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Introduzione

Il “modello” semio-pragmatico. All'origine dello studio della semio-pragmatica c'è il dilemma di numerosi teorici riguardo alla presa di posizione in relazione ai due grandi paradigmi della comunicazione: l'approccio immanentista e l'approccio pragmatico.

Il punto sulle definizioni

Approccio immanentista

Considera il testo o il linguaggio come un ente dotato di caratteristiche strutturali permanenti in cui ogni elemento ha senso solo se messo in relazione con l'intero sistema. È descritto in totale indipendenza dal contesto di appartenenza. Nota è la formula di F. de Saussure: “La lingua è un sistema che conosce soltanto l'ordine che le è proprio”. L'approccio immanentista è alla base della tradizionale teoria della semiotica. Un approccio strettamente immanentista non prevede attenzione alla dimensione storica che in realtà nella determinazione di un testo è essenziale → livello storico culturale. Il primo approccio alla logica dei media era prettamente immanentista → Metz è uno dei portavoce dell'immanentismo.

I limiti della teoria immanentista sono:

  • Chiusura alle altre discipline
  • Impossibilità di spiegare il linguaggio
  • Molteplicità dei cinema (argomento sul quale si concentra Odin → non è possibile categorizzare un solo modo di produzione di testo)

Approccio pragmatico

Si ritiene che un segno, una parola, un enunciato o un testo non abbiano senso se non in relazione al contesto nel quale sono immessi e ricevuti. Cosa si intende con “relazione con il contesto”? I teorici già in questo punto muovono diverse opinioni. Secondo Odin, i pragmatici sono coloro che pongono il contesto come punto di partenza della produzione di senso: è il contesto che regola la produzione di senso.

Sulla difficoltà di abbandonare l'immanenza

Molti teorici che hanno tentato di uscire dal paradigma immanentista per arrivare a quello pragmatico finiscono per sfociare in un ritorno all'immanentismo. È il caso della teoria costruita sulla relazione esistente tra l'enunciato e l'insieme dei parametri della situazione comunicativa. Lo stesso accade per gli studi della pragmatica degli atti del linguaggio (studi che si focalizzano sullo studiare il modo in cui il testo agisce sul lettore → il testo mantiene il primato sul contesto).

Ulteriore esempio è Umberto Eco che nel 1962 con il suo saggio Opera Aperta si proponeva come precursore dell'approccio pragmatico, ma che allo stesso tempo nel 1990 dedica uno scritto alla difesa del senso letterale (← ritorno all'immanentismo).

Sulla difficoltà a restare nell'immanenza

Si potrebbe pensare che se è difficile abbandonare l'immanenza allora sia facile rimanerci. Ma ciò non è vero. I teorici che scelgono di perseguire le teorie immanentiste sperimentano numerose difficoltà per rimanere in questo paradigma.

Questa tendenza è manifestata al meglio dallo studioso Christian Metz. È uno dei pochi teorici che ha acclamato con molto vigore il suo credo immanentista fino alla fine: la sua priorità era quella di uno studio dei sistemi, nella ricerca delle differenze interne, creazione di tipologie e tassonomie. La sua ultima opera, L'enunciazione impersonale, o il luogo del film può essere considerata come un vero e proprio manifesto dell'immanentismo. Metz afferma non solo che enunciatore e denunciatario siano dei “pezzi” del testo, ma che il lettore decifra solo ciò che lo scrittore ha depositato.

La cosa paradossale risiede nel primo gesto di Metz per fondare la sua semiologia del cinema. In questo ambito parte dal presupposto che il linguaggio del cinema è un linguaggio senza lingua, quindi parte con un approccio prettamente pragmatico → sono le persone che ricevono il messaggio e il loro background socio-culturale a determinare il messaggio → in sintesi constatazioni non immanentiste concorrono alla formazione del pensiero immanentista stesso.

Metz afferma che è possibile descrivere il linguaggio cinematografico come una combinazione di codici che possono essere analizzati in sotto-codici, solo così sarà possibile spiegarne il funzionamento reale in funzione della storia. Esempio: il problema del montaggio ottiene risposte diverse a seconda del periodo storico, della corrente estetica, della volontà del regista → montaggio come un sotto codice → approccio pragmatico.

In generale per Metz risulta molto importante la matrice socio-culturale → l'oggetto percettivo è costruito socialmente → si lega ad un approccio etnografico e psicoanalitico.

Metz afferma che questo approccio apparentemente pragmatico legato al linguaggio cinematografico deriva dalla natura stessa del cinema, descritto come un oggetto sociale. In sintesi le analisi proposte da Metz si basano sul fatto che le condizioni di possibilità del cinema siano determinate da fattori esterni; una determinazione di forte stampo pragmatico.

Valzer dell'indecisione

(Il saggio di Bettenini tra cinema, immanentismo e pragmatica) Alcuni lavori di diversi teorici testimoniano una forte indecisione nel prendere una posizione nelle due teorie cardine della comunicazione. Esplicativa è la riflessione di Gianfranco Bettetini: La conversazione audiovisiva. Bettetini spiega che la nozione di conversazione in ambito cinematografico assume un significato e una modalità diversa rispetto ad un solito contesto sociale: non solo il film è un medium mono direzionale che non permette uno scambio autentico, ma anche il corso del film non può essere modificato nel corso della conversazione → manca una vera e propria interattività → approccio immanentista.

Allo stesso tempo però Bettetini riconosce nella conversazione audiovisiva le componenti di una “normale” conversazione quali enunciatore ed enunciatario. Si tratta di una conversazione testuale dove lo spettatore comprende e acquisisce il messaggio anche passando per le dinamiche esterne → approccio pragmatico.

In questo modo lo stesso autore stabilisce due diverse concezioni dell'enunciazione: una testuale, legata all'immanentismo e una esterna di stampo pragmatico. In altri momenti Bettetini afferma che lo spettatore può inserirsi nella conversazione solo se dotato di un soggetto simbolico che funge come protesi sulla quale deve fare riferimento affinché la conversazione funzioni.

Il saggio nel suo corso rivela un continuo altalenarsi nelle due posizioni, e l'autore ne è del tutto consapevole. È evidente che Bettetini non voglia rinunciare né all'immanenza (che lo rassicura dal punto di vista teorico e fissa la pertinenza semiotica) né alla dimensione pragmatica (dalla quale sa che è impossibile liberarsi senza rimanere fuori dal funzionamento reale della comunicazione).

Per un'articolazione tra i due paradigmi: la "semio-pragmatica"

Secondo Odin sia la posizione di Metz che quella di Bettetini sono esemplificative della difficoltà dei teorici di prendere una posizione netta. L'indecisione non è da condannare, ma al contrario è da prendere in considerazione come una riflessione molto più profonda in quanto sintomo di una reale necessità di ridefinire con un nuovo modello il concetto di comunicazione che non può essere completamente scisso né dalle teorie immanentiste né dagli approcci pragmatici.

Nell'opera L'implicite, Catherine Kerbrat-Orecchioni afferma che è logico per tutti cadere in questa contraddizione in quanto siamo tutti d'accordo nell'affermare una lettura non univoca di uno stesso testo, ma che allo stesso tempo riconosciamo un'interpretazione o un messaggio di base che era alla base dell'autore di un determinato testo.

In Le film sous influence, un procede d'analyse, Jean-Daniel Lafond partendo dall'approccio pragmatico (ci sono tanti film quanti gli spettatori che lo fruiscono) torna all'assunzione di base immanentista che l'autore unico del film vuole creare un'unicità di messaggio. Che si tratti di un lettore o di un teorico entrambe le teorie appartengono al nostro modo di pensare e di leggere la comunicazione e proprio in quest'ottica nasce l'idea di un modello “semio-pragmatico” che soddisfi queste necessità. Non può essere trascurata la variabilità dell'interpretazione in funzione del contesto come non può esserlo il fatto che il destinatario crede nell'esistenza di un messaggio unico che è stato trasmesso dall'autore del testo.

L'obiettivo è quello di inserire l'approccio immanentista-semiotico prospettiva pragmatica contestuale.

Il "modello" semio pragmatico

Odin si propone come costruttore di questo “modello”. È importante partire già dalla definizione che lo stesso autore dà di “modello”. Questo deve essere interpretato senza il rigore e l'assolutezza implicite nel termine, è piuttosto una linea guida nell'interpretazione dei messaggi e delle componenti della comunicazione.

Ciò che lui chiama modello altro non è che uno strumento di lavoro che utilizza lo studioso per porsi delle domande ed arrivare a delle risposte. Odin è alla ricerca di un modello che sia in grado di tenere conto delle due teorie della comunicazione in contraddizione. È chiaro che i modelli ad “Y” precedentemente sviluppati che presuppongono un lavoro di “codifica-decodifica” non siano sufficienti ed esplicativi. I modelli internazionali invece sono più vicini al punto al quale vuole arrivare; il contesto in questi ultimi, a volte usato come quadro, altre come cultura è l'elemento determinante nel quale sono immersi tutti gli attori della comunicazione.

La metafora utilizzata è quella dell'orchestra: i membri di una cultura partecipano alla comunicazione armonizzandosi tra loro senza bisogno di un maestro o di un direttore → questo modello è adatto alla comunicazione sociale. La ricerca di Odin vuole spingersi nella comunicazione mediata, ovvero quella che riguarda la presenza di uno strumento quale libro, film, programma televisivo che si interpone tra enunciatario e destinatario.

Il modello che suggerisce Odin pone una separazione radicale tra lo spazio dell'emissione e quello della ricezione. Le componenti sono:

  • (E): inteso come emittente o meglio come enunciatore
  • (T): inteso come il testo che è stato creato da (E)
  • (V): sono le vibrazioni visive e/o sonore nelle quali si trova ridotto (T) nello spazio di comunicazione
  • (R): ricettore che si troverà a ricevere le (V)
  • (T'): il testo che verrà prodotto da (R) che non sarà in nessun modo uguale a (T)

In generale si costruiscono le basi per un modello di non comunicazione. La posizione di Odin si trova in linea con l'affermazione di Paul Watzlawick secondo cui non si può non comunicare → non possiamo non emettere dei segnali, ma questo non significa che questi vengano interpretati correttamente da coloro che li ricevono.

Schema 1: primo abbozzo di costruzione del modello semio pragmatico

Lo Spazio E è lo spazio di riferimento di (E) nel quale utilizza (V) per produrre un testo (T); passando nello spazio di riferimento di (R) il testo è nuovamente ridotto a delle vibrazioni che vengono trasformate dal ricettore in un nuovo testo → (T')

Odin sottolinea che questo strumento non serve per descrivere il funzionamento della comunicazione, anzi si pone come uno strumento euristico ovvero come uno strumento di indagine che ci porta a porgerci delle domande nella ricerca dei fatti concreti.

Si parte dal presupposto che si stia studiando un modello di non comunicazione → la comunicazione è posta come un problema e non come una cosa esistente. Perché lo spazio E e lo spazio R entrano in contatto? Come si realizza il passaggio di (T) da uno spazio all'altro?

Questo modello ci porta a riflettere anche che a tanti ricettori (R) corrisponderanno altrettanti testi (T').

Schema 2

Consideriamo (E) ed (R) non come persone ma come attanti, i punti di passaggio di un fascio di determinazioni che li attraversano e li costituiscono. Una stessa persona può manifestarsi sotto forma di diversi (R) e a seconda dei fasci di determinazione che la attraversano formare diversi (T) a partire dallo stesso (V).

Interrogandoci sul modo in cui le determinazioni agiscono su ognuno dei due spazi possiamo dire che sia E che R producano senso in relazione al modo in cui le determinanti agiscono su di loro. Più il fascio di determinanti che agisce su E e su R sarà simile più questi due saranno costituiti in modo analogo e daranno vita a simili produzioni di T.

In questo ambito ritroviamo la questione del “contesto” definito come l'insieme delle determinazioni che reggono la produzione di senso. Alcuni teorici hanno proposto delle definizioni per i modelli di comunicazione. In generale ne ritroviamo due principali:

  • Modelli che analizzano la comunicazione finita → modelli di risultato e che appartengono al pensiero immanentista.
  • Modelli che analizzano la comunicazione nel corso del suo svolgimento → modelli di progressione.

Il modello proposto da Odin si allontana da entrambe le categorie. Questo non si interessa tanto alla comunicazione quanto alle determinazioni che reggono la costruzione dei diversi attanti. Possiamo definirlo come un modello di produzione.

Un modello del genere descrive il contesto come una costruzione che avviene prima della comunicazione → contesto preliminare. Sperber e Wilson criticano molto i modelli che parlano di un contesto preliminare, ma la definizione di Odin di questo non ha niente a che fare con la concezione tipica (costituito essenzialmente dei contenuti relativi all'enciclopedia e dalle informazioni conservate dalla memoria).

Secondo Odin il modello di produzione stabilisce il quadro di insieme all'interno del quale funzionerà un modello di progressione. Sperber e Wilson riconoscono però l'esistenza di tale quadro solo in casi molto particolari come le procedure giuridiche dove si cerca di delimitare e uniformare il sapere reciproco delle diverse parti. Ammettono però che dinamiche del genere non possono assolutamente esistere in un normale contesto comunicativo.

Ricapitolando nel modello semio-pragmatico l'analisi parte dal contesto, cioè dalle determinazioni. Queste conducono l'attante R a produrre delle ipotesi di lettura che metterà alla prova su V.

Capitolo primo: Contesto, determinazioni e spazio di comunicazione

Dal momento in cui il contesto è definito dai fasci di determinazione per comprenderlo dobbiamo andarli a studiare ed analizzare, visto che su queste si basa tutto il peso della comunicazione. Qua iniziano i primi problemi, come si possono studiare tutte le determinazioni dal momento in cui queste sono infinite?

Odin si propone con uno strumento che consente di affrontare e studiare il problema partendo da due interrogativi principali.

  • Esistono determinazioni universalmente condivise?
  • Qual è il peso della lingua nel sistema delle determinazioni?

Sulle determinazioni universalmente condivise

Lo studio dei cognitivisti ha posto in evidenza l'esistenza di tali determinazioni. I cognitivisti fanno leva sull'essere umano, sul fatto che il nostro apparato è lo stesso da migliaia di anni e che è condiviso da tutti gli esseri umani. Si parla quindi di determinazioni naturali.

Le determinazioni naturali

La riflessione può partire prendendo in considerazione l'opera di Umberto Eco nella sua Struttura Assente; afferma: “i segni iconici non posseggono le proprietà dell'oggetto rappresentato bensì riproducono alcune condizioni della percezione comune in base a codici percettivi normali” → i cognitivisti al contrario ci invitano a riflettere che il riconoscimento degli oggetti nell'immagine avviene mediante processi che corrispondono in gran parte a quelli che utilizziamo nel mondo.

Ci sono infatti fenomeni d'identità puri e semplici (un triangolo disegnato è un triangolo). Torben Grodal afferma che Eco si sbaglia quando dice che ciò che separa radicalmente il disegno lineare di un cavallo dalla sua visione fisica nella realtà è proprio la linea. Riconoscere un cavallo in un disegno presuppone la padronanza di un codice → è sufficiente sapere che si tratta di un cavallo. A questo punto Laurent Jullier stabilisce una regola: se un oggetto conosciuto ad un livello X da qualcuno viene riconosciuto in un'immagine data allora lo sarà universalmente da chiunque detenga un sapere di livello X.

Esistono numerosi processi che si fondano su automatismi cognitivi che non solo non mettono in gioco la cultura, ma neanche processi di inferenza. Per caratterizzare questo livello i cognitivisti parlano di circuito corto → moduli non controllati consciamente dal soggetto e impossibili da disconnettere. Per essere ritenuto valido un processo del genere deve sottostare ad una precisa analisi di risultati e di ricerca. I cognitivisti ritengono che esista un'idea di base che getti le fondamenta della comprensione di alcuni oggetti; esistono indubbiamente delle variabili naturali che prendono lo specifico risultato in relazione all'apprendimento culturale.

L'errore del teorico di comunicazione sta proprio nell'usufruire, per mancanza di mezzi e di capacità analitiche, di ricerche di seconda mano che non è neanche in grado di valutare per il meglio. Problema opposto è quello degli scienziati che pur detenendo gli strumenti di analisi non si cautelano mai abbastanza contro le trappole tese dalla comunicazione → gli scienziati si lasciano influenzare dal loro modo di comunicare e di apprendere il mondo (illusione naturalista).

Sempre Jullier ci fa notare...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.cattarulla di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pragmatica della Comunicazione mediata e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Eugeni Ruggero.
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