Storia e sociologia del vestito
Sino all'inizio del XIX secolo non c'è stata nessuna storia del costume: in origine la storia del costume è stato un fenomeno essenzialmente romantico. I lavori propriamente scientifici sul costume sono apparsi verso il 1860; sono studi di eruditi, di archivisti: il loro obiettivo principale era quello di trattare sia il costume sia il singolo indumento come una sorta di evento storico di cui occorreva innanzitutto datare l'apparizione e darne l'origine circostanziale.
Lo studio del vestito, però, pone un problema epistemologico particolare: è il problema posto dall'analisi di qualsiasi struttura, a partire dal momento in cui essa deve essere colta nella sua storia, senza tuttavia farle perdere quella costituzione di struttura. Le storie del costume hanno risolto questo problema nella confusione. Dovendo lavorare su forme, esse hanno cercato di inventariare differenze: alcune interne al vestimentario stesso (cambiamenti di linea); altre, esterne, mutuate dalla storia generale (epoche, paesi, classi sociali).
La differenziazione interna
Sul piano della differenziazione interna, nessuna storia del costume si è preoccupata di definire quale potrebbe essere un sistema vestimentario e l'insieme assiologico (costrizioni, interdizioni, tolleranze, aberrazioni, fantasie, congruenze ed esclusioni) che lo costituisce. Inoltre, l'oggetto della ricerca storica rimane ambiguo: quando un indumento cambia veramente, quando si può parlare effettivamente di storia?
La differenziazione esterna
La differenziazione esterna sembra più solida: tuttavia anche a questo livello l'insufficienza è notevole. Geograficamente, ogni sistema è regionale o internazionale, mai nazionale: il modo in cui il costume viene ricostruito geograficamente viene sempre legato alla moda della leadership aristocratica, anche quando questa leadership è stata rimpiazzata a livello politico o a livello europeo.
Socialmente, le storie del costume si occupano quasi soltanto del costume regale o aristocratico. Il costume non è stato mai messo in relazione con il lavoro svolto da chi lo indossa: viene passato sotto silenzio il problema della funzionalizzazione del vestito. Infine, storicamente, la periodizzazione è costruita in modo troppo ristretto: Lucien Febvre aveva proposto di sostituire all'uso di una doppia datazione l'uso di una semplice datazione centrale: questa regola sarebbe stata ancora più auspicabile nella storia del costume, in quanto il momento di inizio e di fine di una moda vestimentaria non è sempre definito nel tempo. Invece, gli studiosi hanno trascurato questa possibilità.
Queste sono le principali lacune delle descrizioni differenziali presenti nella storia del costume. Il problema più grave riguarda invece l'errore di confondere i criteri interni e i criteri esterni di differenziazione. L'indumento è sempre concepito come un significante particolare di un significato generale (epoca, paese, classe sociale); ma lo storico spesso si occupa ora della storia del significante (evoluzione delle linee), ora della storia del significato (regni, nazioni). Tuttavia, queste due storie non seguono lo stesso tempo: la moda può senz'altro produrre un proprio ritmo, c'è una relativa indipendenza dei cambiamenti di forma rispetto alla storia generale in cui si iscrivono, nella misura stessa in cui la moda dispone di un numero finito di forme archetipe; il che implica una storia parzialmente ciclica.
Motivazione dell'abbigliamento
Si è molto discusso sulla motivazione dell'abbigliamento, è stata soppesata l'importanza dei seguenti fattori: protezione, pudore, ornamento. Soffermandosi sul rapporto fra ornamento e protezione, si è potuto stabilire che il movente dell'ornamento fosse di gran lunga il più importante. Si è anche voluto riservare il termine vestito a ciò che riguarda la protezione e parure a ciò che riguarda l'ornamento. Ciò che deve interessare lo studioso è la tendenza di qualsiasi copertura corporale a inserirsi in un sistema formale organizzato, normativo, consacrato dalla società.
A fondare il costume non sono le variazioni della sua quota utilitaria e decorativa, ma l'appropriazione di una forma o di un uso da parte della società grazie ad alcune regole di fabbricazione. I lavori dedicati al costume, tuttavia, non hanno mai realmente inteso il costume come sistema, ossia come struttura i cui elementi, di per sé privi di valore, risultano significanti solo in quanto legati da un insieme di norme collettive. L'indumento dev'essere quindi descritto a livello della società, in termini di istituzione.
Costume come sistema
La stessa difficoltà che gli studiosi hanno incontrato nel trattare il costume come sistema è già stata affrontata e in parte risolta da un'altra scienza: la linguistica. Linguaggio e vestito sono strutture complete, costituite da una rete funzionale di norme e di forme; la trasformazione o lo spostamento di un elemento possono modificare l'insieme, produrre una nuova struttura.
Langue e parole, costume e abbigliamento
Per Saussure il linguaggio umano può essere studiato sotto due aspetti: quello della langue e quello della parole. La langue è un'istituzione sociale, indipendente dall'individuo, una riserva normativa all'interno della quale l'individuo pone la propria parole, che invece è un atto individuale, una manifestazione attualizzata della funzione del linguaggio. Ora, riguardo al vestito sembra utile distinguere una realtà, che chiameremo costume, corrispondente alla langue di Saussure, e una seconda realtà, che chiameremo abbigliamento, corrispondente alla parole.
La prima è una realtà istituzionale, essenzialmente sociale, indipendente dall'individuo; la seconda è una realtà individuale, vero e proprio atto del vestirsi, attraverso il quale l'individuo attualizza su di sé l'istituzione generale del costume. Costume e abbigliamento formano un insieme generico, al quale proponiamo di riservare il nome di vestito. Il fenomeno di abbigliamento è costituito dal modo personale con cui un individuo indossa il costume che gli viene proposto dal suo gruppo di appartenenza. Esso può avere un significato morfologico, psicologico o circostanziale, ma non sociologico. Il fenomeno di costume è l'oggetto proprio della ricerca sociologica o storica.
Fenomeni di abbigliamento e di costume
Fenomeni di abbigliamento e di costume talvolta possono coincidere: tra l'abbigliamento e il costume c'è un movimento incessante, uno scambio dialettico, che è stato definito come una vera e propria prassi. Importante per un sociologo è il passaggio dall'abbigliamento al costume, che può avvenire quando:
- Una comunità ne fa una marca distintiva imposta a tutti i suoi membri (allargamento numerico dei fenomeni di abbigliamento);
- Il fabbricante di vestiti o la sua impresa prende un'iniziativa tecnologica.
La moda è sempre un fenomeno di costume, ma la sua origine può rappresentare l'uno o l'altro movimento. Talvolta la moda è un fenomeno di costume elaborato da alcuni specialisti (alta moda), talaltra essa si costituisce attraverso la propagazione di un semplice fenomeno di abbigliamento riprodotto su scala collettiva per ragioni diverse.
Diacronia e sincronia
Saussure ha postulato una scienza delle significazioni sotto il nome di semiologia. Il vestito è un campo semiologico privilegiato: a fondare il vestito come fenomeno sociale totale è la sua funzione significante. Si distinguono, per il vestito, tra fenomeni indiziari e fenomeni significanti:
- Fenomeni indiziari → l'indice si produce al di là di ogni intenzione o comportamento mirante a uno scopo. È possibile trovare fenomeni indiziari negli studi di autori anglosassoni, dove l'indumento è trattato come indice di interiorità. Queste ricerche hanno seguito due direzioni:
- Una direzione psicologica (negli Usa), nel senso della psicologia delle scelte e delle motivazioni: si è cercato di precisare la gerarchia dei motivi nelle scelte vestimentarie, ma si tratta di indici ristretti che la psicologia non ha mai cercato di mettere in relazione con una totalità psichica o sociale.
- La seconda direzione è di ispirazione psicanalitica, le cui analisi risultano feconde quando si tratta di descrivere le espressioni di personalità piuttosto che nella simbolizzazione propriamente detta. Importante nella prospettiva psicanalitica, è l'ambiguità della nozione di indice: la forma vestimentaria è veramente un indice? Nella prospettiva psicanalitica c'è sempre una scelta del costume da parte di una collettività o dell'abbigliamento da parte dell'individuo che lo indossa. L'indumento è, per lo psicanalista, una significazione.
- Fenomeni di significazione o di notificazione → lo studio dei fenomeni di significazione vestimentaria dipende dall'attenzione con la quale il costume come sistema sincronico sarà stato analizzato. I fenomeni notificatori possono e devono sempre definirsi in termini assiologici: il sistema in quanto tale può non significare nulla, è il grado di partecipazione al sistema a essere significativo; il valore del sistema può essere colto solo a livello delle sue consacrazioni o delle sue contestazioni. L'indumento è infatti il significante di un solo significato principale, che è il modo o il grado di partecipazione di colui che lo indossa. Questo significato generale si distribuisce in un certo numero di concetti o di significati secondari che variano. Quel che viene notificato, mediante questo passaggio intermedio, è il grado di integrazione dell'individuo nella società in cui vive. Il vestito è un «modello sociale», una immagine più o meno standardizzata dei comportamenti collettivi prevedibili ed è a questo livello che diventa significante.
Il linguaggio del vestito
Quel che ci interessa del vestito è il fatto che partecipa alla più grande profondità e alla più grande socialità. Le migliori riflessioni però che il vestito ha suscitato restano incidentali.
Breve storia dei lavori dedicati al vestito nel corso del tempo
È una storia relativamente recente. Già dal Rinascimento ci sono opere sul vestito: si tratta di studi di ispirazione archeologica o di inventari di abiti compilati a partire dalle varie condizioni sociali: questi inventari sono veri e propri lessici che fanno corrispondere in modo minuzioso i sistemi vestimentari agli stati antropologici o sociali: ma è evidente che questa sorta di lessico del vestito è possibile soltanto in una società fortemente gerarchizzata.
Un'opera significativa del XVII secolo è Costumi grotteschi di Larmessin, in cui aveva associato a ogni professione un abito, i cui elementi derivavano dagli strumenti stessi del mestiere. Una vera e propria storia del costume comincia soltanto dal Romanticismo, soprattutto presso gli uomini di teatro: dal momento in cui gli attori vogliono interpretare i propri ruoli in costumi d'epoca, i pittori e i disegnatori iniziano a ricercare la verità storica delle apparenze (vestiti, scenari, etc), ossia tutto ciò che ha a che fare con il costume. Quel che si comincia a ricostruire sono dei ruoli.
La prima conseguenza è che l'abito diviene l'attributo di una razza precisa. La seconda conseguenza è che l'attenzione del pittore verte sull'accessorio più che sul sistema. Le agevolazioni del disegno finiscono per nuocere alla storia del costume: la rappresentazione grafica, proprio perché spontanea, allontana qualsiasi sfarzo speculativo, e si attualizza una generalità mal stabilita.
Nella prima metà del XIX secolo c'è una letteratura molto interessante sul vestito: quella delle fisiologie. L'interesse di queste dissertazioni è di ordine sociologico: il grande movimento di uniformizzazione e di democratizzazione del costume maschilista avviato dalla Rivoluzione comporta una revisione generale dei valori vestimentari. L'indumento segnala le distinzioni sociali attraverso un valore nuovo: quello della distinzione. Da qui il ruolo di queste fisiologie: insegnare l'aristocratico a distinguersi dal proletario o dal borghese attraverso una certa maniera di portare un vestito che è ormai indifferenziato.
Nella seconda metà del XIX secolo, la visione romantica cede il posto alle ricerche archeologiche: il costume viene descritto dagli eruditi, indumento per indumento, secondo una metodologia che si rifà alle distinzioni tradizionali della storiografia. Questi studiosi stabiliscono scrupolosamente la storia di un singolo indumento, ma non quella dei sistemi; grazie a loro, siamo in grado di stabilire in quale anno un indumento è apparso, ma già meno quando è scomparso. Conosciamo male il processo delle strutture: infatti, una struttura vestimentaria non è una somma di indumenti singoli, nella quale alcuni di essi si trovano a cambiare a causa di circostanze esterne. Una struttura si definisce mediante una legalità (quel che è permesso e non è permesso) e per il gioco stesso di questa legalità.
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