Creazione d'impresa e imprenditoria minore
Introduzione
Prof. Scafarto. Libri: “Le nuove imprese” e “Le piccole imprese”
1° Lezione. 02/10/12
Ruolo e specificità
Il mercato italiano è caratterizzato da:
- Poche imprese
- Quasi tutte piccole
- Poche esportano
- Tante non esportano
- Presenza di tante P.M.I. specializzate
- Reti di impresa non-distrettuali
- Presenza di molte imprese familiari
In particolare l’impresa familiare è denominata family business, e prevede un legame di parentela tra l’imprenditore e i dipendenti, inoltre si osserva una sovrapposizione tra il modello di famiglia e di impresa. Ciò non significa obbligatoriamente che l’impresa sia di piccole dimensioni.
Il Made in Italy: i settori di eccellenza italiana all’estero
- Abbigliamento
- Arredocasa
- Automazione meccanica
- Agroalimentare
In questo periodo di crisi il settore più forte è l’automazione meccanica, perché è l’unico che opera in un mercato B2B. Si osserva inoltre una forte specializzazione in questi settori con il 70% di esportazioni italiane.
Evoluzione delle 4 fasi: La piccola impresa nell’economia
Modello dell’artigianato tradizionale (’50 – ’60)
1) Modello della subfornitura dipendente (’60 – ’70)
2) della specializzazione flessibile (’75 – ’90)
3) Modello quale modello? (’90 – oggi)
Non è mai esistito un modello unicamente riconosciuto in Italia. Si nota inoltre che i 2/3 delle imprese italiane sono imprese di servizi. Si osserva un problema definitorio di fondo sull’accezione di “piccola” impresa. Infatti, un’impresa si definisce “piccola” a partire dai sistemi di classificazione dimensionale. Ad esempio, gli americani usano il SIC code (codici di classificazione dell’attività imprenditoriale), mentre in Italia usiamo il codice ATECO (attività economica).
Classificazione dimensionale
In Italia esistono due tipi di classificazione dimensionale, condivisi a livello europeo:
- Quantitativi
- Qualitativi
Questi tipi di classificazione sono presenti nel business act europeo. A cura di Stefano Silvani. Università di Tor Vergata
Soglie dimensionali: Parametri di classificazione dimensionale
N.B.: sul testo ci sono anche vecchi parametri di classificazione. Quelle cerchiate nella tabella sopra sono i parametri di classificazione usati dall’Unione Europea.
2° Lezione. 03/10/12
Note:
- Basilea 2: prima le banche concedevano crediti secondo criteri soggettivi. Dopo Basilea 2 ci sono criteri oggettivi per concedere crediti, conseguentemente le imprese riscontrano difficoltà nel reperire fonti di finanziamento.
- Vedi unincamere.it
- IVA chiamato “cribis” che individua la situazione di merito creditizio
Esiste un database di partite delle imprese.
Attuale definizione di “P.M.I.” della Unione Europea
La commissione UE ha rilasciato la raccomandazione n° 1422 del 6/5/2003 accolta con D.M. del 18/4/2005 con la quale si dà la definizione legale di Piccola-media impresa. La definizione fa riferimento ad ogni entità che eserciti un’attività economica, a prescindere dalla forma giuridica. Perciò anche i lavoratori autonomi sono considerati “impresa”.
Criteri quantitativi di classificazione
- Effettivi: riferito al lavoro dipendente
- Fatturato: criterio quantitativo economico
- Totale di bilancio annuo: criterio quantitativo patrimoniale
Per il computo dimensionale si deve sempre rispettare la soglia degli “effettivi”, mentre si è liberi di adottare o il criterio economico o quello patrimoniale, secondo le esigenze dell’impresa. In questo modo l’impresa è libera di scegliere la propria soglia dimensionale.
Nuove soglie dimensionali
A cura di Stefano Silvani. Università di Tor Vergata
Specifiche per calcolo degli effettivi
Gli effettivi sono calcolati in base alle “unità lavorative/annuo” chiamate ULA. Rientrano nell’ULA tutti i lavoratori dipendenti, a tempo pieno, parziale, stagionale ecc.
Specifiche per calcolo fatturato o bilancio
- Fatturato annuo: deducibile dalle vendite di beni/servizi escluse IVA e imposte dirette.
- Totale di bilancio annuo: deducibile dallo stato patrimoniale escluse IVA e imposte dirette.
Se si superano le soglie del fatturato durante l’anno, si conserva la condizione dimensionale dichiarata a inizio anno. Si modifica la condizione solo se per 2 anni consecutivi si mantengono modificati i parametri.
Parametri qualitativi
Secondo l’UE oltre ai parametri quantitativi bisogna considerare parametri qualitativi, ovvero bisogna controllare se l’impresa è:
- Autonoma
- Associata (con altre imprese)
- Collegata (con altre imprese)
Criterio di autonomia
Un’impresa si dice autonoma quando non si hanno rapporti di tipo partecipativo/proprietario con altre imprese. Se ci sono partecipazioni attive o passive di capitali con altre imprese, esse non devono essere superiori al 25% del capitale dell’impresa. Quindi un’impresa autonoma non può essere né associata né collegata.
Eccezioni
Un’impresa continua ad essere autonoma se è partecipata con più del 25% fino al 50% da:
- Società pubbliche di partecipazione, società di capitale di rischio e business angels
- Università o centri di ricerca no profit
- Investitori istituzionali compresi fondi sviluppo regionale
- Autorità locali autonome aventi bilancio annuo minore di 10 milioni e con meno di 5 mila abitanti.
In ogni caso si è autonomi solo se non vi è interferenza nelle decisioni. Se un’impresa è controllata per più del 25% da enti pubblici o organismi pubblici, questa non viene considerata P.M.I. perché gli enti pubblici aiutano (soprattutto finanziariamente) le imprese. Quindi ai fini della classificazione di impresa, bisogna considerare bene il soggetto investitore. A cura di Stefano Silvani. Università di Tor Vergata
Criterio di associazione
Un’impresa è associata se detiene una partecipazione compresa tra il 25% e il 50% in capitale o in diritti di voto. Esempio: se X ha 10 effettivi e Y 20, inoltre Y ha il 49% di capitale investito in X; allora Y quando dichiara la dimensione deve sommare ai suoi effettivi il 40% degli effettivi di X. Vale anche per il fatturato e il totale di bilancio.
Criterio di collegamento (gruppi aziendali)
Un’impresa è collegata se:
- Detiene la maggioranza dei diritti di voto azionaristici o dei soci di un'altra impresa
- Ha diritto a revocare la maggioranza dei membri del CdA, di direzione o di sorveglianza di un’altra impresa.
- Un contratto tra imprese o una disposizione statutaria, conferisce ad un’impresa il diritto di esercitare un’influenza dominante su un’altra impresa.
- Un’impresa in virtù di un accordo è in grado di esercitare da sola il controllo sulla maggioranza dei diritti di voto.
Un singolo soggetto economico riesce a decidere le sorti di diversi soggetti giuridici. Un’impresa si dice collegata se detiene partecipazione tra il 50% e il 100% di un’altra impresa. Un’impresa è collegata anche se vi è influenza di fatto in un’altra impresa. Anche in questo caso bisogna considerare il 100% partecipativo. A cura di Stefano Silvani. Università di Tor Vergata
Si ricorda che se una partecipazione è maggiore del 50% allora deve essere considerata al 100%.
Caratteristiche qualitative ricorrenti
I vantaggi della piccola dimensione:
- Flessibilità organizzativa: è la capacità di avere un’organizzazione non burocratizzata, come svantaggio però i contratti di lavoro sono meno stabili (standardizzati)
- Localismo: dà identità all’impresa. Come i distretti industriali...
- Partecipazione e motivazione del personale: la struttura organizzativa è più appiattita, le mansioni sono meno standardizzate
- Capacità di attrarre/trattenere potenzialità delle risorse umane: una piccola impresa che ha un dipendente molto valido non lo licenzierà mai
- Flessibilità produttiva: richiama il processo produttivo e produttività del lavoro. Si parla di “specializzazione flessibile”. Anche le piccole imprese possono avere livelli elevati di produzione, questo perché sono concentrate su un prodotto molto specifico
- Contatto diretto con la clientela: riguardo alle imprese che operano nelle fasi terminali del processo produttivo di filiera, vi è un forte orientamento al cliente
- Ampia conoscenza del mercato di riferimento
A cura di Stefano Silvani. Università di Tor Vergata
3° Lezione. 04/10/12
Gli svantaggi della piccola dimensione:
- Frequente impiego di personale poco qualificato
- Debolezza finanziaria: le imprese sono di solito sottocapitalizzate (investono poche risorse nell’attivo), ovvero ci vuole tempo prima di assumere un dipendente in più o acquistare un nuovo macchinario.
- Focalizzazione sugli aspetti produttivi: i prodotti devono essere o altamente di qualità, o di basso costo (a qualità accettabili)
- Difficoltà di avviare e gestire processi di ricerca e sviluppo per l’innovazione: ci sono delle eccezioni, in quanto alcune imprese hanno supporto da università o centri di ricerca, i quali fanno appunto ricerca e sviluppo.
- Assenza di gestione strategica e di cultura manageriale: in realtà non c’è strategia formalizzata, ma comunque esiste una strategia. Nella piccola impresa l’imprenditore fa anche management d’impresa, perché i livelli gerarchici sono pochi.
- Eccessivo accentramento dell’attività di guida in capo all’imprenditore: la figura dell’imprenditore diventa talmente centrale che poi non è facile sostituirlo.
Si ricorda che tali svantaggi non sono validi per tutte le imprese. Ad esempio, non riguardano le imprese schumpeteriane. Gli autori Diazi e Fumagalli (1997) hanno stilato una tassonomia delle imprese industriali minori qui riportata:
[fine primo capitolo]
4° lezione. 09/10/12
[inizio secondo capitolo, vedi dispense online]
A cura di Stefano Silvani. Università di Tor Vergata
Imprenditorialità
Tante diverse prospettive. Riferimento: saggio “Dematté” e dispense integrative.
Enterpreneurship:
- Risk activity
- Success (personale e performance)
- Organizational capability (capitale, lavoro, informazioni)
- Innovative behavior
- Innovative intent/spirit
Dalla definizione di imprenditorialità data a lezione risulta che questa è un’attività rischiosa orientata al successo con capacità organizzative e comportamento innovativo. Tale concetto viene invero studiato sotto il punto di vista di diverse discipline scientifiche, quali economia, psicologia, ingegneria ecc.
1° definizione di imprenditorialità:
È un insieme di qualità e caratteristiche dell’imprenditore ed è strettamente dipendente dai soggetti che compongono l’impresa. L’imprenditore si focalizza alla base di un fenomeno che ha dato e da impulso allo sviluppo dei sistemi economici.
Definizione giuridica
Ex art. 2082 cc, imprenditore è “chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione e dello scambio di beni/servizi”. Questa definizione qualifica l’imprenditorialità mediante l’esercizio sistematico dell’attività economica mediante combinazione coordinata di mezzi, persone, denaro e conoscenza. Non prende invece in considerazione l’apporto di capitale di rischio, cioè il ruolo di proprietario. Tipicamente quando si parla di imprenditore si parla di small business.
Il dibattito dottrinale
La letteratura economica e aziendale non è unanime e ritiene che non esiste uno standard definitorio universalmente accettato di imprenditorialità. Tradizionalmente l’imprenditorialità richiama la creazione ex-novo di un’impresa privata di minori dimensioni, nonché la sua proprietà (è il caso di tante micro imprese italiane). Dematté (vedi saggio) parla di tre funzioni imprenditoriali tipiche:
- Funzione proprietaria: può essere scissa dalla direzione. Parla di finanziamento con capitale di rischio. Nella visione capitalistica può succedere che “chi finanzia” non coincide con “chi guida” l’impresa.
- Funzione innovatrice (strategica e organizzativa in senso lato): si cita Schumpeter con la sua “teoria dello sviluppo economico” perché dà una nuova definizione di “innovazione” libera dall’idea ingegneristica. Tuttavia egli non parla ancora di innovazione strategica e organizzativa.
- Funzione manageriale (gestione delle attività correnti): “il management è molto basato sull’accounting, sul saper leggere i conti”. Le tipiche attività di management sono la progettazione della struttura organizzativa e l’organizzazione delle procedure ecc. collegata alla dimensione dell’impresa. Questa funzione può essere scissa dalle altre per identificare la funzione imprenditoriale.
Si ricorda che il rischio che corre un imprenditore non è solo legato alla perdita del proprio capitale, ma anche al rischio di rovinare la propria reputazione in caso di fallimento. A cura di Stefano Silvani. Università di Tor Vergata
Caratteristica dell’imprenditore è riuscire ad avere obiettivi e progetti che portano alla realizzazione di un’idea di lungo periodo. L’imprenditore non mira solo alla performance economica. L’imprenditore ha un ruolo sociale perché apporta alla società un determinato bene o servizio. È da ricordare che in Europa il 55% del PIL è apportato dalle piccole imprese mentre in Italia il 70% del PIL è apportato dalle piccole imprese. In ogni caso la figura dell’imprenditore rimane alla base dell’identità dell’impresa.
Quale imprenditorialità?
Si parla di imprenditorialità anche quando:
- L’impresa è stata creata ma il soggetto imprenditoriale non è il proprietario
- L’impresa sostituisce l’imprenditore
- Un nuovo soggetto
- L’impresa non è di piccole dimensioni
- Le iniziative d’innovazione promanano dal basso (dipendenti)
- Non ci sono comportamenti innovativi in senso stretto, ma piuttosto imitativi
- Imprese non orientate al profitto, come ad esempio nelle organizzazioni pubbliche o quelle no-profit
Da qui la convinzione che l’imprenditorialità si riferisca piuttosto a un modello di comportamento o di un insieme di caratteristiche comportamentali rinvenibili in uno o più soggetti in un determinato periodo della vita dell’impresa.
Appendice: Claudio Dematté
Riflessioni attorno al ruolo imprenditoriale. Nel linguaggio corrente il termine imprenditore viene usato per indicare una figura ben determinata, colui che guida un’azienda essendone anche il proprietario. L’espressione imprenditorialità (e anche il relativo aggettivo) viene impiegata invece in forma più aperta, per indicare l’esercizio di un ruolo che non presuppone necessariamente l’apporto di capitale di rischio. Così, si definisce imprenditoriale una persona che nei campi più disparati (non solo nell’esercizio dell’attività economica) palesa attitudini e comportamenti innovativi, dando luogo a iniziative che modificano lo status quo. La differenza semantica tra il sostantivo personale (imprenditore) e il sostantivo riferito al fenomeno (imprenditorialità) o l’aggettivo qualificante il comportamento (imprenditoriale) è la spia di una divaricazione sulla quale vale la pena di soffermarsi. Essa segnala un fatto importante: nella figura dell’imprenditore confluiscono funzioni ben distinte, come minimo quella di fornitore di capitale di rischio e quella di innovazione. Ma segnala anche la possibilità che le funzioni si manifestino separatamente. Questa possibilità è stata riconosciuta (ma ben presto dimenticata) negli studi economici: si pensi a J.B. Say alla fine del XVIII secolo o a Schumpeter all’inizio del XX. Entrambi questi autori avevano prefigurato l’imprenditore anche come figura diversa dal fornitore di capitale di rischio. Che questa distinzione sia poi stata dimenticata è provato, fra l’altro, dalla difficoltà di trattare nella teoria economica la categoria del profitto, visto esclusivamente come remunerazione del capitale di rischio e non anche come premio alla funzione imprenditoriale. Più tardi, dagli anni Trenta in poi, la scuola manageriale ha riflettuto sulla possibilità (o la necessità) di separare la proprietà del capitale di rischio dalla gestione al crescere delle imprese; ma, come dice il termine stesso, oggetto di riflessione non è stata l’imprenditorialità, bensì la più generale funzione di management.
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