CONSULENZA DIREZIONALE
La consulenza direzionale è un servizio (particolare) che si riferisce ad un bene/servizio di tipo
credence che si basa sulla fiducia antecedente alla visione dei risultati (infatti le valutazioni sul
risultato della consulenza sono ex post). Così dicendo, il consulente deve acquisire la fiducia del
cliente, il quale, a sua volta, deve essere in grado di dare la fiducia a colui che se la merita.
L’attività del consulente è un supporto tecnico che viene dall’esterno a favore dell’assetto
imprenditoriale dell’impresa (CdA, top management o direttori di una precisa area funzionale) in
relazione ad un problema da risolvere [sia un problema di sviluppo (non negativo) sia un qualcosa
in relazione ad una crisi d’azienda (negativo)].
Partiamo dicendo che il ruolo principale della consulenza consiste nella ridefinizione dei problemi
principali dell’impresa (visto che spesso le aziende non trovano il vero problema ma si soffermano
su problematiche conseguenti o secondarie). Dopodiché, il consulente passerà a trovare le cause
più impattanti e principali che hanno portato ad una determinata situazione, basandosi anche
sulla visione dei dati a disposizione (= diagnosi). Infine, il consulente deve essere in grado di offrire
una o più soluzioni al cliente in modo che poi quest’ultimo possa scegliere ciò che ritiene più
adeguato in base al proprio stile di conduzione d’azienda. Naturalmente ogni soluzione dovrà
essere diversa da quella che è stata consigliata ad un cliente dello stesso settore poiché si deve
aiutare il cliente attuale a trovare un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti. Il consulente
ad hoc
quindi deve offrire una soluzione per ogi cliente che gli permetta di superare i diretti
competitors. Ciò presuppone che ogni soluzione offerta sia diversa ed innovativa.
In ognuno degli ambiti di applicazione, i caratteri distintivi e gli aspetti chiave che distinguono
l’attività della consulenza direzionale devono essere i seguenti:
- indipendenza cliente):
(dal un buon consulente deve sempre essere oggettivo quando
consiglia/supporta il cliente. Tale aspetto rappresenta il motivo principale per cui tale attività è
svolta da un soggetto esterno all’impresa, il quale permette di introdurre all’interno
dell’organizzazione uno schema mentale differente. L’impresa-cliente deve sempre essere
pronta a rimettersi in gioco e il consulente la deve aiutare a rimettere in discussione il suo
modo di vedere il business, il cliente e l’ambiente di riferimento. Tale indipendenza può essere
messa a rischio dall’esistenza di conflitti di interesse con l’impresa-cliente (es: due clienti
importanti competitor all’interno del settore). Il consulente infatti non deve avere interessi che
siano in conflitto con lo scopo per il quale è stato chiamato a lavorare e per fare ciò deve
godere di: dipendenza finanziaria; dipendenza affettivo/emotivo (legami di parentela e amicizia
minano l’oggettiva dei pareri; consigli troppo confidenziali; dipendenza politica (per favorire la
credibilità del proprio lavoro), indipendenza decisionale formale e informale.
- qualificazione scientifico-professionale del consulente: partiamo dicendo che, a differenza
dei dottori commercialisti, non esiste alcun un albo dei consulenti direzionali (anche se
esistono alcune associazioni), i quali non dovranno superare alcun esame di stato. Proprio per
tale motivo, l’immagine e la capacità del consulente di essere credibile si gioca solo sulla sua
qualificazione e competenza scientifica-professionale. Perciò, la cosa fondamentale per
accrescere questa credibilità, è “essere esperti d’impresa” e tale obiettivo si ottiene facendo
esperienza pratica o in un ruolo manageriale in un’impresa o lavorando in in società di
consulenza (in team consulenziali). Nonostante l’esperienza sia la qualità che fa la differenza, è
altresì logico che il consulente abbia una buona base di conoscenza teorica della materia.
- natura consultiva: dobbiamo specificare che il consulente non è un manager, il quale continua
a rimanere il primo responsabile delle decisioni intraprese e colui che ha a che fare in modo
diretto coi problemi aziendali. Il consulente, infatti, deve dare una serie di opzioni, consigli per
aiutare il manager a risolvere un determinato problema ma la scelta finale spetterà sempre ala
quest’ultimo (che continua a farsi carico in prima persona del problema). Perciò, il consulente
non si deve appropriare del problema (che rimane di competenza del cliente-manager), ma
bensì deve aiutarlo a trovare la strada migliore per risolverlo.
- natura problem-oriented: il consulente ha a che fare quotidianamente coi problemi e con
situazioni problematiche, perciò deve avere la capacità di gestione dei problemi e la capacità di
vivere immerso nei problemi, portando avanti 3/4 progetti diversi contemporaneamente. Così
dicendo, deve calarsi nei problemi, capirne le cause (diagnosi) e cercarne la soluzione (terapia).
Tuttavia, oggi le imprese pretendono sempre più che la soluzione sia attuata operativamente
assieme al consulente stesso, senza che quest’ultimo si limiti a proporre un qualcosa di solo
teorico (ciò comporta che una parte del pagamento avvenga al raggiungimento di risultati
concreti). Il consulente accompagna l’impresa nell’attuazione della soluzione, in modo che
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sperimenti sul campo l’ipotesi proposta. Ciò fa sì che il lavoro del consulente sia in linea con
quello che le imprese vogliono e che si basi su velocità di risposta e attuazione. Tra le capacità
problem solver
richieste dal ruolo di del consulente figurano quelle analitiche, di sintesi,
creative, quelle maieutiche.
- natura contrattuale e fiduciaria del rapporto consulente-cliente: alla base del rapporto
consulente-cliente ci deve essere un contratto che determini: l’oggetto della consulenza, la sua
durata, cosa il cliente si dovrà impegnare a fare, coloro che parteciperanno ai team
consulenziali, i dati che il cliente dovrà fornire (spesso gli imprenditori di pmi sono restii a
consegnare a soggetti esterni gran parte dei dati). Tuttavia, nonostante questo aspetto sia
basilare, si deve evitare di esasperarlo in quanto è forse ancora più importante il patto, col
quale le parti s’impegnano a collaborare in modo diretto e a darsi reciproca fiducia.
L’imprenditore-cliente, dal canto suo, deve aprire la porta dell’impresa e deve fare entrare
dentro il consulente a 360°. Nelle grandi imprese, tale atteggiamento di trasparenza è più
fattibile ma nelle poi c’è molta chiusura e paura a diffondere informazioni all’esterno.
- natura anche cognitiva del potenziale di creazione di valore: grazie al lavoro della
consulenza direzionale, l’impresa-cliente ottiene tutto un “fatturato invisibile" che va oltre
l’oggetto classico dell’attività consulenziale. La consulenza può essere anche vista come
un’attività volta alla creazione di conoscenza e all’accrescimento di una serie di attività
immateriali (come l’innovazione, il marchio, il rapporto coi clienti ecc…). Negli ultimi anni, le
imprese si stanno orientando ad investire (anche con costi fissi elevati) in R&S e punti vendita
piuttosto che nella diretta attività di produzione e questo in modo da ottenere una struttura più
flessibile che meglio si adatti alle esigenze del mercato (e che si può espandere in più mercati).
Il consulente spesso non si limita solo a proporre una soluzione del problema ma offre anche
una serie di opportunità sulla conduzione dell’impresa nel medio-lungo periodo, da cui il cliente
può trarre grande vantaggio (es: possibilità di collaborare durante la soluzione del problema in
mood che in futuro sappia come comportarsi in situazioni simili e non). Oltre a questa
problem solving
conoscenza (in termini di o capacità di diagnosi) che trasmetto ai clienti, c’è un
altro valore nascosto che riguarda quanto il consulente stesso impara dal rapporto col cliente e
ciò è fondamentale per l’aumento della sua l’esperienza (può rivendere in futuro delle soluzioni
che ha co-creato col cliente passato anche in un settore completamente diverso). Perciò, si
viene a creare un fatturato invisibile che ha a che fare con la creazione di nuova conoscenza
know-how
sia per il cliente che per il consulente (accresce il di conoscenza che consente di
accrescere il valore dell’impresa di consulenza o dell’immagine/reputazione).
consulenza direzionale
Riassumendo, il concetto di riguarda quella attività di servizio
(intangibile), regolata su basi contrattuali (basata su fiducia), svolta da soggetti esterni all’impresa,
indipendenti da essa e dotati di adeguate competenze professionali, che consiste nell’aiutare
l’assetto imprenditoriale-manageriale dell’impresa-cliente ad individuare (fase diagnostica) ed a
risolvere (fase terapeutica) problematiche strategiche, organizzative e/o gestionali attinenti al
governo d’impresa. practices
Gli ambiti specialistici delle (tecniche, strumenti e metodi) di consulenza direzionale
sono i seguenti: area strategica, area organizzativa (entrambe di supporto al top management) o
ambiti riguardanti i direttori di competenza delle varie aree funzionali (area finanziaria, area
.
marketing, area produttiva, area informativa, area amministrativa, area risorse umane, area R&S)
Vediamo nello specifico qual è il compito preciso di un consulente nei vari ambiti:
area strategica: il consulente deve aiutare l’impresa a mettere in atto una strategia adeguata
• ed efficace al contesto in cui viene chiamato (crisi d’azienda o sviluppo/crescita). In ogni caso,
per mettere in atto una strategia che permetta all’impresa di vincere sul mercato, il consulente
benchmarking competitor, business
dovrà effettuare: un’analisi di settore, un’analisi di mercato,
planning, due diligence, vie di sviluppo possibili (M&A, alleanze strategiche ecc…). È logico che
core
la competenza sia sempre quella economico-strategica ma poi il consulente dovrà anche
essere in grado di spaziare nelle altre aree.
area organizzativa: l’assetto organizzativo e l’assetto strategico nelle imprese va di pari passo
• (difatti se la strategia non funziona allora per il manager sarà opportuno cambiare il modello
organizzativo). Detto ciò, l’area organizzativa della consulenza riguarda due ambiti: struttura e
cultura. Relativamente alla struttura, il consulente potrà intervenire ristrutturando o migliorando
il modello organizzativo (funzionale, divisionale, a matrice), visto che spesso alcuni organi non
svolgono bene il loro compito, non sanno quale sia la loro mansione o mancano di
comunicazione e coordinamento interna. Tuttavia, questa struttura organizzativa formale di
un’impresa ha dietro una parte immateriale e invisibile (= cultura organizzativa) che, talvolta è
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addirittura più importante, che ha a che fare con: formazione del personale, capacità di
collaborare dei membri dell’organizzazione, mission e vision aziendale, obiettivi.
Nonostante ciò, consulente deve stare attento a non vincolare l’impresa ad una struttura
organizzativa e deve combattere l’inerzia strategica, in modo che l’organizzazione possa
dotarsi di una certa elasticità e flessibilità. Inoltre, oggi, organizzare un’impresa vuol dire anche
network no-
creare dei con l’ambiente esterno ad essa (come: clienti, fornitori, ricercatori, enti
profit) perché il successo passa anche da alleanze funzionanti con soggetti terzi. Si tratta di
legami che talvolta possono anche essere più influenti di quelli interni, in quanto rappresentano
azioni strategiche rilevanti [es: fornitori chiave nel settore (questi si possono specializzare in un
preciso input innovandolo continuamente), co-creazione (alleanze coi clienti, coi quali si può
co-opetition
creare i prodotti in modo condiviso), (alleanze coi concorrenti)]. In conclusione,
l’area organizzativa della consulenza si occupa di due fasi: interna [macrostruttura (modello
organizzativo) e microstruttura (compiti, mansioni e collaborazione)] ed esterna (network di
relazioni).
area finanziaria: la consulenza finanziaria può essere fatta in relazione a vari ambiti:
• valutazione degli investimenti, per valutare, ad esempio, la redditività e la fattibilità di un
business plan payback period, cash flow)
proposto in sede strategica (si attua VAN, TIR, in
modo da offrire al cliente varie opzioni tra le quali lui dovrà scegliere; ricerca delle fonti di
finanziamento, così da aiutare l’impresa nei rapporti con le banche, nella finanza agevolata
(come l’ottenimento di contributi a fondo perduto) o nella finanza classica; risanamento (o
ristrutturazione), dove il consulente dovrà trattare con le banche per ottenere degli stralci dei
debiti o una prolungazione del fido in modo che l’impresa abbia più risorse e più tempo a
disposizione per risollevarsi [spesso in queste trattative, il consulente usa come leva principale
la debolezza del proprio cliente (“meglio il 70% del debito piuttosto che nulla in caso di
fallimento”)], consolidamento, nel caso in cui si deve trasformare dei debiti a breve termine in
debiti a medio-lungo.
area marketing: il consulente aiuta le imprese a fare una ricerca di mercato in un determinato
• settore in modo da capire: come il prodotto si posiziona nella mappa percettiva del
consumatore, quali sono i gusti dei consumatori, cosa i consumatori si aspettano dal prodotto
matchare
ecc… Il compito principale del consulente in quest’ambito sarà far la mappa delle
percezioni con la mappa delle preferenze. Inoltre, le consulenze dell’area marketing possono
pricing
soffermarsi su: dei prodotti (in relazione a problemi di cannibalizzazione dei prodotti,
pricing
alle relative fasce di prezzo, a quando e come collocarli sul mercato); rispetto ai
pricing
competitor, rispetto ai costi interni di produzione, campagne promozionali per superare
importanti “lotte” competitive; scelta dei canali di comunicazione, scelta dei canali distributivi
[dettagliante, franchising (es: Benetton) o negozio diretto (in modo da avere un controllo diretto
del rapporto col cliente)].
area produttiva: il team in questione è composto da un ingegnere e un aziendalista e si
• make or buy
occupa di varie questioni: [scegliere se esternalizzare o internalizzare una
determinata fase (solitamente se si tratta di una fase critica per lo sviluppo del prodotto
know-how,
meriterà avere un controllo diretto sul relativo su cui l’impresa ha investito tanto
tramite R&S, così da poter mantenere un certo vantaggio competitivo sui concorrenti e poter
innovare continuamente)], generazione di reddito, creazione di valore, collocazione delle varie
fasi della catena del valore [oggi è usuale suddividere la catena del valore nel mondo (es: R&S
in India, manodopera in Asia/Africa per basso costo e via dicendo)].
area informativa: riguarda i sistemi di controllo di gestione, cioè quei sistemi in grado di
• informare in tempo reale il manager relativamente a: andamento economico ed andamento
finanziario articolato per i singoli prodotti, resi/crediti da clienti, resi/crediti da fornitori,
customer satisfaction, i prodotti più richiesti dai consumatori. Si tratta di un’area estremamente
importante che, se svolta in modo adeguato, porta a dei ricavi assai superiori ai costi richiesti.
Il team consulenziale in questione è formato da aziendalisti e informatici (per rendere operativi
dei software specifici).
area amministrativa: è la parte che più si avvicina al lavoro tradizionale del commercialista,
• anche se la consulenza direzionale non svolge tutte le mansioni che sono di competenza dei
dottori commercialisti. Infatti, la consulenza riguarda solo ciò che ha a che fare col top
management e quindi in quest’area si crea valore tramite: comunicazione finanziaria al
mercato, bilancio sociale, politiche di bilancio particolarmente complesse (es: valutazione
planning
scorte e magazzino), fiscale rispetto a nuove architetture societarie. In generale, le
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attività di questa area sono: contabilità, bilancio e fiscalità (al contrario, la mera parte di
adempimento di legge, di fatture fiscali o resoconto dell’Iva non rientra).
- area risorse umane: manager
consulenza sulla selezione del personale a livelli top (top e non
ruoli operativi). Si ha che fare con i cosiddetti “cacciatori di teste”, cioè coloro che aiutano le
imprese a trovare le persone giuste per rimpiazzare determinati ruoli o per ampliare la propria
struttura. Tuttavia, non è importante solo la precedente fase di selezione dei talenti ma, è altresì
retention,
fondamentale la cioè i modi attraverso cui l’impresa cerca di trattenere al suo interno
queste risorse e la relativa conoscenza.
- area ricerca e sviluppo: il team è composto da aziendalisti e studiosi dalle “scienze dure” in
relazione al settore si attività. Sempre più spesso le imprese che eseguono R&S interna si
affidano anche a consulenze esterna perché è impensabile che le sole risorse interne
all’organizzazione siano in grado di competere su un mercato globale. Le imprese hanno infatti
bisogno di captare e acquisire maggiori informazioni dall’esterno, facendo leva sull’aiuto di
studi di consulenza che sono dotati di una serie di conoscenze varie su: settori specifici, valore
creato da nuovi prodotti, propensione dei clienti all’acquisto, innovazione da un altro settore
broker di knowledge
(oggi i consulenti p
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