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Il mondo esterno e le immagini che ce ne facciamo

Il testo di Lippman si apre con un esempio di assoluta efficacia: egli intende cominciare la trattazione esponendo la forte ambivalenza tra il mondo reale, ovvero ciò che nel concreto viviamo ogni giorno attraverso l’esperienza diretta, e il mondo esterno, che di fatto non possiamo vedere e che ci è, quindi, raccontato. Da qui la storia dell’isola nell’oceano, dove nel 1914 un gruppo di inglesi, francesi e tedeschi per ben sei mesi aveva convissuto amichevolmente non sapendo che, nel resto del mondo, i loro popoli erano ormai nemici in guerra.

Ed è proprio guardando al passato che ci è possibile riconoscere quanto sia veritiera la tesi iniziale di Lippman: se possediamo del mondo un'immagine che riteniamo veritiera essa ricade nel nostro agire verso l’ambiente stesso. Esattamente come il monaco Cosma chiamato a descrivere “l’opinione cristiana attorno al mondo” si sarebbe terrorizzato se avesse saputo delle intenzioni di Magellano, in quanto era opinione diffusa che la terra fosse piatta, e che non fosse dunque possibile raggiungerne gli antipodi.

La vita stessa degli uomini potenti si fonda sull’aspetto duplice di una vita pubblica, dove l’immagine va curata e costruita, ed una vita privata che spesso non coincide assolutamente con la prima, motivo per il quale “nessun uomo è un grande uomo per il suo cameriere”. I simboli sui quali l’opinione pubblica si fonda sono sottoposti a numerosissimi controlli, confronti e discussioni, che portano solitamente a un equilibrio tra gli interessi in gioco. Lippman spesso richiama avvenimenti dell’appena trascorso conflitto mondiale ed ecco che precisa come appena dopo l’armistizio il simbolo dell’unità alleata, di per sé precario, svanì immediatamente nell’immaginario collettivo, così come le immagini simboliche dei capi di stato, divenuti per il popolo “amministratori di un mondo deluso”.

L'opinione pubblica e il rapporto con la realtà

Per qualunque società, a meno che non sia talmente piccola da rendere possibile la conoscenza di tutto ciò che accade, le idee si riferiscono a qualcosa al di fuori del nostro campo visuale, che noi cerchiamo di figurare. Ed ecco perché tendiamo ad accettare notizie e racconti anche se non possiamo averne le prove dirette, talvolta ne siamo così certi da diffondere noi stessi notizie che non potremmo dimostrare, ma nelle quali crediamo comunque.

Lippman ci parla di uno pseudo-ambiente, uno pseudo-ambiente che necessitiamo per rappresentare a noi stessi l’ambiente, che va ad inserirsi tra l’individuo e l’ambiente reale: il comportamento stesso dell’individuo è una reazione al suo pseudo-ambiente, che va però ad avere degli effetti sull’ambiente reale. Talvolta questa rottura passa inosservata, altre volte, quando vi è una reazione da parte di terzi colpiti dalle conseguenze della nostra azione, la contraddizione si sviluppa subito. La finzione non è necessariamente fuorviante, tantomeno menzognera, semplicemente l’ambiente reale è troppo grande e complesso per consentirci una conoscenza diretta, e siamo costretti a ricostruirlo su un modello più semplice, per venirne a capo.

Il triangolo dell'opinione pubblica

Studiando il concetto di opinione pubblica va tenuto a mente il fondamentale rapporto triangolare esistente tra la scena dell’azione, la rappresentazione che l’uomo si fa di questa e infine la reazione a questa rappresentazione. Possiamo proporre a riguardo l’esempio della discussione che un articolo del “Washington Post” suscitò al Senato degli Stati Uniti nel 1919, riguardante lo sbarco di alcuni marines americani sulle coste della Dalmazia. Di fatto non era un avvenimento consolidato e non si era svolto nei termini indicati dal quotidiano, ma la rappresentazione che i politici si erano fatti della notizia li portò ad accettarla a priori, discutendone a lungo, per poi comprendere di aver discusso sul nulla.

Gli uomini di fatto vivono nello stesso mondo, ma pensano e sentono in “mondi diversi”, quelli dei loro pseudo-ambienti per l’appunto, spesso la varietà e complessità delle nostre finzioni determina il nostro comportamento politico. Da qui l’estrema complessità della vita politica di un paese, dove centinaia di diverse finzioni si scontrano al fine di prendere decisioni valevoli per la vita di tutti. Dobbiamo quindi considerare ogni nostro gesto ed azione prodotto dei nostri pseudo-ambienti.

Teorie e rappresentazioni del mondo

Il fatto stesso che noi siamo produttori di teorie attesta l’esistenza di rappresentazioni del mondo personali ed individuali, in quanto se il rapporto tra realtà e reazione umana fosse diretto e immediato non conosceremmo fallimenti o insuccessi, non avremmo quindi necessità di formulare teorie di comprensione della realtà. Lippman precisa che oggetto primo della sua analisi è il motivo per cui l’immagine interna spesso fuorvia gli uomini nei loro rapporti con l’esterno, concetto chiave per poter comprendere le dinamiche, trasponendolo sul piano politico, del governo rappresentativo, dove, secondo l’autore, è fondamentale si garantisca una rappresentazione efficace e veritiera di ciò che non può essere visto a coloro che hanno potere decisionale, attraverso un’organizzazione preposta che possa assolvere il problema della mancata corrispondenza delle immagini che gli individui hanno nella loro mente rispetto alla realtà del mondo esterno.

Il contatto e la possibilità di censura e segretezza

Accade spesso che aggettivi, sostantivi e verbi scelti in un articolo di giornale modifichino radicalmente l’impressione che in noi una determinata notizia suscita, vi sono altrettanto spesso, uomini che conoscono l’ambiente reale che preparano per noi uno “pseudo-ambiente” adatto ai loro intenti e necessità. Un insieme di persone in grado di impedire il libero accesso ai fatti manipola la notizia in vista di un fine personale, riescono a farci vedere le cose come essi desiderano che noi le vediamo.

L’esempio di Lippman è ancora tratto dalla appena trascorsa guerra mondiale: lo Stato maggiore francese seppe modificare la natura delle notizie che andavano diffondendosi, esaltando le perdite dei tedeschi e mancando di menzionare le ingenti perdite francesi era riuscito, lentamente, a far accettare alla popolazione l’idea di una guerra logorante e duratura, che avrebbe richiesto l’ingente sacrificio di numerose vite umane per poter essere vinta; in sostituzione della ben più popolare idea di una guerra dinamica e rapida, decisa da abilità individuali e vincenti scelte strategiche.

Va precisato che senza alcuna forma di censura la propaganda, nel senso stretto della parola, è impossibile, deve esserci una qualche barriera tra pubblico ed avvenimento, una limitazione dell’ambiente reale che ricrei uno pseudo-ambiente adatto tra l’individuo e i fatti. Vi possono essere ragioni plausibili o meno per celare alcuni aspetti di una notizia al pubblico, di fatto l’esistenza certa di barriere ci deve spingere a chiederci sempre da dove sono derivati i fatti sui quali abbiamo fondato le nostre opinioni. Le idee non sono bloccate dalla censura, semplicemente non riescono ad arrivare alla generalità del pubblico.

Per chiarire il concetto ci basta analizzare lo sforzo compiuto dal governo americano per raggiungere la popolazione intera a fini propagandistici durante la guerra: centinaia di migliaia di manifesti e dibattiti pubblici, una capillare organizzazione e gestione dell’informazione al fine di creare una unica e solida opinione pubblica in America. In tempi di pace non esiste nulla di simile e interi settori della popolazione non hanno idea di numerose e fondamentali notizie riguardanti la società in cui essi stessi vivono.

La circolazione delle idee

Questo discorso è utilizzato da Lippman al fine di evidenziare l’importanza della circolazione delle idee, chiaramente non vi è da parte sua menzione del mezzo televisivo, non ancora esistente nel momento in cui scrive, quanto piuttosto si insiste sull’importanza delle vie di comunicazione, fondamentali per fare in modo che le notizie riescano a diffondersi in modo uniforme. L’autore ci illustra numerose altre barriere tra l’individuo e l’esatta comprensione dei fatti: il reddito è una di queste. Il reddito di fatto costituisce una limitazione (o un potenziamento) della conoscenza, così come rappresenta la nostra appartenenza o meno a un determinato ambiente sociale, che ci impone le proprie regole riguardanti quali idee possono essere accettate e quali invece respinte.

Nel nostro ambiente sociale formiamo la nostra opinione della società, talvolta la nostra appartenenza non è dovuta tanto al reddito quanto alla nostra professione, di fatto è in esso che si decide quali fonti siano attendibili o meno, quali notizie siano accettabili. Lippman fa corrispondere all’idea di classe sociale quella di un “clan biologico”, fondato sull'idea che i figli possano sposarsi tra loro, che definisce i canoni di rispettabilità, decoro, dignità, gusto e forma, i canoni che ne definiscono i limiti riguardo all’accettazione di cosa è lecito o meno, inculcati con forza nelle generazioni successive.

Gli ambienti sociali vedono spesso la presenza di leader sociali, in grado di garantire una gerarchia sociale stabile. Il compito del leader sociale è complesso: deve conoscere il proprio ambiente e i canoni che lo definiscono quanto conosce gli ambienti sociali estranei ad esso, al fine di definire una precisa posizione gerarchica del proprio “clan biologico” nel panorama degli altri clan. Questo perché spesso il detentore del potere è imitato dai subordinati, il superiore sociale imitato dall’inferiore sociale e via dicendo.

In un’ottica politica l’ambiente sociale che possiamo considerare superiore a tutti gli altri è quello che vede tra i suoi membri le persone più influenti al mondo, l’ambiente ricco, di successo ed urbano che vedeva in Londra il suo centro, i cui affari privati sono di fatto gli affari pubblici e le cui decisioni riguardano la popolazione intera.

La valutazione del tempo e dell'attenzione

La valutazione del tempo e dell’attenzione che ognuno dedica giornalmente ad informarsi riguardo gli affari pubblici è molto approssimativa: sono state fatte numerose ricerche, con vari target di indagine, e si sono individuati alcuni particolari in grado di deviare l’obiettività delle risposte. Ad esempio in una ricerca svolta tra studenti universitari ed uomini d’affari si è evidenziata una certa riluttanza da parte delle due categorie nell’apparire troppo dediti alla lettura di quotidiani, così come si è rilevato che pochissime persone hanno un’idea precisa del tempo che vi dedicano realmente.

La velocità, le parole e la chiarezza

Una volta determinato il concetto secondo il quale non siamo in grado fisicamente di conoscere il mondo in maniera diretta dobbiamo comprendere quali siano i veicoli attraverso cui esso ci è rappresentato. Mezzo primario di trasmissione delle informazioni sono le parole, un mezzo fondamentale, ma equivoco. Le parole possono essere rivoltate, avere per alcuni un senso, per altri no. La trasposizione in linguaggio di dei “resoconti autentici” inevitabilmente porterà a delle incomprensioni, anche il giornalista più abile non riuscirebbe a concentrare in un insieme di frasi il preciso resoconto di un avvenimento o a far comprendere totalmente a un estraneo le proprie opinioni in merito ad esso. Sono le idee che le parole lette suscitano in noi a costruire le nostre opinioni, esse si formano, quindi, grazie alla nostra immaginazione.

La stessa parola può quindi suscitare reazioni ed impressioni diverse in persone diverse, Lippman ci esemplifica il concetto elencando tutte le definizioni che un campione di studenti ha saputo dare della parola “straniero”, dimostrando quanto possano differire, anche profondamente, nel significato. La nostra percezione dei concetti è ostacolata, inoltre, dal disordine esterno, in cui siamo abituati a vivere: la vita frenetica del lavoratore urbano, immersa in un costante insieme di stimoli uditivi e visivi ci porta ad essere ascoltatori disattenti e le nostre impressioni riguardo alle notizie ne risultano compromesse; lo stesso discorso è valido per quel che riguarda i conflitti interni con i quali conviviamo: la nostra opinione pubblica risulta modificarsi in base al nostro sentimento di classe piuttosto che ai nostri pregiudizi razziali o al nostro interesse economico.

Il nostro stesso umore in un dato momento cambierà la percezione in noi di una data notizia. Possiamo quindi dire che l’ambiente con il quale ci rapportiamo è da noi rispecchiato in molti modi.

Gli stereotipi

Una volta accertata la nostra impossibilità di formare la nostra opinione pubblica sulla base della nostra diretta esperienza, Lippman ci illustra un'altra particolare, e fondamentale tendenza umana. Nella maggior parte dei casi noi definiamo un dato elemento non dopo, ma prima di averlo visto. Nella confusione del mondo noi formiamo e definiamo sulla base di ciò che già conosciamo. L’esperimento condotto presso il congresso di psicologia di Gottinga, dove in una sala vengono fatti irrompere un clown e un negro che lo aggredisce, e poi viene chiesto ai presenti di redarre un resoconto dei fatti, ci aiuta nella comprensione del concetto.

Ben un quarto dei rapporti esaminati dovette essere considerato falso, questo perché molti degli intervistati non descrissero ciò che avevano visto, quanto lo stereotipo che nel loro immaginario avevano di una zuffa. Gli stereotipi sono esempi pronti che ci aiutano nell’identificare la vasta varietà di informazioni che ci è ogni giorno proposta. Esistono anche stereotipi che ci riguardano dal punto di vista sociale e politico, l’americanizzazione ne è un esempio. Gli stereotipi ci aiutano, inoltre, a risparmiare energie: un’osservazione attenta e nel dettaglio piuttosto che una osservazione generale e basata, per l’appunto, sui nostri pre-esistenti stereotipi, è stancante, e nella frenesia della vita moderna ci risulterebbe pressoché impossibile.

La mancata conoscenza profonda delle persone con cui abbiamo a che fare ci porta a doverle identificare anche solo in base ad un tratto, un particolare che ne definisce in noi una idea. Gli stereotipi sono indispensabili per condurre una dinamica osservazione del mondo, ciò che conta è saperne, quando ci è possibile, individuare la natura, comprendere che ogni uomo ha i propri e non possiamo individuare nei nostri una verità assoluta. Occorre saper modificare il proprio “codice” quando riconosciamo che è giusto farlo. Cinema e fotografie sono mezzi particolarmente significativi quando si esamina il nostro approccio stereotipato alla realtà, ci vengono proposte immagini, che noi immagazziniamo nella nostra fantasia per poi legarvi elementi del reale. Talvolta i sistemi di stereotipi diventano per noi un’abitudine radicata.

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Scienze politiche e sociali SPS/11 Sociologia dei fenomeni politici

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di comunicazione politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università Maria SS.Assunta - (LUMSA) di Roma o del prof Scienze Sociali Prof.
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