Perché studiare comunicazione interculturale?
Per spiegare questo concetto utilizziamo delle citazioni dal libro di Giaccardi.
“La della questione dell’intercultura nel dibattito contemporaneo, come riflesso della permanenza sua centralità nella vita sociale, culturale, politica ed economica della contemporaneità globalizzata” la comunicazione interculturale è uno studio trasversale, che riguarda diversi settori.
“L’unico ambiente in cui oggi viviamo e comunichiamo: il villaggio digitale glocale” riguarda il mondo globalizzato (social media) ma anche la nostra origine locale.
“La cultura è sempre intercultura, e perché nessuno la comunicazione è sempre interculturale” condivide al 100% con un’altra persona la propria cultura, in quanto questa riguarda le esperienze condotte nella propria vita personale, diverse per ognuno.
Concetti chiave
- Identità ascritta: cioè un’etichetta messa sull’identità di qualcuno. Quando qualcuno impone su un’altra persona una cultura/identità a priori, senza conoscerla, a partire da alcuni tratti fisici. I tratti fisici sono infatti il primo elemento comunicativo che emerge.
- Giudizio essenzializzante: appiattire, semplificare e annullare i tratti specifici differenze di una persona. Siamo portati a categorizzare le persone che non si conoscono. Categorizzare cose e persone è un processo mentale umano, messo in atto per semplificare. È molto rischioso in ambito interculturale perché preclude la conoscenza dell’altro individuo, che non può essere identificato culturalmente sulla base di un giudizio essenzializzante.
- Funzione identitaria del gruppo: il gruppo, così come la nostra cultura, svolge un ruolo molto importante che è quello di definire la nostra identità.
- Co-costruzione/negoziazione: momento in cui si decide di dire o fare qualcosa per definire la propria identità (vestirsi in un certo modo, parlare con un certo tono ecc). Si mette in atto per dare all’altra persona una precisa idea della nostra identità (sembrare bravi studenti, persone affascinanti, misteriose ecc). Nella comunicazione si definisce la propria identità. È importante perché fa capire come nella comunicazione ci sia sempre uno scambio: il ruolo dell’interlocutore, che interpreta e comprende il nostro messaggio, dà vita alla co-costruzione dell’identità.
- Contesto: il contesto in cui avviene la comunicazione determina la selezione dei messaggi, degli atteggiamenti della comunicazione stessa.
Pregiudizio e comunicazione
Spesso il pregiudizio è un atteggiamento auto-alimentante: un soggetto parte con una certa idea nei confronti di un popolo, e nota in esso solamente atteggiamenti che ne diano una conferma.
Dalla competenza comunicativa alla competenza comunicativa interculturale
La comunicazione interculturale è interdisciplinare, quindi ci sono molte prospettive da cui considerare e definire la comunicazione interculturale.
- Comunicazione interculturale come problema di comunicazione, che pone attenzione ai meccanismi della comunicazione (semiotica).
- Comunicazione interculturale come problema pragmatico: vedere come si realizza la lingua nell’uso quotidiano. Osservare quindi le conseguenze della comunicazione nei diversi contesti, che possono riguardare potenziali problemi di comunicazione nei contesti multiculturali.
- Comunicazione interculturale come competenza comunicativa: competenze significa saper realizzare nell’ambito della lingua.
Cosa significa “comunicazione”?
Comunicare significa scambiare messaggi efficaci. Analizziamo la definizione:
- Comunicare = atto volontario. Io decido di intraprendere una conversazione, volontariamente, con un fine.
- Scambiare = c’è sempre una forma dialogica, collaborativa intrinseca nella comunicazione. Il feedback è una modalità di perseguire la comunicazione.
- Messaggi = oggetto della comunicazione. Non sono solo composti da elementi verbali, ma una grandissima parte del messaggio è composta da linguaggio non verbale (tono di voce, gesti, espressioni, ritmo con cui si parla, elementi che derivano dal contesto, oggetti che influenzano la comunicazione).
- Efficaci = ogni partecipante all’interazione ha un proprio scopo comunicativo, se riesce a raggiungerlo, lo scambio è stato per lui efficace. La perfetta efficacia è un’utopia, perché all’interno di ogni scambio comunicativo c’è un nucleo di ambiguità.
Ambiguità del linguaggio
Il linguaggio per sua natura è ambiguo. Questa ambiguità deriva da:
- Il significato del messaggio deve essere dedotto (interpretato). Non è scontato che entrambi gli interlocutori abbiano un significato univoco.
- La deduzione deve avvenire velocemente. È stato stimato che, generalmente, dopo ogni secondo di comunicazione si genera una deduzione.
- La deduzione si trasforma presto in certezza se, nella comunicazione, non c’è stato alcun segnale che la deduzione fosse errata, il soggetto la immagazzina come certezza.
- Il contesto di riferimento fornisce tantissimi dettagli che aiutano l’individuo nella corretta deduzione del messaggio. Tale contesto comprende le persone che parlano, il loro background culturale, dove avviene la comunicazione ecc. Perché è più semplice parlare con gli amici che con gli sconosciuti? Perché condividiamo più contesto, quindi molte cose possono essere date per scontato. Con gli sconosciuti è più fallimentare, non c’è una conoscenza del mondo condivisa, quindi le deduzioni possono essere errate. Con gli amici siamo più rilassati perché abbiamo meno probabilità che si creino dei fraintendimenti.
Il modello SPEAKING di Hymes
È stato sviluppato per identificare tutti i fattori contestuali che influenzano gli scambi linguistici. Questo modello ci fa vedere uno a uno quali componenti del contesto influiscono sulla comunicazione, ovvero le variabili che possono determinare il successo o meno della comunicazione. Hymes è stato un linguista, un antropologo, considerato una pietra miliare nello studio comparato del linguaggio. È stato il primo a focalizzare l’attenzione sul contesto comunicativo come elemento per la comprensione reciproca.
- S = situation (setting + scene). Insieme delle situazioni materiali e immateriali che hanno luogo durante lo scambio comunicativo. È composta dal luogo, dal momento dello scambio comunicativo e della configurazione psicologica della situazione.
- P = participants. Ovvero i partecipanti. Non solo il mittente e il destinatario, ma anche tutti gli altri che influiscono nella comunicazione: chi mi osserva, chi mi passa vicino ecc. cioè tutti quelli che mi sono vicini.
- E = ends. Sono gli obiettivi, gli scopi dello scambio.
- A = act sequence. È la sequenza degli atti, i contenuti che vengono trasmessi con un determinato ordine e ritmo (quello che effettivamente viene detto).
- K = key. È la chiave di lettura, il modo in cui viene trasmesso il messaggio, il tono. Es. è un discorso serio? Formale? Scherzoso?
- I = instrumentalities. Sono i canali/strumenti di trasmissione del messaggio (mezzo voce, lingua italiana, computer lezione online).
- N = norms. Norme con cui gli interlocutori agiscono e interpretano la comunicazione. Ad esempio nella comunicazione formale ci sono una serie di regole non scritte, da mettere in pratica, per interpretare bene il messaggio.
- G = genre. Le categorie stilistiche: messaggio whatsapp, tesi di laurea, intervista, chiacchiere, dialogo ecc.
Esempio/esercizio
A: “Bravo Marco, questa è un’ottima idea! Potresti scrivermi due righe, così la presento alla riunione di domani?”
B: “Certo, dott. Rossi. Le vuole anche in inglese?”
A: “È meglio se chiedi a Giulia. Lei sa di preciso chi ci sarà domani”
Analizza il breve dialogo secondo il modello SPEAKING di Hymes. Cosa possiamo dedurre con certezza? Cosa c’è di ambiguo?
La competenza comunicativa
Dobbiamo necessariamente passare per la definizione di competenza linguistica di Chomsky per definire la competenza comunicativa di Hymes. Per Chomsky la competenza linguistica è una serie di regole che permettono di realizzare atti linguistici di senso compiuto (competence/performance). Da questa definizione Chomsky però esclude completamente il contesto, concetto che viene inserito da Hymes. Egli non nega la competenza linguistica di Chomsky, ma la arricchisce con le varianti pragmatiche e contestuali che permettono di realizzare il linguaggio in un contesto reale. Nella mente del parlante non c’è solo la competenza della lingua (saperla), ma ci sono anche competenze extralinguistiche, che servono per comunicare ma non sono prettamente linguistiche (competenza cinesica, prossemica, ma anche la modulazione del parlato come il tono). Avere competenza comunicativa significa quindi:
- Sapere la lingua: competenza linguistica + competenza extralinguistica (non verbale) + competenze contestuali (sapere come si deve comunicare in base all’interlocutore o al luogo).
- Saper fare lingua.
- Saper fare con la lingua: utilizzare le conoscenze che ho come strumento di azione in base al differente contesto in cui mi trovo ad operare. Si tratta della parte pragmatica della lingua, la realizzazione del fine ultimo della lingua: comunicare.
Modello di competenza comunicativa interculturale (Balboni Caon)
Viene ripreso il concetto di competenza comunicativa di Hymes e viene aggiunta una componente aggiuntiva: la cultura. Il tentativo di Balboni Caon è quello di creare un modello inclusivo che comprenda tutte le variabili che possano costituire un ostacolo comunicativo, al fine di superare questi ostacoli. Alla competenza linguistica e a quelle extralinguistiche si aggiunge, infatti, la competenza socio-pragmatica e (inter)culturale. La necessità è quella di associare i valori culturali diversi dell’interlocutore al processo comunicativo. Questa è la parte della mente. Esiste poi il mondo, cioè la capacità di agire in eventi comunicativi interculturali. Questo è un modello dinamico, che evolve a seconda di come evolvono gli eventi comunicativi e le situazioni reali. La doppia freccia che collega la mente e il mondo sono la padronanza delle abilità linguistiche e relazionali. Nella comunicazione influiscono infatti la sensibilità, l’empatia dell’interlocutore, che costituiscono abilità relazionali. Balboni Caon sostiene la necessità di compiere un lavoro interiore per mettere in atto la comunicazione interculturale.
Come si costruisce la competenza comunicativa interculturale?
- Molteplicità e diversità dei modelli culturali: la prima cosa per acquistare competenza è accettare l’idea che esistono tanti modelli culturali diversi. La consapevolezza che il mio modo di concepire il mondo è il punto di partenza necessario per capire e comunicare con l’altro.
- Abbandono di stereotipi e pregiudizi: stereotipi e pregiudizi fanno parte del nostro modo di pensare. Il modo in cui la mente funziona e recepisce stimoli prevede anche l’utilizzo di stereotipi e pregiudizi. È quindi necessario riconoscerli e abbandonarli.
- Esperienza diretta: non si può essere esperti di comunicazione interculturale solo studiandola, ma è necessario provare lo shock culturale che si determina al contatto con culture diverse.
- Rispetto delle differenze: facendo esperienza diretta ci si imbatte in valori culturali molto diversi dai propri. È necessario non categorizzarli gerarchicamente (giusto/sbagliato).
- Messa in discussione dei propri modelli culturali: cercare di assumere un punto di vista esterno, e valutare se il mio modello culturale è funzionale o se quello dell’altro è migliore o valido tanto quanto il mio.
La soluzione è l’allargamento del punto di vista e del patrimonio culturale, che ci permette di comunicare.
La mappa della comunicazione interculturale
La cultura: definizioni e modelli descrittivi
Praticamente ogni situazione implica scambi comunicativi tra persone che appartengono contemporaneamente ad un insieme di culture diverse. Ogni evento comunicativo è, in un certo senso, un esempio di “comunicazione interculturale”, sulla base dell’assunto che la cultura non si limita alla lingua che parliamo. Solo se partiamo da questo presupposto riusciremo a superare alcuni problemi comunicativi.
Stuart Hall e il concetto di cultura
Stuart Hall è un sociologo, antropologo che ha lavorato tantissimo sul concetto di cultura.
“The subject is becoming fragmented, composed, not of a single, but of several, sometimes contradictory or unresolved, identities... identity becomes a “moveable feast”: formed and transformed continuously in relation to the ways we are represented or addressed in the cultural systems which surround us.” (Stuart Hall, 1992).
Che cos’è la cultura?
È un concetto molto dinamico, su cui si continua a studiare e che viene sempre riaggiornato. Scollon definisce la cultura attraverso la metafora del verbo: “culture is a verb”. Cultura è qualcosa che:
- Si ha, perché si possiede.
- Si vive, connesso con l’idea di vivere dentro una cultura.
- Si pensa, perché definisce valori e schemi mentali condivisi a un gruppo di persone.
- Si segue, come le leggi e le norme.
- Governa, cioè che regola il modo in cui l’individuo agisce.
- Ci unisce/Ci divide: ci fa sentire parte di un gruppo, ma allo stesso tempo ci differenzia e ci distanzia.
Scollon sostiene: “La cultura è qualcosa che si fa”. Cioè io posso decidere – in base alla situazione – di fare cultura in un modo o nell’altro, a seconda degli strumenti che ho a disposizione. La cultura ci offre diversi strumenti, che l’individuo sceglie se, come e quando utilizzare. Si tratta di “cultural tools” – strumenti culturali di cui ci si serve per compiere azioni, che si scelgono strategicamente in base alla situazione e alle persone con cui ci si trova ad interagire.
Molto spesso l’acquisizione di strumenti culturali e interculturali avviene in maniera inconsapevole, soprattutto durante l’infanzia (famiglia, scuola, istituzioni). Acquisirne ulteriormente richiede invece una certa dose di sforzo, infatti ci si rende conto delle diversità culturali quando qualcosa “va storto”, cioè quando l’altra persona reagisce male, nei casi di comunicazione fallimentare ecc.
Definizioni di cultura
- L’insieme di cognizioni intellettuali che, acquisite attraverso lo studio, la lettura, l’esperienza, l’influenza dell’ambiente e rielaborate in modo soggettivo e autonomo diventano elemento costitutivo della personalità. (Treccani) La cultura è quindi qualcosa di personale, non innato, ma che va acquisito.
- Complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o di un gruppo etnico, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo o ai diversi periodi storici o alle condizioni ambientali. (Devoto-Oli) Non c’è attenzione all’individuo, ma al gruppo e alla dimensione materiale. Viene posto l’accento sull’evoluzione temporale, quindi sulla dinamicità.
- Insieme delle conoscenze letterarie, scientifiche, artistiche e delle istituzioni sociali e politiche proprie di un intero popolo, o di una sua composizione sociale, in un dato momento storico. (Sabatini Coletti) Si torna a parlare di conoscenze e c’è un legame tra il singolo e la società, attenzione – anche in questo caso – alla dimensione del cambiamento storico.
Evoluzione del concetto di cultura
- Concezione classica-umanistica: deriva dall’etimologia “coltivare”, coltivazione dello spirito. Si utilizza per sottolineare il bagaglio di conoscenze e saperi di un individuo. Viene concepita come qualcosa di eccezionale.
- Concezione ottocentesca: manifestazioni culturali che caratterizzano lo spirito di un popolo. Durante l’ottocento ci si distacca dalla definizione umanistica – astratta della cultura, e ci si basa più sulle manifestazioni (pragmatiche) perché è il momento del progresso della scienza. La necessità è quella di descrivere in maniera pragmatica un popolo in contrasto con un altro.
- Concezione antropologica-scientifica: pone l’accento – non tanto sulla differenziazione ma sulla condivisione. La cultura è infatti un carattere condiviso, particolare e ordinario.
- Concezione sociologica: All’interno della cultura si sottolinea la ricchezza insita nella differenza. La cultura cambia e si rinnova: influenza del progresso scientifico, storico ecc e interazione. La cultura è ricchezza di diversità: valore positivo.
Cultura come software mentale (Geert Hofstede, 1991)
Hofstede ha cercato prima di tutti di tracciare una mappa delle varie culture, raccogliendo e catalogando. Ha definito la cultura un “software mentale”, cioè un sistema operativo che fa funzionare i nostri meccanismi mentali. Ci permette di vivere, di interpretare il mondo. Le persone dello stesso gruppo culturale, condividono lo stesso software: la cultura è qualcosa di programmato e condiviso. Due persone che si capiscono hanno la stessa cultura, ovvero lo stesso software che lavora nello stesso modo.
“Every person carries within him or herself pattern of thinking, feeling and potential...”
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