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Criminologia applicata

Le storie di vita

La biografia nell'ambito della ricerca sociale vanta delle tradizioni illustri e tra questi esponenti illustri un richiamo d'obbligo è all'opera di Thomas Zsamienski "il contadino polacco", dal quale partire.

Definire l'approccio "storia di vita"

Come possiamo definire l'approccio "storia di vita"? Esso è il risultato della narrazione della vita attraverso le varie età, di cui l'autobiografia letteraria costituisce la più importante.

La prima autobiografia

Qual è la prima autobiografia? È scarsamente rilevante identificare la prima autobiografia in S. Agostino piuttosto che in Montaigne, ma diviene necessario fare riferimento ad alcuni scritti per esplorare alcuni aspetti della storia di vita.

Ad esempio, Montaigne, nei suoi Saggi, ci presenta le tematiche proprie dell'autobiografia, dicendo di voler essere lui stesso la materia del suo libro, auspicando che il lettore lo possa vedere in modo semplice e naturale. Ogni persona, da questo punto di vista, racchiude in sé la condizione umana e l'autobiografia è così personale da essere universale ed essa è già la descrizione del cambiamento e dell'evoluzione perché, nel momento stesso in cui il soggetto si racconta, è già sottoposto a mutamento.

In questa prospettiva, allora, la storia di vita può essere letta come un intreccio di relazioni sociali, ed è ovvio che la maturazione della personalità non si raggiunge solo alimentando delle potenzialità innate, ma richiede anche una direzione idonea all'interno di un ambiente interpersonale.

Ogni intervista biografica assume allora il valore di un'interazione sociale complessa, che rappresenta cioè un sistema di ruoli e di aspettative, di ingiunzioni e di valori impliciti, e in questo modo la storia di vita diventa relazione sociale. Il motivo per cui la storia di vita è una interazione sociale complessa è proprio il fatto che essa rappresenti un sistema di ruoli e di aspettative.

Ogni azione individuale è la totalizzazione di un sistema sociale. Queste considerazioni evidenziano l'importanza della storia di vita come momento di transizione da un universo di esperienza ad un universo di discorso (perché il soggetto racconta quella che è la sua esperienza e la deve tradurre in una forma orale).

Le storie di vita, esattamente come succede nelle fiabe, rappresentano una spiegazione generale della vita, una sorta di catalogo dei destini che vengono dati ad ogni uomo. Attraverso questo approccio è dunque possibile raccogliere molte indicazioni su quelli che sono i tratti di personalità del soggetto, sulle problematiche dello stesso, sulle modalità con le quali il soggetto si relaziona agli altri, e comprendere i percorsi attraverso i quali questa persona è venuta a contatto con altri.

Sintetizzando, la storia di vita, ci consente di comprendere come il soggetto ha incorporato le proprie esperienze e i modelli di relazione oggettuali, come ha incorporato le figure, le funzioni, i sistemi di valore che permettono di costruire l'interiorità personale ed il nostro modo di apparire (la maschera).

La tradizione letteraria della storia di vita

Nella tradizione letteraria e retorica dell'antica Grecia e di Roma Classica, la storia di vita era fondamentalmente biografia di uomini illustri, quindi l'intento era fondamentalmente edificante e volto alla esaltazione di virtù eroiche del personaggio protagonista. Non è così nella tradizione millenaria degli scritti dell'IO, dove la storia di vita è di ispirazione religiosa e diventa quindi la storia di un'evoluzione e di una ricerca spirituale.

Essa, dalle sue origini, vuole dunque essere uno strumento di formazione alla maniera del teatro presso i greci e della catarsi. In altri termini, racconta le evoluzioni e le rinascite che possono far decidere al lettore di intraprendere lo stesso cammino di salvezza allo stesso modo degli scritti dei padri della chiesa.

Con Montaigne e Rousseau contribuiscono con le loro opere alla psicologizzazione delle storie di vita, che coincide con la desacralizzazione dello spazio intimo: già con Rousseau, spunta quello che sarà uno dei temi principali della storia di vita moderna, cioè la testimonianza della sofferenza; questa, traspare anche dai ricordi che vengono democratizzati nel corso del tempo. Se l'individuo parla della sua sofferenza, parla di qualcosa di molto intimo e personale, e dunque allo spazio intimo viene tolta la cortina della sacralità nell'intento di esaminare la propria storia di vita.

Con Rousseau, dicevamo, abbiamo la testimonianza della sofferenza, che traspare anche dai ricordi democratizzati nel corso del tempo, trasformandosi nella narrazione di personaggi popolari testimoni di un'epoca e di una classe sociale e non più personaggi eroici come nella vecchia Grecia. Il tentativo sarà dunque quello di dar voce a chi, storicamente, non ha potuto parlare in prima persona.

In Italia, per esempio, facciamo riferimento alle inchieste pubblicate sulla rivista "Nuovi argomenti" intorno agli anni '50. Questo cercare di dar voce a chi storicamente non aveva potuto esprimersi assumeva anche il valore di una forte spinta antistituzionale. Da cosa nascevano questi lavori? Da una reazione molto accesa nei confronti dell'idealismo dominante ed erano storie di vita che venivano raccolte in situazioni di estrema precarietà nel senso che, nella rievocazione di quegli anni, emerge il quadro di un'Italia non amalgamata, in cui convivevano gruppi etnici non amalgamati e in cui il tasso di analfabetismo era altissimo. In questa situazione, un gruppo di ricercatori cerca di far parlare gli altri senza alcuno scopo di esaltare le virtù eroiche o di esaltare e mettere in evidenza dei tratti di esemplarità morale. Esempi sono rappresentati dalle interviste fatte a minatori o immigrati, dove si descrivono i percorsi sociali ed umani di questa popolazione, raccontati appunto in prima persona. I ricercatori cercano di avviare un dialogo con la popolazione, partecipando ai problemi della stessa e osservandola in loco (osservazione partecipante).

Questi studi soggiaciono alle critiche che contro questo approccio si possono formulare: esso ha infatti in sé il pericolo di dar luogo ad interpretazioni troppo sentimentali, che non sono verificabili da un punto di vista scientifico. Se noi volessimo fare una valutazione generale di queste tecniche di ricerca, potremmo dire che le istanze metodologiche positive, si scontrano con delle difficoltà obiettive di trattamento dei dati e del materiale raccolto, soprattutto in termini di attendibilità.

Se questi sono alcuni dei punti deboli di questa metodologia, possiamo però dire che l'interesse per le testimonianze orali e per le storie di vita nelle scienze sociali trova un'ampia giustificazione nell'esigenza di accordare spazio e nuova attenzione a gruppi sociali, individui, classi sociali e situazioni che spesso erano messi tra parentesi. Questi sono meriti di grande rilievo, perché si tratta di un approccio che cerca di cogliere che cosa si nasconda dietro a quelle che sono le sofferenze del singolo individuo e le trasformazioni infinite della persona, cercando di immergersi negli stati d'animo di questa persona e da questo punto di vista Yaspers ci diceva che "alla conoscenza degli abissi dell'animo umano, si rivela molto più utile dello studio dei testi di psichiatria, quello dei grandi testi della letteratura perché solo in questo modo è possibile analizzare cosa si nasconda nei nostri sguardi e nei nostri volti".

La ricerca sociologica ma anche quella criminologica, fondata sulla raccolta delle storie di vita, è in effetti una sorta di mediazione dialettica tra l'esperienza soggettiva e le regole sociali del gruppo, tra la cultura intesa in senso antropologico e le forme istituzionali proprie di ciascuna società. Quindi una sociologia che intenda approfondire lo studio della società mediante le storie di vita può fare riferimento all'antropologia di Levi Strauss, la quale aspira a conoscere l'uomo nella sua totalità, esaminato in un caso a partire dalle sue produzioni, e nell'altro a partire dalle sue rappresentazioni. Allora, da questo punto di vista, la storia di vita può essere considerata come una totalità la cui struttura, composta dalle regole sociali e dalle regole culturali in cui parte importante è il linguaggio, si frammenta nella trama delle singole azioni sociali che vengono narrate.

Produzione di significati nella storia di vita

Come la storia di vita produce dei significati e produce un senso? Nella misura in cui ogni azione sociale, ogni momento che viene narrato, si presenta come conseguenza, negazione o trasformazione del passato individuale, e i frammenti di questo passato possono essere collocati in una analisi strutturale (proprio perché la storia di vita è una totalità la cui struttura è formata dalle regole sociali e da quelle culturali, quindi ogni azione che viene narrata soggiace alle regole sociali e culturali ivi comprese quelle del linguaggio a cui l'io narrante soggiace).

A questo punto è necessario approfondire due aspetti: l'individualità di chi racconta ed il gruppo come contesto strutturato delle esperienze fondamentali. Fare questo impone alcuni passaggi: innanzitutto bisogna esplorare tutto l'insieme molto complesso di significati che si nascondono nel percorso biografico dell'io narrante. Questo vuol dire che bisognerà esplorare i passaggi della vita dell'individuo (ad esempio la sua infanzia e le sue aspettative, l'adolescenza, la classe sociale d'appartenenza, i rapporti con le strutture associative), spostandosi continuamente dal micro al macro sociale, dall'individuo, al gruppo, alla società globale. Quindi la storia di vita non può essere considerata come una realtà data del quotidiano ma come realtà di un processo complesso di comunicazione che avviene per livelli e stadi differenziati di interazione tra l'informatore ed il ricercatore, tra l'informatore ed il gruppo, in un continuo passaggio dal micro al macro e dall'individuo alla società. Il percorso biografico, oltre che come oggetto, va interpretato anche come sistema storicizzato dell'esperienza individuale: il soggetto che narra, storicizza la sua esperienza individuale e seleziona dalla sua memoria gli aspetti significativi.

Da questo punto di vista, la storia di vita viene individuata come totalità dell'esperienza individuale, esperienza mediata da codici sia formali (norme che vigono nello stato) che informali (regole del gruppo al quale l'individuo appartiene), e quindi tende ad identificarsi con la memoria collettiva.

La storia di vita come enunciato narrativo

Ci poniamo allora un interrogativo apparentemente tautologico: cos'è la storia di vita? È una storia che appartiene all'universo dell'esperienza di colui che la narra ed è in prima istanza un enunciato narrativo. Essendo un enunciato narrativo, soggiace ad uno specifico codice, per l'appunto quello della narrazione. Il discorso narrativo può essere tale solo in quanto narra una storia e solo in quanto è proferito da qualcuno, e quindi possiamo dire che ogni enunciato narrativo nasce da un atto narrante, dall'azione di colui che narra.

Nel caso delle storie di vita di cui stiamo parlando, l'atto narrante ha un'importanza particolare: innanzitutto esso non è di norma frutto di un'autonoma iniziativa individuale, in quanto si realizza solamente ad un rapporto dialogico stabilito tra un ricercatore, il quale stimola e promuove il racconto, e un narratore che, rompendo il silenzio, accetta di raccontare la propria storia. Il dialogo mette dunque in gioco da una parte un IO narrante che ricorda, prende la parola, racconta, dall'altra un TU, un ricercatore che ascolta, registra, guida le strategie della memoria e del racconto. Questa relazione tra l'IO e il TU, come in tutte le relazioni umane, comprende conflitto, violenza, ambiguità perché come in tutti i rapporti vengono posti in contatto due modi di vedere, pensare, parlare diversi e, cosa non di poco conto, questi modi possono essere anche gerarchicamente polarizzati (nel caso in cui per esempio il narratore appartenga ad una classe sociale diversa rispetto al ricercatore, magari inferiore); a volte può capitare invece che i ruoli si ribaltino e che sia il narratore che rivolga delle domande al ricercatore, chiamandolo in causa e sollecitandolo a prendere posizione, se non addirittura a raccontare.

Tutto ciò che si verifica all'interno di questo rapporto dialogico è la CORNICE del racconto. La cornice inquadra il racconto, scandisce con i suoi tagli il continuum narrativo, ma esibisce anche il qui ed ora della relazione sociale. Quindi la cornice è lo spazio del confronto tra universi sociali e universi culturali diversi; essa è però funzionale a stabilire il contatto, sintonizzando dei codici di comunicazione che a volte possono essere molto lontani l'uno dall'altro.

Il modello investigativo e le storie di vita

La consapevolezza, da parte delle agenzie del controllo sociale e della cittadinanza, che le espressioni criminali più significative interagiscono tra loro e si propongono come un sistema sociale complesso richiede delle scelte organizzative ed operative mirate: le esperienze che sono maturate sul campo hanno orientato la ricerca nel senso di arrivare a intravedere delle procedure che siano idonee ad ottimizzare le attività informative ed investigative. Ne è derivata l'elaborazione di un modello teorico che utilizza la migliore gestione delle informazioni e anche il modo più efficace di condurre le indagini. Alla capacità di interpretare il contesto complesso nel quale si manifesta il problema investigativo, consegue la possibilità di orientare in un modo coerente ed adeguato, l'attività svolta dalla polizia giudiziaria nel processo investigativo.

L'efficienza di ogni apparato di contrasto è legata al grado di conoscenza dei fenomeni su cui si intende investigare. Perché la conoscenza diventa così significativa? Perché essa qualifica e moltiplica le potenzialità di qualsiasi struttura investigativa. Da cosa deriva questo grado di conoscenza? Innanzitutto la conoscenza deriva dalla applicazione di una metodologia che deve avere alcune peculiarità: la necessità di raccogliere dati, la raffinata capacità di analisi ed una adeguata capacità di elaborare i dati stessi. Queste tre caratteristiche non divergono dalle caratteristiche più importanti per raccogliere in maniera ordinata una storia di vita.

Se questo è vero, noi possiamo sicuramente dire che alle acquisite capacità nella gestione delle informazioni, deve corrispondere non più una tecnica investigativa artigianale ma un metodo d'indagine che sia fondato sull'organizzazione, sulla razionalità e sulla sistematicità del lavoro. Quindi, in questo senso, si dovrebbe pervenire ad una perfetta sintonia tra l'acume dell'investigatore (ma può essere anche quello del ricercatore) e la sua capacità d'intuito. Un metodo d'indagine, questo, che potrebbe essere utile nell'ambito della ricerca ma anche in ambiti molto più interessanti anche dal punto di vista del contrasto delle organizzazioni criminali, dovendo però sempre sussistere una perfetta interazione tra il momento dell'acquisizione conoscitiva ed un'indagine più propriamente investigativa.

L'attività della polizia giudiziaria assume una particolare importanza nella fase delle indagini preliminari. Questa fase è quella che serve all'acquisizione dei dati che occorrono al pubblico ministero per stabilire la fondatezza della notizia di reato: le indagini preliminari sono orientate verso il fatto di rendere possibile la celebrazione del processo penale e mirano a raccogliere tutti gli elementi che sono utili alla ricostruzione storica del fatto reato e all'individuazione del suo autore.

Tutto quello che viene raccolto dalla polizia giudiziaria viene, all'esito dell'indagine preliminare, valutato prognosticamente per stabilire il grado di resistenza nell'eventuale dibattimento (fase del processo in cui avviene la formazione della prova): questo significa che qui si esprime un giudizio anticipato in merito alla possibilità del pubblico ministero di sostenere efficacemente l'accusa in giudizio, sulla base degli elementi acquisiti.

Le indagini preliminari iniziano tecnicamente con l'acquisizione della notitia criminis, quindi nel momento in cui la polizia giudiziaria o direttamente i PM apprendono le circostanze essenziali di un reato. Da qui c'è la tempestiva iscrizione a cura del pubblico ministero nell'apposito registro. Esse si concludono con la decisione dello stesso di richiedere il rinvio a giudizio oppure di richiedere l'archiviazione.

La classificazione delle attività proprie della polizia giudiziaria la si desume dal codice di procedura penale, in modo specifico dalle parti dedicate ai soggetti del processo e alle attività della polizia giudiziaria. Queste attività possono essere divise tra le attività di iniziativa e le attività delegate: questa è una distinzione fatta in relazione al fatto che queste possano essere ricondotte all'autonomia della polizia giudiziaria o al potere direttivo attribuito al PM.

Nell'ambito delle attività di iniziativa (condotta prima dell'intervento del PM o anche al margine delle direttive ricevute) viene tradizionalmente operata la classificazione degli atti secondo due criteri:

  • Il primo criterio distingue gli atti di indagine tipici, che sono quelli disciplinati dal legislatore e quindi riferibili ad una norma dell'ordinamento giuridico penale.
  • Gli altri, quelli di indagine generici o atipici, sono tutti quelli privi di qualificazione giuridica ma comunque ammissibili in relazione alle specifiche esigenze investigative (per esempio i rilievi segnaletici, fotografici e descrittivi eseguiti dalla pol...
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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martolino.kokky di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia applicata e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Bisi Roberta.
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