Riproggrammare le reti di comunicazione: movimenti sociali, politica insorgente e nuovo spazio pubblico
Il cambiamento sociale è multidimensionale, dipende da un cambiamento di mentalità sia per gli individui sia per la collettività. Gradualmente esso esercita un’azione di cambiamento sulle norme e istituzioni che strutturano le pratiche sociali. Le istituzioni tuttavia sono cristallizzazioni di pratiche sociali relative a momenti storici anteriori e hanno le loro radici nelle relazioni di potere (il risultato di conflitti o compromessi tra attori sociali).
Il cambiamento politico è l’interazione tra cambiamento di valori, cambiamento sociale, mutamento culturale e convinzioni e l'adozione istituzionale dei nuovi valori.
Non tutti gli individui vengono coinvolti dai processi di cambiamento sociale. Occorre distinguere i free-rider (egoisti parassiti del divenire storico) dai movimenti sociali (attori sociali che mirano al cambiamento sociale).
Politica insorgente
Il processo che punta al cambiamento politico (mutamento istituzionale) è la politica insorgente (politica che realizza la transizione tra cambiamento culturale e cambiamento politico) incorporando i soggetti che prima non facevano parte del processo di mobilitazione (perché esclusi dalla partecipazione politica o perché disillusi e disinteressati).
I movimenti sociali e la politica insorgente traggono origine o dall’affermazione di un progetto culturale/politico o da un atto di resistenza alle istituzioni politiche. La resistenza, inoltre, potrebbe condurre alla nascita di progetti culturali o politici; e solo quando tali progetti nascono può aver luogo una trasformazione strutturale. Se l’azione collettiva sia stata veicolo di cambiamento sociale, quindi, si saprà solo all’indomani di essa.
Come e quando i nuovi valori vengono istituzionalizzati
La domanda è: come, quando e quanto i nuovi valori vengono istituzionalizzati nelle norme e nelle organizzazioni della società?
In termini analitici non può esserci un giudizio normativo sulla direzionalità del cambiamento. Ogni cambiamento strutturale nei valori istituzionalizzati è il risultato di movimenti sociali indipendentemente dai valori portati avanti da ciascun movimento. Il cambiamento sociale è il cambiamento che le persone cercano di realizzare con le loro mobilitazioni. Quando hanno successo diventano i nuovi salvatori, quando falliscono vengono dichiarati folli o terroristi, quando falliscono, ma i loro valori trionfano successivamente, diventano padri fondatori del nuovo mondo o protomartiri del nuovo vangelo.
La struttura della comunicazione
Lo spazio pubblico modella i movimenti sociali, che nascono e vivono nello spazio pubblico. È lo spazio d’interazione sociale di significato in cui idee e valori sono formati, trasmessi, appoggiati e respinti: spazio che diventa un terreno di addestramento per azione e reazione.
Il controllo della comunicazione da parte di autorità politiche e ideologiche diventa quindi fonte del potere sociale. Nello spazio pubblico della società in rete il controllo e la manipolazione dei messaggi sono il nucleo di formazione del potere. La politica è politica mediata (l’interazione tra produttori/guardiani dello spazio pubblico e individui).
Nella società in rete la battaglia di immagini e frame si svolge entro le reti della comunicazione multimediale (programmate dalle relazioni di potere).
Il processo di cambiamento sociale richiede, quindi, la riprogrammazione delle reti di comunicazione nei termini dei loro codici culturali e dei valori e degli interessi sociali e politici impliciti che esse veicolano. Operazione non semplice.
Le reti multimodali, diversificate e pervasive e la politica insorgente includono diversità culturali e molteplicità di messaggi. Nelle reti di comunicazione programmata i movimenti sociali hanno la possibilità di penetrare nello spazio pubblico da molteplici fonti, usando sia le reti di comunicazione orizzontali sia i media tradizionali per trasmettere le proprie immagini e messaggi.
Essi devono però adattarsi al linguaggio dei media e ai formati d’interazione delle reti di comunicazione. Le reti di autocomunicazione di massa offrono maggior opportunità di autonomia, ma affinché essa possa esistere gli attori sociali devono difendere la libertà e l’equità nel dispiegamento e gestione dell’infrastruttura di rete (libertà e cambiamento sociale = funzionalità istituzionale e organizzativa delle reti) la politica comunicazionale dipende dalle politiche della comunicazione.
Tipi di movimenti sociali
In questo capitolo: 2 tipi di movimenti sociali (la costruzione di una nuova coscienza ambientale e la sfida alla globalizzazione delle corporations lanciata dai movimenti sociali) e 2 casi di insurgent politics (i movimenti istantanei di resistenza, come la protesta spontanea contro la manipolazione dell’informazione a Madrid per gli attentati terroristici del 2004 e la campagna elettorale di Obama alle primarie presidenziali del 2008).
Questi movimenti diversificati hanno un filone comune: la potenziale sinergia tra la nascita dell’autocomunicazione di massa e la capacità autonoma da parte della società di dare forma al processo di cambiamento sociale.
Scaldarsi per il riscaldamento globale: il movimento ecologista e la nuova cultura della natura
Dalla metà degli anni ’70 ad oggi la temperatura media superficiale è salita di circa un grado Fahrenheit. Attualmente la superficie della Terra si sta riscaldando a un ritmo di circa 0,32°F al decennio (3,2°F al secolo), gli anni più caldi si sono registrati dopo il 1998, il più caldo è stato il 2005. Gli scienziati, in base a un ventennio di ricerche, convergono che l’attività umana contribuisce in maniera essenziale al cambiamento climatico globale.
È nel 2007 a Parigi, in occasione del convegno del IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), che il pensiero globale sul cambiamento climatico passa con il riconoscimento ufficiale della gravità del problema e l’appello all’azione della comunità internazionale, in ritardo sui primi allarmi degli scienziati e sulle prime pressioni degli attivisti.
La lunga marcia dell’ambientalismo
Per raggiungere la consapevolezza del cambiamento climatico da parte del pubblico era necessario un movimento sociale per informare, avvertire e cambiare il modo in cui pensare il rapporto con la natura. Occorreva dunque abbattere la cultura del produttivismo e del consumismo, basata dalla logica del profitto, l’economia di mercato, il consumo di massa e l’uso della natura come risorsa. Durante tutta la rivoluzione industriale, grazie a scienza e tecnologia, l’umanità aveva preso la storica rivincita sulla natura. Il processo di industrializzazione, urbanizzazione e rivoluzione tecnologica aveva finito per tradursi nel nostro stile di vita.
Ancora nel 1989 organizzazioni come la Global Climate Coalition (una coalizione di industriali e petrolieri) operavano in opposizione alle normative vincolanti dei governi sul riscaldamento globale (posizione ancora rispecchiata dall’amministrazione Bush).
È stato lo sforzo congiunto di attivisti ecologisti e scienziati che ha spinto il business a cambiare atteggiamento, attraverso l’uso dei media per modificare l’opinione pubblica.
La comunità scientifica stava studiando il riscaldamento globale fin dal XIX secolo. Nel 1938 lo scienziato Calender presentò le prime prove del nesso tra combustibile fossile e riscaldamento globale. La ricerca però si scontrava con la convinzione di molti che “la natura avrebbe trovato da sé un equilibrio”. Un maggior impatto sugli scienziati lo ebbe la ricerca di Keeling (la curva di Keeling che mostrava l’incremento della temperatura nel tempo). I primi convegni sul cambiamento climatico si ebbero nel 1963 (patrocinati dalla Conservation Foundation). Nel 1965 il riscaldamento globale era diventato una questione nazionale. Nonostante ciò le ricerche continuarono ad essere finanziate in maniera insufficiente.
In questo contesto è il movimento ambientalista a venire in aiuto degli scienziati. Nell’aprile del 1970 si celebrò il primo Earth Day (la Giornata della Terra). “Lo studio sull’impatto dell’uomo sul clima” (Stoccolma, 1971) è considerato la pietra miliare nello sviluppo della consapevolezza del cambiamento climatico.
Nei media cominciò a fare la sua comparsa un nuovo modo di vedere i rapporti tra scienza e società. Nelle riviste americane degli anni ‘70 crebbe il numero di articoli dedicati a questo tema. Questa crescente attenzione dei media spinse i governi a varare normative miranti alla protezione ambientale. I finanziamenti alla ricerca raddoppiarono e i governi introdussero provvedimenti atti a ridurre lo smog e purificare l’acqua.
Negli anni ’80 il tema del riscaldamento globale aveva raggiunto sufficiente notorietà, tanto da essere incluso per la prima volta nei sondaggi d’opinione. (nel marzo ’81 l’amministrazione Reagan fu costretta a far retromarcia sul suo piano di tagli ai fondi per la ricerca sul CO2, dopo l’udienza di Al Gore al Congresso sul cambiamento climatico, portata all’attenzione dai media).
Nel 1987, sotto la presidenza Reagan, fu presentato al Congresso il Global Climate Protection Act, che innalzava il cambiamento climatico al livello di tema di politica estera.
Fu una contingenza degli eventi a dare la spinta finale al processo di sensibilizzazione al problema climatico: la calda estate del 1988. L’ondata di caldo inusuale che colpì gli Stati Uniti quell’anno trasformò il tema del riscaldamento globale in un’esperienza quotidiana, percepita dalla gente e dai media. Cogliendo l’occasione il senatore Wirth indisse un’udienza sul riscaldamento globale. Questa volta l’udienza fu gremita di reporter. La testimonianza dello scienziato Hansen (che aveva deposto già nell’ ’86 e ’87, senza ottenere grande visibilità) raggiunse le prime pagine di tutto il mondo. Un turbine di copertura mediatica portò il dibattito sul riscaldamento globale nell’arena pubblica. I sondaggi mostrarono che gli americani avevano cominciato a preoccuparsi del riscaldamento globale. Ciò spinse i politici ad aggiungere alla loro agenda la questione del riscaldamento globale. Vi fu un aumento dell’attività congressuale e furono presentati numerosi disegni di legge.
Il 1988 fu anche l’anno delle iniziative intergovernative. Fu istituita la IPCC (organismo scientifico che studia il rischio del cambiamento climatico provocato dalle attività umane), la cui principale attività consiste nel fornire rapporti di valutazione sull’evoluzione del clima. Il primo rapporto fu pubblicato nel 1990, seguirono poi quello del 1995 (che pose le asi per il Protocollo di Kyoto del ‘97), quello del 2001 e quello del 2007 a Parigi (di cui si è detto all’inizio). Durante quest’ultimo incontro furono presenti gruppi industriali e ONG ambientaliste (come Greenpeace), alcuni scienziati denunciarono il tentativo della delegazione USA di “ammorbidire” il linguaggio che suggeriva l’esistenza di un nesso tra l’intensificazione degli uragani e il riscaldamento globale.
Il Nobel della Pace del 2007 fu diviso tra l’IPCC e Al Gore, per “gli sforzi per disseminare una maggiore conoscenza sul cambiamento climatico, e per porre le basi necessarie a contrastare tale cambiamento”.
Il rapporto dell’IPCC del 2008 riconosce non solo l’esistenza del riscaldamento globale, ma definisce una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti (l’argomentazione un po’ contorta vuole che ci sia un nesso tra devastazioni climatiche, impoverimento dei paesi già arretrati e possibile trasformazione di questi ultimi in fertile terreno di reclutamento di terroristi).
L’aver elevato il tema del riscaldamento climatico a questione di sicurezza nazionale da parte dell’intelligence USA è indicativo del mutamento globale di atteggiamento riguardo al cambiamento climatico. Se infatti l’amministrazione Bush rimase riluttante a riguardo (probabilmente per l’influenza esercitata dall’industria petrolifera) lo stesso atteggiamento non si ebbe con il governatore repubblicano della California, che ha attuato un piano per abbattere le emissioni di gas serra (regolamentazione del sistema di generazione elettrica, standard di fabbricazione di auto e costruzione edile). Anche in Unione europea si sono registrate strategie politiche simili. Nel 2007 a Bruxelles è stato concordato un tetto vincolante per ridurre le emissioni di gas serra.
Se il riscaldamento globale è diventato una questione primaria nella politica globale ciò si deve, in larga misura, ai cambiamenti nelle menti dei cittadini del mondo.
L'ascesa della mentalità verde
Dagli anni ’80 ad oggi c’è stato un drastico spostamento nell’opinione pubblica sul riscaldamento globale, per consapevolezza del fenomeno e preoccupazione sulle sue potenziali conseguenze. Questo cambiamento di mentalità si è verificato in tutto il mondo. I primi studi sull’ambientalismo negli USA e in Europa consideravano gli allarmi pubblici sull’ambiente una conseguenza del benessere economico, e quindi un problema esclusivo dei paesi occidentali industrializzati. Questa percezione si rivelò inesatta.
Indagini statistiche hanno dimostrato che la crescita di consapevolezza del riscaldamento globale come problema ha interessato tutti il pianeta, a prescindere dalle differenze socio-economiche. Differenze si possono riscontrare semmai nel grado di percezione di tale problema (paradossalmente i due maggiori produttori di gas serra, Stati Uniti e Cina, registrano il livello più basso di preoccupazione per il riscaldamento globale).
Anche la consapevolezza del ruolo delle cause umane segue sviluppi diversi. La convinzione che gli umani abbiano contribuito al riscaldamento globale, infatti, è accettata più prontamente in Europa che negli Stati Uniti (dove tale convinzione è polarizzata lungo le diverse linee politiche di repubblicani, democratici e indipendenti). I disastri ambientali degli ultimi anni (gli uragani Katrina e Rita) hanno modificato un po’ tale percezione. È indubbio che le campagne ambientaliste hanno maggiore efficacia quando sono supportate da immagini o esperienze di disastri che la gente ha vissuto direttamente. Ma quali attori e quale tipo di processo di comunicazione hanno portato a tale cambiamento?
L'inverdimento dei media
Vi è una relazione diretta tra l’attenzione mediatica e i cambiamenti nella pubblica opinione sulle questioni ambientali. Le persone formano le loro idee in base alle immagini e alle informazioni che raccolgono dalle reti di comunicazione. La progressiva consapevolezza del riscaldamento globale è stata attraversata da anni di scarsa copertura giornalistica (’80) a periodi di forte attenzione mediatica (dall’estate ’88 ai primi anni ’90). Oggi la maggioranza crede nella realtà del riscaldamento globale. Viceversa la convinzione che gli scienziati siano d’accordo tra loro non è altrettanto diffusa. Il consenso nella comunità scientifica è spesso messo in dubbio. La causa di ciò potrebbe derivare dal tipo di copertura giornalistica. I servizi giornalistici hanno presentato un acceso dibattito e un dissenso tra gli scienziati su questo tema, in virtù della norma giornalistica dell’equilibrio.
I mass media svolgono un ruolo chiave nell’identificazione e interpretazione delle questioni ambientali, dato che le scoperte scientifiche spesso devono essere formulate nel linguaggio dei media perché il pubblico le comprenda.
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