Estratto del documento

Corso monografico: rapporto tra epistemologia e persona

Epistemologia e persona: Gadamer, intitolando la sua opera, intendeva affermare che la verità è qualcosa di extra-metodico (mentre Cartesio riteneva che la via sicura per la verità fosse quella metodologica, Gadamer sostiene che quella non è sufficiente); un titolo che vuol significare verità o metodo. Se il titolo fosse stato “epistemologia della persona” (→Per un’epistemologia dell’esperienza di Carlo Gabbani), ci si sarebbe soffermati su una particolare problematica, cioè su quell’ambito della riflessione epistemologica personale, contemporanea che si occupa della struttura dell’esperienza personale, della stessa natura dell’identità personale (della→genitivo oggettivo).

Qui non s’intende affrontare il problema della conoscenza della persona e della sua identità come oggetti d’indagine, ma ci si limita all’esame del ruolo epistemico del soggetto-persona nella conoscenza scientifica (della→genitivo soggettivo), della sua funzione nella costruzione di un tipo di conoscenza che pretende assumere i caratteri della oggettività e della universalità. Il titolo assume certamente un carattere provocatorio, nel senso che cerca di andare controcorrente, perché è un tema “fuori luogo” sia nella tradizione personalista, che in quella epistemologica; il progetto non è uno «scientismo» atto di reintrodurre il concetto di persona dentro la conoscenza scientifica, nemmeno un «anti-scientismo», volto ad affermare che la persona non ha alcun valore nella conoscenza scientifica, ma sta tutto nell’analisi dello stretto rapporto che intercorre tra soggettività e conoscenza scientifica, cioè se, anche in quel tipo di conoscenza, vi è la possibilità di riconoscere le funzioni ed il ruolo della persona: il progetto conclusivo, kantianamente, indaga le possibilità ed i limiti di un’epistemologia personalista.

Capitolo primo - epistemologia e persona: un “sintagma” dilemmatico

Personalismo

Il sintagma epistemologia personalista è un sintagma dilemmatico, nel senso che l’epistemologia sembra escludere il concetto di persona e lo stesso faccia quest’ultimo, o perlomeno problematico. Il personalismo ha sempre visto con sospettoso distacco l’impegno del soggetto nella scienza, non trovando, nell’esercizio della conoscenza scientifica, alcun terreno elettivo per una ricerca sul senso, la struttura e la funzione della nozione di persona; ad esempio, Jacques Maritain ritiene che la conoscenza scientifica, tipica espressione del mondo moderno, abbia perduto ogni contatto col fondamento metafisico della persona, con la sua realtà insieme nascosta e sostanziale. Maurice Nédoncelle afferma che, se si parla di conoscenza personale, la conoscenza scientifica è la “conoscenza dell’impersonale”. Emmanuel Mounier, il riconosciuto padre del personalismo contemporaneo, sottolinea che esso è piuttosto una “testimonianza”; Mounier giunge a sostenere che la “razionalità oggettiva” della scienza è una di quelle attività che permette all’esperienza personale di non trasformarsi in delirio narcisistico, ma di costituirsi come autentica comunicazione intersoggettiva. Egli definisce la scienza come il “regno dell’impersonale”, ma indica come non sia possibile rinchiudere il concetto di persona in un interiorismo, in un idealismo che non conosce la realtà e nemmeno gli altri; elogia infatti l’apertura comunitaria, intersoggettiva del soggetto della scienza, dell’esercizio dell’impersonale, considerato fondamentale.

Egli osserva che “se il movimento di oggettivazione è un momento importante nel movimento totale dell’esistenza, non ci può essere riflessione valida che non conceda il posto dovuto alla riflessione scientifica. Una delle deficienze dell’esistenzialismo è quella di aver condotto troppo spesso le sue analisi come se la scienza non esistesse”. Secondo Paul Landsberg una teoria della “conoscenza personale integrale” dovrebbe ricomprendere anche la conoscenza scientifica, anche se tale conoscenza, nella sua versione moderna, si è spesso presentata in una forma estremamente intellettualizzata e fortemente esclusivista, tendente cioè a presentarsi come l’unica conoscenza possibile e a svalutare ogni altra forma di conoscenza del mondo. Luigi Stefanini parla della razionalità, della stessa razionalità scientifica, come processo coesivo della persona, come “invito” dell’”unità emergente e consistente della persona”, come esercizio di una ragione che “mi presenta il nerbo stesso della persona”. Non si tratta della razionalità della logica astratta che rende “la ragione spettacolo a se stessa”, della razionalità della “ragione ragionata”, ma di quella della “ragione ragionante”: anche nella più elementare e distaccata delle operazioni scientifiche, è in gioco l’impegno della persona, “anche nell’affermazione «2+2=4» è in gioco un’esigenza di coerenza personale”.

Epistemologia

Tutta l’epistemologia del Novecento è correntemente definita epistemologia “senza soggetto conoscente” (per usare la nota espressione popperiana, la conoscenza oggettiva), perché al suo interno, nella considerazione dello statuto della conoscenza scientifica, il concetto di persona (soggetto, individuo, singolo) viene denunciato come irrilevante, come impalcatura filosofica e ideologica, cioè ordine surrettizio e fittizio (“bella nozione”) privo di ogni legittimazione reale nella concreta pratica conoscitiva (appartiene ad un tipo di conoscenza che non è la conoscenza epistemologica). In Mach la decostruzione epistemologica porta a concludere che “è impossibile salvare l’io”, in Wittgenstein che “il soggetto non appartiene al mondo ma è un limite del mondo”, nel pensiero maturo di Reichenbach che ogni tipo di soggettività costitutiva non è difendibile, nemmeno l’idea kantiana della conoscenza, in Popper che dobbiamo mettere tra parentesi le conoscenze personali, le quali appartengono al momento psicologico della conoscenza, secondo quella netta distinzione che egli fa tra aspetto logico (epistemologicamente valido) e psicologico (iniziale ma da abbandonare) della conoscenza. Tuttavia, anche in questi autori si possono ritrovare dei “varchi” in cui essi rivalutano il concetto di soggettività: in Wittgenstein, ad esempio, la definizione di soggettività come limite del mondo vuol significare che tale soggettività è ciò che pone i limiti (soggettività kantiana), Popper riconosce al soggetto comunitario (comunità degli scienziati) la formulazione dei protocolli (convenzioni: derivano cioè da un “essere d’accordo”), delle asserzioni-base, per cui è il soggetto a porsi le congetture, ma anche ad abbandonare una teoria (a lui spetta di decidere se essere o meno sincero), secondo una visione indipendente dal soggetto, ma in cui esso rientra pienamente (a lui spettano atti e scelte di profonda responsabilità personale).

Israel Scheffler offre un importante contributo a questa problematica: egli mostra la problematicità di questo rapporto (scienza e soggettività), criticando un certo tipo di soggettività (soggettivismo) e rivendicando un altro tipo di soggettività, che è presente nella conoscenza scientifica. Thomas Nagel, autore di Uno sguardo da nessun luogo, sottolinea come la peculiarità della conoscenza scientifica sia proprio questa “vista” da “nessun luogo”, il vedere in modo oggettivo, cioè senza nessuna dimensione individuale, temporale, storica; la domanda fondamentale che egli si pone è se questa vista da nessun luogo sia o meno possibile: no, perché una vista da nessun luogo è sempre una vista da un luogo, una conoscenza oggettiva è sempre una conoscenza data dal punto di vista di un soggetto (individuale, comunitario). La conoscenza umana è sempre, a suo avviso, “un’aspirazione all’oggettività” (→Putnam), le conoscenze umane sono determinate da “mosse oggettive”, le quali si scontrano sempre col limite della soggettività, con l’husserliano residuo fenomenologico (quel residuo soggettivo che non è epochezzabile).

Capitolo secondo – la persona nell’epistemologia personalista di Michael Polanyi

Michael Polanyi (1891-1976)

È fratello dell'oggi forse maggiormente considerato Karl Polanyi, assai distante se non opposto alle idee liberali di Michael, e padre di John Polanyi che nel 1986 ottenne il Premio Nobel per la chimica. Michael Polanyi ebbe inizialmente successo come chimico, con particolare riferimento alla chimica fisica; la sua filosofia fu sempre accompagnata da riflessioni di tipo politico ed economico: politicamente è stato spesso associato al pensiero liberale, fu membro e promotore del Galilei Circle. Studiò chimica, sfiorando il Premio Nobel, fino a quando, nel 1933, è costretto a fuggire dall’Ungheria e ad abbandonare l’istituto di chimica che stava frequentando, in quanto ebreo; si rifugia in Inghilterra, a Manchester, dove abbandona il suo lavoro di chimico divenendo “sociologo della scienza”, ma anche della politica e dell’economia. Nel 1946 scrive Scienza, fede e società, prima opera interessante dal punto di vista epistemologico, nel 1952 La logica della libertà, un’opera politica in cui pone sotto serrata critica il marxismo (che criticava anche suo fratello Karl, sebbene questi si ponesse in una posizione meno radicale, trovandosi per questo motivo in contrasto con Michael), in quanto non c’è a suo avviso nessuna possibilità di avere libertà laddove c’è una centralità della direzione (economica e politica): usufruire della libertà è indicare la possibilità di un gatto che a nuoto attraversi l’oceano dall’Europa all’America. Nel 1958 scrive la sua opera fondamentale, La conoscenza personale, nel 1959 Studio dell’uomo, nel 1964 riprende e ripubblica Scienza, fede e società, nella cui introduzione afferma che le sue posizioni sono simili con quelle dei nuovi filosofi della scienza e, specialmente, con quelle di Thomas Kuhn. L’ultima opera pubblicata è Meaning, in cui Polanyi ripete la sua teoria della conoscenza personale ridefinendola attraverso una teoria del significato, «conoscere è dare significato alla realtà», interessante perché allarga il discorso dalla scienza a tutta l’esperienza umana. Egli non apparteneva all’epistemologia “ufficiale”, era un po’ dilettante in ambito epistemologico e per questo veniva quasi snobbato per le sue idee, o quantomeno veniva spesso tenuto fuori dal dibattito epistemologico internazionale.

Conoscenza personale

Quella di Polanyi è un’epistemologia palesemente personalista, perché lega inscindibilmente conoscenza scientifica e persona; nella Prefazione di Personal Knowledge egli afferma «le due parole (conoscenza personale) possono apparire in contrasto fra loro, giacché si pensa che la conoscenza vera sia impersonale, universale e oggettiva. Ma l’apparente contraddizione viene eliminata modificando il concetto di conoscenza» (va modificata l’idea di conoscenza scientifica, così come ci è stata consegnata dal Neopositivismo logico e da Popper). Polanyi è uno dei sostenitori della tesi secondo cui fra Popper e il Neopositivismo logico ci sia stato soltanto un ammodernamento, il falsificazionismo di Popper è una semplice variante del Neopositivismo: egli accusa Popper di non riconoscere, nella conoscenza scientifica, il ruolo della persona, della fede e della credenza.

L’uomo moderno

Polanyi compie una critica radicale all’idea della conoscenza quale emerge dalla tradizione epistemologica moderna, che emerge nel tragitto Galileo-Cartesio-Kant-Laplace; il pensiero moderno può essere etichettato come pensiero critico, cioè della pura razionalità, di una ragione che chiama se stessa davanti al suo tribunale. Questo progetto non è, a parere di Polanyi, assolutamente possibile; Kant sostiene, a proposito dello schematismo trascendentale (operazione kantiana che temporalizza le categorie), che non è possibile rispondere a chi gli domanda come questo sia possibile, egli la ritiene “un’arte celata nell’animo umano”. Il critico per eccellenza, quando trova il punto fondamentale del rapporto tra la storicità e un pensiero a-temporale, si mostra in tutta la sua debolezza: la sua idea di un pensiero critico non si regge; questo è anche «l’ideale di Laplace», filosofo, teorico delle probabilità e dell’universo contemporaneo di Kant, il quale aveva illustrato (secondo una sintesi tra il pensiero di Galileo→matematizzazione della realtà; Cartesio→messa in dubbio radicale; Kant→ragion pura critica) la sua idea della conoscenza immaginata come un demonietto, un presunto soggetto, che sta fuori del mondo e conosce esaustivamente il mondo (perché, se il mondo è quello consegnatoci dai moderni, un universo-macchina omogeneo, allora basta conoscere le leggi fisiche e chimiche della più piccola parte della realtà per conoscere l’intero universo). La conoscenza ideale laplaciana vorrebbe essere garantita da condizioni di “assoluto distacco” del soggetto rispetto all’oggetto, e dell’“assoluto dominio” dell’oggetto stesso da parte del soggetto; ma Laplace, proprio come Kant, non riesce a dar ragione del problema kantiano e, perciò, ha bisogno di inventarsi un demonietto che sta fuori dal mondo, all’esterno dalla realtà: il suo ideale, in verità, altro non è che un mito, un’illusione, che mai si è realizzata e mai si realizzerà. Se fosse possibile tale conoscenza laplaciana, allora con ragione di causa potrebbe chiamarsi impersonal knowledge (→Alan Musgrave, allievo di Popper, al quale egli aveva assegnato una tesi di dottorato proprio dal titolo chiaramente con l’intento di opporsi alle tesi sostenute da Polanyi nella sua opera maggiore, come lo stesso Polanyi ricorda in modo plateale nel libro in questione). Il pensiero moderno è quel pensiero che ha la fiducia di rifiutare ogni condizionamento autoritativo e tradizionale (→Gadamer: i nostri pregiudizi sono pregiudizi dell’autorità e della tradizione); esso è presente nel programma baconiano della purificazione dagli idola della soggettività vergine e del rigido empirismo, guida il progetto cartesiano del dubbio iperbolico e universale e della soggettività fondante, connota il disegno critico kantiano e la sua idea di soggettività trascendentale, è alla base dell’atteggiamento anti-metafisico del neopositivismo (che si riscontra anche nel fisicalismo, quella dottrina neopositivistica che identificava la conoscenza scientifica con la conoscenza degli oggetti fisici e della fisica, da Polanyi definito il «flagello fisicalistico»). In definitiva, non è accettabile il desiderio «imperioso» dell’epistemologia linguistica contemporanea di ridurre ogni significato della conoscenza al significato esplicito, cioè linguistico (senza riferimento alla «conoscenza tacita», cioè inespressa, l’implicito presente negli enunciati: la conoscenza è come un iceberg, mentre la tentazione del pensiero contemporaneo vorrebbe identificarlo con ciò che emerge sopra all’acqua, in realtà gran parte è celato alla vista, la parte fondamentale, ciò che regge la dimensione esplicita). La mente e l’uomo moderno non vuole più avere radici, vuole essere «senza precedenti», non vuole più sottostare all’autorità o rifarsi alla tradizione, non vuole più essere indottrinato. Polanyi, è vero, riconosce alla filosofia della modernità caratteri di una radicalità mai raggiunta precedentemente, una profonda riflessione su se stessi che costituisce il timbro stesso della modernità («l’impalcatura critica» sembra aver ormai «consumato se stessa»→nichilismo contemporaneo, totalitarismo politico).

Radici

Polanyi individua nella storia del pensiero tre fondamentali momenti che indicano un modo diverso di intendere la conoscenza. Due di essi appartengono alla filosofia classica, precisamente ritrovati in Platone ed in Sant’Agostino; il terzo momento appartiene invece alla filosofia contemporanea, o meglio, della filosofia intesa in senso lato, in quanto Polanyi indica alcuni contenuti della psicologia trattati dalla Gestalt (psicologia della forma); essa si sviluppa in Germania a partire dai primi anni del ‘900, dal suo messaggio emerge, secondo Polanyi, la logica della conoscenza personale. Egli richiama anzitutto il paradosso platonico della conoscenza, quel problema gnoseologico che faceva incagliare la teoria platonica in un paradosso; nel Menone viene illustrato il mito della reminiscenza: se ci poniamo il problema della conoscenza ciò significa che ci poniamo il problema di qualche cosa a noi completamente nascosta, sconosciuta, ignota, di cui andiamo alla ricerca. Ma, se questa cosa ci è ignota, perché ci poniamo il problema della conoscenza? Questo è il paradosso: da una parte, conoscere significa andare verso l’ignoto ma, dall’altra parte, porsi questo problema significa avere già qualche intuizione che ci spinge alla ricerca; questo paradosso viene riproposto, nell’epistemologia contemporanea, da Popper, quando egli sostiene che conoscere significa anzitutto porsi dei problemi o,

Anteprima
Vedrai una selezione di 3 pagine su 9
Corso Monografico: Rapporto tra Epistemologia e Persona - Carlo Vinti Pag. 1 Corso Monografico: Rapporto tra Epistemologia e Persona - Carlo Vinti Pag. 2
Anteprima di 3 pagg. su 9.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Corso Monografico: Rapporto tra Epistemologia e Persona - Carlo Vinti Pag. 6
1 su 9
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher pexolo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Vinti Carlo.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community