Consulenza
CAP 1:
1) conoscenza
Il concetto di è caratterizzato da un elevato grado di complessità,
epistemologia
tutt’oggi discusso nel campo dell’ (branca della filosofia che si occupa
delle condizioni e dei metodi tramite i quali è possibile generare conoscenza
scientifica). Una definizione di conoscenza è “l’insieme di informazioni elaborate dalle
persone, quali idee, fatti, esperienze e giudizi, rilevanti per le performance individuali,
di gruppo ed organizzazione”. È un bene intangibile la cui creazione coinvolge
complessi processi cognitivi di percezione, apprendimento, comunicazione,
associazione e ragionamento; e ne richiede abilità idonee per consentirne la creazione,
la valutazione e l’uso delle informazioni”.
Il Knowledge Management lo possiamo definire come l’insieme dei sistemi, metodi
e processi idonei a supportare le persone e le organizzazioni aziendali nella gestione
dei processi di apprendimento, con particolare riferimento alle conoscenze aziendali
critiche per la sopravvivenza e lo sviluppo dell’impresa, e nella gestione ed
integrazione delle risorse informative e di conoscenza sempre più rilevanti per
conseguire e rafforzare il vantaggio competitivo.
In chiave dinamica possiamo interpretare il Knowledge Management come un
continuum, un insieme di attività strategiche ed operative tra loro correlate e orientate
creare utilizzare
a (in aggiunta e/o in sostituzione all’attuale), (per fini strategici o
archiviare trasferire
risolvere problemi operativi), e la conoscenza all’interno
raccolta di informazioni e
dell’organizzazione (in base alle sue necessità d’impiego)
di conoscenza elaborazione
(descrizione dell’ambiente e dell’organizzazione);
ricerca di coerenza
(strumenti, procedure); (stile di management, obiettivi strategici);
distribuzione creazione di nuova conoscenza e di
(cultura, strutture, lavori di gruppo);
competenze. Tale processo consente all’impresa di ampliare progressivamente la
propria base di conoscenza organizzativa trasformando l’informazione in conoscenza.
Catena del valore della conoscenza insieme di attività che aggiungono
progressivamente valore, ciascuna delle quali supportata da specifiche applicazioni IT
(database, internet, motori di ricerca…) e da specifici processi organizzativi (seminari,
cultura, reti di individui, routine…).
L’acquisizione della conoscenza processo difficile da sistematizzare (ordinare in
un sistema), può essere a livello individuale, di gruppo o attraverso l’uso di data
mining (insieme di tecniche e metodologie che hanno per oggetto l'estrazione
di informazioni utili da grandi quantità di dati), o acquisizione M&A per implementare
Know-how e svilupparsi in quel mercato.
Conservare la conoscenza affinché possa essere utilizzata nel momento del
memoria organizzativa
bisogno. Per una gestione efficacie della (composta da una
semantica episodica
parte cioè conoscenze di carattere generale ed una parte riferita
a particolari contesti) occorre: 1) selezionare adeguatamente le conoscenze da
memorizzare (per evitare di sprecare tempo e risorse); 2) governare i processi di
condivisione (in modo che quello appreso dai singoli sia patrimonio comune
aziendale); 3) mantenere un atteggiamento flessibile e orientato al cambiamento (è
giusto attingere alle memorie organizzative, ma un eccessiva fiducia in pratiche
sperimentate con buoni risultati può far emergere una resistenza al cambiamento
stesso orientato al mantenimento dello status quo ed il ricorso esclusivo
single loop).
all’apprendimento
La conservazione presuppose la codificazione della conoscenza (nero su bianco) e
successivamente archiviata al fine di utilizzarla quando serve.
Condividere e diffondere l’uso delle moderne tecnologie facilità ciò in modo
efficacie. Si individuano 5 componenti chiave nel processo di trasferimento; 1) valore
percepito dalla fonte di conoscenza; 2) volontà di condividerla da parte della fonte; 3)
esistenza e ricchezza dei canali di trasmissione; 4) volontà di acquisire conoscenza da
parte del destinatario; 5) capacità di assorbimento della conoscenza da parte del
destinatario. Per quanto riguarda i canali di trasmissione, essi possono essere:
informali (i coffe-break, promuovono la socializzazione ma non diffondono ad ampio
formali
raggio); (sessioni training, elevata diffusione ma non generano contesti per
personali
sviluppo di processi creativi); (più efficaci per trasferire conoscenza
impersonali
specifica) e (più adeguati a trasferire conoscenza generalizzata).
Infine, per creare valore, la conoscenza generata, codificata e diffusa deve essere
concretamente applicata, cioè incorporata in nuovi prodotti, servizi etc.
Le figure chiavi nei processi correlati alla conoscenza, sono definiti i Knowledge
Workers, e sono: 1)Knowledge Coordinator (punto di riferimento per la raccolta delle
conoscenze critiche per le diverse unità organizzative); 2) Knowledge Manager
(gestione singoli domini del patrimonio di conoscenza conservate tramite appositi
software e la gestione dei flussi di comunicazione); 3) Centre for Business Knowledge
(ruolo di coordinamento generale, gestione tecnica dell’archivio); 4) Chief Knowledge
Officer (CKO, responsabile dei progetti di Knowledge Management a livello aziendale).
2) La conoscenza rappresenta una risorsa strategica per il successo competitivo
aziendale, ed ha un ruolo fondamentale ai fini della sopravvivenza e dello sviluppo in
qualsiasi settore. Per Drucker la conoscenza rappresenta la risorsa più significativa.
Analizzando le pratiche di KM effettivamente implementate dalle imprese, si individua
tre approcci: 1) tecnocratico (si focalizza sulle IT a supporto del KM); 2) economico
(l’impego della conoscenza ai fini di creare valore economico); 3) comportamentale
(approfondisce quei comportamenti con cui la conoscenza può essere diffusa e
condivisa, che emergono dei K. Networkers e delle commuties of practices cioè gruppi
di apprendimento con l’obiettivo di produrre conoscenza di qualità).
La knowledge-based theory of the firm utilizza concetti sviluppati nell’ambito della
resource-based theory (stock di fattori che fanno conseguire un vantaggio
competitivo); essa si basa sui processi che consentono di creare, diffondere ed
utilizzare le risorse di conoscenza organizzativa, assumendo che lo sviluppo ed il
rinnovamento continuo di tali risorse rappresentino condizioni imprescindibili per
competere con successo in mercati sempre più globali e caratterizzati da crescenti
tassi di innovazione di prodotto e di processo. L’analisi si basa sull’interazione tra
conoscenza tacita ed esplicita ed il loro processo di creazione Alla base della teoria vi
è il fenomeno dell’apprendimento organizzativo, sviluppato dagli anni 90’ che
hanno visto aumentare le tecnologie e il loro uso ed innovazione; è quel processo che
consente ad un individuo o un collettivo di incrementare il suo livello di conoscenza
ampliando il ventaglio dei suoi comportamenti potenziali, anche se non
livello individuale
necessariamente modificando i suoi comportamenti effettivi. A che
avviene all’intero di un’impresa si basa su un sistema di interazioni personali,
apprendimento
procedure, direttive… e affinché a livello individuale si trasformi in
organizzativo è necessario che gli individui appartengano allo stesso sistema e
condividono un set di valori (come la cultura aziendale) generando un insieme di
regole organizzative che costituiscono la conoscenza organizzativa. Si specifica che
l’apprendimento organizzativo non è la somma dei singoli apprendimenti individuali.
Tuttavia, l’apprendimento individuale è influenzato dalla conoscenza organizzativa, in
quanto essa influenza l’apprendimento dei membri tramite la definizione di ruoli,
bassi livelli
regole e processi di socializzazione. L’apprendimento a influenza il
comportamento e routine nel breve periodo in un ambito di regole ben definito e non
(single-loop learning)
produce cambiamenti radicali incorporando quelle regole e
alti livelli
conoscente esistenti senza metterle in discussione; mentre ad il sistema
delle regole e i suoi valori vengono messi in discussione, con un impatto nel lungo
periodo, provocando un cambiamento significativo, generando innovazione al fine di
adattarsi all’ambiente che evolve cambiando le sue routine e regole.
3) ruolo di rilievo nel diffondere il KM
la consulenza direzionale svolge un utilizzando
due modelli: 1) l’approccio repository (la conoscenza prodotta viene codificata e
centrale,
archiviata a livello così da essere accessibile per tutti i membri. È una
conoscenza esplicita, basata su un approccio “people to documents”, così da poter
consultare i documenti senza passare dalle persone che hanno prodotto tale
conoscenza. Tipicamente adottato da società di consulenza il cui sistema di KM è
supportato da un impiego intensivo di soluzioni tecnologiche e che offrono ai propri
clienti soluzioni caratterizzate da un grado di standardizzazione relativamente elevato,
facilmente codificabili e riutilizzabili tramite database. Le società di consulenza che
adottano tale approccio godono delle così dette economie di reimpiego delle
conoscenze prodotte; cioè possono essere utilizzate da più persone
contemporaneamente e utilizzata più volte una volta sviluppata la conoscenza, ad un
(società consulenti strategiche
costo ridotto); 2) l’approccio network che offrono
soluzioni altamente personalizzate. Alto grado di specificità e complessità della
conoscenza necessaria rende inutile utilizzare conoscenza codificata e archiviata. La
decentrata
conoscenza generata resta presso gli individui che l’hanno generata, e se
serve successivamente si ricorre a sessioni di brainstorming e/o conversazioni
individuali. Questo approccio richiede una cultura orientata all’aiuto ed al supporto
reciproco tra colleghi. L’utilizzo di database centralizzati serve a far consentire di
individuare in modo veloce ed efficacie chi ha fatto cosa e quindi chi detiene quella
conoscenza. Si basa su conoscenza tacita). TAB A PAG 14
CAP 2:
Le conoscenze, le risorse umane, le relazioni sociali rappresentano assets che hanno
ormai assunto valenza competitiva superiore rispetto alle risorse tradizionali (lavoro,
capitale, risorse naturali). La conoscenza ha manifestato più esplicitamente gli effetti
knowledge-intensive;
della sua centralità strategica soprattutto nei settori esso trova
conferma nel progressivo radicale cambiamento nelle modalità di erogazione dei
creazione condivisione
servizi offerti dalle società di consulenza, la e la di conoscenza
sono ormai divenuti vettori chiave di trasferimento di valore al cliente.
Approccio statico al KM interpreta la conoscenza come un’entità che le persone
possiedono, di natura esplicita e di relativa facilità trasferita (trasferimento delle best
practices).
Approccio dinamico al KM interpreta la conoscenza come prevalentemente tacita,
difficilmente trasferibile e quindi significativa solo se generata nel suo specifico
contesto di riferimento. Il focus si sposta sulla creazione e mantenimento delle
condizioni ideali affinché il potenziale del processo di generazione di conoscenza possa
trovare piena attuazione.
Tuttavia, c’è chi mette in dubbio che nell’ambito della relazione consulenziale
creazione di conoscenza e apprendimento abbiano realmente luogo, sostenendo che
tale relazione attivi prevalentemente “apprendimenti collettivi superstizioni”.
La letteratura non approfondisce il tema del potenziale di creazione di conoscenza
dell’intervento consulenziale. Se ci focalizziamo sulla letteratura avente per oggetto
(evoluzione del rapporto tra management science e
l’interpretazione scientifica
best practices consulenziali ) del processo di management consulting è possibile
due paradigmi interpretativi:
individuare
1) Expert-consulting approach interpreta il ruolo del consulente come problem
solver/expert knowledge. L’impresa avverte una situazione patologica e richiede al
consulente di assumersi la responsabilità di effettuare la diagnosi e successivamente
individuare una soluzione. Il consulente in tal caso deve possedere competenze di
diagnosi e terapeutiche al contesto specifico in cui è il cliente. Il potenziale di
creazione della conoscenza nella relazione consulenziale è limitato, quasi inesistente
per il cliente, in quanto la conoscenza generata transita da consulente a cliente,
assumendo spesso natura codificata.
2) Process-consulting approach prevede, al contrario, che il cliente mantenga il
pieno possesso del problema in tutte le sue fasi del processo consulenziale, e che il
consulente svolga il ruolo di guida dell’attività di diagnosi e di facilitatore delle fasi di
scoperta e di applicazione della soluzione. Tale processo aumenta la capacità
autodiagnostica e di problem solving del cliente, attraverso l’attivazione di processi di
trasferimento bidirezionale (consulente di conoscenze tacite. Il potenziale
cliente)
di creazione risulta più ampio ed un ruolo critico viene a tal proposito attribuito ad
entrambi gli attori.
Tuttavia, anche questi due approcci non hanno approfondito il tema della creazione di
conoscenza tramite l’intervento consulenziale; ma vedono prevalentemente il
consulente come un filtro tra le conoscenze esterne e quelle che servono; come un
diffusore di conoscenza; problematiche di integrazione di sistemi di KM nelle
operazioni di M&A; le dinamiche di trasferimento di conoscenza tra cliente e
consulente; il potenziale di apprendimento connesse alla realizzazione di alleanze
strategiche tra imprese di consulenza…
Comunque, alcuni autori hanno approfondito la dinamica di creazione di conoscenza
dalla relazione consulenziale, attraverso l’adattamento delle conoscenze codificate del
consulente al contesto specifico del cliente; attraverso la costruzione di communities
of practicies; tramite l’interazione face to face cliente consulente; la natura
prevalentemente tacita delle conoscenze create ed utilizzate nell’ambito
dell’intervento consulenziale. Altri hanno evidenziato la natura dinamica e composita
della conoscenza utilizzata/generata nell’ambito dell’intervento consulenziale, come
l’applicazione di conoscenza esplicita del consulente al fine di generare consulenza
learning by
tacita della soluzione, tramite l’intuizione e l’apprendimento sul campo (
doing ), convertendo successivamente la conoscenza tacita generata in nuova
conoscenza esplicita.
CAP 3:
Definiamo consulenza direzionale quell’attività di servizio svolta da soggetti esterni
all’impresa, indipendenti da essa e dotati di adeguate competenze scientifico-
professionali, che consiste nel coadiuvare il vertice imprenditoriale (cliente)
nell’individuazione e nella soluzione, correttiva, progressiva e/o creativa, di
problematiche strategiche, organizzative e/o gestionali, contribuendo così alla
creazione di nuova conoscenza imprenditoriale. Vi sono diverse proposte definitorie
che sono inquadrabili nell’ambito di: 1) un approccio funzionale (consulenza
direzionale come metodo), 2) un approccio che interpreta la consulenza direzionale
come particolare servizio professionale (consulenza direzionale come professione). Tra
le varie proposte definitorie adotteremo quella di Kubr “la consulenza è un servizio
professionale che aiuta i manager ad analizzare e risolvere i problemi e trasferire con
management practices
successo i da un’impresa all’altra”.
La consulenza direzionale consiste nello svolgimento di un’attività di
individuazione/definizione/analisi ( diagnosi ), nell’elaborazione delle soluzioni
( terapia ) e nella successiva applicazione delle soluzioni ( cura
). L’assunto che il
consulente consiglia e il cliente applica discende da ipotesi incomplete, il consulente
non può sottrarsi, tuttavia, alla responsabilità di applicare la soluzione relativa alla
qualifica di efficacia dei suoi pareri.
I principali caratteri distintivi che qualificano l’attività di consulenza
1) l’indipendenza del consulente
direzionale sono: (per esprimere i propri pareri
con obiettività ed imparzialità. Il consulente ha la responsabilità di coadiuvare il cliente
nel definire il problema imprenditoriale dal suo punto di vista e nel suo interesse, così
da non essere influenzato nel perseguire scopi diversi da quello della soluzione del
problema oggetto d’intervento. Questo implica che il consulente si trovi, rispetto al
indipendenza finanziaria,
cliente, in condizioni di: cioè assenza di interessi diretti e
decisionale formale,
indiretti nei confronti del cliente; cioè assenza di relazioni;
decisionale informale, emotiva,
cioè rapporti di influenza ad esempio politica; ed cioè
assenza di rapporti di influenza psicologica, che potrebbero non consentire un distacco
emotivo. Tali condizioni di indipendenza garantiscono co
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