Il marchio è un segno grafico che corrisponde ad un prodotto o ad una categoria di
prodotti realizzati da un’azienda che lo identifica graficamente. Il grafico realizza il
marchio, mentre chi si occupa di marca è chi lavora nel marketing, perché la marca è
anche prodotto e nella comunicazione. Il marchio è nato quando la distribuzione era
delegata a piccoli punti vendita, ma è diventata una grande distribuzione organizzata.
Il marketing è nato per prodotti di largo consumo o per autovetture. Il marchio (scelta
di naming e di lettering) crea il logotipo. Il marchio implica anche l’introduzione di un
pittogramma, un segno grafico complementare al logotipo che aumenta il contenuto
simbolico del marchio stesso. Esempio: Unilever ha da pochi anni realizzato il suo logo,
una U, ricca di piccoli simboli tematizzati. Il lavoro deve essere originale, facilmente
riconoscibile (chiaro), simbolico. Esempio: lo sbaffo della Nike corrisponde alle ali della
dea greca della vittoria. Il marchio deve rispondere ad esigenze pratiche fondamentali
per i pubblicitari (ridimensionato e inserito del marchio in qualsiasi tipo di contesto
mantenendone invariati i valori). Sotto o vicino al logo è presente il pay of, una
piccola frase molto importante perché sintetizza la mission del brand. I caratteri
fondamentali del brand sono due: deve essere unico per il consumatore e distintivo
rispetto alla concorrenza.
Esempio: Just Do It di Nike. Nike è stato un brand colosso negli anni ‘80 e ’90, ma poi
entrò in crisi a causa di boicottaggio, non era sufficientemente trasparente nei suoi
processi di produzione. Il pay off venne narrativizzato: persone che partivano da una
situazione economica disagiata (neri d’America) riuscivano grazie alle loro abilità a
diventare grandi atleti riconosciuti in tutto il mondo. Il payoff non viene mai cambiato
dal brand perché è come se l’azienda avesse perso il suo punto d’arrivo, ma Nike lo
fece, reintroducendolo dopo 15 anni.
Il marketing è stato spiegato da Philip Kotler negli anni ’60, egli affermò che per
riuscire ad affrontare un mercato qualsiasi, ogni prodotto doveva attivare una
strategia basata su 4 parametri. Questi 4 parametri sono le leve del marketing di
Kotler, nonché le 4 P di Kotler: Prodotto (Product), Prezzo (Price), Distribuzione
(Placement) e Pubblicità (Pubblicity).
MERCATO E COMUNICAZIONE: L’EVOLUZIONE
La comunicazione di marca dipende da come cambia il mercato, perché la
comunicazione di marca è la risposta alle nuove necessità del mercato. La storia che
decide di raccontarci un brand è fondamentale.
La situazione di mercato
Sono 3 i momenti storici in cui il mercato ha portato ad un’evoluzione del modo di
comunicare con il pubblico (nel mondo occidentale).
1. Immediato dopoguerra 1950 – 1970 MASS MARKET
In questo periodo la popolazione non aveva praticamente nulla, questa fase è
chiamata needs, nonché la fase dei bisogni, come le prime necessità a seguito della
guerra (es: frigorifero). Il mercato era indiferenziato, l’obiettivo era di produrre per
sopperire ai needs. Le aziende non si preoccupavano di conoscere il mercato e il
consumatore, ma attendevano che il prodotto lanciato sul mercato venisse comprato.
Siamo nella fase del mercato di massa, del mercato per tutti.
2. Fine anni ’70 – fine anni ’90 MERCATO TARGETTIZZATO
L’obiettivo del mercato è di iniziare a conoscere i consumatori per anticiparne le
richieste. Finiti la fase dei needs, inizia quella dei wants. Si individuano gruppi di
consumatori omogenei al loro interno grazie a dei parametri sociodemografici
legati all’età, al livello di istruzione, all’area di provenienza, alla fascia economica. Un
determinato cluster con certi parametri demografici cosa ama fare nel suo tempo
libero? Quali attività svolge? Sono questi gli interrogativi che il mercato inizia a porsi.
3. 2000 – oggi MERCATO PARCELLIZZATO
Il brand deve riuscire a raggiungere in qualche modo ogni singolo consumatore e ci sta
riuscendo solo ai giorni nostri, non all’inizio del secolo. La comunicazione da
unidirezionale diviene bidirezionale, le marche devono ascoltare il consumatore. La
libertà di ciascun consumatore deve divenire promotrice di comunicazione a sua volta
e con lo stesso peso del brand.
Modelli di consumo
Che cosa il consumatore si aspetta quando effettua un acquisto?
1° Periodo
Fino alla fine degli anni ’70 i consumatori compravano prodotti, cioè cercavano quel
prodotto che desse la più alta idea di garanzia ed affidabilità in termini di risultato,
design o stile (qualità e dettagli). Oggi il consumatore dà per scontato che i
prodotti diano un buon risultato. Il valore era interno al prodotto.
2° Periodo
Il consumatore compra un marchio, ovvero nel momento in cui i mercati erano dei
clustor (target di consumatori) anche i consumatori stessi volevano rendersi
riconoscibili utilizzando un certo tipo di brand e dichiaravano così l’appartenenza
ad un determinato gruppo in base all’uso del prodotto. Esempio: i paninari in Italia. Il
prodotto diventa status e icona. Il valore è aspirazionale. Il consumo aveva un alto
valore sociale, perché la persona voleva essere considerata da un intorno e
considerava un intorno.
3° Periodo
Il consumo nei paesi occidentali viene effettuato per sé stessi e questo è evidente nel
mercato del lusso, quindi gli acquisti non si effettuano per sottolineare la nostra
appartenenza di classe (situazione economia) ma per piacere. L’acquisto è
fortemente individuale (emozione).
La comunicazione
1° Periodo - Mass market -> comunicazione indiferenziata
Esempi: Barilla: “Questa è la pasta per tutti”, senza distinzione. Negli anni ’70 arriva
Carosello, un break pubblicitario caratterizzato da un messaggio sotto forma di
spettacolo che durava circa 3 minuti. La sigla sembra un’apertura ad uno spettacolo
televisivo, quindi il consumatore si aspetta qualcosa di ricercato, di particolare. La
comunicazione voleva essere gradevole, piacevole, non necessariamente collegata per
valori alla marca, ma comunque identificativa (il pulcino nero lo si legava ad ava che
però non si faceva portavoce di temi come l’esclusione sociale, era quindi un gioco
creativo). L’esposizione del prodotto giungeva solo alla fine.
2° Periodo - Mercato targettizzato -> comunicazione targettizzata
Gli annunci pubblicitari traducevano “questo prodotto è stato fatto proprio per te”.
Dallo shampoo generico per chiunque allo shampoo “per te” che sei bambino,
donna...si iniziarono ad identificare gruppi di persone con diversi stili di vita.
Mulino Bianco
Esempio: ci dice che è cambiato l’interlocutore, il responsabile
d’acquisto, prima era uno per tutta la famiglia, ora invece si rivolge a chi consuma il
prodotto perché è cambiato responsabile d’acquisto. Questo è indice di una sorta di
maturazione del consumatore, perché è più esigente, sapendo cosa vuole e sapendo
Barilla
scegliere cosa preferisce. Siamo nella fase della grande epopea della famiglia
(anni ‘80). L’esempio è una campagna di Barilla che parlava alle famiglie tradizionali
italiane degli anni ‘90 con i loro valori tradizionali. Barilla aveva trovato un payoff
ottimo: “Dove c’è Barilla c’è casa”, ha infatti creato un binomio, ovvero Barilla e pasta
diventano sinonimi e la pasta Barilla incarna i valori tradizionali della famiglia
tradizionale. Questo a livello valoriale. Invece a livello strutturale la pubblicità era fatta
molto bene perché negli anni ‘80 (fino ai primi anni ’90) nasce la tv commerciale
(massima euforia della pubblicità) e c’erano in tv molti break pubblicitari affollati di
spot. Lo spot si basa sulla musica sempre uguale. La televisione si fruisce facendo
altro, in maniera distratta, ma appena scatta la musica se la si riconduce alla marca: il
brand ha fatto centro. Gli duravano 1 minuto. Il messaggio è fortemente persuasivo:
se vuoi sentirti così bene devi rientrare in quel cluster. La marca rispetta le evoluzioni
sociali, Barilla lasciò i confini più liberi e parti: “Dove c’è pasta c’è amore”, perché
precedentemente suscitò una grande polemica quando affermò come la pasta era solo
per le famiglie tradizionali.
“Milano da bere”
Esempi: è diventato un claim noto: se ti identifichi con quello stile di
vita allora quel prodotto è adatto per te. L’approccio alla comunicazione pubblicitaria
Levi’s:
anglosassone è differente rispetto a quello italiano. negli anni ’50 in America
c’erano “i ribelli senza una causa” e la pubblicità è fortemente connotata. In questa
pubblicità non si parla di prodotto. Nike
In questi anni ci troviamo al primo commerial di (1988) sempre caratterizzato dal
pay off “Just Do It”, viene mostrata una persona anziana e debole, ma con una grande
forza di volontà: questa era la mission di Nike. Negli anni ’90 anche in Italia cambiano
alcune cose: i commercial diventano più suggestivi, ma non perdono l’obiettivo di
educare il consumatore che deve essere persuaso e riconoscersi in ciò che vede.
Mulino Bianco:
L’esempio più lampante è il “Mangia sano, torna alla natura”, anche il
claim è didascalico. Consumatore e brand non sono dalla stessa parte, tutto deve
essere rigido e ordinato. Lo spot passa da 1 minuto di Barilla a 1:40 del M. Bianco.
In America i commercial erano differenti: innanzitutto c’era un alto numero di sportivi
di colore. Lo storytelling può anche presentare dei nemici e Nike si spinse più in là in
una pubblicità.
3° Periodo – Mercato parcellizzato
Nel 2001 si verificarono due fatti storici fondamentali: l’attentato alle Torri Gemelle (i
paesi occidentali si sentivano più deboli e questo portò alla chiusura delle persone).
Steve Jobs lancia sul mercato l’Ipod che sviluppa un modo di fruire la musica diverso
rispetto al passato, individualmente. Bisogna prendere in considerazione che dagli
anni 2000 si afferma internet e i social media. La società è sempre più
individualistica, gli individui vogliono sentire di poter contare anche per i brand,
vogliono dire la loro. Bisognava far diventare protagonisti i consumatori stessi e quindi
nelle pubblicità troviamo protagoniste le emozioni, ciò che rendono gli individui
davvero unici. I brand iniziano a non interessarsi ai prodotti, anche la situazione non è
Evian Live Young:
più rigidamente definita e omogeneizzata. non c’è l’intenzione di
convincere che se bevi quest’acqua torni infante, ma questo commerial si avvicina alla
comunicazione pubblicitaria di oggi, ovvero il brand entertainment (la pubblicità
Ikea:
deve intrattenere). al prodotto viene dedicato uno spazio marginale, non c’è
un rimando al prodotto se non negli ultimi secondi. Tutto è cambiato. O ancora il brand
Coca-cola si fa garante di un messaggio, ma il prodotto compare solo alla fine.
La marca nell’immediato dopoguerra aveva l’obiettivo di descrivere il prodotto, le
caratteristiche materiali e distintive del prodotto. Oggi la pubblicità si focalizza su
qualcosa di astratto, su caratteristiche immateriali, l’obiettivo non è più unicamente
quello di vendere, ma quello di far parlare di sé e dei propri prodotti. Lo sharing quindi
diventa fondamentale. Il brand vuole vendere, ma la comunicazione ha come obiettivo
quello di creare engagement.
CANALE: I NEW MEDIA
Nel 2020 il 59% della popolazione mondiale è internet users. Gli internet users
online trascorrono quasi 7 ore al giorno. Quasi tutto quello che facciamo lo facciamo
con la rete. I social media occupano 2 ore e 30’ del nostro tempo.
Nuove forme di comunicazione
Le campagne devono cambiare approccio. La campagna di Gucci del giugno 2020
“SoDearToMe”, che ha come post animali, rappresenta la comunicazione di Gucci per
presentare la nuova collezione, ma il prodotto non c’è. Gucci viene definito come
primo digital (fashion) brand. La campagna supporta e sostiene il messaggio
sociale che sta dietro la comunicazione del brand Gucci.
I PRIMI CREATIVI
Nascono quando inizia ad esplodere il consumismo dopo la II guerra mondiale.
L’offerta dei prodotti aumenta sempre di più e i pubblicitari devono saper tradurre in
comunicazione le differenze tra un brand e l’altro. Si passa dalla reclame (presentare
un prodotto) ad una comunicazione diferenziale, nonché alla pubblicità
strategica. Le marche devono essere uniche per i consumatori e distintive per i
competitors. Quindi c’è necessità di fornire motivazioni d’acquisto.
I pubblicitari di New York
WILLIAM BERNBACH crea assieme a due suoi soci l’agenzia pubblicitaria DDB, che
ha iniziato a lavorare sulla Volkswagen. Egli pensava che il ruolo principale nel
processo creativo fosse quello della coppia creativa, cioè coloro che all’interno
dell’agenzia pubblicitaria lavorano proprio sulla proposta. Egli non effettua ricerche
di mercato. Per lui le campagne pubblicitarie dovevano essere fortemente creative. Il
suo approccio si basa sull’ironia ed è definito negative approach: dire l’opposto di
quello che si vorrebbe sentire. Per lui il pubblicitario doveva creare dei messaggi che
“Perché una persona
dovevano catturare l’attenzione del consumatore ->
qualsiasi dovrebbe guardare il vostro messaggio” “Siate provocatori ma siate sicuri
e
che la provocazione venga dal prodotto”.
La campagna più famosa è quella della Volkswagen, le macchine in America erano
enormi e Bernbach sceglie come claim "Think small" a dimostrazione che utilizzava il
“negative approach”.
I pubblicitari di Chicago
LEO BURNETT basava le sue campagne su informazioni che giungevano dalle
ricerche di mercato, voleva capire il destinatario del prodotto. Nella sua agenzia
metteva anche in gara tra loro i diversi team creativi all’interno per spingerli a dare la
risposta più originale. Il suo approccio, Common Touch, è più trasversale, non c’è
ricerca di complicità tra marca e consumatore, ma c’è l’obiettivo di far sentire il brand
vicino al consumatore. L’approccio è più banale e comune. Una sua campagna
associa nel mondo Kellogg’s ad ogni prodotto un animaletto. Egli è famoso per la
campagna storica del cowboy della Marlboro, inizialmente queste sigarette erano
fumate dalle donne, perciò si cerca di virilizzare il prodotto, associandolo al cowboy,
uomo costruito dalla cinematografia come personaggio positivo, libero e fumatore.
I pubblicitari europei
DAVID OGILVY è un pubblicitario britannico che ha riconosciuto per primo una
dualità nella marca. Ha avuto un approccio quasi semiotico, riconoscendo la
necessità per la marca di lavorare sull’immagine, su tutto ciò che appare al
consumatore (brand image) e aspetti meno percepibili, ma più duraturi nel tempo
legati alla personalità della marca (brand personality).
L’immagine è condannata alla perenne evoluzione, mentre la personalità deve essere
fortemente e chiaramente strutturato per produrre identità forti. Ancora oggi è un
approccio efficace.
È invece legato agli anni ’50 e quindi oramai superata la realizzazione di campagne
pubblicitarie che prevedevano lunghe body copy per spiegare il prodotto, perché la
pubblicità doveva persuadere il consumatore. Oggi i testi sono sempre più snelli e
veloci, perché questo è quello che vuole il consumatore.
La struttura della comunicazione pubblicitaria
In alto è posto l’headline, che ha come obiettivo attirare l’attenzione del fruitore del
mezzo stampa. Ci possono essere differenti headline e differenti soggetti (o visual) di
campagna, appunto per una campagna multi-soggetto. Le campagne pubblicitarie
mostrano anche il prodotto. Pack shot è l’immagine del prodotto ridotto e mostrato
spesso decontestualizzato. Body copy sono dei blocchi di testo che si usavano per
spiegare le caratteristiche del prodotto, per dare informazioni al consumatore. Oggi è
la foto del packaging del prodotto ancora decontestualizzata, infatti spesso la troviamo
in una finestra. È uno style life del prodotto.
Egli affermava come i pubblicitari dovessero recarsi all’interno dell’azienda per
conoscere il prodotto (grande importanza ad esperienza diretta dei creativi sul
brand). Per Ogilvy la pubblicità era essenzialmente informazione. Doveva
conoscere al meglio prodotto e consumatore al fine di presentare il giusto prodotto al
giusto consumatore (grande importanza a conoscere il consumatore).
Esempi di comunicazione pubblicitaria: Rolls-Royce auto funzionale agli inglesi e nel
body copy ci sono le informazioni tecniche e meccaniche relative all’autovettura e lo
stesso per il detersivo del bucato. Con il tempo si è ben compreso come nessun
consumatore andrebbe a cercare informazioni sul prodotto da una pagina
pubblicitaria.
Per ROSSES REEVES il messaggio pubblicitario aveva bisogno di immediatezza. Un
messaggio deve essere concentrato su un unico beneficio che deve essere
estremamente chiaro, deve tradurre l’unicità del brand in modo forte. Il suo stile
creativo è asciutto, sintetico e scientifico. È stato il primo a creare il format degli
spot di 30 secondi negli anni ’60.
JACQUES SEGUELA ha iniziato la sua carriera professionale laureandosi in farmaci
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