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Corso Monografico: Rapporto tra Epistemologia e Persona - Carlo Vinti Appunti scolastici Premium

Gadamer, intitolando la sua opera Verità e metodo, intendeva affermare che la verità è qualcosa di extrametodico (mentre Cartesio riteneva che la via sicura per la verità fosse quella metodologica, Gadamer sostiene che quella non è sufficiente); un titolo che vuol significare verità o metodo. Se il titolo fosse stato “epistemologia della persona”,... Vedi di più

Esame di Storia della filosofia contemporanea docente Prof. C. Vinti

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CORSO MONOGRAFICO: RAPPORTO TRA EPISTEMOLOGIA E PERSONA

Epistemologia e persona: Gadamer, intitolando la sua opera intendeva affermare che la verità è qualcosa di extra-

Verità e metodo,

metodico (mentre Cartesio riteneva che la via sicura per la verità fosse quella metodologica, Gadamer sostiene che quella non è sufficiente); un

titolo che vuol significare verità o metodo. Se il titolo fosse stato “epistemologia della persona” (→Per un’epistemologia dell’esperienza

Carlo Gabbani), ci si sarebbe soffermati su una particolare problematica, cioè su quell’ambito della riflessione epistemologica

personale,

contemporanea che si occupa della struttura dell’esperienza personale, della stessa natura dell’identità personale (della→geni3vo ogge4vo).

Qui non s’intende affrontare il problema della conoscenza della persona e della sua identità come oggetti d’indagine, ma ci si limita all’esame del

ruolo epistemico del soggetto-persona nella conoscenza scientifica (della→geni3vo sogge4vo), della sua funzione nella costruzione di un 3po di

conoscenza che pretende assumere i caratteri della oggettività e della universalità. Il titolo assume certamente un carattere provocatorio, nel

senso che cerca di andare contro corrente, perché è un tema “fuori luogo” sia nella tradizione personalista, che in quella epistemologica; il

progetto non è uno «scientismo» atto di reintrodurre il concetto di persona dentro la conoscenza scientifica, nemmeno un «anti-scientismo»,

volto ad affermare che la persona non ha alcun valore nella conoscenza scientifica, ma sta tutto nell’analisi dello stretto rapporto che intercorre

tra soggettività e conoscenza scientifica, cioè se, anche in quel tipo di conoscenza, vi è la possibilità di riconoscere le funzioni ed il ruolo della

persona: il progetto conclusivo, kantianamente, indaga le possibilità ed i limiti di un’epistemologia personalista.

CAPITOLO PRIMO - EPISTEMOLOGIA E PERSONA: UN “SINTAGMA” DILEMMATICO

Personalismo: Il sintagma epistemologia personalista è un sintagma dilemmatico, nel senso che l’epistemologia sembra escludere il concetto

di persona e lo stesso faccia quest’ultimo, o perlomeno problematico. Il personalismo ha sempre visto con sospettoso distacco l’impegno del

soggetto nella scienza, non trovando, nell’esercizio della conoscenza scientifica, alcun terreno elettivo per una ricerca sul senso, la struttura e la

funzione della nozione di persona; ad esempio, Jacques Maritain ritiene che la conoscenza scientifica, tipica espressione del mondo moderno,

abbia perduto ogni contatto col fondamento metafisico della persona, con la sua realtà insieme nascosta e sostanziale. Maurice Nédoncelle

afferma che, se si parla di conoscenza personale, la conoscenza scientifica è la “conoscenza dell’impersonale”. Emmanuel Mounier, il

riconosciuto padre del personalismo contemporaneo (Il non è d’accordo nel ritenere che il personalismo sia una filosofia, ma

personalismo),

sottolinea che esso è piuttosto una “testimonianza”; Mounier giunge a sostenere che la “razionalità oggettiva” della scienza è una di quelle

attività che permette all’esperienza personale di non trasformarsi in delirio narcisistico, ma di costituirsi come autentica comunicazione

intersoggettiva. Egli definisce la scienza come il “regno dell’impersonale”, ma indica come non sia possibile rinchiudere il concetto di persona in

un interiorismo, in un idealismo che non conosce la realtà e nemmeno gli altri; elogia infatti l’apertura comunitaria, intersoggettiva del soggetto

della scienza, dell’esercizio dell’impersonale, considerato fondamentale. Egli osserva che “se il movimento di oggettivazione è un momento

importante nel movimento totale dell’esistenza, non ci può essere riflessione valida che non conceda il posto dovuto alla riflessione scientifica.

Una delle deficienze dell’esistenzialismo è quella di aver condotto troppo spesso le sue analisi come se la scienza non esistesse”. Secondo Paul

Landsberg una teoria della “conoscenza personale integrale” dovrebbe ricomprendere anche la conoscenza scientifica, anche se tale conoscenza,

nella sua versione moderna, si è spesso presentata in una forma estremamente intellettualizzata e fortemente esclusivista, tendente cioè a

presentarsi come l’unica conoscenza possibile e a svalutare ogni altra forma di conoscenza del mondo. Luigi Stefanini parla della razionalità, della

stessa razionalità scientifica, come processo coesivo della persona, come “invito” dell’”unità emergente e consistente della persona”, come

esercizio di una ragione che “mi presenta il nerbo stesso della persona”. Non si tratta della razionalità della logica astratta che rende “la ragione

spettacolo a se stessa”, della razionalità della “ragione ragionata”, ma di quella della “ragione ragionante”: anche nella più elementare e

distaccata delle operazioni scientifiche, è in gioco l’impegno della persona, “anche nell’affermazione «2+2=4» è in gioco un’esigenza di coerenza

personale”.

Epistemologia: Tutta l’epistemologia del Novecento è correntemente definita epistemologia “senza soggetto conoscente” (La conoscenza

per usare la nota espressione popperiana, perché al suo interno, nella considerazione dello statuto della conoscenza scientifica, il

oggettiva),

concetto di persona (soggetto, individuo, singolo) viene denunciato come irrilevante, come impalcatura filosofica e ideologica, cioè ordine

surrettizio e fittizio (“bella nozione”) privo di ogni legittimazione reale nella concreta pratica conoscitiva (appartiene ad un tipo di conoscenza

che non è la conoscenza epistemologica). In Mach la decostruzione epistemologica porta a concludere che “è impossibile salvare l’io”, in

Wittgenstein che “il soggetto non appartiene al mondo ma è un limite del mondo”, nel pensiero maturo di Reichenbach che ogni tipo di

soggettività costitutiva non è difendibile, nemmeno l’idea kantiana della conoscenza, in Popper che dobbiamo mettere tra parentesi le

conoscenza personali, le quali appartengono al momento psicologico della conoscenza, secondo quella netta distinzione che egli fa tra aspetto

logico (epistemologicamente valido) e psicologico (iniziale ma da abbandonare) della conoscenza. Tuttavia, anche in questi autori si possono

ritrovare dei “varchi” in cui essi rivalutano il concetto di soggettività: in Wittgenstein, ad esempio, la definizione di soggettività come limite del

mondo vuol significare che tale soggettività è ciò che pone i limiti (soggettività kantiana), Popper riconosce al soggetto comunitario (comunità

degli scienziati) la formulazione dei protocolli (convenzioni: derivano cioè da un “essere d’accordo”), delle asserzioni-base, per cui è il

cum venire,

soggetto a porsi le congetture, ma anche ad abbandonare una teoria (a lui spetta di decidere se essere o meno sincero), secondo una visione

indipendente dal soggetto, ma in cui esso rientra pienamente (a lui spettano atti e scelte di profonda responsabilità personale). Israel Scheffler

offre, in un importante contributo a questa problematica: egli mostra la problematicità di questo rapporto (scienza-

Scienza e soggettività,

soggettività), criticando un certo tipo di soggettività (soggettivismo) e rivendicando un altro tipo di soggettività, che è presente nella conoscenza

scientifica. Thomas Nagel, autore di (→Popper: epistemologia senza soggeCo conoscente), soColinea come la

Uno sguardo da nessun luogo

peculiarità della conoscenza scientifica sia proprio questa “vista” da “nessun luogo”, il vedere in modo oggettivo, cioè senza nessuna dimensione

individuale, temporale, storica; la domanda fondamentale che egli si pone è se questa vista da nessun luogo sia o meno possibile: no, perché una

vista da nessun luogo è sempre una vista da un luogo, una conoscenza oggettiva è sempre una conoscenza data dal punto di vista di un soggetto

(individuale, comunitario). La conoscenza umana è sempre, a suo avviso, “un’aspirazione all’oggettività” (→Putnam), le conoscenze umane sono

determinate da “mosse oggettive”, le quali si scontrano sempre col limite della soggettività, con l’husserliano residuo fenomenologico (quel

residuo soggettivo che non è epochezzabile).

CAPITOLO SECONDO – LA PERSONA NELL’EPISTEMOLOGIA PERSONALISTA DI MICHEAL POLANYI

Michael Polanyi (1891-1976): È fratello dell'oggi forse maggiormente considerato Karl Polanyi, assai distante se non opposto alle idee

liberali di Michael, e padre di John Polanyi che nel 1986 ottenne il Premio Nobel per la chimica. Michael Polanyi ebbe inizialmente successo come

chimico, con particolare riferimento alla chimica fisica; la sua filosofia fu sempre accompagnata da riflessioni di tipo politico ed economico:

politicamente è stato spesso associato al pensiero liberale, fu membro e promotore del Studia chimica, sfiorando il Premio Nobel,

Galilei Circle.

fino a quando, nel 1933, è costretto a fuggire dall’Ungheria e ad abbandonare l’istituto di chimica che stava frequentando, in quanto ebreo; si

rifugia in Inghilterra, a Manchester, dove abbandona il suo lavoro di chimico divenendo “sociologo della scienza”, ma anche della politica e

dell’economia. Nel 1946 scrive prima opera interessante dal punto di vista epistemologico, nel 1952

Scienza, fede e società, La logica della

un’opera politica in cui pone sotto serrata critica il marxismo (che criticava anche suo fratello Karl, sebbene questi si ponesse in una

libertà,

posizione medo radicale, trovandosi per questo motivo in contrasto con Michael), in quanto non c’è a suo avviso nessuna possibilità di avere

libertà laddove c’è una centralità della direzione (economica e politica): usufruire della libertà è indicare la possibilità di gatto che a nuoto

attraversi l’oceano dall’Europa all’America. Nel 1958 scrive la sua opera fondamentale, nel 1959 nel

La conoscenza personale, Studio dell’uomo,

1964 riprende e ripubblica nella cui introduzione afferma che le sue posizioni sono simili con quelle dei nuovi filosofi della

Scienza, fede e società,

scienza e, specialmente, con quelle di Thomas Kuhn. L’ultima opera pubblicata è in cui Polanyi ripete la sua teoria della conoscenza

Meaning,

personale ridefinendola attraverso una teoria del significato, «conoscere è dare significato alla realtà», interessante perché allarga il discorso

dalla scienza a tutta l’esperienza umana. Egli non apparteneva all’epistemologia “ufficiale”, era un po’ dilettante in ambito epistemologico e per

questo veniva quasi snobbato per le sue idee, o quantomeno veniva spesso tenuto fuori dal dibattito epistemologico internazionale.

Conoscenza personale: Quella di Polanyi è un’epistemologia palesemente personalista, perché lega inscindibilmente conoscenza scientifica

e persona; nella di egli afferma «le due parole (conoscenza personale) possono apparire in contrasto fra loro,

Prefazione Personal Knowledge

giacché si pensa che la conoscenza vera sia impersonale, universale e oggettiva. Ma l’apparente contraddizione viene eliminata modificando il

concetto di conoscenza» (va modificata l’idea di conoscenza scientifica, così come ci è stata consegnata dal Neopositivismo logico e da

Popper→Polanyi è uno dei sostenitori della tesi secondo cui fra Popper e il Neopositivismo logico ci sia stato soltanto un ammodernamento, il

falsificazionismo di Popper è una semplice variante del Neopositivismo: egli accusa Popper di non riconoscere, nella conoscenza scientifica, il

ruolo della persona, della fede e della credenza).

L’uomo moderno: Polanyi compie una critica radicale all’idea della conoscenza quale emerge dalla tradizione epistemologica moderna, che

emerge nel tragitto Galileo-Cartesio-Kant-Laplace; il pensiero moderno può essere etichettato come pensiero critico, cioè della pura razionalità,

di una ragione che chiama se stessa davanti al suo tribunale. Questo progetto non è, a parere di Polanyi, assolutamente possibile; Kant sostiene,

a proposito dello schematismo trascendentale (operazione kantiana che temporalizza le categorie), che non è possibile rispondere a chi gli

domanda come questo sia possibile, egli la ritiene “un’arte celata nell’animo umano”. Il critico per eccellenza, quando trova il punto

fondamentale del rapporto tra la storicità e un pensiero a-temporale, si mostra in tutta la sua debolezza: la sua idea di un pensiero critico non si

regge; questo è anche «l’ideale di Laplace», filosofo, teorico delle probabilità e dell’universo contemporaneo di Kant, il quale aveva illustrato

(secondo una sintesi tra il pensiero di Galei→matema3zzazione della realtà; Cartesio→messa in dubbio radicale; Kant→ragion pura critica) la sua

idea della conoscenza immaginata come un demonietto, un presunto soggetto, che sta fuori del mondo e conosce esaustivamente il mondo

(perché, se il mondo è quello consegnatoci dai moderni, un universo-macchina omogeneo, allora basta conoscere le leggi fisiche e chimiche della

più piccola parte della realtà per conoscere l’intero universo). La conoscenza ideale laplaciana vorrebbe essere garantita da condizioni di

“assoluto distacco” del soggetto rispetto all’oggetto, e dell’”assoluto dominio” dell’oggetto stesso da parte del soggetto; ma Laplace, proprio

come Kant, non riesce a dar ragione del problema kantiano e, perciò, ha bisogno di inventarsi un demonietto che sta fuori dal mondo, all’esterno

dalla realtà: il suo ideale, in verità, altro non è che un mito, un’illusione, che mai si è realizzata e mai si realizzerà. Se fosse possibile tale

conoscenza laplaciana, allora con ragione di causa potrebbe chiamarsi (→Alan Musgrave, allievo di Popper, al quale egli

impersonal knowledge

aveva assegnato una tesi di dottorato proprio dal titolo chiaramente con l’intento di opporsi alle tesi sostenute da

Impersonal knowledge,

Polanyi nella sua opera maggiore, come lo stesso Polanyi ricorda in modo plateale nel libro in questione). Il pensiero moderno è quel pensiero

che ha la fiducia di rifiutare ogni condizionamento autoritativo e tradizionale (→Gadamer: i nostri pregiudizi sono pregiudizi dell’autorità e della

tradizione); esso è presente nel programma baconiano della purificazione dagli della soggettività vergine e del rigido empirismo, guida il

idola,

progetto cartesiano del dubbio iperbolico e universale e della soggettività fondante, connota il disegno critico kantiano e la sua idea di

soggettività trascendentale, è alla base dell’atteggiamento anti-metafisico del neopositivismo (che si riscontra anche nel fisicalismo, quella

dottrina neopositivistica che identificava la conoscenza scientifica con la conoscenza degli oggetti fisici e della fisica, da Polanyi definito il

«flagello fisicalistico»). In definitiva, non è accettabile il desiderio «imperioso» dell’epistemologia linguistica contemporanea di ridurre ogni

significato della conoscenza al significato esplicito, cioè linguistico (senza riferimento alla «conoscenza tacita», cioè inespressa, l’implicito

presente negli enunciati: la conoscenza è come un iceberg, mentre la tentazione del pensiero contemporaneo vorrebbe identificarlo con ciò che

emerge sopra all’acqua, in realtà gran parte è celato alla vista, la parte fondamentale, ciò che regge la dimensione esplicita). La mente e l’uomo

moderno non vuole più avere radici, vuole essere «senza precedenti», non vuole più sottostare all’autorità o rifarsi alla tradizione, non vuole più

essere indottrinato. Polanyi, è vero, riconosce alla filosofia della modernità caratteri di una radicalità mai raggiunta precedentemente, una

profonda riflessione su se stessi che costituisce il timbro stesso della modernità («l’impalcatura critica» sembra aver ormai «consumato se

stessa»→nichilismo contemporaneo, totalitarismo poli3co).

Radici: Polanyi individua nella storia del pensiero tre fondamentali momenti che indicano un modo diverso di intendere la conoscenza. Due di

essi appartengono alla filosofia classica, precisamente ritrovati in Platone ed in Sant’Agostino; il terzo momento appartiene invece alla filosofia

contemporanea, o meglio, della filosofia intesa in senso lato, in quanto Polanyi indica alcuni contenuti della psicologia trattati dalla Gestalt

(psicologia della forma); essa si sviluppa in Germania a partire dai primi anni del ‘900, dal suo messaggio emerge, secondo Polanyi, la logica della

conoscenza personale. Egli richiama anzitutto il paradosso platonico della conoscenza, quel problema gnoseologico che faceva incagliare la

teoria platonica in un paradosso; nel viene illustrato il mito della reminiscenza: se ci poniamo il problema della conoscenza ciò significa

Menone

che ci poniamo il problema di qualche cosa a noi completamente nascosta, sconosciuta, ignota, di cui andiamo alla ricerca. Ma, se questa cosa ci

è ignota, perché ci poniamo il problema della conoscenza? Questo è il paradosso: da una parte, conoscere significa andare verso l’ignoto ma,

dall’altra parte, porsi questo problema significa avere già qualche intuizione che ci spinge alla ricerca; questo paradosso viene riproposto,

nell’epistemologia contemporanea, da Popper, quando egli sostiene che conoscere significa anzitutto porsi dei problemi o, come sostengono

anche molti altri, risolvere problemi (problem Il paradosso, in Platone, veniva risolto attraverso la «strana» soluzione della reminiscenza,

solving).

secondo cui ci poniamo il problema della conoscenza perché noi siamo già stati abitanti del mondo delle idee, lo abbiamo conosciuto ma,

cadendo nella storia, lo abbiamo dimenticato e quindi conoscendo ricordiamo ciò che è già presente nel nostro DNA (e senza cui non potremmo

conoscere); secondo Polanyi dobbiamo rileggere questa problematica platonica nella problematica contemporanea di un conoscere che è essere

interpellati dalla realtà (che si offre all’uomo in una modalità inesauribile, in un continuo interrogare lo spinge alla ricerca) e dare delle risposte

(che non sono mai definitive): il mito platonico (che è spiegazione altra rispetto alla realtà) indica il movimento della conoscenza, che passa

dall’interrogazione, dal porre problemi al tentare di risolverli. Tuttavia, nello stesso Platone questo problema si è intellettualizzato, dal momento

che non ha più rappresentato un’istanza problematica nei dialoghi maturi. Nel IV d.C. una nuova domanda essenziale è quella che si è posto

Sant’Agostino: se non crederete non conoscerete. «Nel quarto secolo dopo Cristo Sant’Agostino concluse la storia

nisi credideritis non intelligetis,

della filosofia greca, dando inizio per la prima volta ad una filosofia post-critica (colui che ha visto anticipatamente la pochezza del pensiero

moderno, dopo il criticismo dell’intellettualismo di certo pensiero greco); egli insegnò che tutta la conoscenza è dono della grazia (disponibilità

nei confronti del Divino, qualcosa che non dipende da noi), sicché noi dobbiamo effettuare uno sforzo conoscitivo sotto la guida della fede che

precede» (ha indicato come la fede e la credenza precede ogni nostro atto di conoscenza, per la conoscenza razionale è necessario l’abbandono

nei confronti della realtà, cioè la fede); il precetto agostiniano ha avuto validità per più di mille anni (in tutta la filosofia medievale). Inoltre,

Polanyi riconosce a San Paolo di aver indicato la dialettica epistemologica vera e propria, quando dice che siamo come vasi nelle mani di un

vasaio, cioè siamo disponibili nei confronti di qualcos’altro, dell’Assoluto (disponibilità del ricercatore nei confronti della realtà). La dicotomia

agostiniana è stata rotta, in un preciso momento, che Polanyi individua in Ockham (distinzione fra conoscenza intuitiva e razionale); quindi, tale

linea è stata sviluppata nel pensiero moderno, da Locke («frattura» fra fede e ragione, a cui riconosce piena autonomia: egli non disprezza la

fede, ma, come in tutto il sentimento riformato, cioè proprio della Riforma protestante, egli afferma che essa è importante per noi, per la nostra

individualità, viene messa in un «cantuccio» proprio, mentre alla conoscenza razionale viene dato il compito di elaborare, nelle diverse modalità,

una conoscenza della realtà). Tuttavia, nel cuore della modernità, vi è un autore insospettato che “richiama all’ordine”: David Hume (→ripreso

dal Pragmatismo), pur mantenendo forte la dicotomia fede-ragione, traduce l’idea agostiniana di una fede che precede la conoscenza (che ne è

alla radice) nell’idea che ogni nostra conoscenza deriva da credenze, da un di credenza, da una fede (belief); anche le nostre conoscenze

abitus

più abituali sono il risultato delle nostre credenze: con Hume la nozione di fede si dilata (anche in senso biologico e culturale) finendo per

coincidere con quella «struttura fiduciaria» entro cui ogni soggettività conoscente si colloca. Nella psicologia della cioè della “forma”,

Gestalt,

tale forma è quel movimento della esperienza che esprime una dialettica del rapporto tra le parti ed il tutto e che si esplicita nell’esperienza

umana anche a livelli più semplici della conoscenza, il cui livello più immediato è la conoscenza percettiva; anche nella percezione più semplice

c’è un movimento naturale che parte dall’individuare le singole parti ed arriva ad un tutto (riconoscimento di una fisionomia, di un volto, che è

qualcos’altro rispetto alle parti, l’elemento «sussidiario», di aiuto, che mi porta poi al riconoscimento del tutto: esso non è la semplice risultante

della somma delle parti, ma è la risultante di un processo di integrazione che va dalle parti al tutto; anche l’andare in bicicletta può essere di

esempio, in quanto non richiede il calcolo dell’insieme di tutte le componenti necessarie affinché si attui il movimento giusto; anche il piantare

un chiodo, che non richiede di calcolare minuziosamente le distanze millimetriche, ma riesce naturale, proprio perché tutte le parti fanno già

parte della mia visione del tutto; il nuotare in piscina, la lezione di un professore, il suonare un pianoforte). Polanyi si trova in disaccordo con la

psicologia della Gestalt laddove essa afferma che questo movimento dialettico dalle parti al tutto è naturale, mentre per lui questo è

determinato dall’azione di un soggetto, è un «atto personale (→abilità: insieme di dottrine, di conoscenze) che non può mai essere sostituito da

un’operazione formale» e che integra le parti con il tutto.

Dimensioni: Se può essere definito tale, il “trascendentale” della conoscenza personale è l’abilità (skill): se la conoscenza parte da pre-

comprensioni, da problemi e questi sono definibili come credenze, che sono anche presupposizioni di ordine culturale, ideologico ecc. da un

insieme eterogeneo di complessi di cultura, allora conoscere significa essere abili. Diciamo abile colui che ha acquisito conoscenze pratiche

operando a fianco di maestri: nel fare scienza è importante sia la conoscenza precedente, sia l’insegnamento del maestro (grandi

scienziati=grandi maestri, non solo nel loro campo specifico, ma anche nei campi limitrofi→Einstein: libertà, dibattito con Russell: la sua autorità

«deborda» dai limiti, è anche limitrofa), che sono delle autorità a cui bisogna necessariamente far riferimento. Accanto all’abilità, Polanyi pone la

«dote dell’intenditore», cioè l’intendersi: per uno scienziato è importante saper cogliere la bontà di una teoria scientifica, di un problema che poi

dev’essere discusso (agisce abilmente grazie al cosiddetto «fiuto» del ricercatore, dello scienziato). In terzo luogo, egli reintroduce nell’idea di

conoscenza scientifica due aspetti che l’epistemologia classica aveva invece espulso, l’aspetto della passione e dell’emozione: conoscere

scientificamente e personalmente significa conoscere appassionatamente, è falsa quell’affermazione per cui la conoscenza scientifica è una

conoscenza senza passione; tanto le passioni quanto le emozioni fanno parte della logica della conoscenza scientifica. Inoltre, Polanyi recupera la

dimensione dell’intuizione all’interno della razionalità scientifica: essa non è semplicemente razionalità discorsiva, ma è anche una razionalità

intuitiva, inventiva. Infine, egli pone un accento fondamentale sull’immaginazione, che è parte fondamentale della scienza: la scienza ha il suo

potere d’invenzione perché è anche immaginazione (mentre Bachelard ha una posizione completamente opposta, a suo avviso l’immaginazione

è acerrima nemica della scienza, affermare “immaginazione scientifica” significa contraddirsi in termini). Da questo punto di vista, Polanyi

riprende il adagio tema kantiano a proposito del rapporto tra pensiero ed intuizione (le categorie senza intuizione sono vuote, le intuizioni senza

le categorie sono cieche), reinterpretandolo nella forma «le intuizioni senza immaginazione sono cieche, l’immaginazione senza l’intuizione è

vuota». Polanyi può essere considerato un pensatore appartenente alla nuova filosofia della scienza, la quale corre il rischio di essere

interpretata come un’epistemologia relativistica (rifiuto del metodo, dell’empirismo, della verità); egli, con due ulteriori connotazioni della

conoscenza scientifica vuole evitare questa sorte. I due ulteriori caratteri della conoscenza scientifica sono quelli dell’impegno (commitment) e

della responsabilità (responsability); essi evitano la sorte relativistica in quanto si ha impegno sempre verso una realtà, si è responsabili sempre

nei confronti di una realtà (conosciamo perché siamo interpellati da una realtà e, quindi, il nostro impegno e la nostra responsabilità deve

rivolgersi a quella realtà, la nostra è una «devozione» verso l’oggetto; la ricerca sottende una compresenza di attività e passività, idea che si

avvicina molto alla nozione di grazia agostiniana, ma anche alla celebre espressione di San Paolo). Quella di Polanyi è un’epistemologia che,

sebbene forse non eviti il soggettivismo, di certo evita il relativismo in quanto realista: essa pone il primato della realtà.

Metafore: L’uomo è un esploratore, la società degli scienziati è essa stessa una società di esploratori; secondo Polanyi vi sono due tipi di

esploratori: c’è l’Ulisse dantesco (XXVI canto dell’inferno) e Cristoforo Colombo, che si differenziano in quanto uno esplora tanto per conoscere,

è mosso da una conoscenza per la conoscenza, da una novità per la novità (non interessandosi tanto della realtà, il suo obiettivo primario è

quello di superare le colonne d’Ercole) che lo porta inevitabilmente al naufragio (non ricerca l’America, il suo è un tipo di esplorazione fine a se

stessa); per Polanyi il tipo di esplorazione della ricerca scientifica è rappresentato dalla figura di Cristoforo Colombo, che vuole andare a trovare,

a scoprire le Indie percorrendo la via più breve, sebbene poi trovi l’America (ha comunque ricercato una realtà). Il momento più bello della

ricerca, della conoscenza è costituito dalla scoperta della realtà, dal «grido» del mozzo che avvista l’America, dall’individuazione di una meta, di

una realtà. Similmente a Neurath, secondo cui fare scienza è come «riparare la nave in mare aperto», la peculiarità della ricerca scientifica è, per

Polanyi, quella di partire anzitutto con delle mappe, con delle carte geografiche che tuttavia vanno continuamente rifatte nel corso

dell’esplorazione; a differenza di Neurath, Polanyi è maggiormente ottimista, in quanto colloca l’esploratore sulla terra ferma, su una realtà a cui

appoggiarsi (mentre secondo Neurath alla scienza mancano porti a cui sorreggersi), su una qualche verità. La seconda metafora accosta l’attività

dello scienziato, quindi la conoscenza personale, al giocare a golf: Polanyi, che appartiene alla nuova filosofia della scienza, si oppone all’idea che

ci sia un metodo unico della scienza, raggiungendo una conclusione simile all’anarchismo metodologico dell’ultimo Feyerabend, laddove per

anarchismo egli non intende l’assenza di metodo, ma una pluralità di metodi (fare scienza significa usare più metodi, come il giocatore di golf usa

diverse mazze per tirare, a seconda del tiro). In terzo luogo, per indicare la presenza della realtà nella ricerca scientifica, Polanyi propone la

metafora di chi sta solo in casa e sente sbattere l’imposta della finestra: colui che non s’interessa della realtà è quel ricercatore che, dopo aver

sentito sbattere l’imposta, corre a nascondersi nella propria stanza dalla paura; lo scienziato, invece, va a vedere cosa è successo all’imposta (se

c’è vento, un gatto o un ladro). Per illustrare il processo unitario della conoscenza, che coinvolge una pluralità di elementi mai divisibili

(psicologici, razionali, intuitivi, impliciti, espliciti), onnicomprensivo ma anche compromettente (una conoscenza molto più intrigata rispetto a

quella discorsiva e razionale osannata dai moderni), Polanyi lo paragona anzitutto alla costruzione di un arco, dove un singolo mattone, sebbene

conti poco nell’economia generale della struttura, è indispensabile affinché essa si regga, quindi al procedimento giudiziario, dove ci sono un

insieme di elementi (ladro, inchiesta, pubblico magistero, difesa, giudice) separati ma concorrenti, così come nella conoscenza tutti quegli

elementi non possono essere disgiunti (siamo «accusatori e accusati», cioè non sappiamo di quale elemento sia la responsabilità).

Dalla conoscenza personale alla persona: Ogni opera di Polanyi dedica una parte al problema dell’ontologia della persona, al

problema del collocamento della persona nella realtà; tale questione ontologica lascia spazio anche a problemi religiosi: «la scienza non è

chiusura immanentistica, ma possiamo vederla come una chiave per andare verso Dio ». L’ontologia di Polanyi è strutturata gerarchicamente,

secondo una pluralità di livelli della realtà, concatenati in modo tale che ciascun livello inferiore è la base per il livello superiore e il livello

superiore è ciò che definisce quello inferiore; questa ontologia di livelli attraversa tutta la realtà, a cominciare dalla base più semplice degli esseri

unicellulari, fino alle forme più complesse del pensiero e della mente umana (→l’essere è connaturato al conoscere). Il rapporto che lega i livelli

e che spiega, a suo avviso, tutta la realtà è quello per cui il livello inferiore offre il contenuto, mentre quello successivo offre la ragione di questo

contenuto (le «ragioni di contorno»): una bicicletta non si spiega soltanto attraverso gli elementi chimico-fisici dei componenti, ma anche

attraverso quella funzione, ad essi superiore, che da ragione a quegli elementi (Meaning). Nel rapporto anima-corpo, Polanyi definisce l’uomo

come una macchina, il cui corpo costituisce i contenuti, la cui anima ne costituisce il significato (l’anima non è qualcosa di completamente

astratto, ma è quel qualcosa che “anima” un corpo, ovvero che dà ragione ai suoi componenti).

CAPITOLO TERZO – LA PERSONA NELL’EPISTEMOLOGIA ANTIPERSONALISTA DI GASTON BACHELARD

Gaston Bachelard (1884-1962): Gaston Bachelard ha avuto una carriera fuori dal comune (“Giano bifronte”: si occupa di due cose, ma

non contemporaneamente, cioè di epistemologia e di critica letteraria). Le sue due occupazioni hanno sempre rappresentato, a suo avviso, due

diverse alternative: quando si studia epistemologia non si può, contemporaneamente, occuparsi di critica letteraria e viceversa, perché c’è

sempre il pericolo che fra queste due dimensioni si rompa la divisione. All'inizio impiegato alle poste, prende la laurea e diventa professore di

fisica e chimica. Riesce nel 1922 a laurearsi anche in filosofia e insegna questa materia alla Facoltà di Digione prima di diventare professore

alla Sorbona fino al 1954. Nel 1928 pubblica la sua tesi di dottorato, (Essai

Saggio sulla conoscenza approssimata sur la connaissance approchée),

nel 1934 nel 1938 nel 1941 (La

Il nuovo spirito scientifico, La formazione dello spirito scientifico, La filosofia del non Philosophie du non);

improvvisamente, in quell’anno, smette di occuparsi di epistemologia e, fino al 1951, pubblica alcune opere dedicate alla letteratura degli

elementi. Dal 1953, fino al 1957, ritorna a scrivere di epistemologia, pubblicando due opere fondamentali: (1949) e

Il razionalismo applicato

(1951). Nel 1961 pubblica in quanto era tornato ad occuparsi di

L’attività razionalistica della fisica contemporanea La fiamma di una candela,

critica letteraria. A suo avviso, i regimi della conoscenza scientifica e letteraria sono completamente opposti: il primo fa riferimento alla

razionalità discorsiva e matematica, il secondo all’immaginazione creativa (mentre Polanyi sottolineava l’unità essenziale fra ragione scientifica

ed immaginazione, inseparabili poiché uno è necessario all’altro), da lui considerata l’«anti-scienza».

Epistemologia antipersonalista: Dentro l’antipersonalismo bachelardiano vi sono tre luoghi dove egli è soltanto in apparenza

antipersonalista, ma è profondamente personalista. Bachelard presenta l’uomo di scienza come «soggetto qualunque»: egli non è un qualunque

soggetto, l’uomo di tutti i giorni (mentre per Polanyi il soggetto personale della conoscenza scientifica è anche l’uomo di tutti i giorni, perché fare


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Gadamer, intitolando la sua opera Verità e metodo, intendeva affermare che la verità è qualcosa di extrametodico (mentre Cartesio riteneva che la via sicura per la verità fosse quella metodologica, Gadamer sostiene che quella non è sufficiente); un titolo che vuol significare verità o metodo. Se il titolo fosse stato “epistemologia della persona”, ci si sarebbe soffermati su una particolare problematica, cioè su quell’ambito della riflessione epistemologica contemporanea che si occupa della struttura dell’esperienza personale, della stessa natura dell’identità personale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Filosofia e scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Docente: Vinti Carlo
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher pexolo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Vinti Carlo.

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