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Conflitto e mediazione

Appunti di Conflitti nei gruppi sociali e processi di mediazione del prof. Melotti sul Conflitto e mediazione: cos’è la mediazione, 4 caratteristiche importanti, Storia della mediazione, livelli di intervento della mediazione, Caratteristiche generali della mediazione.

Esame di Conflitti nei gruppi sociali e processi di mediazione docente Prof. G. Melotti

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Cosa non è il mediatore

1. Il mediatore culturale non è l’esperto di intercultura cui demandare tutto ciò che

• concerne l’educazione interculturale e l’integrazione dei bambini non autoctoni

2. Non è pensabile che tutte le funzioni della mediazione siano svolte da una sola

• persona che peraltro dovrebbe possedere abilità e capacità illimitate.

3. Non è legittimo delegare in toto al mediatore il ruolo di agente, principale o

• esclusivo, del cambiamento sociale.

4. La mediazione cognitiva (ovvero la presenza costante di un mediatore culturale in

una classe in cui vi siano molti bambini di etnia minoritaria ad affiancare il lavoro

dell’insegnante) è una funzione non solo difficilmente realizzabile ma nemmeno

auspicabile. Costruire uno spazio interattivo appropriato, è compito dell’insegnante,

non di altri.

5. Non sembra auspicabile nemmeno la figura del mediatore come informatore, ovvero

come colui che entra nelle classi con interventi sporadici per far conoscere la cultura di

un determinato paese. E’, in sostanza, il rischio di ridurre la cultura alla dimensione

folkloristica.

6. Il mito della imparzialità. Il rischio è che il mediatore si trovi tirato dalle due parti e di

non riuscire a gestire questa difficilissima situazione.

Cos’è il conflitto etnico?

Riguarda 2 o più gruppi etnici

Il concetto di “etnico”

Ethnos (greco)= gruppo con una discendenza comune, unito da legami di sangue.

• I Greci lo opponevano a polis.

• Dibattito: introduce una distinzione rigida fra gruppi che possono essere classificati e

• comparati.

In psicologia: “insieme di persone che si definiscono tali e si sentono simili per alcuni

• attributi” (Rotheram e Phinney, 1987).

Attributi oggettivi: colore di pelle;

• Attributi soggettivi: consapevolezza di essere una comunità e volontà di seguire scopi

• comuni.

Nel “conflitto etnico” la risorsa contesa è l’identità delle parti, che porta alla

• squalificazione dell’altro (inferiorità morale, culturale e intellettuale)

Conflitto etnico internazionale: 2 nazioni si contrappongono per la loro diversa

• appartenenza etnica;

Conflitto etnonazionale: all’interno di uno stato, due gruppi di etnia diversa entrano in

• contrasto (di solito una maggioranza e una minoranza). Es. Rwanda

Conflitto etnico metropolitano (Cotesta, 1999): in quartieri ad alta densità straniera

• (es. Banlieue parigine)

Conflitto etnico è un evento in cui prevale la dimensione psicologica.

• 14

Perché il conflitto degenera in violenza? Perché la Shoah?

Dollard, Miller et al. (1939): Ipotesi della “frustrazione - aggressività”

• Il conflitto si origina da eventi frustranti. L’aggressività è indotta dall’esperienza di

• frustrazione

Processi che intervengono nella frustrazione-aggressività

Generalizzazione: le persone preferiscono un bersaglio con caratteristiche simili alla

• fonte della frustrazione

Inibizione: sopprimere le risposte aggressive dirette verso la fonte della frustrazione,

• soprattutto se questa è potente e in grado di assegnare punizioni.

Quando questi processi convergono, l’individuo manifesta il massimo dell’aggressività,

quando la somiglianza fra gli stimoli è intermedio

Aspetti positivi: l’ipotesi frustrazione-aggressività prende decisamente le distanze da

• una concezione di aggressività come prodotto di un istinto innato

Critiche: la frustrazione può indurre risposte diverse dall’aggressività (es. pianto), così

• come non sempre i comportamenti aggressivi sono causati da frustrazioni individuali

(es. terrorismo)

Rielaborazione di Berkowitz:

• L’aggressività è solo una delle risposte possibili a un sentimento negativo;

– L’autore parla di “eventi avversi” che possono generare aggressività

– E’ una teoria che spiega il comportamento individuale e non di gruppo.

Nel 1954, Sherif e collaboratori elaborarono una teoria riguardante il conflitto

intergruppi grazie ad un originale esperimento.

Essi organizzarono un campo estivo al quale parteciparono 22 bambini di undici anni,

• che vennero suddivisi in due squadre (“Aquile” e “Serpenti a sonagli”) che presero

parte a delle attività competitive.

Gli autori ebbero modo di osservare che:

• i ragazzi svilupparono un forte attaccamento nei confronti del proprio gruppo,

stabilirono delle norme interne e scelsero un leader;

vennero amplificate le differenze esistenti tra “noi” e “loro” e nacquero

soprannomi dispregiativi nei confronti dei membri dell’altro gruppo, considerato

ormai avversario;

con il passare dei giorni e con il susseguirsi delle competizioni, la svalutazione del

gruppo esterno divenne ancora più marcata, culminando in aggressioni fisiche e in

reciproci atti di teppismo

In sintesi, tra i due gruppi emersero delle ostilità mentre, nel contempo, cresceva la

• coesione all’interno di ciascun gruppo. 15

I primi tentativi fatti dagli autori per appianare le ostilità tra i due gruppi (facendoli

• incontrare per mangiare tutti insieme o per vedere un film) si rivelarono fallimentari: i

due gruppi continuarono a prendersi in giro reciprocamente e a mantenere le distanze.

Per sanare il conflitto gli autori ricorsero a una strategia

Essi fecero in modo che i due gruppi cooperassero per il perseguimento di obiettivi

ossia di traguardi aventi un forte potere di richiamo per i componenti di

superordinati,

ciascun gruppo ma impossibili da raggiungere se non con l’impegno congiunto di tutti.

Ciò permise effettivamente di far avvicinare i soggetti appartenenti alle due fazioni.

teoria del conflitto

Questo esperimento sul campo permise a Sherif di articolare la

• realistico [1966

Secondo la teoria del conflitto realistico, l’ostilità tra gruppi è determinata dalla

• competizione per il possesso di risorse materiali scarse e ambite. In tali circostanze, si

crea uno stato di interdipendenza negativa in cui le acquisizioni di un gruppo

avvengono necessariamente a spese dell’altro.

La teoria del conflitto realistico postula inoltre che l’esistenza di interessi contrapposti

• dia luogo ad una serie di mutamenti nella relazione intergruppi in seguito ai quali gli

individui cominciano a pensare in maniera stereotipata ai membri del gruppo esterno

e, in rapida successione, a nutrire degli atteggiamenti pregiudiziali nei loro confronti

In un breve arco di tempo, l’escalation di reazioni negative culmina in un’aperta ostilità e

in tutta una serie di comportamenti discriminatori tra i membri dei due opposti

raggruppamenti

Come possiamo tradurre questa teoria?

La competizione per beni materiali (es. Posti di lavoro, case..) genera conflitto,

• soprattutto in momenti di crisi economica o quando le risorse sono poche.

La teoria del conflitto realistico è “di gruppo”, ovvero mostra che il gruppo è un’entità

• a sè stante, con regole e dinamiche proprie. deprivazione

Un’altra teoria volta a spiegare l’antagonismo tra gruppi è quella della

relativa.

Secondo la [Crosby 1976; Ellemers, Wilke e Van

teoria della deprivazione relativa

• Knippenberg 1993; Kawakami e Dion 1993], indipendentemente dallo status sociale di

cui gode il proprio gruppo, è il confronto con una fazione esterna ritenuta migliore che

fa sperimentare uno stato di deprivazione relativa, ossia un’insoddisfazione riguardo

alle condizioni di vita attuali.

La ricerca ha individuato nel corso degli anni alcuni prerequisiti affinché si sperimenti lo

stato di deprivazione relativa: 16

l’assenza della caratteristica desiderata deve ritenersi attribuibile a fattori esterni

al gruppo più che a colpe dello stesso;

il gruppo esterno deve essere affine a quello di appartenenza e possedere qualche

caratteristica che si desidera, come la ricchezza o un elevato status sociale;

tale caratteristica deve ritenersi spettante di diritto anche al proprio gruppo.

La conseguenza immediata di questo stato di cose è:

un incremento del pregiudizio e dell’ostilità diretti al gruppo esterno [Applegryn e

• Nieuwoudt 1988] che possono facilmente sfociare in agitazioni sociali volte a ribaltare

lo status quo ⇓

il gruppo al quale sono diretti questi attacchi cercherà di serrare le fila per far fronte allo

stato di emergenza: l’attaccamento al gruppo diverrà più forte e un atteggiamento

negativo comincerà a serpeggiare nei confronti dell’altra fazione, ormai divenuta rivale.

Anche un gruppo di maggioranza, oggettivamente in una posizione sociale elevata, può

• sperimentare lo stato di deprivazione relativa e attaccare chi ritiene in grado di

“accorciare le distanze” dal proprio gruppo di appartenenza [Vanneman e Pettigrew,

1972]

Talvolta, anche in assenza di interessi contrapposti, la gente tende a prediligere il

• proprio gruppo di appartenenza, mostrandosi ostile o comunque non proprio ben

disposta nei riguardi dell’outgroup.

Ciò venne dimostrato da Henri Tajfel il quale mise a punto un modello divenuto noto

• come paradigma dei gruppi minimi.

Tajfel, nei suoi esperimenti, assegnò i soggetti, sulla base di elementi effimeri e

• arbitrari, a gruppi che non avevano alle spalle né storia, né conflitti d’interesse, né

stereotipi.

Anche in situazioni di questo tipo, i soggetti manifestarono il desiderio di rendere i

• gruppi di appartenenza migliori, più forti e apprezzati in qualunque modo possibile

Questa particolare predilezione nei riguardi dei membri del proprio gruppo aveva

• luogo anche a costo di rinunciare al massimo profitto per l’ingroup.

Come si spiega la condotta sistematicamente improntata al favoritismo nei confronti

dell’ingroup? teoria dell’identità sociale [Tajfel e Turner 1979],

Secondo la gli individui hanno

• bisogno di considerare in termini positivi il proprio concetto di sé, il quale deriva in

parte dalle loro identità sociali, cioè dall’appartenenza a uno o più gruppi sociali.

L’autostima di un individuo dipende, infatti, non solo dai suoi successi personali, ma

• anche da quelli dei gruppi di cui egli fa parte

17

I confronti sociali sono contaminati dalla tendenza della persona ad andare a caccia di

• elementi che differenzino in positivo il gruppo di appartenenza.

Gli individui cercano, attraverso la svalutazione dell’outgroup, di valorizzare

• implicitamente il proprio gruppo

Il pregiudizio a favore dell’ingroup getta le basi per l’insorgere dell’ostilità, dei

• comportamenti discriminatori e del conflitto intergruppi

Quali sono i fattori che contribuiscono ad alimentare il conflitto tra i gruppi?

polarizzazione di gruppo

Il primo fattore è noto come fenomeno di

• Esso consiste nell’accentuarsi della posizione iniziale del gruppo in seguito

• all’interazione intercorsa tra le persone che ne fanno parte [Moscovici e Zavalloni

1969]

Ad esempio, se i componenti del gruppo X sono convinti di aver subito delle ingiustizie

• da parte dei membri del gruppo Y, la discussione interna non farà altro che convincerli

ancor di più di essere nel giusto.

ogni persona apporta delle argomentazioni nuove che, unendosi a quelle già

espresse dagli altri, forniscono ulteriori prove dell’esattezza dell’opinione di

gruppo;

ogni persona, per paura di essere esclusa dal gruppo, tende ad adeguarsi alla

norma interna, per cui la sua opinione sarà simile a quella della maggioranza o

addirittura più estrema .

Quindi….

Intensificarsi di un conflitto genera forte coesione interna e si riduce l’interesse per

• questioni inerenti l’equità fra gruppi.

Percezione del proprio gruppo come più morale, onesto, pacifico, virtuoso rispetto

• all’outgroup.

Le parti in conflitto tendono a non entrare in contatto e si genera isolamento (“Ostilità

• autistica” – Newcombe, 1947);

Tipologie e fasi del conflitto

Conflitto (da “confliggere) = urtare, battere insieme

• Processo che si dispiega nel tempo e può trasformarsi di intensità e valenza.

• Il conflitto, indipendentemente dalle cause che lo hanno generato, ha degli elementi

• comuni.

Wall e Callister (1995) individuano 3 fasi:

1. Fase iniziale (cause)

2. Escalation (percorso centrale)

3. Fase finale (effetti) 18

Fase iniziale: le cause

Si formano le precondizioni, le quali possono rimanere latenti per molto tempo e poi

• manifestarsi repentinamente.

Sentimenti ed emozioni che non riescono ad essere gestiti;

• Ignoranza e rigidità cognitiva (stereotipi e pregiudizi);

• Cattiva comunicazione;

• Incompatibilità di interessi;

• Cattiva gestione degli aspetti organizzativi (es. Suddividioni inadeguate di compiti e

• responsabilità);

Divergenza di opinioni (Deutsch, 1973) o di valori.

Escalation del conflitto

“Schema del conflitto”.

Coinvolge aspetti percettivi, distorsioni di sè e degli altri, aspetti comunicativi, le

• caratteristiche di personalità, la percezione del contesto e degli interessi in gioco,

l’orientamento emotivo verso la controparte, la probabilità di proseguire il rapporto

in futuro.

3 tipi di distorsioni (Smith e Mackie, 1995):

Il proprio gruppo non sbaglia mai, è nel giusto e moralmente superiore;

• La controparte non può comportarsi correttamente (disumanizzo gli altri);

• Il mio gruppo è più potente e coraggioso (tutti I comportamenti dell’outgroup sono

• percepiti come una minaccia).

gli errori di attribuzione

Le motivazioni del mio gruppo sono giuste e quelle degli altri sbagliate (le mie

1. aggressioni di solito sono una difesa).

2. Le azioni del mio gruppo sono dettate dalle circostanze (“ragionevoli in situazioni

difficili”), mentre quelle degli altri da limiti caratteriali.

3. Riguarda il leader dell’outgroup: le azioni dell’outgrop sono dirette da un capo

spietato. In questo caso, l’attacco è giustificato dall’ideologia della “giusta causa” per

aiutare la popolazione a liberarsi dal tiranno.

Si crea il pensiero speculare: ciascuno pensa all’altro come portatore di interessi

perfettamente identici ai propri.

I processi comunicativi

• Peggiorano e irrigidiscono le posizioni, portando a intransigenza e estremismo.

• Ogni risposta diventa sempre più estrema e porta ad una spirale che si autoalimenta

19

Le forme di conflitto: la divergenza

I tipo: divergenza (es. Lite fra marito e moglie sulle vacanze). Un’azione che dovrebbe

• essere coordinata diverge e tende a obiettivi differenti. Qui qual è la complicazione?

B

A

La perdita di cooperazione causa l’escalation del conflitto

il dilemma

• Tipico conflitto psicologico. Un individuo è indeciso, ovvero preso fra due impulsi in

contrasto fra loro (versione interiorizzata del battibecco fra marito e moglie!)

Conflitti di II tipo: concorrenza

• Azione diretta verso un obiettivo conteso (es. un oggetto o risorsa..2 automobilisti che

cercano parcheggio), soprattutto se sono 2 soggetti che vogliono la stessa cosa.

A B

X

Conflitti di III tipo: ostacolamento

• Azione diretta contro l’azione di un altro soggetto per impedire il raggiungimento

dell’obiettivo dell’altro.

B A

B A

X 20

Conflitti di IV tipo: aggressione

• Azione diretta contro un altro agente e ha lo scopo di modificare lo stato o le

caratteristiche dell’agente colpito (es. Restrizione della libertà d’azione, ferirne

l’integrità, minacciarne l’esistenza)

B A A

La ricerca di una soluzione

• Esiti positivi: se intendiamo il conflitto come disfunzione relazionale, non basta

concentrarsi sull’oggetto della competizione. Occorre cambiare le relazioni.

• Esiti negativi: distruzione o annientamento delle parti.

• Non parliamo solo di esiti, ma di soluzioni, che indica una vera trasformazione delle

relazioni fra le parti.

Comunicazione e conflitto

La competenza comunicativa

Capacità di ogni persona di produrre e capire messaggi che lo pongono in interazione

• con altri parlanti.

Comprende un insieme di capacità

• linguistiche e grammaticali

• abilità sociali (saper adeguare il messaggio alla situazione specifica)

• abilità semeiotiche (saper utilizzare altri codici, es. cinesica)

La comunicazione nel conflitto

E‘ un mezzo per condurre i conflitti sui contenuti, l’uso stesso del linguaggio può essere

• conflittuale.

• Quali sono le forme di comunicazione conflittuale?

• Minacce, accuse, insulti, insinuazioni, litigi, soprattutto perchè ostacolano la libertà di

• azione di un attore.

Competenza linguistica: produrre ed interpretare segni verbali;

• paralinguistica: capacità di modulare enfasi, cadenza della pronuncia, intercalare

• risate,esclamazioni;

cinesica: utilizzare i segni gestuali (mimica, movimenti volto) e postura;

• prossemica: variare il rapporto con lo spazio (toccarsi, distanza…);

• performativa: capacità di usare intenzionalmente un atto linguistico;

• pragmatica: utilizzare segni linguistici e non in maniera adeguata alla situazione;

• 21

socioculturale: riconoscere le situazioni sociali e le relazioni di ruolo; capire elementi

• distintivi di una cultura.

Il contesto comunicativo in culture diverse

Nel comunicare con culture diverse occorre trasmettere non solo il messaggio, ma anche

la chiave interpretativa con cui il messaggio va interpretato (ciò che si intende con…).

Il fatto di parlare la stessa lingua (es. Inglese per bianchi e neri negli USA) non vuol dire

evitare I malintesi, perchè:

Vi sono stili e strategie differenti;

• Vi sono strategie retoriche e argomentative diverse (ogni cultura costruisce un modo

• diverso di ragionare, ha una sua logica linguistica di come devono essere dette le

cose).

1.Es. Funzioni fatiche della comunicazione (mmmh, ah si?, già…, certo, ecc.). I parlanti

urdu tendono ad intercalare un’espressione trducibile con “ma che bello!”.

Lo scambio comunicativo: “Io mi chiamo Paola”, “Ma che bello!” sarebbe per loro

• normale e sensato, per noi potrebbe apparire bizzarro o provocatorio (o sarcastico).

2.Modo di rispondere ad una offerta: in alcune culture una risposta negativa viene

interpretata come un rifiuto, in altre si aspetta il rinnovo della proposta per accettare.

Forme di opposizione conflittuale comunicativa

La squalifica = negare la persona, ovvero colpisce il parlante nel suo valore di attore

• comunicativo, che non viene preso sul serio

• Es. Dominanza: “La intendeva dire che..”;

giovane signorina

• Contraddizioni sarcastiche o ironiche: “Sì, sì, come no”

• La diffamazione

Dialoghi conflittuali

Il conflitto comunicativo è una dinamica di attacco e difesa. Difatti possiamo

• identificare

2 direzioni principali:

• Tentativo di aggredire l’altro (atti eterodiretti);

• Rafforzare la propria posizione (atti autodiretti)

• strategie eterodirette

Interruzioni, disturbo, negazione del turno di parola, squalifica, accusa di un dibattito

disonesto o violento, messa in discussione della legittimità dell’argomentazione…

Strategie autodirette

Ripetizione, aumento del tono di voce, argomenti a proprio favore, esibizione del

proprio ruolo di “vittima” nel dibattito. 22

La comunicazione nella risoluzione del conflitto

12 risposte tipiche che la maggior parte di noi usa quando vuole aiutare qualcuno che ci

racconta un problema e che includono un giudizio negativo:

ordinare

“devi..” -

minacciare

“se non fai così allora” -

fare la predica

“Devi essere responsabile!” –

impartire insegnamenti

“Ai miei tempi non succedeva” –

– consigliare

“la cosa migliore che potresti fare è..”

consolare

“non preoccuparti” -

approvare

“sono d’accordo con te” –

disapprovare

“stai dicendo una sciocchezza” -

insultare

“questo ti fa passare per stupido” -

- interpretare

“sotto sotto vuoi richiamare l’attenzione”

“quando? Dove? Perchè?” – domandare

ironizzare

“sì, lascia la scuola, vai via di casa e vai a chiedere l’elemosina” –

Tecniche di ascolto attivo

Esempi di formule che comunicano interesse, permettono all’altro di parlare, dimostrano

che stiamo comprendendo e mettono insieme idee e fatti.

mostrare interesse

Mi racconti di più su questo? –

• chiarire

E tu che hai fatto in quel momento? –

• parafrasare

Allora mi stai dicendo che secondo te il problema è una sciocchezza –

• riflettere

Per te è frustrante che io ti accusi di… -

• riassumere

Dunque, se non ho capito male…. –

Conclusione di uno scambio verbale conflittuale

Sottomissione – dopo il dissenso, uno dei 2 parlanti accetta la ragione dell’altro;

• Intervento di una terza parte dominante che “sottomette” I 2 contendenti;

• Compromesso;

• Messa in disparte per mezzo di un cambio di argomento;

• Abbandono della situazione comunicativa, caso estremo di dissenso.

• La più scelta (66%) è la 4.

Strategie di soluzione del conflitto

Trattare i conflitti

Arte della “buona distanza” (Novara 1993).

• Una notte d’inverno due ricci si avvicinano per scaldarsi a vicenda, ma avvicinandosi

• troppo si pungono. Solo quando riescono a trovare la “giusta distanza”, non si fanno

più male e cominciano a darsi calore reciproco (Shopenhauer).

23

Distanza non nel senso di distacco, lontananza, separazione, ma dello “stare in mezzo”,

• “stare tra” (nel linguaggio matematico distanza è quel tratto minimo che congiunge

due punti).

Educare al conflitto = sapersi decentrare dai propri schemi per vedere quelli dell’altro e

• considerarli elementi di confronto.

Strategie di soluzione del conflitto (Pruitt e Carnevale,1993)

Altre Soluzioni

imposte – si basano sul presupposto che l’accordo sia impossibile. Una delle parti

• detta una soluzione, che di solito non incontra gli interessi dell’altro (avviene spesso

nei conflitti internazionali)

distributive – si giunge ad un accordo cercando compromessi reciproci. Le rinunce

• comportano una perdita per entrambe le parti, ma questo è sempre più tollerabile

del conflitto.

integrative – “soluzioni a doppia vittoria” perchè entrambe le parti possono

• avvantaggiarsi. La soluzione è soddisfacente per tutti e ne escono migliorate le

relazioni.

La negoziazione

Processo attraverso cui le parti di un conflitto tentano di raggiungere un accordo e una

• soluzione.

Attraverso l’interazione e la comunicazione si cercano modalità di reciproco

• adattamento

Scopo: arrivare a una soluzione mutuamente vantaggiosa e a comprendere come

• l’altro interpreta le ragioni del conflitto.

Per questo è importante acquisire una chiara percezione dei costi del conflitto, spesso

• la soluzione più semplice e attraente. 24


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in educatore sociale e culturale (BOLOGNA, RIMINI)
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Conflitti nei gruppi sociali e processi di mediazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Melotti Giannino.

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