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Il conflitto arabo-israeliano

Lunga stagione di conflitti: questi conflitti vengono internazionalizzati perché il Medio Oriente è un'area strategica dal punto di vista geopolitico e dal punto di vista economico, in quanto specialmente Iraq e l'Iran sono dei paesi ricchissimi di giacimenti petroliferi.

  • 1956 nazionalizzazione del canale di Suez (costruito dagli inglesi, i quali consideravano questo canale assolutamente strategico);
  • Seconda guerra arabo-israeliana;
  • 1959 fondazione di Al-Fatah (capeggiato da Arafat. Il conflitto arabo-israeliano ha delle connotazioni solo territoriali e non religiose. Gli anni '50 vedono la nascita di movimenti di indipendenza nazionalista sia in Iran che in Iraq e che in alcuni casi mettono fuorilegge i movimenti fondamentalisti. Questi movimenti per le loro caratteristiche fanno sì che questi territori vengano inseriti sotto l'influenza dell'Unione Sovietica);
  • 1964 fondazione dell'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina);
  • 1967 terza guerra arabo-israeliana: guerra dei sei giorni (in questo anno c'è una ulteriore estensione dello stato israeliano);
  • Il terrorismo (con il terrorismo il conflitto fa un "salto di qualità" e soprattutto a partire dagli anni '70 diventa lo strumento principale dell'attenzione politica internazionale sul problema arabo-israeliano);
  • 1973 riconoscimento dell'OLP da parte di 114 stati;
  • 1973 quarta guerra arabo-israeliana (scoppiata nella giornata del Kippur, che per gli ebrei è un giorno di festa nel quale si digiuna e non si può svolgere nessuna attività. I palestinesi, pertanto, pensavano di trovare impreparati gli ebrei. Questo contribuisce ancor più all'internazionalizzazione del conflitto);
  • Embargo petrolifero (anni 1970. Mette in ginocchio il mondo intero e specialmente i paesi europei che dipendono completamente dal petrolio del Medio Oriente).

Decolonizzazione in Africa

Le potenze colonizzatrici rinunciano malvolentieri ai possedimenti coloniali in Africa, salvo il caso dell'Indocina, che era stato un caso di decolonizzazione piuttosto cruento ed incompleto. Tra l'altro, il giorno in cui si è parlato della decolonizzazione in Asia ricorreva il 50° anniversario della battaglia di Dien Bien Phu, condotta dal Movimento Nazionale Indocinese, soprattutto da quello denominato Vietminh, capeggiato da Ho Chi-minh e dal generale Giap contro i francesi. È la battaglia risolutiva della decolonizzazione francese in Indocina, perché i francesi vengono clamorosamente sconfitti.

La decolonizzazione dell'Indocina era stata particolarmente drammatica e cruenta, perché la Francia non aveva alcuna intenzione di perdere questo possedimento coloniale. Ma soprattutto la battaglia di Dien Bien Phu, e la fine della colonizzazione francese in Indocina non significano la fine completa della colonizzazione di quel territorio perché alla Francia subentrano gli Stati Uniti con una sorta di colonialismo diverso in quell'area, intervenendo in maniera pesante dalla metà degli anni '60 e fino al 1975 in quella che è la drammatica guerra del Vietnam, che si conclude con la sconfitta americana e con la riunificazione del Vietnam, che nel 1954 era stato diviso dall'ONU lungo il 17° parallelo.

In Africa, il processo di decolonizzazione è più complesso e più tardivo, perché inizia nella seconda metà degli anni '50 ed ha la sua punta di massimo svolgimento nel 1960, che è un anno in cui molti paesi africani raggiungono l'indipendenza. Anche in Africa la decolonizzazione è originata dalla nascita di movimenti indipendentisti. Ciò è dovuto anche al fatto che le élite locali erano spesso élite che negli anni della colonizzazione si erano formate all'estero, prevalentemente in Gran Bretagna e in Francia.

Questa circostanza aveva fatto sì che queste élite fossero entrate in contatto con le società dei paesi coloniali e, soprattutto, con i sistemi politici di questi paesi, che erano sistemi in cui vi era un forte peso dei partiti, dei movimenti ed una forte valenza dell'opinione pubblica. La decolonizzazione dell'Africa assume, in alcuni casi, come quello dell'Algeria, aspetti particolarmente drammatici, ma assume caratteristiche drammatiche in tutte quelle aree dell'Africa in cui c'era stata una colonizzazione di ripopolamento.

Cioè in quei paesi in cui i colonizzatori non si erano semplicemente limitati a conquistare il paese ed a sovrapporre una propria amministrazione, ma erano andati oltre, colonizzando un pezzo della popolazione indigena. In questi paesi il processo di decolonizzazione è più faticoso e più cruento, perché si è creato, dopo un certo numero di generazioni (il caso dell'Algeria è particolarmente esemplare perché il processo di colonizzazione è di vecchia data, essendo iniziato negli anni '30 dell'800), l'insediamento di un certo numero di francesi, i quali avevano procreato e si erano sviluppate le seconde, terze, quarte generazioni che erano nate in Algeria, le quali si sentivano comunque francesi e non autoctone e proprio da questi gruppi che venivano le maggiori resistenze affinché questo territorio diventasse indipendente perché questi gruppi della popolazione, ammontanti ormai a più di un milione di persone, fanno delle fortissime pressioni sul governo centrale francese perché non ceda l'indipendenza all'Algeria.

La questione dell'indipendenza dell'Algeria è stata una questione particolarmente drammatica per le conseguenze che ha avuto e in cui si arriverà a forme di violenza particolarmente pesanti e spaventose nei confronti dei comitati di liberazione, i cui membri sono sottoposti a torture. Il caso dell'Algeria è un caso particolarmente drammatico e soltanto negli ultimi anni (in proposito le testimonianze sono concrete) si è venuti a conoscenza dell'uso sistematico della tortura per debellare e sconfiggere i movimenti di indipendenza nazionalista algerino, che è un movimento che, tra i movimenti di indipendenza di questo periodo, è forse quello che maggiormente si caratterizza per la sua connotazione religiosa, mentre da altre parti i movimenti di indipendenza dei paesi musulmani non fanno appello alla religione.

L'elemento di fondamentalismo e di terrorismo religioso è un elemento che entrerà come componente dei movimenti nazionali soltanto nella seconda metà degli anni '70 e soltanto quando si realizzerà, in Iran, la rivoluzione del 1979. Analoghi movimenti drammatici per l'indipendenza si realizzano anche in Kenia, in Rhodesia (l'attuale Zimbabwe), cioè in tutti quei paesi in cui c'era stata una presenza significativa di coloni.

Analoga situazione vi è anche in Congo (ex colonia belga), perché anche il Congo è teatro di stragi, di massacri e di un processo di indipendenza particolarmente faticoso. Che i paesi colonizzatori non si vogliano liberare tanto facilmente dei possedimenti in Africa ce lo dicono non soltanto le vicende dell'Algeria francese, ma anche le vastissime ripercussioni sulla situazione interna della Francia, in quanto è la questione algerina che determinerà appunto in Francia il passaggio dalla cosiddetta Quarta Repubblica alla Quinta Repubblica.

Nel 1958, in piena crisi algerina, i francesi chiedono al generale Charles De Gaulle di tornare sulla scena politica, dalla quale si era ritirato da lungo tempo e sarà proprio questo ritorno del generale De Gaulle che nel giro di quattro anni porterà ad una soluzione le crisi algerina. Il 1962 è l'anno dell'indipendenza dell'Algeria, ma avrà ripercussioni significative sulla Francia perché determinerà la formazione di un nuovo sistema costituzionale vale a dire il sistema semi-presidenziale che è attualmente in vigore, in cui è fortissima la centralità del Presidente della Repubblica e in cui viene ridotto, rispetto alla Francia della Quarta Repubblica, il ruolo del parlamento.

Ma ancora, un altro aspetto significativo del fatto che le potenze coloniali europee non vogliano abbandonare i possedimenti in Africa è la crisi di Suez del 1956, e cioè quel tentativo di francesi ed inglesi, alleati con Israele, di rimettere le mani su quel Canale di Suez che gli inglesi ed i francesi avevano costruito negli anni '60 dell'800 e che, come conseguenza dell'indipendenza dell'Egitto, il suo presidente Nasser intendeva nazionalizzare.

Alla metà degli anni '60 si compie il processo di decolonizzazione dell'Africa. La Gran Bretagna e la Francia, ultime potenze rimaste, a parte il Portogallo (la Germania non c'era più fin dalla seconda guerra mondiale, lo stesso l'Italia), non sono più su quel territorio. La decolonizzazione del Sudafrica che comporta, contestualmente, il processo di indipendenza, ma anche la creazione del Regime dell'Aparhetid, ai danni della maggioranza nera della popolazione, mette il Sudafrica fuori dal Commonwealth: se il Sudafrica, inizialmente, era stato ammesso come colonia britannica, a far parte di quello spazio comune economico e politico che era il Commonwealth, nel momento in cui nel Sudafrica viene imposto il regime segregazionista e discriminatorio dell'Aparhetid, il Sudafrica viene messo fuori dal Commonwealth.

Alla fine degli anni '60, quindi, tutti i paesi colonizzatori sono fuori, ad eccezione del Portogallo che mantiene le sue colonie in Angola, Mozambico e Guinea Bissau, in cui il processo di indipendenza viene solo rinviato, perché anche in questi paesi si sono creati dei movimenti che daranno filo da torcere al governo portoghese. Questo ultimo residuo di impero coloniale crollerà nel 1974 quando crollerà il regime di Salazar in Portogallo.

L'aver ricevuto l'indipendenza, comunque, non dà stabilità e prosperità, perché l'aver conquistato l'indipendenza è motivo di nuovi problemi e di nuove difficoltà, soprattutto in contesti economici che erano contesti poco sviluppati, in quanto improntati su di produzione agricola monoculturali, i cui prodotti erano legati alle valutazioni del mercato, oltre che al raccolto che dipendeva dall'andamento della stagione climatica. Ad esempio, se prendiamo paesi come il Ghana, la cui intera economia era incentrata sul cacao, nel momento in cui il prezzo del cacao sale, l'economia del paese va bene, se tale prezzo scende, l'economia della nazione viene trascinata e va in crisi.

Quindi, questa della monocoltura era il primo problema che questi paesi avevano, in quanto erano doppiamente dipendenti: erano dipendenti dal mercato internazionale per collocare i loro prodotti ed erano dipendenti dal mercato internazionale anche per tutti gli altri prodotti di cui avevano bisogno della popolazione. Da questi paesi vanno via i colonizzatori, ma non vanno via le multinazionali le quali continuano le produzioni del caffè, del cacao, del caucciù, vale a dire le tipiche produzioni di questi paesi che sono completamente controllate da multinazionali.

Inoltre, in questi paesi non si creano nuovi modelli statuali, anche perché nel corso del processo di decolonizzazione non sempre si sono create élite locali: in alcuni casi, i processi di decolonizzazione sono stati investiti da movimenti molto forti, ed in quei casi i promotori di questi processi sono diventati anche le nuove classi dirigenti dei paesi; in altri casi, invece, questi promotori si limitano ad entrare nelle vecchie amministrazioni imposte dai paesi colonizzatori e continuano a gestire il potere con la medesima mentalità coloniale, le quali erano amministrazioni che non corrispondevano alla realtà di questi paesi perché non eliminavano i conflitti etnici e anche perché i confini di questi nuovi paesi attraversavano territori abitati da varie etnie.

Ad ogni modo, il processo di decolonizzazione porta sulla scena politica internazionale una serie di nuovi soggetti, i quali, in un contesto di guerra fredda, in un contesto in cui il mondo è diviso in due blocchi, rivendicano il diritto di non stare né da una parte, né dall'altra, di non schierarsi ed il diritto ad autodeterminarsi. Il culmine di questo movimento, che verrà indicato come il Movimento dei non allineati si ha nel 1955 alla conferenza di Bandung (città dell'Indonesia), nell'ambito della quale si comincia a formulare un'area di paesi che rivendicano il diritto a non stare né con il blocco sovietico, né con il blocco americano ed affermano il principio della cooperazione politica al di fuori di una logica bipolare.

Tale conferenza è l'atto di nascita del Terzomondismo, vale a dire l'atto di nascita di una elaborazione ideologica e culturale dei paesi del Terzo Mondo, sul ruolo dello sviluppo di questi paesi che, non soltanto non erano collocati nell'area sovietica o americana, ma che erano paesi non sviluppati o in via di sviluppo. Nell'ambito di questi paesi, dopo la decolonizzazione si sviluppa una notevole crescita demografica. Infatti, nel corso del '900 il trend demografico si ribalta, nel senso che c'è un trend speculare tra Europa, America, vale a dire tra aree industrializzate, ed aree non industrializzate.

Infatti, le aree industrializzate dell'Europa, degli Stati Uniti, nel corso del '900 smettono di crescere dal punto di vista demografico. Se nell'800 vi era stata una correlazione positiva tra lo sviluppo economico e la crescita demografica, diventa negativa nel '900, in quanto questi paesi più si sviluppano, meno crescono. Succede, invece, esattamente il contrario in Africa, dove la correlazione sviluppo/crescita demografica, che aveva funzionato nel corso dell'800 non funziona, ma la correlazione è di tipo completamente diverso, cioè in questi paesi cresce la popolazione indipendente dallo sviluppo economico, ma anzi crescono molto come popolazione soprattutto se sono poco sviluppati.

Quindi, questi paesi erano caratterizzati da una enorme crescita demografica, da processi veloci di urbanizzazione, nel senso che crescevano a dismisura le città, in quanto vi era una fuga costante dalle campagne per andare a vivere in città e le città dentro erano creazioni coloniali, nel senso che le città di molti di questi paesi erano state create con processi amministrativi durante il periodo coloniale. In questi paesi vi erano condizioni economiche di sottosviluppo, nel senso che tutti gli indicatori economici, se confrontati con quelli europei o americani davano un quadro assolutamente inquietante e deficitario.

Questi paesi che si riuniscono nella conferenza di Bandung del 1955 che daranno vita a questo Movimento dei non allineati, che diventerà un movimento fallimentare, si propongono di negoziare con gli ex paesi colonizzatori le condizioni del proprio sviluppo e della propria emancipazione. Il Terzomondismo è una politica che mira alla collaborazione tra il Nord ed il Sud del mondo, dove per sud si intende la parte meno sviluppata e quindi più dipendente economicamente. Il Terzomondismo, più che un movimento politico sarà un grandissimo movimento culturale, nel senso che tra gli anni '60 e gli anni '70, soprattutto nei paesi industrializzati, quali Europa ed America, nelle università europee ed in quelle americane si farà moltissima ricerca su questi paesi e si elaboreranno moltissimi progetti e moltissime politiche, la cui attuazione dovrebbe essere demandata alle organizzazioni internazionali, ai flussi di spesa che vengono indirizzati, dai paesi industrializzati, verso questi paesi sottosviluppati, ma anche questo sarà un processo piuttosto fallimentare.

In realtà, la decolonizzazione offriva allo scontro bipolare e alla guerra fredda, un nuovo terreno di scontro. Infatti, il voler rimanere fuori dallo scontro rimaneva soltanto un'illusione, in quanto Unione Sovietica e Stati Uniti puntano su questi nuovi paesi per allargare la propria area di influenza. Tra i paesi decolonizzati ci fu inizialmente un maggiore successo dell'Unione Sovietica, la cui ideologia e la cui organizzazione economica, vale a dire l'ideologia della pianificazione economica, che faceva perno sull'uguaglianza, sulla collettivizzazione e sulla distribuzione delle risorse sembrava che fosse la strada più adeguata per uscire dai problemi del sottosviluppo.

Pertanto, l'Unione Sovietica interviene in molte aree dell'Africa per sostenere l'uscita dalla colonizzazione e per la nascita dei nuovi stati. Anche gli Stati Uniti intervengono, ma lo fanno in maniera contraddittoria, nel senso che in alcuni processi intervengono attivamente per sostenere la decolonizzazione, mentre in altri intervengono mantenendo le vecchie strutture (come nel caso del Vietnam), o addirittura intervengono a sostegno di regimi dittatoriali, che hanno il compito, nella strategia americana, di fungere da baluardo nei confronti dell'espansione comunista.

Questo è il caso, ad esempio, dell'Iran, nei cui confronti gli Stati Uniti sostengono, tra la metà degli anni '50 e la metà degli anni '60, la rivoluzione iraniana, vale a dire il regime dello Scià di Persia, che è un regime totalitario e dittatoriale situato in un'area di importanza cruciale, perché un'area ricca di petrolio, che costituiva una risorsa strategica fondamentale per l'economia degli Stati Uniti, ma soprattutto perché era un'area molto a ridosso dell'area sovietica.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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