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Conflitti nei gruppi sociali e processi di mediazione - il conflitto e la mediazione

Appunti di Conflitti nei gruppi sociali e processi di mediazione per l'esame del professor Melotti sul conflitto e la mediazione Gli argomenti trattati sono i seguenti: cos'è la mediazione, le caratteristiche importanti, i livelli d'intervento, le tecniche utilizzate, il mediatore, il mediatore linguistico-culturale,... Vedi di più

Esame di Conflitti nei gruppi sociali e processi di mediazione docente Prof. G. Melotti

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risorse, competenze e quant’altro), è probabile che gli effetti della mediazione si

affievoliscano a scapito di un aumento del conflitto.

Limiti della mediazione

nodi problematici intrinseci alla mediazione: la presenza di terzi non totalmente

• neutrali, che potrebbero far propendere per una soluzione piuttosto che arrivare ad un

accordo comune;

il delicato equilibrio giocato dal potere che, se non gestito con abilità, può portare le

• parti ad un irrigidimento e ad un aumento della conflittualità.

La mediazione è una pratica che può assumere un forte potere, in quanto (se male

• utilizzato), ha in sé le potenzialità per diventare uno strumento capace di influenzare e

dirigere la libertà e le opinioni delle parti. Un rischio infatti in cui la mediazione può

incorrere quella di fare una diagnosi del problema e non aiutare gli operatori e gli

utenti a costruire un percorso di risoluzione alternativa. Se il mediatore “fa riferimento

ad un cioè esprime un suo parere personale (utilizzando quindi il potere che

io penso,

ha di influenzare con le proprie opinioni le parti), non siamo più in un dispositivo di

mediazione” (Cima, 2005, p. 88).

utilizzare la mediazione in combinazione con altri strumenti, quali la psicoterapia o il

• counseling e interpretare ciò che si fa. Questo tipo di approccio permette al mediatore

di assistere meglio le parti nella gestione delle emozioni e delle interazioni

psicologiche. Ciò presuppone una grande preparazione del mediatore dal punto di vista

relazionale, comunicativo e psicologico, aspetti che non possono essere lasciati

all’improvvisazione o alla buona volontà di chi pratica questa tecnica.

Vantaggi della mediazione

particolarmente efficace nei conflitti sociali in cui gli individui intrattengono dei

• rapporti di lunga durata nel tempo e che devono obbligatoriamente continuare a

comunicare anche dopo l’eventuale soluzione (ad esempio nei rapporti di vicinato).

acquisizione di una consapevolezza e di una responsabilizzazione degli individui

• coinvolti rispetto alle problematiche in gioco. In altre parole, la mediazione riconosce i

soggetti come (Bandura, 2002) ovvero come agenti attivi capaci di porsi degli

agency

obiettivi e di pianificare le proprie azioni e questo ci sembra uno dei vantaggi più

importanti della mediazione dal punto di vista del benessere psicologico delle parti

coinvolte.

La mediazione può ripristinare una comunicazione interrotta o compromessa,

• permettendo l’ascolto delle parti, il confronto reciproco e il rispetto dei tempi di

ognuno.

costi ridotti.

• 8

Il mediatore

Ruolo del mediatore

Cercare una soluzione “buona”.

• Possono essere anche 2, uomo e donna, soprattutto in conflitti aspri o quando è

• coinvolta una coppia.

Deve essere rilassato, in buona forma, riconoscere i sentimenti.

• È responsabile dell’andamento del colloquio: deve porre obiettivi a breve termine,

• riassumere spesso ….(Besemer, 1999)

Punti chiave

L’aspetto relazionale nella mediazione è una determinante fondamentale. Tarozzi

• (2001) a questo proposito parla di relazione intrapresa nella mediazione in maniera

intenzionale.

Influenza dei modelli mentali

Gli studi psicologici hanno messo in luce come i modelli mentali del mediatore

• possano influenzare l’atto di mediazione, soprattutto quando è presente un conflitto

fra le parti – che presuppone un conflitto fra modelli mentali diversi -, nel momento in

cui egli crea dei significati condivisi per arrivare ad una soluzione comune. Tali

significati condivisi però spesso si basano sui modelli mentali del mediatore e questo è

un aspetto non irrilevante nel processo mediativo.

Il ruolo delle emozioni

Le poche ricerche psicologiche su questo tema hanno messo in luce l’importanza delle

• emozioni nella mediazione, in quanto capaci di avere importanti conseguenze sugli

obiettivi, sulle strategie e sulle scelte del mediatore (Lanzetta, 1989). Gli studi

mostrano che le emozioni positive o negative possono influenzare il modo in cui una

persona interpreta un problema, il tipo di informazioni che usa e il tipo di processo

cognitivo che adotta per costruire una risposta (Forgas e Fiedler, 1996).

Le emozioni positive aumenterebbero la tendenza a utilizzare delle strategie

• collaborative, oltre alla fiducia nelle proprie aspettative ed azioni.

La rabbia, e in generale un umore negativo, sarebbe di ostacolo perché diminuirebbe

• nel mediatore la capacità di essere accurato nella valutazione delle parti e lo

renderebbe più propenso ad adottare strategie competitive (Carnevale e Isen, 1986;

Carnevale e Pruitt, 1992).

Tecniche del mediatore

Evitare domande dirette. Porle in maniera semplice, chiare e avalutative

• Es. Perché lei è irato? (no)

• Sento che lei è irato (partecipazione empatica).

• 9

Che cosa ne pensate di questo problema? (ok)

• Sì alle domande aperte, che permettono a tutti di esprimere punti di vista con la

• massima libertà (es. Quali soluzioni vedreste con maggior favore?)

I metodi attivo

1.ascolto = ascoltare con l’obiettivo di comprendere a fondo il punto di vista

dell’altro. Chi si sente compreso e accettato è più disposto ad ascoltare l’altra parte.

Decodificare sentimenti impliciti ai fatti.

• riepilogo:

2. serve a sottolineare ciò che è più importante, a mettere in ordine.

conoscere i messaggi del corpo.

3. brainstorming

4. = raccolta di idee creative, poi vengono scelte le più adatte per

procedere.

rispecchiare e parafrasare=

5. ripetere con parole proprie quello che hanno detto gli

altri. Usare con parsimonia il primo (solo per messaggi importanti), altrimenti si può

dare l’impressione all’altro che non sa esprimersi.

Le competenze psicologiche

Lo “stare in mezzo” del mediatore diventa utile per favorire (Ardone e

l’equivicinanza

• Chiarolanza, 2007), “la quale si realizza sia nel patto fondato sul sentimento di fiducia

che il mediatore stabilisce con i clienti sia nella capacità di saper accogliere e integrare

in sé la dualità delle posizioni e dei valori”

Rischio, da parte del mediatore, di immedesimarsi con l’utente, con la sua condizione

• di bisogno e con il suo stato emotivo oppure di lasciarsi trascinare in direzione

contraria, identificandosi con la società di accoglienza o con le esigenze del servizio,

facendosi portavoce di esso e imponendo regole e prescrizioni.

La mediazione e il mediatore linguistico-culturale

La mediazione linguistico -culturale

è una strategia di lavoro che prevede l’impiego di personale straniero.

• l'intervento attivo teso a promuovere l'inserimento dei nuovi soggetti nella realtà

• economica, sociale, istituzionale e giuridica del paese ospitante, che non si limiti alla

mera traduzione linguistica.

Affinché ci sia “vera” mediazione interculturale è necessario non solamente la

• traduzione, ma anche una riflessione piena su come si è arrivati a conoscere

quell’aspetto, a rappresentarsi quel problema, a sentire quel disagio.

Esempio: caso di una mediazione culturale a scuola con una bambina senegalese, nella

• quale i mediatori senegalesi hanno svolto il loro lavoro parlando solamente italiano,

giungendo a modificare gli scenari che le maestre e gli altri operatori si erano fatti

della bambina senza mai parlare la lingua wolof. “Le due voci costituirono

10

immediatamente un modo di vedere, ci invitarono a non fermarci alle nostre

altro

eziologie ma a fare spazio”

Gli ambiti di un proficuo intervento del mediatore culturale

1. Situazioni di emergenza. Spesso è il caso del lavoro di interpretariato nei confronti

• di ragazzi appena giunti da un paese straniero. Ma, trattandosi di situazioni limitate e

a termine dovrebbero terminare una volta cessata l’emergenza.

2. Funzione di back office. Non sportello e/o assistenza diretta ma consulenza ai

• responsabili dei vari servizi per tutto ciò che riguarda la formazione e l’aggiornamento

degli insegnanti, l’acquisto di materiali, l’organizzazione scolastica, le scelte

strategiche, ecc.

3. Animazione interculturale. Attualmente questa figura è legata a interventi sporadici

• di carattere infomrativo. Si tratta di andare oltre giungendo alla figura dell’animatore

culturale.

Altri campi di azione del mediatore culturale

Uffici delle amministrazioni pubbliche (USL, questure, consultori, sindacati, istituzioni

giudiziarie)

A scuola con I bambini immigrati (accoglienza e prima fase di inserimento). Il

mediatore aiuta a ricostruire la biografia e il percorso scolastico precedente.

2bis) Dare prestigio alla lingua e alla cultura del bambino.

Con le famiglie immigrate

Aiuta le famiglie nel primo contatto con le istituzioni. Ma anche può risolvere conflitti

generazionali, di coppia..

4. Con insegnanti e operatori

I compiti del mediatore linguistico/culturale

Assicurare e permettere una reciproca comprensione tra operatori dei servizi e utenti

• migranti;

Accoglie I migranti, informandoli sui servizi;

• Interpretariato (soprattutto nei servizi, questure…);

• Scambio di saperi fra comunità

Competenze specifiche

Conoscere le lingue degli interlocutori;

• Conoscere la struttura sociale e la rete dei servizi del territorio;

• Avere una buona competenza comunicativa;

• Conoscere le specificità, le tradizioni e gli usi di entrambe le culture (modelli educativi,

• modelli familiari, ecc.);

Conoscere I testi di legge (su immigrazione, lavoro, salute, scuola);

• 11

Attenersi alla deontologia professionale;

• Saper mantenere l’equidistanza da entrambi gli interlocutori;

• Riuscire a rendere non affettiva la relazione;

• Saper gestire situazioni conflittuali

Competenze del mediatore come operatore pedagogico

Consapevolezza dell’infinità del proprio compito.

1. Da qui il senso del limite e

• dell’imperfezione da trasformare in caratteristica positiva, maggiore consapevolezza e

responsabilità nei confronti di ogni azione e decisione.

Competenza pedagogica:

2. le relazioni che egli instaura sono sempre relazione

• educative e richiedono conoscenze ed abilità specifiche: tecniche della

comunicazione, dell’animazione, della conduzione del gruppo, di identificazione

personale, di tipo manageriale.

Ascolto comprensivo… un esperimento.

Carl Rogers in un testo intitolato "Comunicazione, blocco e facilitazione":

"Voglio proporvi un piccolo esperimento di laboratorio che potrete tentare per saggiare

la qualità della vostra comprensione. La prossima volta che avrete una discussione con

vostra moglie, o col vostro amico, o con un gruppetto di amici, fermate la discussione,

e, per esperimento, ponete questa regola: che ognuno non possa esprimere la propria

argomentazione se non dopo avere preliminarmente riesposto le idee e le sensazioni

dell'interlocutore con esattezza e con la conferma di costui. Questo vorrebbe dire

semplicemente che prima di presentare il proprio punto di vista, sarebbe necessario

assimilare il quadro di riferimento dell'interlocutore, per comprendere le sue idee e le

sue sensazioni, così da essere in grado di poterle riassumere al posto suo. Semplice,

vero? Ma se fate la prova, scoprirete che è una delle cose più difficili che abbiate mai

tentato di fare".

Rogers: l’approccio basato sulla persona

Qui Rogers ci spiega cosa intende per "ascolto comprensivo" (l'ascolto è un accogliere

• la parola dell'altro) sul piano della modalità operativa della gestione della relazione

con l'immigrato:

1) ascoltare attentamente la richiesta o il discorso

• 2) prima di dare una risposta accertarsi se abbiamo capito quello che ha detto l'altro

• ripetendone sinteticamente il discorso 3) conoscere il quadro di riferimento culturale

dell'interlocutore

per comprendere le sue idee e sensazioni

• 4) riassumere al posto suo tenendo conto di questi elementi per verificare se abbiamo

• effettivamente capito

5) dare una risposta.

• 12

Osservare

Ovvero evitare di osservare per giudicare, definire o classificare ma bisogna osservare

• per comprendere.

Occorre saper mettere "tra parentesi" i propri giudizi- anche se non è facile- :

• bisogna fare quello che Edmund Husserl chiamava "sospendere il giudizio".

La relazione come gioco di specchi

La relazione è un "atto speculare" che ognuno costruisce la propria immagine e quella

• dell'altro. Nel nostro caso l'operatore si costruisce un'immagine dell'immigrato e

l'immigrato si costruisce un immagine dell'operatore. Si può anche dire che

l'operatore ha già una immagine prefabbricata dell'immigrato e anche l'immigrato ne

ha una dell'operatore e del suo ruolo. L'immagine che ha l'immigrato è filtrata dal suo

modello culturale e quando si parla di modello culturale occorre intendere il suo

modo di rapportarsi con il mondo dei servizi (modello appreso nel proprio paese di

origine).

Sta all'operatore comprendere questo per evitare di interpretare male certi

• atteggiamenti e trovare le modalità adeguate alla comprensione dell'immigrato.

Focalizzarsi sull’individuo

Ogni storia di migrazione è una storia a sè; l'immigrato non può essere identificato

• soltanto con il proprio modello culturale di provenienza. Va colto la specificità della

sua storia come persona. Non può essere inglobato all'interno di una categoria

generale che spesso non spiega niente.

Ogni immigrato ha una biografia e una storia, una sua esperienza prima di arrivare in

• Italia.

Riconoscere l’altro non solo come problema, ma anche come risorsa

• L'operatore deve usare il metodo biografico per ricostruire l'insieme delle esperienze

• dell'immigrato.

La mediazione scolastica: obiettivi

Prevenire la violenza scolastica;

• Migliorare la convivenza;

• Costruire valori interculturali condivisi

• Anche l’insegnante può porsi nell’ottica della mediazione, oppure può essere

• affiancato da questa figura 13

Cosa non è il mediatore

1. Il mediatore culturale non è l’esperto di intercultura cui demandare tutto ciò che

• concerne l’educazione interculturale e l’integrazione dei bambini non autoctoni

2. Non è pensabile che tutte le funzioni della mediazione siano svolte da una sola

• persona che peraltro dovrebbe possedere abilità e capacità illimitate.

3. Non è legittimo delegare in toto al mediatore il ruolo di agente, principale o

• esclusivo, del cambiamento sociale.

4. La mediazione cognitiva (ovvero la presenza costante di un mediatore culturale in

una classe in cui vi siano molti bambini di etnia minoritaria ad affiancare il lavoro

dell’insegnante) è una funzione non solo difficilmente realizzabile ma nemmeno

auspicabile. Costruire uno spazio interattivo appropriato, è compito dell’insegnante,

non di altri.

5. Non sembra auspicabile nemmeno la figura del mediatore come informatore, ovvero

come colui che entra nelle classi con interventi sporadici per far conoscere la cultura di

un determinato paese. E’, in sostanza, il rischio di ridurre la cultura alla dimensione

folkloristica.

6. Il mito della imparzialità. Il rischio è che il mediatore si trovi tirato dalle due parti e di

non riuscire a gestire questa difficilissima situazione.

Cos’è il conflitto etnico?

Riguarda 2 o più gruppi etnici

Il concetto di “etnico”

Ethnos (greco)= gruppo con una discendenza comune, unito da legami di sangue.

• I Greci lo opponevano a polis.

• Dibattito: introduce una distinzione rigida fra gruppi che possono essere classificati e

• comparati.

In psicologia: “insieme di persone che si definiscono tali e si sentono simili per alcuni

• attributi” (Rotheram e Phinney, 1987).

Attributi oggettivi: colore di pelle;

• Attributi soggettivi: consapevolezza di essere una comunità e volontà di seguire scopi

• comuni.

Nel “conflitto etnico” la risorsa contesa è l’identità delle parti, che porta alla

• squalificazione dell’altro (inferiorità morale, culturale e intellettuale)

Conflitto etnico internazionale: 2 nazioni si contrappongono per la loro diversa

• appartenenza etnica;

Conflitto etnonazionale: all’interno di uno stato, due gruppi di etnia diversa entrano in

• contrasto (di solito una maggioranza e una minoranza). Es. Rwanda

Conflitto etnico metropolitano (Cotesta, 1999): in quartieri ad alta densità straniera

• (es. Banlieue parigine)

Conflitto etnico è un evento in cui prevale la dimensione psicologica.

• 14

Perché il conflitto degenera in violenza? Perché la Shoah?

Dollard, Miller et al. (1939): Ipotesi della “frustrazione - aggressività”

• Il conflitto si origina da eventi frustranti. L’aggressività è indotta dall’esperienza di

• frustrazione

Processi che intervengono nella frustrazione-aggressività

Generalizzazione: le persone preferiscono un bersaglio con caratteristiche simili alla

• fonte della frustrazione

Inibizione: sopprimere le risposte aggressive dirette verso la fonte della frustrazione,

• soprattutto se questa è potente e in grado di assegnare punizioni.

Quando questi processi convergono, l’individuo manifesta il massimo dell’aggressività,

quando la somiglianza fra gli stimoli è intermedio

Aspetti positivi: l’ipotesi frustrazione-aggressività prende decisamente le distanze da

• una concezione di aggressività come prodotto di un istinto innato

Critiche: la frustrazione può indurre risposte diverse dall’aggressività (es. pianto), così

• come non sempre i comportamenti aggressivi sono causati da frustrazioni individuali

(es. terrorismo)

Rielaborazione di Berkowitz:

• L’aggressività è solo una delle risposte possibili a un sentimento negativo;

– L’autore parla di “eventi avversi” che possono generare aggressività

– E’ una teoria che spiega il comportamento individuale e non di gruppo.

Nel 1954, Sherif e collaboratori elaborarono una teoria riguardante il conflitto

intergruppi grazie ad un originale esperimento.

Essi organizzarono un campo estivo al quale parteciparono 22 bambini di undici anni,

• che vennero suddivisi in due squadre (“Aquile” e “Serpenti a sonagli”) che presero

parte a delle attività competitive.

Gli autori ebbero modo di osservare che:

• i ragazzi svilupparono un forte attaccamento nei confronti del proprio gruppo,

stabilirono delle norme interne e scelsero un leader;

vennero amplificate le differenze esistenti tra “noi” e “loro” e nacquero

soprannomi dispregiativi nei confronti dei membri dell’altro gruppo, considerato

ormai avversario;

con il passare dei giorni e con il susseguirsi delle competizioni, la svalutazione del

gruppo esterno divenne ancora più marcata, culminando in aggressioni fisiche e in

reciproci atti di teppismo

In sintesi, tra i due gruppi emersero delle ostilità mentre, nel contempo, cresceva la

• coesione all’interno di ciascun gruppo. 15

I primi tentativi fatti dagli autori per appianare le ostilità tra i due gruppi (facendoli

• incontrare per mangiare tutti insieme o per vedere un film) si rivelarono fallimentari: i

due gruppi continuarono a prendersi in giro reciprocamente e a mantenere le distanze.

Per sanare il conflitto gli autori ricorsero a una strategia

Essi fecero in modo che i due gruppi cooperassero per il perseguimento di obiettivi

ossia di traguardi aventi un forte potere di richiamo per i componenti di

superordinati,

ciascun gruppo ma impossibili da raggiungere se non con l’impegno congiunto di tutti.

Ciò permise effettivamente di far avvicinare i soggetti appartenenti alle due fazioni.

teoria del conflitto

Questo esperimento sul campo permise a Sherif di articolare la

• realistico [1966

Secondo la teoria del conflitto realistico, l’ostilità tra gruppi è determinata dalla

• competizione per il possesso di risorse materiali scarse e ambite. In tali circostanze, si

crea uno stato di interdipendenza negativa in cui le acquisizioni di un gruppo

avvengono necessariamente a spese dell’altro.

La teoria del conflitto realistico postula inoltre che l’esistenza di interessi contrapposti

• dia luogo ad una serie di mutamenti nella relazione intergruppi in seguito ai quali gli

individui cominciano a pensare in maniera stereotipata ai membri del gruppo esterno

e, in rapida successione, a nutrire degli atteggiamenti pregiudiziali nei loro confronti

In un breve arco di tempo, l’escalation di reazioni negative culmina in un’aperta ostilità e

in tutta una serie di comportamenti discriminatori tra i membri dei due opposti

raggruppamenti

Come possiamo tradurre questa teoria?

La competizione per beni materiali (es. Posti di lavoro, case..) genera conflitto,

• soprattutto in momenti di crisi economica o quando le risorse sono poche.

La teoria del conflitto realistico è “di gruppo”, ovvero mostra che il gruppo è un’entità

• a sè stante, con regole e dinamiche proprie. deprivazione

Un’altra teoria volta a spiegare l’antagonismo tra gruppi è quella della

relativa.

Secondo la [Crosby 1976; Ellemers, Wilke e Van

teoria della deprivazione relativa

• Knippenberg 1993; Kawakami e Dion 1993], indipendentemente dallo status sociale di

cui gode il proprio gruppo, è il confronto con una fazione esterna ritenuta migliore che

fa sperimentare uno stato di deprivazione relativa, ossia un’insoddisfazione riguardo

alle condizioni di vita attuali.

La ricerca ha individuato nel corso degli anni alcuni prerequisiti affinché si sperimenti lo

stato di deprivazione relativa: 16

l’assenza della caratteristica desiderata deve ritenersi attribuibile a fattori esterni

al gruppo più che a colpe dello stesso;

il gruppo esterno deve essere affine a quello di appartenenza e possedere qualche

caratteristica che si desidera, come la ricchezza o un elevato status sociale;

tale caratteristica deve ritenersi spettante di diritto anche al proprio gruppo.

La conseguenza immediata di questo stato di cose è:

un incremento del pregiudizio e dell’ostilità diretti al gruppo esterno [Applegryn e

• Nieuwoudt 1988] che possono facilmente sfociare in agitazioni sociali volte a ribaltare

lo status quo ⇓

il gruppo al quale sono diretti questi attacchi cercherà di serrare le fila per far fronte allo

stato di emergenza: l’attaccamento al gruppo diverrà più forte e un atteggiamento

negativo comincerà a serpeggiare nei confronti dell’altra fazione, ormai divenuta rivale.

Anche un gruppo di maggioranza, oggettivamente in una posizione sociale elevata, può

• sperimentare lo stato di deprivazione relativa e attaccare chi ritiene in grado di

“accorciare le distanze” dal proprio gruppo di appartenenza [Vanneman e Pettigrew,

1972]

Talvolta, anche in assenza di interessi contrapposti, la gente tende a prediligere il

• proprio gruppo di appartenenza, mostrandosi ostile o comunque non proprio ben

disposta nei riguardi dell’outgroup.

Ciò venne dimostrato da Henri Tajfel il quale mise a punto un modello divenuto noto

• come paradigma dei gruppi minimi.

Tajfel, nei suoi esperimenti, assegnò i soggetti, sulla base di elementi effimeri e

• arbitrari, a gruppi che non avevano alle spalle né storia, né conflitti d’interesse, né

stereotipi.

Anche in situazioni di questo tipo, i soggetti manifestarono il desiderio di rendere i

• gruppi di appartenenza migliori, più forti e apprezzati in qualunque modo possibile

Questa particolare predilezione nei riguardi dei membri del proprio gruppo aveva

• luogo anche a costo di rinunciare al massimo profitto per l’ingroup.

Come si spiega la condotta sistematicamente improntata al favoritismo nei confronti

dell’ingroup? teoria dell’identità sociale [Tajfel e Turner 1979],

Secondo la gli individui hanno

• bisogno di considerare in termini positivi il proprio concetto di sé, il quale deriva in

parte dalle loro identità sociali, cioè dall’appartenenza a uno o più gruppi sociali.

L’autostima di un individuo dipende, infatti, non solo dai suoi successi personali, ma

• anche da quelli dei gruppi di cui egli fa parte

17

I confronti sociali sono contaminati dalla tendenza della persona ad andare a caccia di

• elementi che differenzino in positivo il gruppo di appartenenza.

Gli individui cercano, attraverso la svalutazione dell’outgroup, di valorizzare

• implicitamente il proprio gruppo

Il pregiudizio a favore dell’ingroup getta le basi per l’insorgere dell’ostilità, dei

• comportamenti discriminatori e del conflitto intergruppi

Quali sono i fattori che contribuiscono ad alimentare il conflitto tra i gruppi?

polarizzazione di gruppo

Il primo fattore è noto come fenomeno di

• Esso consiste nell’accentuarsi della posizione iniziale del gruppo in seguito

• all’interazione intercorsa tra le persone che ne fanno parte [Moscovici e Zavalloni

1969]

Ad esempio, se i componenti del gruppo X sono convinti di aver subito delle ingiustizie

• da parte dei membri del gruppo Y, la discussione interna non farà altro che convincerli

ancor di più di essere nel giusto.

ogni persona apporta delle argomentazioni nuove che, unendosi a quelle già

espresse dagli altri, forniscono ulteriori prove dell’esattezza dell’opinione di

gruppo;

ogni persona, per paura di essere esclusa dal gruppo, tende ad adeguarsi alla

norma interna, per cui la sua opinione sarà simile a quella della maggioranza o

addirittura più estrema .

Quindi….

Intensificarsi di un conflitto genera forte coesione interna e si riduce l’interesse per

• questioni inerenti l’equità fra gruppi.

Percezione del proprio gruppo come più morale, onesto, pacifico, virtuoso rispetto

• all’outgroup.

Le parti in conflitto tendono a non entrare in contatto e si genera isolamento (“Ostilità

• autistica” – Newcombe, 1947);

Tipologie e fasi del conflitto

Conflitto (da “confliggere) = urtare, battere insieme

• Processo che si dispiega nel tempo e può trasformarsi di intensità e valenza.

• Il conflitto, indipendentemente dalle cause che lo hanno generato, ha degli elementi

• comuni.

Wall e Callister (1995) individuano 3 fasi:

1. Fase iniziale (cause)

2. Escalation (percorso centrale)

3. Fase finale (effetti) 18


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in educatore sociale e culturale (BOLOGNA, RIMINI)
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Conflitti nei gruppi sociali e processi di mediazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Melotti Giannino.

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