ESTETICA (8) ABST46
CORSO A CURA DEL DOCENTE D. GIUGLIANO PER L’ANNO ACCADEMICO 2021/22 TENUTOSI A DISTANZA
Lezione 1 del 22 Ottobre 2021
È tipico della Scienza affrontare e risolvere dei problemi, per poi ripresentarsi anche
identici in un secondo momento; la Filosofia, fin dall’origine, ha invece un’indagine che
non mira ad una risoluzione vera e propria.
L’indagine filosofica, come quella scientifica, indaga la realtà, ma in particolare gli
stessi problemi sin dagli inizi: psicologici, ontologici, e così via. Queste domande, di
fatto, sono riproposte dalle origini senza risposta. Da circa 2500 anni in occidente, prima
nelle colonie greche dell’Asia minore, nella madrepatria Atene, e a seguire nel mondo,
ogni civiltà ha formato i propri filosofi, dai quali fioriscono pensieri diversi sul medesimo
quesito.
Aristocle, conosciuto con lo pseudonimo di Platone, sarà uno dei capisaldi se non il
primo ad usare il termine “filosofia” nei suoi testi; già presente in frammenti del
Trattato sulla Natura di Eraclito di Efeso, viene usato come aggettivo per indicare una
pratica di pensiero e l’uomo che la mette in atto. Pitagora è stato indicato in passato
come l'autore del termine "filosofia", inteso come "amore per la sapienza"; autori
moderni hanno messo in dubbio questa tradizione antica. Questa interpretazione del
termine "filosofia" non corrisponde al senso delle dottrine dei presocratici, per cui quel
significato sembra essere adeguato alla dottrina platonica.
Platone sarà però il primo pensatore occidentale ad usare questo termine e a spiegare
cosa significa per lui. Fonderà poi la sua Accademia di pensiero, diffondendo il suo
“modello”; originariamente era un luogo similare ad un convento, una comunità
all’interno della quale si svolgeva un certo stile di vita in comune, mettendo in pratica
l’esercizio esistenziale della filosofia. Anzi, Platone nei suoi testi ci tiene a differenziare
filosofo e Filosofia dai retori, coloro che sanno fare bei discorsi (lettera settima); è
inevitabile che per poter portarla avanti bisogna vivere assieme. Il filosofo in origine è
un mimo della verità, ed essa si rispecchia nel suo corpo e nella sua esistenza; riconosce
quindi la verità e ne dà corpo vivendola, essendo disposto a morire per le proprie idee.
L’unico modo per impadronirsi di questo esercizio è necessario viverci quindi
quotidianamente. Nel mondo moderno è diventato un esercizio professionale, al pari
passo con l’insegnamento, snaturato quindi da quella figura di qualche secolo
precedente.
Il concetto di Estetica si affianca alla Filosofia come una disciplina, è ossia una pratica
teorica di pensiero che riflette sull’essenza stessa. Se il filosofo ambisce all’esperienza
completa della vita –che non ci sarà mai se non nel traguardo ultimo, la morte, l’esteta
segue con affanno l'affermazione del bello come valore unico e assoluto, in
un’esasperata ricerca di perfezionismo; ambo le figure hanno quindi un punto d’arrivo,
non raggiungibile in vita, ma da rincorrere nel proprio stile di vita. L’Estetica si può
interpretare anche come Filosofia dell’Arte, sia in senso soggettivo che oggettivo: nel
primo caso significa che appartiene ad essa, è interna ed implicita, una pratica di
pensiero che fa emergere dall’Arte la Filosofia; nel secondo caso significa che la
Filosofia possiede l’Arte, si esercita su di essa come suo oggetto d’indagine. Tenendo
presenti ambo i significati, elaboreremo una sorta di teoria generale in grado di rendere
conto l’essenza dell’arte contemporanea, non nel senso di prodotta nel nostro tempo
storico, ma tutto ciò che oggi viene inteso come arte.
Se la Filosofia mira a ridurre l’unità in una generalità, nell’Arte questo diventa un
problema: sappiamo che ne esistono decine se non centinaia di forme d’arte, partendo
dai periodi storici più antichi (pitture rupestri, terracotta…) fino ai giorni nostri (arte
digitale, sculture multi materiali…); sul piano materico non c’è nulla di accostabile, ma
formiamo un solo concetto per comprenderli. Il compito dell’Estetica è quindi quello di
cercare di capire come ridurre questa eterogeneità produttiva in un termine unitario.
Ci troviamo di fronte a manifestazioni fenomeniche singolari ogni giorno, a partire
dall’essere umano come individuo, indivisibile, irriproducibile. Nonostante questo, ogni
ente di questo mondo –persone, animali e così via, è contemporaneamente tante cose:
una persona può essere genitore, figlio, consorte. Ogni cosa ha una specificità ed è
contemporaneamente una moltitudine.
Il termine “Estetica” sopraggiunge nel pensiero occidentale in periodo tardivo rispetto
alla Filosofia, anzi se ne distacca per diversi secoli; si colloca nel XVIII sec. circa,
nell’epoca dell’Illuminismo. Come terminologia in particolare si deve la sua esistenza ad
Alexander Gottlieb Baumgarten, formatosi dal pensiero di Liebniz. Prima di lui ci furono
lo stesso molteplici figure che indagarono sulla tematica dell’Estetica e del bello, a
partire dalla cultura greco antica e romana; il poeta Orazio ad esempio nel suo Trattato
sulla poesia, Aristotile con la sua versione, Platone in uno dei suoi dialoghi, e così via.
Una disciplina autonoma che si occupi solo di questo argomento però si formerà nella
modernità matura, nel libro di Baumgarten “Aesthetica”; scritto in Latino e pubblicato
nel 1750, la fonte originaria è greca, coniando il termine latino sullo stampo greco:
partendo dalla parola “Aisthesis”, ricrea la parola “Aesthetica”. La sua traduzione tiene
presente il tempo in cui vive alla sua pubblicazione, riferendosi a quelle idee non
padroneggiabili con la ragione, ma che necessitano un nuovo ambito per essere
comprese e comunicate: l’Estetica diventa quindi “scienza della sensibilità”. Il senso
non è significato, ma per arrivare a quest’ultimo c’è bisogno di servirsene; il senso è la
direzione che il pensiero deve prendere per giungere ad un significato.
Lezione 2 del 28 Ottobre 2021
All’interno del linguaggio stesso, come ogni forma di espressione (e in maniera più
semplice ed immediata nel linguaggio visivo), Ferdinando Saussure parlerà del concetto
di “immagine acustica”, riferendosi in particolare al parlato; siamo in grado, ossia, di
ricondurre quasi tutto ad un aspetto visivo. Tutto ciò che applichiamo al linguaggio
visivo lo potremmo quindi riferire a qualsiasi tipologia di espressione, essendo uno dei
nostri mezzi principali di comunicazione (anche a livello universale – si pensi ad esempio
ai segnali stradali, le cui immagini sono studiate per rendere un messaggio anche a chi
non è del posto, e non conosce ad esempio la lingua). Nell’arte questo concetto è
riconducibile alla poesia, che noi siamo in grado di “vedere” nella mente, oppure la
pittura, la scultura, tutte le arti grafiche. Per la Filosofia, questi concetti sono solo
luoghi comuni creati dall’uomo per orientarsi più efficacemente nel mondo quotidiano;
sarebbero quindi delle sciocchezze. Qui s’intromette anche il concetto della tempistica,
dell’”Oblivione”, ossia la dimenticanza: ad esempio, per comprendere una poesia
avremmo bisogno non solo di ricordare i significati stilistici e il loro utilizzo, ma anche il
senso stesso che l’autore permea nel suo elaborato. Esattamente ciò che accade in una
performance musicale o teatrale: è necessario ricordarsi, man mano che si va avanti, ciò
che è accaduto prima. Leonardo da Vinci, invece, dirà che la pittura rappresenta tutto
nell’immediato, è un fermo nel tempo, condivisibile con un pubblico in modo quasi
permanente. Ecco perché quando si guarda un quadro si può avere la sensazione di
guardare tutta una scena, interamente compiuta.
Il linguaggio ci mette in contatto con la dimensione sensoriale, che ha un significato
molto più vasto: all’interno di ogni sistema di espressione, ogni elemento ha un proprio
valore; il senso va al di là di questa terminologia basilare, e talvolta non coincide con il
significato (vedi la parola “cane”, ma usata nel contesto “recita come un cane”).
Affinché questo tipo di comunicazione possa avere un esito comune a più individui,
occorre principalmente che gli elementi in utilizzo non vadano in contrasto gli uni con
gli altri, ma cosa più importante che sia presente un senso generale e comune a tutti i
membri coinvolti.
L’ambito sensoriale era già conosciuto nei secoli antecedenti a Baumgarten, ma dopo di
lui nel concetto di Filosofia viene finalmente aggiunta la connessione ai sensi, il che
cambia ogni cosa, esponendola ad un campo molto più vasto del conoscibile.
Baumgarten è il primo a voler “inventare” una scienza che potesse analizzare tutti
questi interrogativi a cui l’uomo non lasciava risposta alcuna.
Nel ‘900 uno studioso americano affermò che dopo Platone tutti gli studi filosofici sono
solo un continuo commento al suo dialogo. Se analizzassimo l’operato del filosofo,
difatti, le sue affermazioni potrebbero essere state coniate ai giorni nostri; per questo
fu chiamato poi il “principe dei filosofi”, posto sempre al centro della scena accanto al
suo allievo Aristotele. Tutta la Filosofia occidentale, ed il nostro pensiero teorico, la
dobbiamo a queste due figure: la loro importanza deriva dall’assenza in momenti storici
precedenti di un’individuazione precisa e chiara dell’argomento, portando quindi le loro
figure a spiccare. Tornando a ritroso nel tempo, troviamo innumerevoli figure filosofiche
e non che hanno affrontato un argomento come quello estetico, ma nessuno di questi
pensatori riteneva possibile racchiudere questo campo particolare in una scienza, visto
che l’argomento stesso non poteva portare una definizione specifica.
Gli ambiti sensibile e intellegibile vengono definiti e separati grazie alla filosofia
platonica, la sua scuola; da Platone in avanti difatti la Filosofia inizia a percorrere un
binario più definito, che non si esaurisce nel suo pensiero, ma si evolve nel pensiero
occidentale. Prendiamo ad esempio la figura di Plotino, visto come la reincarnazione
dell’anima di Platone per sgarbugliare il suo pensiero non pienamente compreso: questo
aneddoto è essenziale per definire quanto la figura di Platone sia essenziale, al punto da
scendere al fantascientifico.
Nel 1869 Nietzsche fu chiamato a insegnare filologia all’Università di Basilea, dove tenne
corsi anche su Platone. Non fu un espositore neutrale del pensiero platonico: avendo
grande ammirazione per la filosofia di Platone, e ancora di più per il filosofo (per lui
definito come un agitatore politico, pronto a morire per le sue idee), non può fare a
meno di mettere in evidenza come nel platonismo la realtà delle Idee e l’affermazione
dell’immortalità dell’anima tolgano ogni valore al “mondo empirico” in cui viviamo, e
portino a considerare il corpo come “prigione”. Platone deve ai pitagorici l’ipotesi di
una molteplicità di oggetti non sensibili, e anche la teoria secondo la quale le cose
empiriche sarebbero imitazioni di quelli veri. Ora, pur vivendo noi solo nel mondo
empirico, come possiamo sapere qualcosa delle idee? Da dove determiniamo quella
somiglianza delle cose con l’idea? A Platone viene a questo punto in aiuto la teoria
dell’immortalità dell’anima. Come dice Filolao, le anime sono imprigionate nei corpi per
punizione, e dal quale non si possono liberare a proprio piacimento. Quando l’anima si
separa poi dal corpo, conduce un’esistenza incorporea in un mondo superiore. Ma questo
naturalmente solo se si è mostrata degna di questa felicità. Altrimenti si ha la
trasmigrazione delle anime attraverso diversi corpi. Il conoscente è una sostanza
immateriale del tutto diversa dal corpo, denominata anima; il corpo è un ostacolo alla
conoscenza. Perciò è fallace ogni conoscenza mediata dai sensi: la sola vera è quella
libera e sgombra da ogni sensibilità (quindi intuizione); perciò il pensare puro, l’operare
con concetti astratti.
Uno dei problemi che Platone esporrà in molteplici delle sue opere è quello della
singolarità: ogni membro di questo mondo, se non universo, è singolo, un “in-dividuo”,
indivisibile. Uno dei paradossi discussi è riguardo il fatto che non si può riconoscere un
singolo rimuovendo delle sue parti; anche se una persona perdesse un arto, sarebbe
sempre sé stesso, ma con una parte mancante. Se c’è un momento in cui si riesce a
scindere il giorno dalla notte, come dividiamo gli esseri umani in singoli? Secondo
Platone l'anima dell'uomo, vera essenza di un individuo, è costituita da tre diverse parti:
razionale, animosa e concupiscibile (desideri corporei). Per rendere al meglio all'interno
della società, ogni individuo viene indirizzato verso un'occupazione specifica, secondo il
tipo di anima che in lui prevale. Come l'anima individuale è tripartita, anche i cittadini
devono essere divisi in tre classi: quella dei governanti filosofi (anima razionale), quella
dei guerrieri (anima irascibile) e quella dei produttori (anima concupiscibile).
Lezione 3 del 29 Ottobre 2021
La teoria delle idee, altresì chiamata il “mondo delle idee” o l’”iperuranio” (dal Greco
antico, parola composta da “iper-“, aldilà/oltre, ed “uranio”, cielo) tratta di un luogo
ideale ed immaginario all’interno del quale risiederebbe un vero e proprio mondo, in cui
Platone colloca la vera essenza delle cose; partendo dal concetto che la realtà si divida
in una parte sensibile ed una intelligibile, quindi una parte che fa riferimento ai sensi ed
una seconda all’intelletto, tra queste due fazioni esisterebbe una determinata
connessione, come ad esempio sono i sogni. Alle volte tra un mondo ed un altro esiste
una certa reciprocità: ad esempio un sogno ricorrente per Leonardo era quello di volare,
vibrarsi nell’atmosfera, un desiderio che si realizzerà solo secoli dopo; l’idea di una
macchina volante non è oggi inusuale per noi, ma è divenuto un concetto concreto: in
questo caso quindi, il momento mentale è diventato un momento tangibile, trovando
una corrispondenza nel futuro. Ancora oggi riteniamo che la realtà sia separata in due,
idea formata già dal primo pensiero occidentale: i primi che ne parlano sono i filosofi
eleatici, preplatonici, che vede come suo capostipite Parmenide, che si occuperà della
scienza ontologica. Quest’ultimo, scrivendo in versi, stabilisce una prima divisione tra
una realtà sensibile, dei sensi, ed una intellegibile, visibile “con gli occhi della mente”;
lui prefigura sé stesso rapito da un carro, portandolo oltre il cielo fino alle porte del
sole. Qui incontrerà una dea, che lo avvertirà che la percezione è ingannevole, e bisogna
valutare gli eventi con la forza della ragione; questo per dire che i sensi sono legati ad
una soggettività mutevole per ciascuno di noi, e quindi tutto ciò che si attiene ad essi è
un’esperienza non certa ed assoluta, mentre il frutto della ragione è assolutamente
certo ed immutabile, come un concetto matematico.
In tutto il pensiero occidentale, da Platone fino ai giorni nostri, la divisione tra mondo
tangibile ed intellegibile sarà un problema sistematico: ciascun filosofo in secoli
differenti cerca la risposta al quesito: “questi due mondi sono sempre separati, o hanno
una connessione?”. Prendiamo ad esempio il linguaggio parlato: esso è riprodotto dalle
nostre corde vocali, e da un suono noi elaboriamo un concetto. Com’è possibile che una
propagazione del suono, quindi, sia un linguaggio comprensibile? Per sommi capi, si
potrebbe decostruire (dal termine tedesco “destruktion”) il concetto in sé per
elaborarlo; ognuno di noi, come secoli fa, pensa che esiste una manifestazione ed una
sostanza, e ad ogni teoria a livello logico noi riusciamo a concepire il mondo esterno. Ad
esempio, quindi, tramite un’onda sonora siamo in grado di ridurre un pensiero, un
concetto, in una forma di dialogo comprensibile, rendendo possibile la comunicazione
tra esseri umani.
Nella Grecia del VI secolo, iniziò a farsi avanti l’ipotesi mistica che ci fosse un aspetto
umano in grado di superare la morte e vivere in eterno; usando il personaggio storico di
Orfeo come simbolo fondatore, si cominciò a parlare di “Orfismo”, il quale radicava con
assoluta certezza l’idea che nel corpo dell’uomo abita uno spirito immortale,
conoscitore del divino ed impaziente di ritornare in esso una volta liberatosi del suo
corpo mortale dopo la morte per l’appunto. Anche Platone, in diversi dialoghi, ritiene
che esiste una parte di noi imprigionata nel corpo, poi liberata alla sua morte: l’anima;
questo pensiero sopravvive nell’immaginario collettivo, e già nel passato il filosofo provò
a spiegare questo assunto. La “nascita” non era nient’altro che la “caduta” dell’animo,
imprigionato per un periodo determinato in una “gabbia” chiamata corpo. Descrivendo
la morte del suo maestro Socrate, condannato dopo un processo ad Atene (vedi
l’Apologia di Socrate), Platone narra dell’assistenza agli ultimi momenti dell’uomo,
lentamente paralizzato dalla cicuta dopo la sua somministrazione. In questo momento
Platone dimostra che una parte del corpo di Socrate è così già m
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