunque di natura economico sociale, quindi gli individui e i

gruppi hanno come bisogno prioritario la sopravvivenza, fondata sulla possibilità di nutrirsi, di

vestirsi e di avere un alloggio. La seconda accezione, invece, è di natura strategica e,

immediatamente dopo la sicurezza come disponibilità di risorse economiche indispensabili per

garantire la sopravvivenza fisica, vi è la sicurezza intesa come protezione nei confronti di possibili

accezioni.

Come gli esseri umani hanno risposto a questo bisogno?

Al bisogno di sicurezza nella prima accezione, gli esseri umani hanno risposto con il lavoro: per

garantirsi la sicurezza economica e sociale hanno realizzato delle forme di attività che trasformano

la natura producendo delle risorse consumabili; al bisogno di sicurezza di natura strategica, invece,

gli esseri umani hanno risposto associandosi tra loro in entità sempre più ampie (dalla tribù allo

Stato), che promettono di offrire l'incolumità fisica.

La storia della società del genere umano è dunque la storia del tentativo di conseguire la sicurezza

di vivere attraverso due condizioni necessarie: la pace ed il lavoro.

A questo punto, all'alba della modernità, l'individuo che appartiene ad una società inizia ad essere

concepito come un autonomo soggetto politico ed economico, titolare di diritti nei confronti dello

stato. Lo stato dunque diventa un'entità che non ha solo dei poteri ma anche dei doveri nei confronti

dell'individuo, primo tra tutti quello di garantire la sicurezza. (Smith diceva che il primo dovere del

sovrano sarebbe dovuto essere la protezione della società e dei suoi appartenenti)

Però sappiamo che si dovrà aspettare la rivoluzione francese perché questo bisogno di sicurezza

riceva una definitiva sanzione giuridica e politica e addirittura se ne configurino le modalità di

realizzazione. La dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, all'Art. 12, investe un aspetto

fondamentale della concezione giuridico politica dell'occidente moderno: emerge l'universalità della

sua ispirazione e da qui la forte preoccupazione che una forza pubblica non diventi lo strumento di

dominio di qualcuno.

In passato era offerta alla comunità di appartenenza, nel moderno stato di diritto, viene offerta a tutti

la sicurezza che Robert Castel chiama civile, che si concretizza nella protezione delle persone e dei

beni. La volontà della rivoluzione borghese di estendere a tutti i cittadini il diritto alla sicurezza

civile, trovava però un forte limite nella disparità che sussisteva tra i cittadini stessi, in relazione ad

una istituzione che nella società moderna si confermava come il presidio di tutti i diritti: la proprietà

privata. Quindi, priva dell'ancoraggio economico rappresentato dall'essere proprietaria di beni

mobili ed immobili, la grande massa della popolazione era ancora afflitta dall'insicurezza sociale.

Da li a poco, la rivoluzione industriale fornisce le basi per risolvere almeno in parte la

contraddizione della società borghese, che rende i propri cittadini uguali e liberi nell'ambito del

diritto ma li rende schiavi sul tema dei rapporti economico-sociali. Il compromesso verrà trovato

dalla società industriale nel corso della sua seconda rivoluzione tra '800 e '900, perché verrà

assicurato ad ogni appartenente ai ceti popolari il lavoro in una fabbrica sempre più grande e sempre

più razionalizzata. Contemporaneamente, fuori dalla fabbrica, cominciano ad essere erette le mura

del wellfare entro le quali verrà accolto il lavoratore: gli verranno offerte delle protezioni sociali che

dovrebbero proteggerlo contro i rischi che minacciano la sua situazione economico-sociale (ad

esempio garanzie contro malattie, infortuni, vecchiaia). Le protezioni del wellfare assumono così la

funzione di una proprietà sociale, che diventa sostitutiva di una proprietà privata, una proprietà per

la sicurezza. E questa proprietà sociale viene messa a disposizione di coloro che erano esclusi da

tutte le protezioni procurate dalla proprietà privata.

Buona parte del XX secolo è caratterizzata dal modello taylorfordista di relazioni industriali fondate

sul patto tra imprenditori e operai che scambia con un lavoro faticoso, ripetitivo e povero di

contenuti, la sicurezza del posto di lavoro in fabbrica; nella società la pace sociale viene invece

scambiata con le protezioni offerte dal wellfare, che sostituiscono in parte quella che era la certezza

che derivava dalla proprietà. Questa è la soluzione prefigurata poi da Marshall che auspica, dopo

l'introduzione dei diritti civili, l'instaurazione dei diritti politici e poi di quelli sociali.

Qual è la situazione sul tema della sicurezza nel XXI secolo?

Sul problema sicurezza e insicurezza è mancata una prospettiva integrata che sia capace di

ricomporre le due anime viste poco fa, quella sociale e quella strategica. Solitamente accade che,

chi si occupa degli aspetti strategici del binomio sicurezza-insicurezza, si concentra sui fenomeni

direttamente collegati a questa in termini di violazione della legalità (dalle inciviltà ai veri e propri

reati), lasciando in secondo piano i fattori di insicurezza di natura economico-sociale (crisi e

ridimensionamento del wellfare); soltanto negli ultimi anni, comincia ad avanzare l'ipotesi che nel

crescente senso di insicurezza che si diffonde nell'opinione pubblica, un peso rilevante sia rivestito

dalla condizione esistenziale di incertezza di cui parla Bauman, la quale è una situazione vera per

una persona contemporanea, lo è ancora di più per il lavoratore.

Sottolineare l'intrinseco collegamento tra le due principali dimensioni e cause dell'insicurezza, non

significa attenuare la specificità della stessa: anche quando si parla di insicurezza, sarebbe

ideologico assolutizzare le cause di una determinata natura, ignorando le altre cause. Nella seconda

metà degli anni '90, la società italiana, in analogia con ciò che è avvenuto in molti paesi europei, è

pronta ad ospitare una crescente percezione di insicurezza perché, per quanto riguarda ad esempio

la sicurezza sociale, in un'economia sempre più interdipendente e sempre maggiormente esposta

alla competizione globale, prende corpo un processo di ristrutturazione del mercato del lavoro e

dell'organizzazione di impresa. Se questo è vero per la sicurezza sociale, anche per la sicurezza

strategica aumentano le implicazioni che derivano dalla crescente esposizione della società ai

fenomeni e agli eventi sociali e politici propri della globalizzazione.

Possiamo dire, a questo proposito, che il fenomeno dell'immigrazione è emblematico da questo

punto di vista, in quanto tutte le indagini socio-criminologiche fatte negli ultimi tempi mettono in

evidenza come il problema dell'immigrazione sia uno dei fattori che causano la maggiore

insicurezza nella popolazione; che poi gli immigrati non delinquano, questo pare interessare poco. È

riconducibile quindi alla globalizzazione anche l'irruzione nel dibattito pubblico dalla quale l'Italia

era rimasta protetta per quasi mezzo secolo grazie agli assetti pressoché stabili della guerra fredda.

Ma gli attentati di New York, Madrid, Londra, hanno evidenziato l'esistenza di una

contrapposizione politica dalla quale nessun paese poteva chiamarsi fuori e diventa dunque

importante il ruolo dei mass media sia come destinatari, sia come interpreti e promotori delle

richieste che provengono dalla cittadinanza. Sino al XX secolo, in Europa, la sicurezza è stata

garantita dallo stato in condizioni di monopolio, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza

strategica; invece, una presenza significativa di privati, era già rilevabile per quanto riguarda la

sicurezza sociale soprattutto negli Stati Uniti (assicurazioni privati). La regolazione dell'offerta è di

due tipi: politica quand'è realizzata dallo stato e/o da altri poteri pubblici, economica quand'è

realizzata dal mercato. Dopo una schiacciante prevalenza dello stato, negli ultimi vent'anni del 1900

il mercato ha guadagnato terreno. Però la presenza del mercato (e dei privati) è maggiormente

visibile nell'offerta di protezione contro le minacce che provengono dalla criminalità urbana, quindi

nei confronti di reati come furti, rapine, violazione di domicilio, c'è un'articolata offerta di

contromisure (allarmi). Quest'offerta dispone anche di una propria teoria, formata da tutti gli assunti

e da tutti i precetti che va sotto il nome di prevenzione situazionale: date le sue finalità pratiche,

l'approccio situazionale azzera l'analisi sulle cause strutturali della sicurezza. Queste analisi possono

essere sia di natura individuale, sia di natura sociale, sia di natura collettiva, ma la prevenzione

situazionale non si attarda sulle cause della criminalità perché si concentra sull'obiettivo di evitare

che il cittadino (in questo caso il cliente) divenga vittima di un reato.

La motivazione economica ed utilitaristica pongono la prevenzione situazionale al riparo dalle

critiche di lasciare inalterate le cause che generano la criminalità, tutti aspetti che esulano dall'ottica

del fornitore privato, il cui unico scopo è quello di garantire la soddisfazione del cliente.

Dal momento che non necessariamente l'utilità del singolo coincide con l'utilità dell'insieme, è

plausibile che l'individualizzazione della sicurezza, perseguita dagli attori che operano sul mercato,

rivesta delle conseguenze critiche sulla percezione collettiva della sicurezza: l'esclusione da misure

finalizzate alla prevenzione dei reati tende a determinare, nei cittadini che non possono permettere

queste misure, un sentimento di privazione relativo.

Esiti non migliori conseguono le opzioni proposte dall'altro sistema di regolazione, quello politico:

in Italia, nell'ultimo decennio, in tema di sicurezza le strategie di risposta fornite dagli esponenti

politici sono riconducibili all'allarme e all'elusione. La strategia dell'allarme è relativa al fatto che

esistano, nelle società industrializzate, imprenditori morali pronti a lanciare l'allarme su questa o

quella minaccia e pronti a cavalcare una determinata emergenza sociale. Per questa ragione si

verificano le ondate di panico morale, definito come “fibrillazione collettiva che ha spesso per

oggetto la criminalità, l'immigrazione, accomunate nel discorso pubblico anche quando un

collegamento tra questi due elementi non esiste”.

Meno nota e meno discussa della strategia dell'allarme, l'elusione affronta i problemi della sicurezza

evitando di affrontarli, limitandosi ad ignorare la questione. Nel nostro paese questo approccio è

diventato sempre meno praticabile via via che il problema della sicurezza diventava centrale

nell'agenda setting.

L'inserimento del binomio sicurezza-insicurezza nell'agenda setting era frutto in parte delle

campagne allarmistiche proposte dai mass media e strumentalizzate dai politici, ma anche di un

sentimento di insicurezza che proveniva dalla popolazione.

IL CAPITALE SOCIALE

In rapporto alle tematiche legate alla sicurezza e all'insicurezza, alla legalità ed all'illegalità, è

necessario fare riferimento a delle categorie interdisciplinari che aderiscano alla natura complessa

del tema sicurezza, facendo leva soprattutto sui processi comunicativi e sulla costruzione identitaria

e reputazionale. Tutto questo serve per pensare a progetti di contrasto dei fenomeni criminali: uno

dei motivi per cui alcune forze politiche hanno adottato le strategie dell'elusione era per il fatto che

il problema fosse poco rilevante rispetto al contrasto della criminalità mafiosa. Potremmo ipotizzare

un processo di riorientamento formativo ed educativo in cui la comunicazione e non la paura

diviene volontà generale. Ed è per questo che è necessario introdurre il concetto di capitale sociale.

Questo termine è stato introdotto da Bordieu e da Colemann, facendo riferimento all'insieme delle

relazioni sociali di cui un soggetto individuale (per esempio un imprenditore o un lavoratore o un

soggetto collettivo) dispone in un determinato momento.

Che cosa si rende disponibile con il capitale sociale? Attraverso il capitale di relazioni si rendono

disponibili delle risorse cognitive, cioè le informazioni, o delle risorse normative, per esempio la

fiducia, che permettono ai soggetti di realizzare degli obiettivi che altrimenti (se non ci fosse la

disponibilità di queste risorse) non sarebbero raggiungibili, ovvero lo sarebbero con dei costi molto

più elevati. Spostandoci da un livello individuale ad un livello aggregato, si potrà dire che un

determinato contesto territoriale risulterà più o meno ricco di capitale sociale a seconda che i

soggetti, individuali o collettivi, che risiedono in quel determinato territorio, siano coinvolti in una

rete più o meno capillare di relazioni sociali. Con la scelta dell'espressione “capitale sociale” si è

voluto sottolineare che, esattamente come succede per altre forme di capitale (economico, umano),

questo rappresenti un ulteriore risorsa per il singolo e per la collettività. Disponendo di capitale

sociale si possono dunque raggiungere obiettivi altrimenti non realizzabili.

Il concetto di capitale sociale e quello di cultura civica, per molti autori coincidono.

In realtà lo stesso Putnamm nella sua ricerca sull'Italia, ha utilizzato indifferentemente i due termini,

intendendo indicare la fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di associazionismo

civico. Questi tre elementi hanno la caratteristica di migliorare l'efficienza dell'organizzazione

sociale perché permettono di promuovere iniziative prese di comune accordo. Putnamm diceva che

questi beni, che fanno riferimento a fiducia, norme, reti di associazionismo, sono quelli che contano

maggiormente nella vita quotidiana (ad esempio la buona volontà, l'amicizia, la solidarietà), mentre

un individuo lasciato a se stesso risulta un essere indifeso. Se questo viene a contatto con i suoi

vicini, i quali vengono poi a contatto con altri vicini, si accumula capitale sociale, che può

soddisfare immediatamente i bisogni del singolo individuo e rappresentare una potenzialità sociale

per migliorare la vita quotidiana di quel territorio.

Il capitale sociale presenta queste tre dimensioni, di cui le prime due (fiducia e norme) intangibili,

mentre la terza, a carattere sociale, consiste nell'associazionismo. La fiducia, dal canto suo, è

elemento fondativo delle norme che regolano la convivenza e queste, a loro volta, rappresentano la

base per la costruzione delle reti di associazionismo. A questo punto, Putnamm ci dice che esiste

una sorta di correlazione negativa a livello dei singoli stati americani tra i comportamenti criminali

e gli indici di capitale sociale: a parità di altre variabili, quanto più cresce il capitale sociale, tanto

più decresce il livello di criminalità. Le conclusioni della ricerca di Putnamm mettevano in evidenza

il fatto che la criminalità deriverebbe dall'indebolimento dei meccanismi di controllo sociale

informale, oltre che dalla scarsa efficienza di controllo sociale formale (ad esempio la sicurezza

pubblica). Se questo è vero, è giusto sostenere che sia necessario riconfigurare il campo del

controllo della criminalità e cambiare i sistemi di controllo della stessa, che devono essere

direttamente collegati a quelle che sono le patologie complesse della situazione attuale ed in

sintonia con quelli che sono i problemi della sicurezza nelle società complesse e con le nuove

modalità di percezione della sicurezza.

Se noi proviamo ad applicare questi concetti al contrasto del fenomeno mafioso, salta fuori che la

parola d'ordine risulta essere “disinvestire” nei confronti delle forme della politica, dei centri di

produzione dell'illegalità a partire dal sistema politico-amministrativo e delle reti collusive col

potere mafioso. Quindi, ai fini della produzione del capitale sociale, della cooperazione, della

fiducia, è necessario uscire da una visione meccanicistica e mercantilistica e considerare il rapporto

tra sistema locale ed economia anche con riferimento a un sistema di apprendimento, di conoscenze

e di organizzazione per il tramite di interdipendenze non mercantili.

Questo sistema di apprendimento consiste nel processo attraverso il quale si fanno proprie le

nozioni necessarie per produrre un agire collettivo in grado a sua volta di produrre sviluppo.

L'efficacia delle politiche di sviluppo di una realtà locale o nazionale, sulla base di quanto detto,

dovrà essere considerata in relazione all'incremento del grado di coesione socio-culturale.

Quindi, se noi vogliamo usare il concetto di capitale sociale per ridefinire le politiche sociali e

territoriali, dobbiamo metterle in relazione con il grado di coesione socio-culturale che è possibile

trovare in un determinato contesto e pensare ad un sistema locale che sia in grado di arricchire e di

far crescere i sistemi di vita riscontrabili in quel determinato territorio: questo apre sicuramente una

prospettiva più ampia e concreta di formazione di capitale sociale, nella misura in cui si può

arrivare alla formazione delle reti cooperative tra attori individuali ed attori collettivi.

Formare delle reti cooperative tra attori individuali ed attori collettivi non è un'operazione priva di

rischi, in quanto questi concetti sono stati sottoposti a critiche da due opposti versanti: ci sono stati

alcuni autori che hanno sottolineato che questo modo di procedere non sarebbe sufficiente a

produrre l'arricchimento e la crescita dei sistemi di vita; altri autori hanno invece fatto vedere il

rischio che queste reti cooperative possano diventare troppo coese e trasformarsi loro stesse in

gruppi di interesse, capaci di bloccare anziché promuovere i processi di innovazione.

Bisogna tenere conto, parlando di capitale sociale, del fatto che nei vari contesti si inseriscano

anche i processi di globalizzazione, perché questi mettono in evidenza come non esista solo una

globalizzazione economica, ma anche una pluralizzazione culturale che fa emergere una pluralità di

attori anche transnazionali: proprio in questa ottica si muove la forma di potere che Bauman ha

chiamato epoca liquido-moderna con il suo nuovo tipo di potere globale che ha come obiettivo

l'abbattimento di tutti i muri che ostacolano il flusso di nuovi poteri globali fluidi.

Da questo punto di vista, qualsiasi contesto denso e fitto di legami sociali, in particolare una rete

molto ben radicata su un territorio, è un ostacolo da eliminare. I poteri globali sono intenti a

smantellare queste reti per poter godere di una crescente fluidità, che rappresenta la forza della loro

invincibilità. Di conseguenza sarà la caducità, la friabilità, l'inconsistenza e la provvisorietà dei

legami sociali e delle integrazioni umane, più sarà facile per questi poteri di assolvere al loro

intento.

Esistono però degli economisti che mettono in evidenza come le stesse motivazioni e le stesse

dinamiche capaci di produrre capitale sociale, riescano anche a generare una passività sociale: ci

sono dunque delle situazioni che rendono il capitale sociale non scevro da rischi, cioè l'esclusione di

estranei, le pretese eccessive sui componenti del gruppo, il fatto di imporre delle regole di

conformità e limitare la libertà individuale, il tentativo di livellare il comportamento ad un minimo

comune denominatore. Un altro rischio può essere quello di ostacolare nel sistema locale l'ingresso

di nuove imprese, riducendo così alle imprese che fanno già parte del sistema di arrivare ad

intessere nuove relazioni con l'esterno e trasformandosi in un sistema autoreferenziale, facendo si

che si impediscano scambi con l'esterno.

Altri studi hanno sottolineato l'importanza del ruolo del capitale sociale nella riduzione dei

comportamenti criminali e violenti. Al fine di controllare ad esempio un adolescente e ridurre la

possibilità di intraprendere attività criminose, è necessario che l'attività locale riesca ad esercitare

una certa supervisione sui gruppi di adolescenti, quindi combinando la coesione sociale del

quartiere e del vicinato con la volontà degli abitanti in nome di un fine comune al fine di

evidenziare l'efficacia collettiva.

Da questo punto di vista, affidare alle comunità locali la responsabilità delle loro scelte, può

risultare proficuo per la costruzione di capitale sociale, quindi non è una volontà che viene imposta

dall'alto ma vengono responsabilizzate le singole comunità locali.

Strettamente correlato a questo problema è quello della reputazione sociale: l'analisi dei processi

identitari e della costruzione della reputazione risulta importante per studiare i contesti sociali

all'interno dei quali è rilevante la presenza diffusa della mafia: cosa s'intende per reputazione? Il

sistema di opinioni, di giudizi, di pregiudizi, di credenze che ruotano intorno alla qualità e ai

requisiti di affidabilità di una persona (o di una merce, di un marchio, di un determinato servizio).

Quindi, la reputazione, è uno schema attraverso il quale ci avviciniamo a tutte quelle situazioni che

si caratterizzano per incertezza e per una distribuzione asimmetrica di informazioni. Per esempio,

attorno ad una reputazione fondata sulla violenza e mascherata coi panni della protezione, cosa

nostra costruisce il proprio marchio di qualità: possiamo dire che, come e più di tutte le industrie,

proprio la mafia ha bisogno di pubblicità che però non può farsi direttamente perché opera

illegalmente. Nelle diverse fasi accade che si appoggi alla pubblicità che proviene dall'esterno: in

maniera sorprendente quindi, i fini dei mezzi di informazione, del cinema, dei romanzi popolari,

coincidono con i fini di cosa nostra perché sia gli uni che gli altri hanno lo scopo di suscitare

l'attenzione, far colpo, creare miti e misteri. L'interazione con i mass media aumenta la confusione

intorno al fenomeno mafioso e rende molto difficile separare i fatti reali dalla finzione, favorendo

così la mafia che userà queste incomprensioni in maniere strategica. Gambetta, studioso della

criminalità mafiosa, insiste sul concetto di reputazione mafiosa e ci dice che questa è il marchio di

intimidazione efficace di cosa nostra: in altri termini, la reputazione, che rappresenta il capitale

mafioso più importante, si fonda su dei meccanismi piuttosto sottili, che non sono stati ancora

completamente compresi. La storia della mafia è la storia delle relazioni che tengono insieme la

criminalità con le varie aree della società in tutte le sue ramificazioni (società civile, politica,

istituzionale)e spezzare queste relazioni non è facile: l'iniziativa per la legalità e lo sviluppo, per

poter essere efficace, deve essere in grado di penetrare in maniera capillare e non in maniera

episodica nei vari meandri sociali in cui si annida ciò che è stato definito lo spirito di mafia e si

sviluppano tutti quei processi di agire violento. Su alcuni di questi microprocessi generativi della

violenza e dello spirito di mafia (processo di violentizzazione), il criminologo Athens si è basato su

studi di esperienze reali e ha identificato un processo di sviluppo sociale che accomuna tutti i

criminali violenti e che lo stesso Athens ha chiamato processo di violentizzazzione. Ribaltando gli

approcci tradizionali della criminologia, della psichiatria e della sociologia indica alcuni punti di

riferimento per tentare di cercare qualche risposta:

primo consiste nel fatto che le persone siano ciò che sono come risultato delle esperienze sociali

–Il

che hanno vissuto nel corso della propria vita. La maggior parte delle esperienze passa in un flusso

quasi infinito che viene dimenticato appena finisce. Tuttavia, alcune di queste esperienze sociali

sono significative e vengono definite indimenticabili: esse avranno un impatto duraturo sulla vita

delle persone, lasciando il segno. Tra le esperienze sociali che Athens definisce come capaci di

lasciare il segno ci sono quelle che trasformano alcune persone in criminali violenti e pericolosi.

secondo punto è relativo al fatto che le esperienze sociali significative che trasformano le

–Il

persone in criminali violenti e pericolosi avvengono in maniera graduale nel corso del tempo,

quindi, dal momento che le esperienze sociali si costituiscono sulla base di esperienze precedenti, è

ragionevole concludere che debbano formare un qualche tipo di processo di sviluppo con fasi

riconoscibili. Questo processo di sviluppo non è preordinato, nel senso che le prime fasi possono

rendere possibili le successive;

terzo presupposto si fonda sulla scorta delle convinzioni sviluppate da Athens secondo il quale è

–Il

molto meglio studiare 50 persone in profondità che studiarne 5000 superficialmente, quindi diventa

importante il sistema di osservazione approfondita, metodo apparentemente semplice e banale che

ci permette di conoscere a fondo le persone che vogliamo studiare;

quarto processo è quello di violentizzazione: consiste nella formulazione di un processo

–Il

sperimentale in quattro fasi. Egli parla di brutalizzazione (il bambino costretto con la violenza a

sottomettersi ad una figura aggressiva), belligeranza (si verifica quando il soggetto, in un

determinato momento della propria vita, si trova in difficoltà con se stesso e con il mondo e decide

di imitare il proprio aguzzino), prestazioni violente (quando il soggetto coglie nello sguardo degli

altri rispetto e paura), virulenza (quando il soggetto è arrivato, sulla base delle fasi precedenti, alla

costruzione di una reputazione violenta, quindi intorno a quel soggetto si sono sviluppati giudizi,

pregiudizi, fama di violenza ed atteggiamento violento).

Si diventa criminali violenti, dunque, con un processo di violentizzazione: i criminali violenti, sin

da piccoli, subiscono l'orificazione personale, esattamente il contrario della sottomissione violenta.

Il soggetto criminoso non subisce direttamente una sottomissione violenta, ma è testimone di questo

trattamento inflitto ad un'altra persona: dunque, sentire può essere peggio di vedere, perché il

soggetto riempie i vuoti di quanto non visto con l'immaginazione mentale. Può verificarsi anche una

sottomissione coercitiva quando punta alla sottomissione momentanea e all'obbedienza del singolo

comando, oppure la sottomissione vendicativa, permanente, che assicura l'obbedienza e il rispetto

futuri del soggetto. Ancora, troviamo l'addestramento alla violenza, che potrebbe far pensare ad una

sorta di patrimonio di conoscenze su come ad esempio ferire gravemente una determinata persona,

ma è da intendersi come il comunicare la convinzione che alcune persone debbano essere

gravemente ferite. Potremmo ad esempio parlare di interiorizzazione di una convinzione in quanto il

soggetto non ha più bisogno di sentirsi dire dall'esterno cosa fare, proprio per il fatto di aver

interiorizzato la convinzione e di essersi identificato con un modello criminale.

In tutto questo passaggio dunque, noi vediamo che viene scalfita la convinzione che certi criminali

uccidano in preda ad un raptus o perché del tutto incapaci di intendere e volere. Qui abbiamo chiara

l'idea che anche la vendetta si impara da piccoli all'interno della famiglia, dei quartieri, dei gruppi.

Tutto questo non è qualcosa di nuovo, nel senso che Athens sviluppa il suo lavoro attraverso una

serie di interviste semistrutturate rivolte a dei criminali violenti, detenuti nelle carceri statunitensi.

Da parte dell'autore c'è poi la successiva rielaborazione del materiale raccolto. L'esito dell'incrocio e

della comparazione delle informazioni anamnestiche di questi soggetti (principalmente autori di

violenze, aggressioni, omicidi), conduce lo storico ad affermare che la peculiarità di questa

categoria di delinquenti sta nel fatto che interpretano il mondo in maniera diversa dai loro vicini

rispettosi della legge. Proprio da questa differente interpretazione, emerge la violenza come frutto di

una scelta e non di una precisa esplosione comportamentale.

Questa, come già detto, non è un'interpretazione nuova ma si allontana dalle teorie criminologiche

prevalenti, che volevano ricondurre la condotta criminale violenta al fatto che il soggetto, nella sua

condotta, fosse in preda ad un qualche raptus. Shaterland è un esempio, in quanto metteva in

evidenza che il comportamento criminale non si eredita e non si inventa, ma si apprende in un lungo

processo di comunicazione che deve avere determinate caratteristiche come il fatto di essere

appreso in gruppi particolarmente piccoli e coesi e che la comunicazione dev'essere di tipo verbale.

Egli ha accordato poca influenza ai mass media, cosa che invece abbiamo visto essere importante e

decisiva per Quinney. Shaterland porta l'esempio del fatto che il soggetto decida di commettere una

rapina in una banca non adeguatamente presidiata: questo dipenderà anche dal fatto che la banca

non sia presidiata, ma soprattutto dalle sue esperienze pregresse che lo portano a pensare che una

banca non presidiata sia idonea ad una rapina.

Nel 1960 Glease, nel formulare la teoria delle associazioni differenziali di Shaterland si rifà alla

teoria dei ruoli di Mate, che afferma che ai fini dell'apprendimento della delinquenza è importante

l'identificazione con modelli criminali più che l'associazione con essi. Quindi in questo caso, il

processo determinante per la criminogenesi è il processo di identificazione: questo significa che

l'identificazione non richiede un contatto interpersonale perché può realizzarsi anche verso modelli,

reali o immaginari, con i quali non vi è stato un rapporto diretto. Nel caso specifico,

l'identificazione con soggetti delinquenti può verificarsi in diversi modi: a seguito di esperienze

dirette con associazioni di delinquenti, ma anche attraverso una valutazione positiva dei ruoli

deliquenziali così come sono rappresentati dai mass media, o ancora, a seguito di una reazione

negativa a forze che si oppongono alla criminalità (come il soggetto che è stato vittima di un

crimine che subisce una vittimizzazione secondaria dagli apparati del controllo sociale).

L'EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI SICUREZZA

Lo studio del crimine dovrebbe essere in grado di rispondere a tre domande:

1)Come nasce una norma penale? Come si trasforma e come scompare?

Deve esistere una norma che incrimini un determinato comportamento, dunque è reato ciò che la

legge definisce come tale. Il diritto, però, non cessa di evolvere nel tempo e quindi ogni riforma che

viene fatta rappresenta un passaggio fondamentale per riflettere su queste evoluzioni. Evoluzioni

che i giuristi conoscono: alcuni comportamenti cessano di essere considerati reati ed altri lo

diventano invece. Il primo momento dello studio del crimine è quindi l'esame di questo processo

che possiamo chiamare socio storico, ponendoci queste domande.

2)Il fatto che uno o più individui violino questa norma: perché comportamenti censurati vengono

commessi e da chi sono posti in essere? Le rappresentazioni comuni, abituali, della criminalità, si

concentrano sulla violenza, sui furti e sulle zone urbane che versano in particolari condizioni di

disagio. Ma sappiamo che la criminalità non riguarda solo determinati quartieri o solo determinati

individui in quanto forme deliquenziali esistono in tutte le classi sociali, a tutti i livelli ed in tutti i

settori professionali. Questo necessita di mettere a fuoco una serie di conoscenze per studiare questo

tipo di criminalità.

3)Quali sono le modalità attraverso le quali la polizia ed il sistema giudiziario giungono a

conoscenza delle violazioni commesse? Come reagiscono a queste informazioni? Chi la giustizia

condanna ed a quale tipo di condanna? Non è sufficiente violare una norma per diventare

delinquenti perché bisogna essere giudicati e puniti, e questo non accade sempre per una serie di

variabili. Su questo punto, i teorici dell'etichettamento hanno fatto molte riflessioni dicendo che in

realtà, perché il soggetto possa essere definito delinquente, occorrono una serie di passaggi, e due

comportamenti identici possono avere un'evoluzione del tutto diversa: se il soggetto non vine colto

nell'atto di commettere il crimine, evita di arrivare a quella che i teorici dell'etichettamento

chiamano identità deviante (percorso più grave della trasformazione da persona normale a

delinquente).

Per rispondere a queste domande, è necessario fare alcune considerazioni: negli ultimi decenni del

XX secolo, una grave instabilità che continua anche oggi ha colto le politiche pubbliche che

riguardano la delinquenza. È ancora piuttosto difficile cogliere la portata di questi cambiamenti, ma

si assiste ad una ricomposizione profonda del modello che governa la materia: possiamo dire che

all'epoca in cui la società era fondata su un modello di vicinato, la sicurezza delle persone e dei loro

beni (controllo sociale) era essenzialmente legato alla sorveglianza e all'attività di arbitrato fatta

dalle comunità locali. Dunque, quando la socialità è fondata sul modello di vicinato, essa sarà

dominata dalla prossimità: ciò significa che la vita sociale e dunque il lavoro, le alleanze, il

divertimento, la vita comunitaria, si svolgono dentro questo modello di vicinato. Un certo numero

di persone, quindi, si spostano, ma il gruppo d'origine controlla strettamente le loro migrazioni. In

questo modello, le uniche persone che rappresentano un problema sono coloro che riescono a

rimanere nell'anonimato. Da qui, il ruolo essenziale e la forza acquisita dalla comunità dei vicini,

che diventa la principale forma di protezione contro la precarietà dell'ambiente ed esige una stretta

conformità da parte dei suoi membri e assicura a costoro una certa sicurezza grazie a una stretta

sorveglianza di ciascuno da parte di tutti.

In questo modello, il potere pubblico, nonostante le apparenze, riveste in realtà un ruolo del tutto

marginale: è un potere che ha un suo ruolo soltanto per controllare coloro che sfuggono al controllo

della comunità. Evidentemente, con il passare del tempo, lo sviluppo delle reti di comunicazione

libererà i rapporti sociali da questa costrizione di vicinato, e i soggetti si allontanano sempre più

dalla comunità dei vicini. Quando la società fondata sul modello di vicinato inizia a sfaldarsi, il

ruolo dello stato diventa cruciale, in quanto la società ora si fonda sull'anonimato. La nuova

economia dell'ordine si fonda sulla definizione di uno spazio pubblico che ognuno può prendere in

prestito ma di cui nessuno può appropriarsi: uno degli strumenti di questo cambiamento sarà

l'invenzione di un'amministrazione incaricata della sorveglianza dello spazio pubblico. La polizia

diventa un'istituzione che controlla lo spazio pubblico e quest'ultimo, ora, viene ridotto a luogo di

circolazione, in quanto l'individuo deve soltanto controllare gli accessi al suo spazio privato. Questo

compito dell'individuo si impone alla luce di alcuni cambiamenti: innanzitutto non può più contare

sull'appoggio del modello di vicinato, ma il suo compito è facilitato perché il suo spazio privato è

situato all'interno di uno spazio più ampio, posto sotto il controllo della polizia. E l'invenzione di

un'amministrazione incaricata della sorveglianza di uno spazio pubblico fa sì che il proletariato

urbano, che sino a quel momento era abituato a considerare la strada come uno spazio di vita e non

semplicemente come un luogo di circolazione, ora deve cambiare registro ed ha perciò difficoltà ad

accettare nuove norme, in quanto imposte da un'amministrazione avvertita come estranea.

Pertanto, per poter essere accettate, occorre prevedere un passaggio aggiuntivo: le armi dello stato

liberale, caratterizzate da forte repressione e rigidi discorsi morali, non sono interiorizzate dal

popolo e dunque dovranno ben presto trasformarsi nei rimedi dello stato sociale per poter essere

almeno più facilmente accettate.

Quando viene smarrita la speranza del recupero del soggetto, allora sappiamo che si sviluppano

tentazioni volte a sopprimere l'individuo; ma quando la speranza del recupero non è completamente

persa, allora si afferma la necessità, attraverso misure rieducative, un ponte tra la pena e la politica

sociale. A questo punto, lo stato sociale della sicurezza è un modello che messo appunto tra il 1880

e la prima guerra mondiale sopravviverà per gran parte del XX secolo. La priorità, dunque, non è

quella di affermare un potere che non è in alcun modo contestato, ma piuttosto di assicurare alla

popolazione un certo grado di sicurezza che non può più essere delegato a dei meccanismi

microcomunitari ormai diventati obsoleti. Si va perciò verso un modello di stato sociale della

sicurezza, iniziando alla possibilità di rieducare tutto quel gruppo di giovani che hanno intrapreso la

strada della devianza, e questa sicurezza viene inserita all'interno di un programma molto più ampio

di protezione sociale che lo stato garantisce. All'indomani della seconda guerra mondiale, però,

questa nuova difesa sociale presenterà una nuova versione, dalla quale saranno escluse tutte le

tentazioni di eliminare le persone che hanno commesso atti devianti.

Lo stato sociale di sicurezza sarà messo in crisi dai grandi cambiamenti sociali. Sino a poco prima si

aveva la possibilità di riuscire, attraverso il lavoro, a inserire i giovani che avevano intrapreso la

strada della devianza, anche manodopera poco specializzata; ci si è poco preoccupati dello sviluppo

di una delinquenza che era comunque legata alla corsa al consumismo. Questi strumenti hanno

perso però la loro efficacia quando l'entrata nel mondo del lavoro stabile è diventata meno agevole,

soprattutto per le persone scarsamente o poco qualificate. A questo punto, intraprendere le strade

della devianza diventa una tentazione ancora maggiore per coloro che hanno perso la certezza di

entrare nel mercato di lavoro stabile.

Con l'indebolimento dello stato sociale, è emerso un durevole sentimento di insicurezza; tutto si

complica poi anche per effetto della globalizzazione economica, che ha posto su grande scala il

problema delle migrazioni e dei beni proibiti,come stupefacenti o denaro sporco, e quindi un

problema di controllo delle informazioni che ignorano le frontiere nazionali. La situazione si

presenta dunque in questo modo: combattuti tra queste due sfide, garantire la sicurezza da un lato e

controllare i flussi internazionali dall'altro, gli stati hanno cercato la salvezza nel ritorno alla

dimensione locale da un lato e nella cooperazione internazionale dall'altro.

Si delineano in questo quadro degli spazi sovranazionali di controllo sociale, di cui l'Unione

Europea può rappresentare un esempio interessante. Quindi è probabilmente la dimensione della

proibizione che costituisce la prima tappa di questa costruzione, nel senso che l'origine esotica della

maggior parte delle sostanze proibite ha portato a stipulare convenzioni internazionali e a cercare di

controllare il traffico di queste sostanze a livello transnazionale. Questo modello delle convenzioni

internazionali verrà anche esteso al trattamento del terrorismo e più tardi dell'immigrazione

clandestina, oltre che alla criminalità economica e finanziaria. La sfida è dunque quella di cercare di

combinare una libertà di circolazione interna, che darebbe significato al concetto di cittadinanza

europea, mantenendo però un controllo efficace su questi flussi di persone e di beni.

Diventa quindi appetibile in questo modello, tentare di convincersi e di convincere che la sicurezza

dei cittadini potrebbe essere garantita concentrandosi su questi tre elementi: immigrazione

clandestina, traffico di stupefacenti, terrorismo; se si parte da questo presupposto, ciò significa che

la criminalità a vittimizzazione diretta (cioè quella dei reati predatori), risulterebbe in questo

modello un sottoprodotto di questa grande delinquenza e, paradossalmente, sarebbe sufficiente

riuscire a rispondere a questi tre problemi, per risolvere anche quelli di sicurezza che riguardano

tutta la cittadinanza. Ovviamente questo è profondamente ingiusto nel senso che lo spaccio di droga

in un determinato quartiere della città può rendere difficile la vita delle persone che abitano in quel

determinato quartiere. Ma affermare che la maggior parte dei furti e delle aggressioni siano

effettuati da tossici che vogliono trovare i mezzi per procurarsi quella sostanza, è un'affermazione

che non resiste alle evidenze empiriche. Combattere questi tre aspetti non significa dunque trovare

delle soluzioni eque per quanto riguarda la sicurezza della cittadinanza. Per quanto riguarda il

rischio terrorismo, questo non influisce sulla vita quotidiana delle persone se non in circostanze

particolari e questo per dire che voler calibrare le politiche di sicurezza sulle violazioni dell'ordine

pubblico, impedisce il conseguimento dell'obiettivo della sicurezza delle persone e dei loro beni.

Quindi lo stato non ha potuto limitarsi a cercare delle strade di cooperazione internazionali per

controllare i flussi migratori; l'intrusione delle tematiche dell'insicurezza nel dibattito pubblico l'ha

condotto a muoversi in un'altra direzione, quella del controllo sociale orientato verso il recupero

della dimensione locale di prossimità.

La soluzione più semplice, ci si chiede, non sarebbe quella di trasferire dallo stato al mercato gran

parte del fardello sicurezza? Questo si è potuto in parte credere possibile vedendo che le autorità

pubbliche si disinteressavano della sicurezza di prossimità e lasciavano crescere le soluzioni

mercantili (il mercato della sicurezza), soprattutto in Gran Bretagna, dove i governi conservatori

hanno da molto tempo incoraggiato i singoli ad acquistare la sicurezza dal mercato privato.

IL MERCATO IN MATERIA DI SICUREZZA

Globalmente, possiamo dire che si arrivi a poco a poco a incapsulare negli spazi di sicurezza delle

attività che possono essere definite a rischio, come le attività commerciali: a queste attività può

essere garantita sicurezza a patto che riescano ad essere inserite all'interno di luoghi precisi e

circoscritti (gallerie commerciali, grandi magazzini); oppure si riescono a collocare a distanza delle

attività che non possono essere situate in luoghi precisi ma che comunque lasciano una traccia,

come ad esempio una carta di credito.

Le risorse del mercato privato in materia di sicurezza si adattano bene ai bisogni delle imprese

commerciali, dei trasporti o delle collettività, purché esse possano garantire il costo di questa messa

in sicurezza.

Il singolo individuo, come utente, è indubbiamente sempre più sorvegliato, però, questo non vuol

dire che sia automaticamente meglio protetto. Grazie alle acquisizioni della tecnologia, si possono

limitare i rischi di furto all'interno delle applicazioni, però, il fatto di poter garantire una miglior

sorveglianza di determinate zone urbane, indica anche una sorta di ghetizzazione volontaria degli

abitanti di quel determinato quartiere, e tutto ciò contrasta con l'aspetto di mobilità che caratterizza

le nostre società.

Dunque la prevenzione situazionale può essere vista come una strategia ma solo con il presupposto

che i residenti siano disposti a collaborare con le forze di polizia. Nel corso degli ultimi decenni, la

preoccupazione della prevenzione ha avuto delle difficoltà causate dall'allarme violenza in

determinate zone urbane: la situazione è diventata più complessa perché la polizia è passata da un

modello preventivo ad un modello reattivo a causa dell'aumento della violenza, per poi ritornare a

soluzioni che riguardano il community policing. Anche il sistema giudiziario, dunque, tenta un

ripiegamento sulla dimensione locale (dettato dalla polizia di prossimità e dalla mediazione) anche

se si tratta di metodi che non influenzano in maniera decisiva il funzionamento della giustizia.

Gli apparati del controllo sociale riescono a nascondere piuttosto male la loro ambivalenza nei

confronti del concetto di prevenzione del crimine. Se è vero che esiste questo atteggiamento di

ambiguità, da dove ha origine? Da un lato, sicuramente le forze di polizia riconoscono l'importanza

della prevenzione, dall'altro l'attività preventiva viene riconosciuta come un'attività di polizia

debole. Se è fuori discussione l'importanza dell'azione repressiva nei confronti della criminalità ed

in particolare di quella organizzata, non si comprende come non debba essere presente anche

l'azione di prevenzione nei confronti della violenza quotidiana che si realizza nei contesti urbani. È

vero comunque, che se noi guardiamo ai delitti contro la proprietà che il tasso di autori ignoti per

reati quali il furto, esso è veramente alto, come se questo tipo di delitti avessero acquisito una sorta

di immunità nei confronti dell'azione repressiva. È altrettanto vero che, di fronte alle violenze

urbane, le soluzioni penali abituali sembrano abbastanza fuori luogo (una delle ragioni per cui è

difficile combattere la violenza urbana è che per un lungo periodo si è ritenuto che combattere

terrorismo, traffico di stupefacenti ed il problema dell'immigrazione clandestina servisse a far

diminuire anche i problemi di sicurezza urbana). Abbiamo dunque la necessità di fare ricorso a

nuove strategie per riuscire a fronteggiare una criminalità urbana che si realizza nella quotidianità

che richiede altre forme di intervento. Intanto, la nozione di prevenzione non è sicuramente

univoco, in quanto spesso le vengono attribuiti due significati: in una accezione più ampia, la

prevenzione comprende tutte le politiche e tutto quell'insieme di interventi che contribuiscono a far

diminuire la criminalità (questo concetto arriva ad inglobare indagini, arresto, punizione in modo

tale che il concetto di repressione risulti inglobato in quello di prevenzione, perdendo però la

specificità del concetto in questione); la seconda accezione è più specifica e vede la prevenzione del

crimine come l'insieme delle azioni non penali su quelle che possono definirsi le cause prossime del

crimine allo scopo di ridurne la gravità.

Le azioni preventive condotte dalla polizia appartengono a due categorie: innanzitutto le misure

espressamente riconosciute come rientranti nel concetto di prevenzione, abbiamo poi le azioni la cui

finalità preventiva è implicita.

Le misure che fanno riferimento alla prima categoria, sono le conferenze fatte dalla stessa polizia, le

varie campagne di sensibilizzazione, la partecipazione della polizia ai progetti di sorveglianza di un

determinato quartiere. Quelle appartenenti alla seconda categoria, sono invece le operazioni la cui

funzione preventiva non è immediatamente visibile, per esempio la sorveglianza di determinati

luoghi, l'attività di pattuglia, il fatto che la polizia risponda alle chiamate che vengono fatte dai

cittadini. Il senso comune ci fa dire che la semplice presenza della polizia, dovrebbe sollecitare le

persone a comportarsi bene, arrivando a prevenire la commissione di delitti.

È possibile valutare dal punto di vista scientifico un progetto di prevenzione? Perché l'efficacia

delle misure preventive resta tutto sommato sconosciuta, in quanto risulta essere molto difficile

misurarne gli effetti; di conseguenza non si sa se gli sforzi hanno portato il frutto che ci si aspettava

da queste misure, senza avere la possibilità di correggere il tiro e di fare il punto della situazione.

La difficoltà nel misurare l'efficacia della prevenzione caratterizzava un recente passato, la

situazione è migliorata nel momento in cui i ricercatori hanno iniziato ad accumulare dati relativi a

ricerche condotte su questo settore specifico della prevenzione. Le fonti principali sono due:

soprattutto le ricerche del Nord America hanno messo in evidenza che sia possibile pervenire a

valutazioni scientifiche circa i servizi di pattuglia, circa le risposte fornite dalla polizia alle richieste

provenienti dai cittadini, circa le azioni compiute contro gli episodi di civiltà per il mantenimento

dell'ordine, circa la polizia di prossimità. La seconda fonte raccoglie comunque le ricerche che

riguardano la valutazione dei progetti di prevenzione situazionale, che sono realizzati in

collaborazione con le forze dell'ordine.

La prevenzione situazionale serve a designare tutto quell'insieme di misure non penali il cui scopo è

quello di ridurre la probabilità o la gravità del passaggio all'atto, intervenendo per modificare le

circostanze particolari in cui verosimilmente potranno essere commessi dei delitti. Lo specialista di

questo tipo di prevenzione prende per obiettivo una categoria specifica di violazione, ad esempio le

rapine ai danni di una gioielleria, e cerca di modificare la situazione in cui la rapina è portata a

compimento, in modo tale da renderla così difficoltosa e rischiosa che i potenziali rapinatori

decideranno di non portarla a compimento. Tutta la strategia, quindi, ruota intorno al presupposto

che il delinquente potenziale sia un soggetto razionale che calcola i costi ed i benefici che

provengono dalla sua azione. Però, questa prevenzione non si riduce soltanto a mera tecnologia e

può esser concepita come una teoria idonea ad anticipare le azioni del delinquente, la quale non

postula quindi né una grande intelligenza, né una grande capacità di previsione da parte del

potenziale delinquente.

Tra le azioni condotte quotidianamente dalle forze di polizia, ci possiamo chiedere quali

contribuiscano alla prevenzione del crimine ed a quali condizioni, considerando tre categorie: la

sorveglianza svolta dalla polizia, le risposte date alle chiamate dei cittadini, il mantenimento

dell'ordine. Varie ricerche, per quanto riguarda il primo aspetto, hanno messo in evidenza che

quando i servizi di pattuglia in una determinata città sono soppressi per una qualche ragione,

aumenta la criminalità, e questa è stata presa come dimostrazione del fatto che la presenza della

polizia previene il crimine. Ma, quando la quantità di sorveglianza aumenta non produce delle

variazioni corrispondenti nei tassi di criminalità, cioè un livello minimo di presenza della polizia in

una città previene numerosi crimini ma se questa presenza diventa più consistente, ciò non si

traduce automaticamente in variazioni corrispondenti dei tassi di criminalità. Gli studi criminologici

ci dicono che la maggior parte delle violazioni sono commesse quando si è abbastanza sicuri di

essere al di fuori degli sguardi, in particolare della polizia. L'efficacia dei servizi svolti può

comunque essere migliorata attraverso l'individuazione dei punti caldi del crimine: un principio

generale deriva da queste affermazioni “la sorveglianza della polizia sarà più efficace se si

concentrerà se i crimini sono frequenti, piuttosto che in zone a basso rischio”, dunque la

sorveglianza mirata dovrebbe aumentare l'efficacia preventiva, anche se questa presuppone un

obiettivo noto e localizzato. È qui che l'analisi criminologica deve individuare i punti caldi del

crimine e, attraverso questa, dovrebbero essere posti in evidenza i problemi che affliggono quella

determinata zona. Questa analisi deve necessariamente avvalersi di un'interazione con

l'amministrazione locale ma anche con le vittime. Ovviamente, il luogo deve poter essere ben

sorvegliato, ad esempio migliorando l'illuminazione o grazie ai sistemi di videosorveglianza, che

possono estendere la presenza dell'uomo amplificando l'effetto di dissuasione situazionale.

Nella definizione di prevenzione che abbiamo dato, l'obiettivo che ci si pone è quello di agire per

ridurre la frequenza dei crimini: quello che allora ci chiediamo è se l'intervento della polizia nei

conflitti che si verificano tra le persone possa riuscire a prevenire l'escalation della violenza.

Quando la polizia risponde alle chiamate dei cittadini, questa attività ha valore di prevenzione? O

meglio, se la polizia non intervenisse, alcuni conflitti avrebbero la possibilità di sfociare in eventi di

maggiore gravità? Per verificare quest'ipotesi è necessario rispondere a questi due quesiti, e

vediamo che sulla base di queste due domande e di ricerche condotte in vari contesti, possiamo

arrivare a dire che dalla polizia non ci si può attendere che il conflitto venga risolto una volta per

tutte, ma spesso hanno la capacità di evitare che l'azione degeneri.

Molte ricerche hanno messo in evidenza che spesso, la presenza della polizia riesce a calmare i

protagonisti del conflitto ed impedire che la situazione degeneri. È molto importante l’ascolto, in

quando spesso le persone hanno grande bisogno di essere ascoltati e particolarmente quando la

situazione si caratterizza per un conflitto. L’accompagnamento può adoperarsi per accompagnare la

vittima da un parente, da un amico; la minaccia dell’arresto nel caso non cessino gli atteggiamenti

violenti; l’ordine può imporre ad una persona di porgere le scuse all’altra; l’allontanamento,

l’espulsione e anche l’arresto. Tutte queste misure, a parte l’ultima, entrano a pieno titolo nelle

misure della prevenzione situazionale.

Il secondo aspetto circa la prevenzione è quella attuata contrastando gli episodi di inciviltà: se gli

episodi minori fungono da traino per il compimento di reati più gravi, i poliziotti riusciranno a

prevenire questi ultimi tenendo sotto controllo i primi. Skogan in realtà ha dimostrato che

l’accumulo di episodi di inciviltà suscita il sentimento di insicurezza e contribuisce a far emergere

la violenza urbana. L’ipotesi della finestra rotta ha portato alla teoria della tolleranza zero, per la

quale le forze di polizia non avrebbero dovuto trascurare nulla ed intervenire istantaneamente su

tutti gli episodi. Ma com’è possibile agire in questo modo su tutto il territorio e senza esasperare i

cittadini? Quindi l’azione sugli episodi di inciviltà era un mezzo per ristabilire le condizioni di

sicurezza ed un controllo sociale informale, aiutando la popolazione a riappropriarsi del proprio

territorio. Ma se alcune premesse potevano essere corrette, alcune conclusioni sono state esasperate;

alcuni orientamenti sono però strettamente correlati al concetto di prevenzione, cioè la polizia di

prossimità, lotta contro gli episodi di vittimizzazione ed il problem orientity policing.

La polizia di prossimità: ciò che si chiama in questo modo, si caratterizza essenzialmente per una

volontà di avvicinare i cittadini e la comunità locale. Essa conduce il poliziotto a fare della

prevenzione indiretta: essendo in prima linea, egli sarà il primo a scoprire i problemi di una

determinata zona, ma non sempre può agire di propria iniziativa, in quanto spesso il suo è un ruolo

circoscritto a quello di consulente in tema di prevenzione, che quindi può suggerire delle soluzioni e

delle strategie alle vittime o agli amministratori locali. Considerata nella sua globalità, l’efficacia

della polizia di prossimità è praticamente impossibile da valutare: l’avvicinamento polizia-cittadino

non può dare risultati immediati, si realizza nel lungo periodo e quindi è difficile stabilire un

rapporto di causa-effetto tra polizia di prossimità ed evoluzione dei tassi di criminalità. Però, è

possibile procedere ad una valutazione dei risultati di programmi specifici comunemente associati

alla polizia di prossimità: accade però che, quando questi programmi sono sottoposti ad una

valutazione scientifica, danno solitamente risultati deludenti, nel senso che non ci sono stati

abbassamenti significativi dei tassi di criminalità alla fine di progetti che prevedevano la

sorveglianza di quella determinata zona. Quindi, la conclusione che se ne può trarre, è il fatto che la

polizia di prossimità dovrebbe essere valutata non sulla base delle misure di prevenzione alle quali

la si associa, ma per ciò che pretende di essere, cioè un tentativo di avvicinamento tra polizia e

cittadini.

La lotta contro i ripetuti processi di vittimizzazione: il fenomeno della vittimizzazione multipla è

una scoperta abbastanza recente; se ne parla quando un medesimo bersaglio diviene oggetto di due

o più delitti nel corso di un determinato lasso temporale. I processi che contribuiscono a questo

sono ad esempio l’esistenza di bersagli più vulnerabili e facilmente accessibili, che richiamano la

presenza di delinquenti senza che questi si mettano d’accordo. Gli aggressori comunicano tra loro e

si imitano.

La polizia, costretta a rispondere alle chiamate dei cittadini, non riesce a fornire una soluzione che

sia risolutiva della situazione. È proprio il desiderio di superare il singolo evento che ha fatto

nascere il problem orientity solving: altri parlano di approccio strategico alla risoluzione dei

problemi. Questo approccio, consiste nel discernere la specificità dei problemi per trovare delle

soluzioni che vadano oltre le mere misure repressive. Le tappe fondamentali di questo approccio

sono quattro:

- Identificare il problema

- Analizzarlo in maniera sistematica

- Ipotizzare una soluzione idonea al problema e metterla in pratica

- Valutarne il risultato

Questo schema si adatta bene alla prevenzione del crimine e vi è una forte convergenza tra questo

approccio e la prevenzione situazionale. Nella prevenzione situazionale, vi è una perfetta

sovrapposizione con quella del problem orienting policy, in quanto le tappe significative sono:

identificare il reato da prevenire, descrivere le situazioni che ne favoriscono la commissione e

localizzarne le cause. Il secondo punto riguarda il fatto di mettere in evidenza quelle che possono

essere identificate come le cause prossime del crimine, poi identificare un complesso di misure

idonee a trattenere i delinquenti dal commettere il reato, metterle in pratica e alla fine valutarne i

risultati. Una simile metodologia presuppone però l’importanza della comunicazione tra chi deve

fornire le informazioni e chi invece deve organizzare e predisporre i progetti di prevenzione,

dunque tra popolazione e amministrazioni locali.

Qual è l’efficacia preventiva di questo approccio nei confronti di determinati problemi? Sulla base

di quanto detto, è difficile rispondere. L’efficacia preventiva delle forze dell’ordine è molto

maggiore di quanto in realtà si creda, ed è più importante il rispetto di qualche strategia che non la

mera padronanza delle tecniche. Approccio indiretto significa che l’efficacia preventiva sarà

maggiore se si riesce ad intervenire sulle circostanze che, se non ben analizzate e studiate, possono

peggiorare la situazione.

IL CRIMINOLOGO NELL'ORGANIZZAZIONE DELLA SICUREZZA

Il criminologo che voglia operare in questo campo deve conoscere bene la realtà entro la quale è

chiamato a muoversi: egli deve ricordarsi che la generalizzazione dell'informatizzazione ha

accresciuto la vulnerabilità delle imprese nei confronti dei rischi. Quest'accresciuta vulnerabilità è

strettamente correlata alle caratteristiche strutturali della complessità dei sistemi, al costo delle

apparecchiature e all'ampliamento degli ambiti di applicazione di questi sistemi. Già da queste

premesse si evince che l'organizzazione della sicurezza deve diventare oggetto di particolare

attenzione soprattutto pensando al fatto che le innovazioni tecnologiche sono strettamente correlate

al mutamento sociale e quindi ripropongono lo stretto legame che sussiste tra trasformazione della

società e i mutamenti quotidiani delle trasformazioni aziendali. Così, possiamo dire che la

molteplicità delle condotte criminose rende complicato il traffico in cui deve destreggiarsi la

sicurezza aziendale, che non ha come obiettivo principale la sicurezza fine a se stessa ma ha una

forte valenza economica che si concretizza nella protezione da dare alla formazione del profitto. In

altri termini, la sicurezza deve essere intesa come capacità di tutelare l'azienda nella ideazione,

produzione e vendita dei suoi prodotti. Quindi, ogni decisione che riguarda la funzione sicurezza,

deve rispettare due diverse esigenze: la prima, ovviamente, è che deve essere economica ed

omogenea alle decisioni assunte da tutte le altre funzioni aziendali; inoltre, dev'essere adeguata a

tutti quei rischi riconducibili a valutazioni non esclusivamente economiche ma potenzialmente

distruttive. Allora, non potrà esistere una sola sicurezza aziendale ma devono esisterne tante quante

sono le aziende e quante sono le situazioni specifiche.

LA SICUREZZA TRA CONSAPEVOLEZZA E CONOSCENZA

Premessa necessaria ad ogni discorso che riguarda la sicurezza è la presa di coscienza del problema

sicurezza, che può essere definita come “una condizione psicologica che rende l'individuo

consapevole dell'esistenza di un programma sicurezza e soprattutto lo pone nelle condizioni di

ritenere questo programma importante ai fini di mantenere un comportamento appropriato da parte

delle singole figure che sono presenti nel contesto aziendale”. Quindi, la consapevolezza della

sicurezza è un processo cosciente, cioè un atteggiamento continuo che può orientare un individuo

verso determinate azioni.

Strettamente legato a questo tema è l'aspetto motivazionale, componente fondamentale alla base di

un qualunque programma di sicurezza. Il divenire consapevoli di questo problema (sicurezza), non

può essere considerato sinonimo di termini come istruzione o formazione professionale per più

ragioni: innanzitutto l'istruzione consente di acquisire una conoscenza generale riguardante uno

specifico settore; la formazione professionale, invece, consente di sviluppare delle attività

specifiche che verranno utilizzate nello svolgimento di un'attività. La presa di coscienza viene

differenziata da questi due aspetti perché sollecita il problema dell'attenzione consapevole: dal

momento che il programma sicurezza ha un impatto diverso sui diversi gruppi che operano nel

contesto aziendale, la consapevolezza è un concetto unico ed uguale per tutti oppure cambia in

relazione alle differenze che possono essere rilevate tra i diversi gruppi? Si può parlare di aspetti

diversi e soprattutto di gradi diversi della sicurezza nonostante il programma sicurezza che esiste

all'interno di una determinata azienda sia uguale per tutti i settori o reparti. In questo senso esistono

delle differenziazioni soprattutto per quanto riguarda la presa di coscienza del problema tra

impiegati, supervisori, persone esterne all'azienda stessa, ma le problematiche da affrontare sono

principalmente tre: la constatazione che la messa a punto di questo programma comporti dei

benefici reali, i benefici devono essere in rapporto alle risorse impiegate, i vertici aziendali devono

poter tradurre in termini economici i vantaggi derivanti dall'applicazione di questo programma.

Indipendentemente dal fatto che esista un qualunque sforzo intenzionale, da parte dei vertici

aziendali, per rendere le persone consapevoli del programma sicurezza, esse svilupperanno

senz'altro una qualche forma di consapevolezza sulla base della semplice esistenza di questo

programma.

La probabilità che questa consapevolezza abbia una valenza positiva o negativa dipenderà

dall'abilità con cui verranno comunicati i contenuti di questo programma: i compiti della

comunicazione saranno pertanto condizionati dagli scopi per i quali si trasmette la consapevolezza

della sicurezza, e questi scopi potrebbero consentire a ciascuno di conoscere il grado di

coinvolgimento personale che questo programma richiede a ciascuno, o di percepire il rapporto che

esiste tra gli obiettivi del programma e l'adeguatezza delle misure prescelte, o ancora la necessità di

sapere sempre quali siano le possibili persone alle quali rivolgersi nel caso sopraggiungessero delle

difficoltà nella realizzazione del programma. Bisogna mettere in conto tutto ciò in quanto il

problema fondamentale da risolvere in tema di sicurezza è quello di arrivare ad una demarcazione il

più netto possibile tra ciò che è sicuro e ciò che non lo è; per fare ciò, è bene sapere, attraverso la

vita dell'azienda, ciò che si deve proteggere. Dunque, prima di acquistare le più raffinate tecnologie

per limitare i danni, occorre conoscere, e per questo occorrono tre strumenti fondamentali:

l'informazione, il colloquio e l'osservazione. Diventa quindi importante l'anamnesi per formulare

ipotesi, prognosi e diagnosi della sicurezza, dunque di un patrimonio particolarmente ampio di

conoscenze.

L'esperto della sicurezza, deve essere in grado di sviluppare la sua operatività tra sforzo

immaginativo, collegato alle possibili fonti di rischio, e lo sforzo ispettivo, riferito allo stato delle

difese. Tra questi due poli si realizzeranno quei processi tecnici che fanno parte della tattica della

sicurezza e che riguardano alcuni aspetti quali la sicurezza fisica, la sicurezza d'allarme, del

computer, personale, informazioni e comunicazioni, individuazione di nuovi settori per la sicurezza

ecc. Questo mette in evidenza la necessità di un'adeguata preparazione culturale di base, che si

fondi anche su conoscenze tecniche da saper utilizzare.

A questo punto, ci soffermiamo su quelli che sono i reati contro il patrimonio aziendale:

Attacchi al patrimonio aziendale provenienti da soggetti che gestiscono il patrimonio stesso:

– si tratta degli abusi del patrimonio sociale ad opera degli amministratori; in termini

penalistici, questo argomento richiama la figura delittuosa di appropriazione indebita.

Attacchi al patrimonio aziendale che provengono da altri soggetti, diversi dal gestore, che

– possono essere distinti a seconda che provengano da soggetti interni o esterni all'azienda. È

una questione di potere di controllo e protezione ma soprattutto di strumentazione tecnica

per attuarli. Si parla, a proposito di attacchi provenienti dall'esterno, di interferenze illecite e

di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, dove i beni immateriali in genere

diventano i beni fondamentali da proteggere; ma ancora più gravi sembrano essere gli

attacchi dall'interno, per una maggiore facilità di realizzazione collegata ad un più semplice

accesso (criminalità dei colletti bianchi). Anche il legislatore ha colto la maggior gravità di

quest'ultimo profilo, precisando le circostanze aggravanti concernenti l'abuso di prestazione

d'opera o d'ufficio o ancora l'abuso della qualità di operatore del sistema informatico. Non

solo il patrimonio aziendale si presenta più vulnerabile di fronte a queste aggressioni, ma la

strategia difensiva diventa più complessa perché i conti devono essere fatti con l'esigenza di

non pregiudicare altri beni in potenziale conflitto.

Dal punto di vista psicologico, la selezione del personale presenta dei problemi, in quanto ci si

chiede quali siano le risorse umane a disposizione, quali talenti ci siano, e di quale potenziale si

avrà bisogno in futuro. Il fattore umano è dunque un elemento fondamentale che acquisisce sempre

maggiore importanza all'interno della struttura produttiva. La gestione delle risorse umane è

diventata una fonte di ricchezza per le aziende, caratterizzata da una forte competitività, e il

problema che si pone è quello di individuare competenze e potenzialità che possono essere ritenute

efficienti per ricoprire al meglio un determinato ruolo.

Dal punto di vista teorico, per quanto concerne l'idoneità a ricoprire un determinato ruolo, si parla

di condizioni psichiche che rendono possibile l'espletamento di una particolare attività, oltre alle

capacità espressive e ai talenti di un particolare soggetto, che variano positivamente col variare

della motivazione, quando il soggetto constata che i propri interessi sono presi in attenta

considerazione nel suo ambito occupazionale.

La selezione del personale dovrebbe dunque seguire un iter preciso che consiste nello studio del

comportamento, nell'esame della motivazione e nell'impiego di determinati test. Le caratteristiche

del comportamento, che possono essere ricercate, possono essere la costanza e la diligenza nel

lavoro, scrupolo e precisione, mancanza di errori, interesse ai problemi del personale. Per quanto

riguarda l'aspetto motivazionale, questo è uno dei meccanismi psichici di base di una persona:

l'indagine di questo aspetto permette di raggiungere informazioni personologici profondi in

relazione al modo di affrontare una sfida in ambito lavorativo. Fondamentale, allora, sarà il

colloquio, forma di indagine in cui la raccolta dei dati avviene attraverso un processo di

comunicazione verbale e si concretizza come strumento di ricerca che insieme ad altri test consente

di trarre informazioni su attitudini, conoscenze ed abitudini della persona per poter formulare un

giudizio il più possibile circostanziato. Questo permette anche all'azienda di presentarsi al

candidato, ed influenzerà fortemente il giudizio che il candidato farà sull'azienda.

Quali sono le componenti della personalità che normalmente vengono prese in considerazione?

Resistenza nervosa e capacità di recupero, basso livello di suggestionabilità, responsabilità, alto

grado di resistenza al burn out, flessibilità intesa come capacità personale di adattarsi ai

cambiamenti quando richiesti, una visione obiettiva della situazione.

IL TEST DI RORSCHACH

Questo test può essere somministrato dagli psicologi, ed esistono diverse metodologie da impiegare

per somministrarlo. In queste dieci tavole, lo stimolo percettivo è costituito da delle macchie

informi che sono opportunamente calibrate in modo che la componente individuale di ciascun

soggetto abbia una sollecitazione sufficiente ad esternare la sua diversità. Questa verbalizzazione


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in criminologia applicata per l'investigazione e la sicurezza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martolino.kokky di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia applicata e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Bisi Roberta.

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