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ansia, depressione, instabilità emotiva, la conflittualità provocata da fattori disturbanti ambientali

all'equivalenza tra

che, nell'uomo, invece, porta all'anomalia di condotta e all'atto criminoso 3)

criminalità e prostituzione . Già Lombroso aveva affermato che la donna troverebbe nella

prostituzione l'equivalente sostitutivo del delitto, cioè il modo di esprimere il suo disadattamento

alla vita di relazione. Mentre nel giovane maschio le difficoltà ambientali e le anomalie

personologiche possono favorire il comportamento delittuoso, gli stessi fattori indirizzerebbero la

donna verso la prostituzione, condotta deviante ma non antigiuridica

23. RELAZIONE TRA R A Z Z A , NAZIONALITÀ E DELITTO: Il concetto di razza e estremamente

ambiguo e può definirsi solo secondo una prospettiva biologica come un insieme di caratteristiche su

base genica. Sono in molti, tuttavia, a ritenere privo di significato scientifico il concetto di “razza”.

In ogni caso, nessuna indagine ha mai fornito elementi per poter determinare un rapporto tra

criminalità e diversità razziali. Più che di razza potrebbe, allora, parlarsi di nazionalità, ma anche

riferendoci alla nazionalità, impossibile stabilire se un popolo e più o meno criminale di un altro. Si può

osservare, tuttavia, una fenomenologia delittuosa tra paese e paese, se si esaminano i singoli

reati o categorie di delitti. Da negare, invece, una diversità nella fenomenologia criminosa in

differenti gruppi etnici residenti in uno stesso paese. Negli Stati Uniti, ad esempio, è stata rilevata

una percentuale altissima delle criminalità delle gente di colore rispetto a quella totale. La maggiore

delinquenza delle persone di colore va, però considerata in una prospettiva socio-economica,

anziché in quella razziale. Basti pensare alla diversa distribuzione dei beni economici tra bianchi e

neri, la disoccupazione e la sottooccupazione degli uomini di colore, le scarse possibilità di

promozione sociale, la bassa scolarità, l'emarginazione.

24. RELAZIONE TRA IMMIGRAZIONE E DELITTO: è affermato che, in linea teorica, l'immigrazione

possa costituire un fattore di criminogenesi e ciò perché vi è tutta una serie di condizioni

predisponenti, come la giovane età degli immigrati, le discriminazioni da parte delle popolazioni ospiti e

della polizia, le condizioni economiche precarie, le carenze di leggi e previdenze in materia di lavoro. In

realtà, scarsa è la correlazione tra immigrazione e criminalità. Studi approfonditi sono stati dedicati ai

due più imponenti flussi migratori del nostro secolo: quello verso gli Stati Uniti nei primi 30 anni del

Novecento e quello, più recente, verso i paesi europei. Per quanto riguarda l’immigrazione negli Stati

Uniti è stato rilevato che il tasso di criminalità dei neo immigrati è inferiore o pari a quello della

popolazione locale. Tassi superiori si sarebbero rilevati, invece, tra i figli degli immigrati in quanto

questi erano privi di quei valori culturali e tradizionali dei genitori e con essi i fattori di controllo

'

sociale legati ai paesi d'origine. L assenza di correlazione tra criminalità e immigrazione ha trovato

conferma anche con gli studi sulla immigrazione infra-europea secondo i quali i neoimmigrati

commetterebbero meno reati degli ospitanti. E ciò può essere spiegato dal fatto che i lavoratori

stranieri sono protetti da contratti collettivi, fruiscono di assistenza e previdenza, mantengono i

legami culturali con le famiglie dei paesi d'origine. Per quanto riguarda l’immigrazione interna (dal

Meridione al triangolo industriale) gli autori che si sono interessati al problema affermano che la

criminalità degli immigrati è percentualmente superiore a quella della popolazione locale,

concretizzandosi maggiormente nella delinquenza giovanile ed in quella dei figli dei neoimmigrati.

Per Introna la correlazione era valida soprattutto per la delinquenza minorile. Secondo la teoria

della frustrazione migratoria soprattutto i minori, i figli degli immigranti sarebbero più a rischio di

disagio psicologico o di comportamenti devianti. Riemergerebbe anche in questo caso di migrazioni

'

interne il problema delta criminalità della cosiddetta seconda generazione. L immigrazione interna ha

comportato anche una modifica qualitativa della criminalità in quanto gli immigrati commettono tipi di

delitti propri del loro paese d'origine: delitti di onore, aggressioni, faide, accoltellamenti. Negli anni

'

più recenti l integrazione degli immigrati con le popolazioni locali ha fatto perdere di significato il

rapporto tra criminalità e immigrazione.

25. DISTRIBUZIONE REGIONALE-AGRICOLA E URBANA DELLA CRIMINALITÀ:

Correlazioni quantitative e qualitative sono state rilevate tra ambiente regionale e criminalità. Per quanto

'

concerne l aspetto qualitative è notorio che in alcune regioni italiane meridionali ed insulari esistono

condotte criminali tipiche, come i fatti di sangue per motivi di onore, tendenze a risolvere i

conflitti interpersonali secondo serie regole di costume, faide, vendette familiari, duelli. Per

' aspetto quantitativo si è osservato una maggiore criminalità nelle zone urbane

quanto riguarda l

rispetto a quelle agricole, criminalità tendente ad aumentare con l'aumento delle dimensioni

della città. L' aumento della criminalità sembra essere un dato costante nelle città in cui

l'industrializzazione è stata intensa e rapida con conseguente elevata urbanizzazione, anche per

11

effetto delle grandi ondate migratorie. Questo fenomeno viene spiegato come l'effetto della

destabilizzazione della nuova società urbana rispetto alla più stabile società delle aree agricole e delle

piccole città. In una grande città vengono vanificati i sistemi di controllo sociale esercitati da polizia e

'

magistratura a causa della dimensione, della mobilità, dell'eterogeneità e dell anonimato esistente

rispetto alle più piccole comunità. C'e da concludere che quanto più è stabile una struttura sociale,

meno rilevanti sono le condotte criminose. Nel seno stesso delle grandi città sono stati, poi,

identificati particolari quartieri dove la concentrazione della criminalità è stabilmente alta anche

perché vi risiede parte dei delinquenti abituali di minor rango. Quartieri simili esistono in tutte

le grandi metropoli. In essi affluiscono gli strati più squalificati della popolazione: i neoimmigrati,

gli emarginati alla ricerca di residenze più economiche e situazioni ambientali tolleranti.

26. PAUPERISMO E CRIMINALITÀ: Povertà e dequalificazione sociale sono state a lungo

considerate cause principali delta criminalità. Solo recentemente si è chiarito che questa opinione e

' indice di criminalità e

abbastanza semplicistica, se si pensa che: anche nei gruppi con alto reddito l

assai elevata; che la criminalità nei paesi industrializzati e in costante aumento, nonostante si

sia elevato il livello economico medio, che la criminalità appropriativa è soltanto una delle forme

motivazionali della criminalità generate comprendente delitti per aggressività, passionalità,

sessualità ecc. In ogni caso, se ci soffermiamo a considerare soltanto la criminalità comune, la

microcriminalità, è ancora vero che essa è provocata da disagiate condizioni economiche. Secondo le

interpretazioni sociologiche più recenti lo sfavore economico continua a svolgere un ruolo

rilevante nella criminogenesi, ma il concetto di povertà è venuto modificandosi. La povertà non è

intesa più come la mancanza dei beni fondamentali di consumo, ma la mancanza di quei beni,

come gli elettrodomestici, l'automobile, le vacanze, costituenti il minimo necessario per una vita

decorosa. Esiste, tuttavia, in ogni paese, una fascia di persone, nomadi, vagabondi, anziani con

pensioni minime, che si immedesima nel concetto antico di povertà.

27. CLASSI SOCIAL! E CRIMINALITÀ: Nella realtà sociale dei paesi ad organizzazione industriale in un

recente passato si distinguevano due classi principali: la classe borghese, detentrice del potere e

la classe proletaria, gravata da povertà. La criminologia indirizzò i suoi studi su questa realtà

sociale per verificare l'apporto quantitativo che gli appartenenti all'una o all'altra classe

fornivano alla delinquenza e per ricercare un nesso causale tra classe di appartenenza e

propensione al crimine. Attualmente, in termini di disponibilità economica, di opportunità, di influenza

politica, le distanze tra le classi si sono ridotte e parlare di classi ricche e di classi povere non è più

storicamente proponibile, ne è più possibile considerare l'appartenenza alla classe proletaria un fattore

favorente la criminalità comune. Tuttavia, nonostante la redistribuzione dei redditi, la

democratizzazione, l'ampliamento delle opportunità di ascesa sociale, esistono ancora sacche di

emarginati, persone o gruppi che vivono in condizioni peggiori di quelle della società nel suo

complesso. Dalle fasce marginali scaturisce buona parte della delinquenza comune più povera, la

manovalanza del crimine. La marginalità comporta diversità di trattamento legate sia per la scarsa

'

qualificazione sociale che per l’impossibilità di disporre di una valida difesa, sempre

costosissima. I reati poveri, quali i piccoli furti, gli scippi, le rapine improvvisate, sono commessi

dai gruppi marginali e sono più facilmente perseguiti perché attribuibili ad autori appartenenti a

tali gruppi.

28. CRIMINALITÀ E SISTEMI POLITICI: Quale sia il sistema politico più idoneo a contenere le

spinte criminogene è stato oggetto di infinite discussioni. Molti hanno affermato che i sistemi politici

di tipo socialista contengano meglio la criminalità rispetto ai sistemi a struttura capitalistica. La scarsità

e la manipolazione propagandistica delle statistiche dei paesi socialisti ha però impedito di

confermare tale opinione. Una corrente di pensiero della sociologia contemporanea è categorica

nell'affermare che le società occidentali a sistema capitalistico sono quelle che hanno il più alto

livello di criminalità che, addirittura, tende a crescere con l'aumento del benessere materiale dei

cittadini. Altri studi hanno dimostrato che anche nei paesi socialisti vi è un aumento della

criminalità: a causa della diffusione delle tossicomanie, dell'alcolismo, del vagabondaggio, del

teppismo, ma questa non raggiunge i livelli delle società occidentali. E ciò si può ben spiegare

considerando che nei paesi socialisti le differenze sociali sono meno accentuate, vi è minore

disponibilità di beni, vi è maggiore omogeneità di costume e di ideologia. Se aggiungiamo la

maggiore severità nei sistemi di controllo, possiamo confermare l'assenza di quelle componenti

negative dei paesi capitalistici, quali l'eccessiva permissività, l'esasperata sollecitazione ai

costumi, la mancanza di ideali e la presenza di notevoli sacche di emarginazione. 12

29. RIVOLGIMENTI SOCIALI E CRIMINALITÀ: in occasione di profondi rivolgimenti sociali

vengono a crearsi situazioni che favoriscono le condotte devianti anche in coloro che, in condizioni

di stabilità, sarebbero stati osservanti delle norme. Le guerre, i periodi post-bellici, la crisi

dell'autorità dello Stato, la perdita di fiducia nelle istituzioni, costituiscono le principali di tali

situazioni La correlazione tra guerra e criminalità si è potuta rilevare in Europa sia dopo la prima che dopo la

seconda guerra mondiale. Nei primi anni di guerra si e riscontrata una flessione delta criminalità,

conseguenza del richiamo alle armi dei giovani, dell'abolizione della disoccupazione,

dell'esistenza di valori ideali e patriottici. Col prolungarsi del conflitto si è assistito ad un aumento

della criminalità soprattutto in quelle zone dove la guerra più che in altre, aveva portato

distruzioni e miseria, rarefazione dei beni di consumo, chiusura delle scuole, inefficienza dei mezzi

di controllo. Nel dopoguerra si è registrato in tutti i paesi belligeranti, sia vincitori che vinti, un

aumento vertiginoso della criminalità. E ciò si spiega con la difficoltà a reinserire i reduci nel

mondo del lavoro, la grossa disponibilità di armi, la difficoltà a mitigare lo spirito di violenza

volutamente stimolato nei militari per fini bellici. Ma ciò che maggiormente è determinante è la

crisi dei valori fondamentali che le guerre portano con sé, tant'è che l'aumento della criminalità si

è riscontrata anche nei paesi neutrali.

30. STRUMENTI DI CONTROLLO SOCIALE: Quando il mutamento sociale è rapido e vengono

meno le regole e le certezze di un tempo, si ingenera nei singoli cittadini uno stato di ansia che

può portare a condotte devianti. Per ridurre questo stato di ansia ogni società predispone

molteplici istituzioni o agenzie con il compito di riportare certezze, sicurezza, stabilità di valori,

attraverso ideologie, fede religiosa, fede politica, norme sociali, regole di costume e di famiglia.

Questi valori costituiscono gli strumenti di controllo sociale che si distinguono in controlli formali o

istituzionalizzati e strumenti di controllo informali. I primi sono rappresentati dalle leggi, dai

'

codici, dall apparato giudiziario, dalle forze di polizia, dalle sanzioni. Attraverso la minaccia delle

pene, del carcere e di altre misure, questi strumenti esercitano un controllo sulla condotta di

tutti gli attori sociali. Gli strumenti di controllo informali sono rappresentati, invece, da strutture

riconosciute dal diritto per finalità diverse dalla lotta alla criminalità: la famiglia, la scuola, la

chiesa, il sindacato. Possono essere anche indifferenti al diritto, come le associazioni spontanee,

le comunità abitative ecc. Queste strutture contribuiscono a determinare l’adattamento degli indi-

vidui agli schemi delle società in cui vivono o anche a correggere comportamenti che potrebbero

portare alla delinquenza. Sono strumenti di controllo informali anche quei gruppi spontanei

politici, culturali, sportivi ed anche i giornali. I loro esponenti più importanti funzionano come

diffusori di opinioni. Ed infine, costituiscono strumenti di controllo informali anche quelli che il

gruppo esercita da persona a persona. Ciascun soggetto è costantemente sottoposto al giudizio di

coloro con i quali vive a contatto e ciò misura il grado di accettazione o di riprovazione della sua

condotta. La riprovazione può esprimersi in atteggiamenti, in parole, in derisioni, in

allontanamenti dal gruppo e perfino in emarginazioni.

31. FAMIGLIA E DELINQUENZA: La ricerca criminologica si è ampiamente occupata delle correlazioni

possibili tra ambiente familiare e delinquenza. Diciamo subito che la famiglia è uno dei principali

strumenti di socializzazione. Essa costituisce il primo canale di comunicazione normativo. È in seno alla

famiglia che si apprendono fin dalla nascita i contenuti morali di un certo contesto sociale, le regole

da rispettare, le condotte da evitare. Pertanto, l'uso di inadeguati processi di socializzazione può

condizionare il comportamento deviante dei figli. La famiglia, è uno strumento di controllo sociale informale

' autorità, l'esempio, la vigilanza,

ed influisce sul comportamento dei suoi componenti con l

l'assegnazione di premi, di punizioni. Particolarmente importante è l'autorità del capo famiglia per

la funzione di inibizione correzione delle prime forme di ribellismo e di comportamenti antisociali

dei figli. Nella famiglia, inoltre, si imparano le prime regole di rapporto gerarchico. L'organizzazione

della famiglia, infatti, prevede chi debba avere il comando e chi, invece, debba avere una

posizione subordinate di obbedienza. La famiglia e il nucleo primario delle gratificazioni affettive

'

nell infanzia o nell'età di formazione della personalità. Di contro, anche l'iperprotezione affettiva può

essere di ostacolo alla maturazione. La famiglia, infine, è la prima sede dei processi di identificazione in

quanto vengono assunti a modello dei propri valori quelle figure particolarmente significative, come

quelle dei genitori. La disgregazione della famiglia o la sua inadeguatezza sono fra i fattori

criminogeni più significativi ed infatti, molti delinquenti o devianti provengono da tali famiglie, ma ciò

non sempre è vero costatandosi in uno stesso nucleo figli che hanno un comportamento adeguato ed

altri delinquenziale. 13

32. SCUOLA E CRIMINALITÀ: Tra i delinquenti comuni di basso rango è stata rilevata una correlazione tra

criminalità e carriera scolastica. L'analfabetismo, il precoce arresto della carriera scolastica, l'aver fre-

quentato scuole scadenti, sono note frequenti tra la popolazione criminale. Queste carenze sono

spesso riconducibili a fattori di scarsa disponibilità economica, ma possono riferirsi anche ad

anomalie della personalità che si esprimono nella difficoltà di adattamento alle regole e alla disciplina

scolastica. La psicologia sociale annette grande importanza al ruolo occupato nella scuola dal futuro

delinquente. La posizione dell'escluso, l'emarginazione da parte dell'insegnante e dei compagni, l'essere

ripetente, sono condizioni che influiscono sul futuro sviluppo della personalità. Avviene spesso che il

ruolo negativo assunto nella scuola venga, poi, mantenuto nei rapporti sociali a causa della presa di

coscienza della propria emarginazione.

33. IL CRIMINE NEI SUOI RAPPORTI CON LA RELIGIONE E I MASS-MEDIA: Nessuna connessione è

riscontrabile tra religione praticata e crimine. Tale relazione, infatti, si basa su elementi fuorvianti, come

quelli che hanno indotto a ritenere che negli Stati Uniti la maggiore propensione al delitto appartenga ai

praticanti il culto cattolico. È chiaro che tale maggiore propensione dipenda non dalla religione in se, ma

dal fatto che seguaci di culti religiosi sono soprattutto i gruppi più poveri e marginali, come gli afro-

americani, gli ispanici egli immigrati in genere. Per quanto riguarda, invece, i delitti commessi in

nome delta religione, essendo questi solo espressione di fanatismo, non è neanche in questo caso

dimostrata alcuna correlazione tra i due fenomeni. È parimenti da escludere un'eventuale influenza

dei mass-media nella commissione di crimini. Quest'assunto ha valore soprattutto per quel che

riguarda la comunicazione dei mass-media nei confronti di persone adulte ed equilibrate. È

chiaro, invece, che quando le forme comunicative (films, fumetti etc.) raggiungono persone non

'

adulte o instabili provocano su quest ultime un'efficienza criminogenetica.

34. CLASSIFICAZIONE DEI DELITTI SECONDO L'OGGETTO DELLA TUTELA GIURIDICA: Nei vari

momenti storici e nelle singole società è la legge ad indicare quali sono gli atti da considerare reati. In Italia

è il codice penale a classificare i reati distinguendoli in delitti e contravvenzioni. Sono delitti quei reati per i

quali è prevista la pena della reclusione o della multa; contravvenzioni quelli per i quali è previsto l'arresto o

' '

l ammenda. L oggetto della tutela giuridica è indicato nella ripartizione stessa che il codice fornisce dei

delitti, quelli, ad es. contro la personalità dello Stato, contro la P.A., contro il sentimento religioso, contro la

persona, contro il patrimonio. Per quanto riguarda le contravvenzioni, esse si distinguono a seconda che

riguardino l'attività di polizia o l'attività sociale della P.A. Da tener presente che non è solo il codice penale a

qualificare certi fatti come reati, ma questi sono previsti anche da altre leggi quali, ad es. quelle sulla

regolamentazione degli stupefacenti, quelle riguardanti il codice delta strada, quelle riguardanti l'evasione

fiscale, quelle riguardant i norme antinfortunistiche. Attualmente, per quanto detto, le ipotesi di reato sono

diventate così numerose e di difficile decifrazione e connessione da indurre la Corte Costituzionale a

dichiarare l'incostituzionalità dell'art. 5 del codice penale secondo il quale “nessuno può invocare a propria

' ignoranza della legge penale”. L'ignoranza, ammette la Corte, può scusarsi se essa è

scusa l

inevitabile, cioè quando le leggi sono oscure, contraddittorie o confuse in una massa di disposizioni

ambigue.

35. DELINQUENTI IMPUTABILI E NON IMPUTABILI: L'art. 85 del nostro codice penale stabilisce che

'

“nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se al momento in cui l ha

commesso non era imputabile” e specifica che è «imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere», cioè

'

l attitudine a rendersi conto del valore di atti o fatti e di aver voluto in modo autonomo l'atto commesso

in funzione dello scopo propostosi. Se esistono cause patologiche che escludono o diminuiscono la

capacità di intendere e di volere, il soggetto non è imputabile o semi-imputabile. È il codice penale stesso

ad operate la distinzione tra soggetti imputabili, nei cui confronti è prevista come sanzione una pena e

soggetti non imputabili ai quali non deve essere comminata alcuna pena

'

36. INFERMITÀ: Le cause di esclusione o di diminuzione dell imputabilità per infermità mentali sono

denominate dal codice penale vizi totali o parziali di mente. Del vizio totale si occupa l'art. 88 il

quale stabilisce che “non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto era, per infermità

in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e di volere”. L'art. 89 tratta del vizio

fatto era per infermità in

parziale di mente ed afferma che “chi, nei momento in cui ha commesso il ,

tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere e di volere,

risponde del reato commesso, ma la pena e diminuita”. Dunque, unica condizione idonea ad

14

'

interferire sulla capacità d intendere e di volere e l'infermità. Da rilevare che nei concetto di

infermità il codice penale fa rientrare, oltre alle vere e proprie malattie psichiche, quali psicosi,

ritardo mentale, nevrosi, anche quelle condizioni, pure temporanee, che producono effetti psichici

paragonabili a quelli che scaturiscono da stati morbosi e che interferiscono sulla capacità di intendere e

di volere. L'infermità per essere riconosciuta deve avere una certa rilevanza clinica, cioè capace di

compromettere le funzioni psichiche del reo; le infermità lievi sono irrilevanti.

37. STATI EMOTIVI E PASSIONALI: L'art. 90 c.p. dichiara che gli stati emotivi e passionali non

escludono l'imputabilità. È vero che, sia le emozioni (ira, gioia, sensazione di essere minacciati), che

le passioni (amore, odio, gelosia, fanatismo) possono alterare la ragione, offuscare la mente, ma

la legge ritiene che ogni persona, purché sana di mente, debba esercitare il controllo sulle sue

,

funzioni inibitorie delle pulsioni antisociali. Se cosi non fosse, ogni delitto impulsivo sarebbe non

punibile. Gli stati emotivi, pur tuttavia, hanno una qualche rilevanza giuridica, infatti l’a r t . 62

c.p_ contempla fra le circostanze attenuanti: l’aver agito per motivi di particolare valore morale

o sociale; l’aver reagito, in stato d'ira, ad un fatto ingiusto altrui; l’aver agito per suggestione

di una folla in tumulto. L'imputabilità, comunque, resta piena; e la pena, e prima ancora il

disvalore penale del facto, che vengono attenuati in considerazione delle circostanze emotive

suesposte.

38. IMPUTABILITÀ E ABUSO DI AL COL E STUPEFACENTI: L'abuso di sostanze alcoliche o di

stupefacenti può avere effetto tossico immediato e conseguenze tossiche protratte net tempo.

La prima ipotesi è detta intossicazione acuta ed è l'effetto direttamente provocato dall'assunzione

della sostanza. Gli effetti psichici o organici si risolvono in breve tempo e quando la sostanza è

stata eliminata si ristabiliscono le condizioni preesistenti all'assunzione. L'intossicazione cronica,

invece, si ha quando l'assunzione della sostanza si protrae nel tempo e gli effetti

'

dell intossicazione rimangono a lungo anche quando viene sospesa l'assunzione di quella

sostanza stessa. Ad es. l'intossicazione acuta dell'ubriachezza cessa quando !'alcool è stato

'

metabolizzato ed eliminato; nell intossicazione cronica gli effetti persistono anche quando il

bevitore si astiene dall'assumere alcolici. Ai fini dell'imputabilità l'intossicazione acuta da alcool o

da stupefacenti è giuridicamente irrilevante e chi commette un reato in stato di intossicazione

acuta volontaria è pienamente imputabile. È ugualmente imputabile, in caso di intossicazione

colposa causata cioè da imprudenza, negligenza o inosservanza di regole o disposizioni.

Perseguita con aumento di pena e l'ipotesi di intossicazione acuta preordinata alto scopo di

precostituire una giustificazione al reato da commettere. L’ubriachezza o l'intossicazione acuta può

essere condizione di non imputabilità se dovuta a caso fortuito o a forza maggiore, ma deve essere tale

da escludere la capacità di intendere e di volere. Se non la esclude pienamente, ma la fa scemare, il

soggetto fruisce di una diminuzione di pena. È l 'art. 95 c.p. ad occuparsi dell'intossicazione cronica, sia

da alcool che da stupefacenti. Questa condizione patologica è da assimilare ad una infermità, per

cui ai fatti commessi in tale stato si applicano le disposizioni relative al vizio totale o parziale di

mente. Può ricorrere l'ipotesi del vizio parziale o totale di mente anche quando un soggetto

intossicato cronico commette un reato in stato di intossicazione acuta e ciò viene giustificato dal

fatto che, essendosi instaurata una dipendenza, il soggetto non è più libero di controllare l'uso

di alcool o di droga. L'art. 94 fa riferimento anche all'ubriachezza abituale che si configura

quando il soggetto abbia la consuetudine di fare uso di sostanze alcoliche e che in conseguenza

di tale uso costante venga a trovarsi spesso in stato di ubriachezza. Questa condizione importa

un aumento di pena.

39. IMPUTABILITÀ DEI MINORENNI: Il trattamento riservato ai minori ai fini dell'imputabilità e

sancito dagli artt. 97 e 98 del codice penale che opera questa distinzione: 1) per il minore degli anni 14

si stabilisce una presunzione assoluta di incapacità di intendere e di volere presumendosene

'

l immaturità; 2) per i minori fra i 14 ed i 18 anni non vi è nessuna presunzione, né di capacità, né di incapacità

'

perché è demandato al giudice l onere di accertare caso per caso l'imputabilità, basandosi sul grado

di maturità che ha raggiunto il minore. Tale ultimo accertamento va fatto con riferimento alla singola

violazione commessa dal minore. E dunque il concetto di maturità il metro per accertare la conseguita

capacità di intendere e di volere. Riconoscere un minore come immaturo significa escluderne la

responsabilità penale. II concetto di immaturità, tuttavia, è molto ampio e molto soggettivo,

comprendendo situazioni patologiche, situazioni di disagio e di conflittualità legate a problematiche

familiari, a sviluppo psicoaffettivo, a situazioni di marginalità. Ciò ha comportato infinite pronunce di

immaturità con conseguenti proscioglimenti e rinunce alla sanzione e quasi alla totale impunità per

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il minore autore di reati.

40. DELINQUENTI RECIDIVI E FATTORI FAVORENTI IL RECIDIVISMO: Gli autori di reati si

distinguono in primari e recidivi. Sono primari quelli che non hanno precedenti penali; recidivi quelli che,

dopo essere stati condannati per un reato, ne commettono un altro; recidivi specifici sono quelli che

ripetono delitti delta stessa specie. Il fenomeno del recidivismo interessa particolarmente la criminologia

e la politica criminale perché fornisce la prova che le misure penali e penitenziarie adottate per

combattere la criminalità non hanno raggiunto lo scopo. La quota dei recidivi, infatti, è molto alta e

rappresenta circa il 50% dei condannati e per quanto riguarda il tipo di reato essa è altissima per i

delitti contro il patrimonio, meno consistente per i delitti contro la persona, la famiglia, ecc.. quasi

trascurabile nei reati d'impulso. Tra le cause che favoriscono il recidivismo vengono considerati: 1)

fattori ambientali. Sono comprensivi di tutte quelle componenti che nell'ambiente favoriscono la

delinquenza: famiglia, gruppo, condizioni economiche e sociali. Il ritorno dopo la pena scontata alle

stesse culture delinquenziali, il ripresentarsi di situazioni sociali ed economiche sfavorevoli, possono

favorire il cronicizzarsi della condotta criminosa; 2) effetti della carcerazione: il carcere può

agire come fattore favorente la recidiva, anziché inibente. L'alto numero di soggetti antisociali

presenti nel carcere condiziona il livello morale di tutti gli associati. È in carcere che i meno

esperti vengono istruiti sulle arti criminose; è in carcere che si forma la particolare cultura della

violenza e della prevaricazione dei più deboli. La stessa istituzione carceraria basata sulla depersonalizza-

zione dell'individuo, della passività imposta, della violenza istituzionale può favorire, soprattutto

'

nei più giovani, l assunzione di un ruolo antisociale stabile; 3) effetti della stigmatizzazione: la

diffidenza e i pregiudizi della società verso gli ex detenuti che per questo motivo difficilmente

riescono ad inserirsi nei mondo del lavoro, le conseguenti precarie condizioni economiche

favoriscono la recidiva più come necessità, che come scelta: 4) aspetti personologici: di una

personalità tipica dei recidivi non può parlarsi, ma statisticamente si sono riscontrate alcune

caratteristiche costanti che sono tanto più frequenti, quanto più ravvicinati sono i reati commessi.

La maggior parte dei plurirecidivi presenta disturbi delta personalità, scarsa tolleranza alle

frustrazioni, scarsità del senso di colpa, incapacità di adeguamento, maggiore frequenza di

immaturità globale. È stato effettuato sui recidivi uno studio per accertare il modo di percepire

la pena sofferta. Si sono avute tre tipologie: a) soggetti che avvertono la pena come elemento

'

frenante, ma il permanere e l’ aggravarsi delle condizioni che li hanno portati al delitto, li spingono a

reiterare le azioni criminose;b) soggetti per i quali la pena è sentita come realtà indifferente. Sono

per lo più delinquenti professionali per i quali la pena è un rischio calcolato e compensabile dai

profitti del crimine; c) soggetti che percepiscono la pena come motivazione facilitante. Sono quelli

che per frustrazioni risalenti all'infanzia, si sentono inadeguati a conseguire i beni indispensabili

alla vita e trovano nel carcere il rifugio, il luogo dove possono rinunciare a lottare e a decidere di risolvere

i problemi esistenziali.

41. DELINQUENTI PERICOLOSI E NON PERICOLOSI: II codice penale italiano attraverso l'enuncialo

dell'art. 203 afferma che una persona è socialmente pericolosa quando è probabile che commetta

nuovi fatti previsti dalla legge come reati. Il giudizio di pericolosità consistente dunque nella

previsione di una futura condotta delittuosa e limitato a chi sia stato riconosciuto autore di un reato,

anche se non imputabile o non punibile. Il giudizio di pericolosità comporta, nei confronti di quei

soggetti per i quali è stato espresso, l'adozione di misure di sicurezza che mirano, da un lato, ad

'

evitare che vi sia ulteriore danno sociale, dall altro, a impiegare misure curative e rieducative.

Particolari forme di pericolosità sono quelle del delinquente abituale, del delinquente professionale

e del delinquente per tendenza e sono previste dall'art. 103 del codice. La dichiarazione di

delinquenza abituale è espressa dal giudice se ritiene che chi, dopo aver commesso due reati non

colposi, ne compia un terzo non colposo, sia un soggetto dedito al delitto, tenuto conto della specie

e gravità dei reati, del tempo entro il quale sono stati commessi, della condotta e del genere di

vita del colpevole. Delinquenti professionali sono i delinquenti abituali che commettono ancora

reati e che si ritiene vivano abitualmente dei proventi dei delitti (cd. sistema di vita). Delinquenti

per tendenza sono quelli che rivelano inclinazione al delitto per avere un 'indole particolarmente

malvagia.

42. DELINQUENZA COMUNE: Una prima descrizione dei tipi di delitti può effettuarsi riferendoci a quelli

' aspetto qualitativo la delinquenza

che sono tipici della delinquenza convenzionale o comune. Sotto l

comune comprende la delinquenza abituale e professionale per finalità lucrative e appropriative e la

delinquenza aggressive. La delinquenza abituale e quella dei ladri, dei rapinatori, dei borsaioli, dei

16

ricettatori, dei truffatori ecc.; quella aggressiva si esprime in violenze sulla persona, omicidi,

violenze sessuali, maltrattamenti. La caratteristica precipua del delitto comune è quella di essere

effettuata da singoli individui o piccoli gruppi non appartenenti a organizzazioni criminali di vasta

portata. La delinquenza comune è quella di strada, quella che viene percepita immediatamente come

delitto e che suscita la generata indignazione e riprovazione. Si realizza come violenza diretta,

anche sessuale; comprende i reati contro la proprietà e quelli commessi dai delinquenti

occasionali. La delinquenza occasionale si contrappone a quella che è definita delinquenza abituale.

L'occasionalità deriva da un'occasione propizia o da causa emotiva o passionale. L'autore non appare

inserito in una sottocultura criminale; normalmente non ha precedenti penali ed i moventi che hanno

'

agito in lui devono considerarsi assolutamente eccezionali Il codice penale non prevede l ipotesi

di delitto occasionale, ma il carattere della non abitualità è sempre considerato una attenuante

nel momento di applicazione della pena. Esempi di delitti occasionali si ravvisano nei furti ai

grandi magazzini, nell'appropriazione di oggetti rinvenuti, nei furti sui posti di lavoro. I delitti

occasionali per cause emotive o passionali possono essere le rapine in situazioni di bisogno, un

omicidio per amore non corrisposto, un uxoricidio per infedeltà del coniuge, un infanticidio per

cause d'onore. La delinquenza colposa, quella in cui gli effetti criminali si attuano in modo

accidentale a causa di condotte imprudenti o negligenti, non rientra nella delinquenza

convenzionale.

43. CULTURA, CONTROCULTURA E SOTTOCULTURA: La cultura consiste in modelli astratti di valori

morali e di norme riguardanti il comportamento, che vengono appresi direttamente o indirettamente

'

orientamento comune di più persone. La difficoltà di

nell'interazione sociale, in quanto sono parte dell

vivere secondo le regole poste da una cultura dominante spinge alcune persone a elevare a

modelli di vita comportamenti riprorevoli o considerati illegali dalla società. Nascono in questo

modo le sottoculture. Al concetto di sottocultura corrisponde quello di sottogruppo. Abbiamo

allora diverse forme di sottocultura, a seconda dei precetti che, in contrasto con quelli posti dalla

cultura dominante, sono elaborati da un determinato sottogruppo (sottoculture criminali,

violente, di tossicodipendenti etc.). Con il nascere, tra la fine degli anni sessanta e l'inizio dei

settanta, della contestazione dei modelli sociali borghesi si afferma il concetto di controcultura

come sostituto della cultura sino ad allora dominante. La controcultura è caratterizzata dal rifiuto

di certi modelli e non dallo stato di frustrazione conseguente all'incapacità del loro

raggiungimento, che contraddistingue, invece,la sottocultura.

44. SOTTOCULTURE CRIMINALI: Nell'ampio concetto di delinquenza comune sono da evidenziare quelle

condotte criminose messe in atto dagli appartenenti alle sottoculture criminali Si forma una sottocultura

criminale allorché taluni gruppi sociali assumono atteggiamenti di disprezzo e di rigetto nei confronti delle

norme penali, dell'amministrazione della giustizia e della morale. Il ricorso alla criminalità di questi

gruppi costituisce il modo usuale e da essi culturalmente accettato per procurarsi i mezzi per vivere.

Generalmente gli appartenenti a questi gruppi non esercitano alcuna attività lavorativa perchè

traggono dalle attività criminose la fonte economica del loro sostentamento e comprendono la

maggior parte della delinquenza comune, abituale e professionale. Essi rappresentano, pertanto,

una frangia parassitaria nei confronti dell'economia del paese; non producono ricchezza e

provocano soltanto distrazioni non produttive di beni. Tale carattere parassitario comporta

rilevanti oneri economici per la società legati alla gestione dei sistemi di controllo: polizia,

amministrazione giudiziaria e carceraria. La delinquenza sottoculturale si esprime in vari modi.

Può essere esercitata da singoli delinquenti professionali collegati tra loro solo da comunione

d'interessi e di conoscenze (borsaioli- ricettatori - falsari, ecc.); può anche essere esercitata da

esigui gruppi dediti a furti, rapine, ricatti, truffe organizzate e può anche configurarsi nella

criminalità professionale organizzata con una precisa individuazione dei ruoli (dirigenti, gregari,

favoreggiatori, esecutori, ecc.).

45. ALTRE FORME SOTTOCULTURALI DI DELINQUENZA: Si diversificano dalle sottoculture

criminali quei gruppi sottoculturali i quali non hanno come fine specifico quello di commettere reati ma che

possono favorirli perchè si adeguano ad ambienti dove vigono particolari usanze e costumi ritenuti di valore

preminente. Esistono così le sottoculture violente caratterizzate da gruppi che tollerano

ampiamente il ricorso alla violenza non avvertito come squalificante, ma come unico modo di

regolare taluni rapporti interpersonali secondo un codice morale accettato se non imposto dalla

particolare sottocultura ed il cui mancato rispetto è causa di emarginazione, di disistima, di

' offesa alla dignità sia cancellabile con la

derisione. In queste sottoculture si ritiene che l 17

' '

violenza, così come l arcaico senso dell onore. La vendetta è un imperativo etico e deve seguire

un suo rituale. Il percepire violenza come valore positivo da esprimersi con condotte aggressive è

riscontrabile anche in molte sottoculture delinquenziali, come nelle organizzazioni mafiose, in

quelle terroristiche, in certe bande giovani o in taluni istituti chiusi, come carceri e caserme.

46. BANDE GIOVANILI: II fenomeno del formarsi di bande giovanili si è sviluppato nei paesi occidentali a

partire dagli anni ‘50. Queste aggregazioni rappresentano vere e proprie sottoculture per la presenza di

valori loro precipui in contrasto con quelli di comune accettazione. Uno studio sulle bande giovanili è

stato effettuato da Trasher che tra il '50 ed il '60 esaminando il comportamento di ben 1313 bande

giovanili di Chicago è giunto alla conclusione che se ne possono distinguere quattro particolari tipi: 1)

la banda diffusa : una forma rudimentale di raggruppamento di giovani con una solidarietà transitoria ed

la banda

una guida labile;una banda solidificala con un alto grado di lealtà e minimo attrito interno; 2)

la banda criminale dedita ad attività appropriative illecite

convenzionalizzata . tipo club atletico; 3) (furti,

bande

rapine, rackets). Tra i vari tipi di associazioni spontanee giovanili devono distinguersi le

conflittuali caratterizzate da un atteggiamento di oppositività verso la società ed i suoi valori. I suoi

appartenenti non propongono alla società culture alternative, ma esprimono la loro sottocultura con

modalità essenzialmente distruttive e vandaliche ed agiscono senza finalità appropriative e senza

motivazioni razionali quando aggrediscono una vittima che nemmeno conoscono e nei cui confronti

non esistono ragioni di vendetta o di ostilità. La violenza tipica di queste bande è espressione di

un cumulo di frustrazioni, di protesta irrazionale, di carenza di valori. L'aggressività ha un

carattere primitivo, fine a sé stesso e non costituisce manifestazione di rabbia nei confronti della

società e dei suoi simboli.

47. SOTTOCULTURA DEL DROGATI: L'uso delta droga, che è fortemente osteggiato dalla società,

assume, invece, per certi gruppi sociali valore altamente positivo e traguardo desiderabile.

Conseguentemente intorno al mondo dei drogati si crea una particolare cultura di valori, di costumi, di

ritualità, di conoscenze. Un tempo l'uso della droga era inteso come opposizione al sistema, come

amplificazione della personalità, ribellione, evasione alternativa. Insomma, una vera e proprie ideologia

della droga, costituente, pertanto, un fenomeno controculturale. Con l'avvento delle droghe

pesanti, in particolar modo dell'eroina, l'ideologia si è ridotta ad una semplice ricerca voluttuaria

di evasione da una società percepita come frustrante. L'uso di eroina, tuttavia, provoca

dipendenza ed il bisogno impellente della droga ed il suo elevato costo possono creare le condizioni

favorevoli per le attività criminose. L'uso della droga assume, cosi, una valenza sottoculturale.

Nell'ambito dei tossicomani che sono i consumatori di eroina e per i quali soltanto può parlarsi

di sottocultura dei drogati, pullula tutta una particolare criminalità. I tossicomani sono i clienti

abituali dei trafficanti di droga, possono diventare essi stessi spacciatori o dedicarsi ad altre attività

criminose, come furti, rapine, aggressioni, per procurarsi il denaro per acquistare la droga.

48. DELITTUOSITÀ IN AMBITO FAMILIARE: Vari delitti, aventi come caratteristica comune

la convivenza, possono verificarsi nel ristretto ambito familiare. Essi si differenziano per le

motivazioni che li provocano. Se queste riguardano finzioni economiche, possono realizzarsi le

ipotesi di inosservanza degli obblighi di assistenza e di illegittima appropriazione di beni di altri

familiari; se attengono alla moralità, possono verificarsi ipotesi di sfruttamento della

prostituzione della moglie e dei figli; se riguardano le regole della sessualità, possono verificarsi

ipotesi di violenza sessuale sui figli minori, sulla moglie, di incesto; se si riferiscono a

manifestazioni di violenza, possono verificarsi abusi di mezzi di correzione, maltrattamenti,

percosse, lesioni, omicidi. Particolare menzione merita la conflittualità violenta tra le coppie dalla

quale può scaturire tutta una categoria di delitti che si differenziano, oltre che per l'ambiente, anche

per le motivazioni particolari, come la gelosia, connesse alle relazioni e reazioni psicologiche che si

sviluppano nella convivenza.

49. CRIMINALITÀ ECONOMICA: Nel 1940 Sutherland individuò una particolare tipologia di reati

effettuati all'interno di imprese commerciali, industriali, finanziarie, professionali, da parte di

persone di elevato ceto e prestigio sociale e che definì col termine di criminalità dei colletti bianchi

(white collar crime). Il termine trova la sua giustificazione nel fatto che, secondo la moda

dell'epoca, le persone di elevato ceto sociale indossavano camicie bianche. Attualmente viene

usata la denominazione di criminalità economica perchè gli illeciti si realizzano nello stesso

contesto dove si producono beni e servizi e gli autori sono persone che occupano ruoli

dirigenziali nelle imprese stesse o, comunque, posizioni di prestigio nel mondo del lavoro. La

18

reazione sociale nei confronti degli autori di questi reati, almeno fino a qualche tempo fa, è stata

blanda. I colletti bianchi, pur arrecando danni ingenti alla collettività, mediante, ad es. la

delinquenza ecologica, le evasioni fiscali, le truffe alla C.E.E. non vengono considerati alla stregua

di criminali, tant'è che vengono appellati col termine di disonesti. Così, ad es. si parla di

funzionario disonesto, di banchiere disonesto, di commerciante disonesto, di commercialista

disonesto. La differenza esistente tra la criminalità comune e quella economica sta nel fatto che la

prima non è collegata ad attività produttive ed è assolutamente parassitaria in quanto non produce

ricchezza, la seconda si realizza negli stessi processi di produzione di beni e servizi. Il fine di questi

reati può essere duplice: rivolto al lucro personale dell'autore che approfitta della sua posizione o

'

commesso con l intento di accrescere il profitto dell'azienda che si dirige. L'indice di occultamento di

questi reati è elevatissimo, sia perchè si tratta di delitti facilmente mascherabili, di difficile

identificazione, sia perchè i loro autori godono di influenze o di connivenze col potere politico.

Parimenti altissimo è il tasso d'impunità degli autori di questi reati: raramente giungono dinanzi ai

Tribunali o subiscono condanne. È impossibile elencare tutti i tipi di reati economici per la loro

estrema variabilità e per i diversi settori in cui avvengono. A titolo puramente esemplificativo si

possono citare la falsità nei libri contabili e nei bilanci, le frodi sui brevetti, le violazioni delle leggi

antitrust, delle leggi sul lavoro, sulla salute, delle leggi antinfortunistiche, antinquinamento,

edilizie, paesaggistiche.

50. CRIMINALITÀ INFORMATICA: La rivoluzione informatica nei mondo imprenditoriale e la generata

diffusione degli elaboratori elettronici ha portato, oltre agli innegabili vantaggi, alla creazione di una

nuova categoria di reati, i “computer crimes”. Normalmente il fine di tali reati è quello appropriativo

che si raggiunge manipolando artificiosamente i dati di un elaboratore, ad es. di un istituto di credito e

stornando piccolo somme da svariati conti correnti. Il correntista non si accorge dei piccoli ammanchi,

mentre l'autore accumula somme considerevoli. La caratteristica di questi reati è che vengono commessi da

tecnici particolarmente abili nel campo informatico, i quali agiscono di regola per se stessi, ma possono

' interesse di un'impresa configurando in entrambi i casi il fenomeno delta criminalità

anche agire nell '

economica. La specializzazione tecnica nel campo dell informatica ha raggiunto livelli cosi alti che

difficilmente vengono scoperti reati messi in atto in base a quelle conoscenze. Esiste, pertanto, un

elevatissimo numero oscuro tale che, negli Stati Uniti, l'F.B.I. può affermare che le possibilità di

scoprire un computer crime è di uno su cento. C'è da considerare che, anche in caso di scoperta, la

condanna degli autori è molto problematica in quanto i codici non prevedono ipotesi di tali reati, ne si

può ricorrere alle analogie. Tra gli illeciti possibili si segnalano: l'introduzione di dati falsi nel computer di

un'azienda, l'immissione di dati clandestini, gli ordini che portano alla modificazione o distruzione dei dati.

Anche i prelievi truffaldini dai bancomat possono rientrare in questa categoria di reati.

51. CRIMINALITÀ ORGANIZZATA: La criminalità organizzata, detta anche criminalità di tipo

mafioso, si caratterizza per la sua razionale organizzazione a livello manageriale, per le connessioni

internazionali di certi gruppi, per le connivenze politiche ed economiche, per l'estendersi

multinazionale delle aree di influenza e di azione. Attualmente i campi d'azione di tale criminalità

vanno dalla speculazione edilizia attraverso il controllo di pubblici appalti, alla gestione della

prostituzione, alle scommesse clandestine, al gioco d'azzardo, al racket estorsivo e,

principalmente, al mercato della droga, delle armi e delle attività terroristiche. È soprattutto il

mercato degli stupefacenti che ha fatto assumere alle varie organizzazioni il carattere di

multinazionalità a livello mondiale. Si qualifica criminalità di tipo mafioso quella che si basa su

un'associazione organizzata gerarchicamente capace di ottenere obbedienza assoluta ed omertà

dai suoi membri attraverso minacce, terrore e certezza delta punizione in caso di ”sgarro”. A

capo di esse vi sono persone particolarmente capaci, ma che per raggiungere il vertice hanno

dovuto ingaggiare lotte per il potere senza esclusione di colpi e quasi sempre cruente. Tulle le

tipologie di crimini possono essere oggetto della loro attività, sia rivolte a motivi lucrativi, sia a

manovre per accrescere il potere dell'organizzazione. Riciclaggio di denaro, corruzione politica,

sequestri di persona, omicidi a scopo intimidatorio o di vendetta rientrano nei loro programmi.

Per le enormi ricchezze accumulate e per la minuziosa infiltrazione in ogni campo economico,

esse costituiscono uno Stato nello Stato.

52. RELAZIONE TRA POTERE E DELITTO: La gestione del potere e le grandi possibilità di controllo

ed interferenze nei settori della vita pubblica e del mondo economico possono favorire

' insorgere di particolari forme di reati commessi dai reggitori stessi delle pubbliche istituzioni. Le

l '

ipotesi di reato si indirizzano verso due principali settori: quello dell interesse pecuniario quando, ad

19

es. viene distratto denaro pubblico a favore di privati o di partiti; e quello della prevaricazione e

della sopraffazione dei gruppi politici contrari. Gli autori di queste particolari forme di reato godono

della più assoluta immunità avendo la possibilità di controllare ed influenzare polizia, servizi segreti,

magistratura e stampa ed anche perché in certe ipotesi sono protetti da leggi inique come quelle

razziali del nazismo e del fascismo. Delitti contro l'umanità e crimini di guerra rimangono spesso

impuniti perché secondo le leggi dell'epoca in cui furono commessi non erano fatti costituenti reati.

Certe atrocità, come i forni crematori e le stragi nei campi di concentramento, tuttavia, non possono

essere ignorate dai criminologi i quali hanno denunciato l'esistenza e l'importanza di una delittuosità

del potere. Anzi, negli anni 60 si è costituito il gruppo dei criminologi radicali che si è dedicato ai

crimini perpetrati in violazione dei diritti umani includendo tra questi tutte quelle situazioni di potere e

di privilegio della classe dominante.

53. DELITTI POLITICI: Ogni azione diretta a rovesciare il potere costituito con mezzi illegali costituisce il

fenomeno della criminalità politica. Quando per gli stessi fini viene usata quella particolare violenza politica diretta

a provocare terrore nella popolazione, si parla di terrorismo che è la forma più recente di criminalità politica.

Naturalmente per quantificare criminale politico il terrorista è necessario stabilire da quale

prospettiva viene esaminata la lotta. Così per i nazisti erano “banditi” quelli che per gli italiani erano

gli eroi della Resistenza. Cosi l'attentato ad Hitler può definirsi atto di terrorismo o tirannicidio, a

seconda del campo dal quale si guarda all'atto. Il terrorismo, osservato come fenomeno, si realizza

con il ferimento o l'uccisione di singoli cittadini, con la strage di gente inerme, con il sabotaggio dei

'

servizi di pubblica utilità, con l interruzione di comunicazioni o con dirottamento di mezzi di trasporto

Dal punto di vista giuridico, in Italia, il codice compie una duplice distinzione tra reato politico

che è quello che offende un interesse politico dello Stato o un diritto politico del cittadino; e reato

comune determinato da motivi politici Il terrorismo politico dovrebbe rientrare tra i reati comuni in

quanto lede la sicurezza della convivenza sociale. Ciò risponderebbe anche a considerazioni di

'

opportunità. Infatti, considerare reato politico il terrorismo comporterebbe l adozione di un

trattamento giuridico di favore con l'attenuante della pena per il particolare valore morale del

movente politico

54. CRIMINALITÀ PER FINI APPROPRIATIVI E PER AGGRESSIVITA: I reati possono distinguersi

anche secondo una classificazione che tenga presenti i moventi per i quali sono stati commessi. I moventi o

motivazioni sono quei fattori psicologici che danno un significato al comportamento umano, importanti

'

nell indagine criminologica perchè illustrano non solo il fatto, ma anche il modo di essere del suo

autore. La classificazione di carattere descrittivo basata sulle motivazioni risale al Seeling e

ripresa dal Ponti, distingue le seguenti tipologie: 1) delittuosità per motivazione

appropriativa, ossia reati commessi per impossessarsi di denaro o di beni trasformabili in denaro. Il

denaro sta alla base di quasi tutte le fattispecie criminose e il ricorso ai mezzi appropriativi

illegittimi assorbe una quota notevole della criminalità: da quelle delle sottoculture criminali a

quella dei colletti bianchi, dal furto di una bicicletta a quello di miliardi, alla rapina, ai sequestri

di persona ecc. Talvolta il movente appropriativo non è rivolto al denaro, ma ad oggetti di valore

simbolico per possederli momentaneamente non potendoli acquisire in modo permanente. È il

'

caso dei furti d uso di auto o di moto perpetrati dai più giovani. Il valore simbolico è riscontrabile

anche nei furti ai grandi magazzini dove, talvolta, non si ruba per realizzare denaro, ma per la

suggestione che il possesso di beni di consumo produce. Altre volte nello stesso luogo vengono

commessi delitti appropriativi senza alcun movente concreto e razionalmente comprensibile, ma

per semplice divertimento. Tipico di certi giovani disadattati ed immaturi e commettere reati per

bravata, per vivere una situazione di particolare tensione emotiva, per affermare la propria

virilità, per affermarsi in un gruppo, per noia. Tale criminalità, detta ludica, è individuabile anche

' '

in delitti più gravi, quali il danneggiamento, l incendio, l infierire su persone o animali. 2) Delitti

per aggressività: l'aggressività e la disposizione prevalentemente istintuale alla violenza. Normalmente

essa viene mitigata da tutta una serie di modalità che la cultura ha ideato per renderla socialmente

accettabile o ha indirizzato verso condotte istituzionalmente previste ed ordinate, come nello sport, nella

caccia, in guerra. Quando l'aggressività si manifesta al di fuori delle forme ammesse si realizza la

delinquenza per motivazione psicologica aggressiva che, per frequenza, e seconda dopo quella per

'

motivazione appropriativa. Essa si distingue in diretta, se rivolta contro la persona f i s i c a dell anta-

gonista mediante percosse, lesioni personali, omicidio; in aggressività verbale se rivolta contro la

personalità morale dell'antagonista mediante i reati d'ingiuria, calunnia, diffamazione e in

aggressività sulle cose se provoca danneggiamenti, incendi o imbrattamenti. La condotta

aggressiva può essere transitoria se esplode nel corso di litigi, di risse o in tutti gli stati emotivi e

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abituale se realizzata nei reati continuati, nella violenza recidiva, nei maltrattamenti. Tra le

condizioni che possono favorire l'insorgere di condotte aggressive si indicano anche la paura, la

'

fame, la stanchezza, l'ubriachezza, l intossicazione da stupefacenti.

55. DELITTI SESSUALI: Tra i delitti sessuali ci interessano, ai fini classificatori, quelli c h e sono

originati da motivazione erotica in modo diretto ed immediato e dovuti a deficienza di controllo delle spinte

libidiche. Vi rientrano quelle condotte che sono lesive della libertà sessuale altrui: la violenza sessuale, gli atti

'

di libidine violenta, il ratto a fine di libidine, ma anche l incesto, gli atti osceni in luogo pubblico, la

corruzione di minorenne. Non vi rientrano, invece, altri delitti che non appaiono motivati da impulso

erotico ma da gelosia amorosa o da fini di lucro. Sono considerati dalla legge come

presuntivamente violenti, anche se non vi è stata reale coercizione, il congiungimento o atti di

libidine commessi nei confronti di un minore degli anni 14 o nei confronti di chi sia incapace di

intendere e di volere.

56. DELINQUENTI NORMALI E ANORMALI: Una classificazione per movente può costruirsi anche sul

carattere patologico o non patologico della motivazione stessa, ovvero sulla distinzione tra comportamenti

normali o anormali. L'anormalità, tuttavia, può essere vista sotto vari aspetti: in senso medico

psichiatrico, in senso psicologico e in senso sociale. 1) Normalità in senso psichiatrico: in senso

psichiatrico, possiamo distinguere gli autori del reati a seconda che in essi siano presenti o assenti

infermità di tipo psichiatrico. Possono, pertanto, definirsi anormali i delinquenti con ritardo mentale,

gli psicotici, i neurotici, i tossicomani, i cerebropatici, gli alcolisti, quelli affetti da disturbi della

personalità. Per esclusione, il delinquente normale è quello nel quale non è ravvisabile alcuna delle

infermità descritte. 2) Normalità in senso psicologico: alcuni aspetti anomali, quali l'insicurezza,

l'instabilità, l'immaturità, l'insensibilità affettiva, la carenza di senso morale, l'aggressività, la scarsa

tolleranza alla frustrazione, potrebbero far definire anomalo in senso psicologico il delinquente nel

quale sono presenti. La considerazione che tali aspetti psicologici sono spesso presenti anche in

soggetti dal comportamento conforme, lascia pensare che la loro presenza da solo non è sufficiente a

far esprimere un giudizio di anormalità. Questi tratti psicologici, infatti, rappresentano soltanto

talune delle innumerevoli variabili della personalità e possono, semmai, indicare una disposizione

potenziale alla devianza. Sono scarsamente oggettivabili e vengono presi in esame solo in occasione

di una condotta anomala Quando ciò avviene si cade nell'equivoco di considerate anomala

psicologicamente una persona perchè anomala è la sua condotta. Si dove concludere che è

impossibile definire la normalità psichica perchè il giudizio deriva da scene di valori, opinioni e

'

standard prefissati e per l estrema variabilità dei singoli individui. 3) Normalità in senso

sociale: solo nella prospettiva sociologica il delinquente è definibile come anormale nel senso

' anormalità dal punto di vista sociale della

che la sua condotta non è conforme alla norma. L

condotta non è indice di una necessaria anormalità in senso clinico. Spesso dalla grave

anormalità di certe condotte si salta alla conclusione dell'anormalità del soggetto dal punto di

vista clinico. Un efferato omicidio può far sospettare una anormalità clinica, ma non costituisce

dimostrazione di una anormalità biologica del suo autore.

57. LE TEORIE SOCIOLOGICHE – PREMESSA: Sul problema della criminalità sono state

elaborate tre diverse teorie, quelle sociologiche, quelle psicologiche e quelle hiologiche, ognuna delle

quali ha tentato di spiegare il fenomeno criminoso alla luce delle particolari conoscenze dei ricercatori.

Prima di intraprendere 1'esame delle stesse, è bene premettere alcune osservazioni di carattere

generate sul concetto di teoria. È questa una costruzione del pensiero con la quale il ricercatore

rappresenta la realtà e la spiega senza dover esaminare gli infiniti aspetti del fenomeno da studiare. Particolare

caratteristica della teoria è la sua funzione sintetica mediante la quale le multiformi condotte degli

uomini vengono collegate a pochi fattori scelti per la loro notevole rilevanza. Una teoria, per

essere valida, deve avere la capacità di indicare previsioni o ipotesi controllabili che confermino,

modifichino o smentiscano i suoi stessi assunti. Altra funzione rilevante di una teoria è la

funzione eziologica, ossia quella di ricercare tra le infinite condizioni e variabili quelle the si

ritengono “causa” del fenomeno osservato. Il significato di causa, tuttavia, è da intendersi in

termini molto relativi. Il comportamento umano dipende da un numero enorme di fattori

concorrenti e dalla differente reazione dell' individuo rispetto alle medesime sollecitazioni e condizioni.

Nessun fattore può mai da solo spiegare completamente un fatto e, d'altra parte, un medesimo

comportamento può essere interpretato secondo varie teorie causali. Sono state, comunque,

costruite teorie che rivolgono il loro interesse ad un solo fattore e sono indicate come teorie

unicausali e teorie che tentano di conciliare molteplici fattori per un'interpretazione più ampia del

21

fenomeno e sono indicate come teorie rnultifattoriali.

58. TEORIA DELLE AREE CRIMINALI: C.R. Shaw e H.D. Mac Kay della scuola di Chicago, elaborarono,

negli anni '40 la teoria ecologica o delle aree criminali. Essi osservarono che nelle zone urbane economicamente

e socialmente depresse e ad alta concentrazione criminale, il rischio di divenire delinquente è motto alto. Ciò

sia perchè il comportamento criminale agisce come modello culturale, sia per il permanere in quelle zone di

particolari tradizioni malavitose. II comportamento criminale si trasmette quasi naturalmente ai nuovi arrivati

ed ai più giovani. Conseguentemente, in queste zone, nonostante il ricambio della popolazione, il tasso di

criminalità resta sempre invariato: queste zone vennero definite aree criminali. II punto focale della teoria è

proprio questo: l’aver intuito che, concorrendo fattori personali, l'influenzamento ambientale negativo (da cui la

denominazione di teoria ecologica dell'ambiente),può favorire, mediante processi di imitazione sociale, la

scelta criminale. La delinquenza si associa più con le caratteristiche dell'area in cui la popolazione

vive che con le affinità etniche o razziali.

59. TEORIE DELLA DISORGANIZZAZIONE SOCIALE: Secondo la teoria della disorganizzazione sociale,

sviluppatasi negli Strati Uniti intorno agli anno ‘50 (Sutherland, 1947), esiste una stretta dipendenza tra

destabilizzazione dei valori culturale di una società e la irregolarità di condotta dei suoi membri. II mutamento è

la instabilità provocata dalla industrializzazione di un paese ed i fenomeni ad essa connessi,

quali l'urbanizzazione massiccia, l'emigrazione, la crisi della vecchia struttura agricola e

patriarcale, la crisi della famiglia, lascia disorientato l'individuo il quale non trova più i punti di

riferimento ai quali era abituato per conformare la propria condotta. II singolo individuo, vivendo

in una struttura disorganizzata, mutevole ed instabile, tende a disorganizzare anche la propria

condotta. La disorganizzazione sociale può prodursi anche quando in una società esistono

contraddizioni normative o conflitti di norme. Ciò avviene quando: 1) vi sia socializzazione difettosa

o mancante, come nell'ipotesi di norme che proteggono prevalentemente i diritti delle classi

superiori e che per ciò le classi inferiori sentono come estranee; 2) quando vi siano deboli sanzioni

per certi delitti che, pertanto, vengono implicitamente incentivati o quando certi reati non vengono

affatto puniti (quelli dei colletti bianchi); 3) quando vi sia inefficienza o corruzione nell'apparato

giudiziario. Queste circostanze creano un conflitto di norme e indeboliscono l'efficacia delle leggi,

rendendo probabile la loro violazione.

60. TEORIA DEI CONFLITTI CULTURALI: Per la teoria dei conflitti culturali la condotta deviante nasce da

conflitti tra norme culturali diverse alle quali un soggetto o un gruppo di persone si trova esposto. Coloro che, ad

es. sono immessi in un sistema culturale per loro sconosciuto e non riescono ad integrarvisi, si

trovano a vivere in una società che crede in valori diversi, spesso in contrasto con quelli dei

nuovi arrivati. Di conseguenza, questi soggetti vedono posti in crisi quei valori normativi che,

una volta, consentivano loro un efficiente controllo della condotta. Partecipare a due sistemi culturali

diversi può ingenerare disagio, incertezza e insicurezza in un individuo e queste condizioni possono

sfociare in malattie mentali e criminalità Il conflitto si produce anche allorché il gruppo cui il

soggetto appartiene non ha interesse a conformarsi alle norme che tutelano soltanto i valori del

gruppo dominante. Se il soggetto si inserisce in questo gruppo che adotta norme diverse da quelle

del resto del la società, può facilmente incorrere in forme di comportamento deviante.

61. TEORIA DELL'ASSOCIAZIONISMO DIFFERENZIALE: Legata alla teoria delle aree criminali, è la

teoria elaborata da Sutherland e Cressey, secondo la quale il comportamento criminale si apprende attraverso

l'associazione interpersonale con altri individui che sono già criminali. Il meccanismo di apprendimento è

identico a quello con il quale si impara ad osservare le leggi: se un soggetto si trova inserito in un

ambiente, soprattutto se ristretto, dove intensi sono i rapporti interpersonali, egli apprenderà

valori e ideali di quell'ambiente. Pertanto, se in quel gruppo i componenti hanno attitudini

criminali, diventerà delinquente; in caso contrario, rispetterà le leggi. La teoria delle associazioni

differenziali è stata proposta dal Sutherland come teoria generale ed unica, capace di spiegare

tutti i tipi di condotta criminosa e del perchè, a parità di condizioni economiche, certi soggetti si

volgono al delitto ed altri no. Ciò dipenderebbe dai fattori di priorità, di frequenza, di durata e di

intensità dei contatti interpersonali con associazioni in cui si valuta positivamente o negativamente

la violazione della Legge. A proposito della priorità, è indubbio che esperienze registrate nell'in-

fanzia possono influenzare tutta una vita ed influire sulla scelta di successive associazioni.

L'unicausalità di questa teoria fu ritenuta inizialmente un pregio, ma successivamente criticata

perchè incapace di spiegare le origini della criminalità che deve esistere prima di essere

appresa da altri: incapace di spiegare la criminalità di quei soggetti che non hanno mai avuto

22

contatti con criminali e le risposte differenziali dei singoli individui inseriti nella medesima

associazione, alcuni dei quali interiorizzano i modelli criminali proposti ed altri ne rifuggono.

62. TEORIA DELLA IDENTIFICAZIONE DIFFERENZIALE: L'apprendimento del comportamento criminale

non avviene solo attraverso il rapporto interpersonale diretto, ma può realizzarsi anche con un processo di

identificazione consapevole o inconscio con certi modelli antisociali reali o immaginari. Il processo di

identificazione è un meccanismo di tipo psicoanalitico mediante il quale il soggetto tende a

rendersi simile a certi modelli scelti come ideali del proprio “io” e dei quali vengono assunti

anche i valori normativi ed etici. Scegliere un modello ideale significa scegliere una persona ed

uniformare al suo comportamento la propria condotta. Se, pertanto, il modello è criminale, il

comportamento di chi l'imita tenderà ad essere criminale; socialmente integrato, se il modello è

osservante delle leggi. Questo processo di apprendimento della condotta può far comprendere

quali rischi si corrono quando attraverso i “mass media” si diffondono messaggi basati sul culto

della violenza, sull'esaltazione del ribellismo, dei vati “giustizieri” e quando si presentano criminali in

termini di eroi positivi.

63. SVILUPPI DELLE TEORIE SOTTOCULTURALI:. Il primo studioso che si servì di tale

concetto per interpretare il fenomeno della delinquenza giovanile nelle grandi città è stato Cohen, che,

individuando nelle diseguaglianze sociali il principale motivo della nascita delle bande criminali

giovanili, sottolineava come fosse difficile per i ragazzi appartenenti ai ceti inferiori adattarsi a modelli di

socializzazione elaborati e messi alla portata esclusiva dei coetanei di estrazione sociale più

elevata. Per trovare una soluzione al disagio conseguente a tale contraddizione, i giovani provenienti dai

ceti meno favoriti, necessitando, da un lato, del disconoscimento delle regole dominanti, e

avendo, dall'altro, comunque assorbito in certa entità le norme e gli ideali del sistema dominante stesso,

pongono collettivamente in atto il meccanismo difensivo della formazione reattiva, che capovolge la connotazione

positiva data a norme e mete irraggiungibili, facendo conseguentemente apparire negativo il sistema dominante. Il che

spiega come le azioni violente di questi ragazzi siano il più delle volte non dirette a fini

predeterminati. La condotta delinquenziale degli associati alle bande, col rivendicare il senso di

appartenenza di ciascuno al proprio gruppo, consente il conseguimento sia del prestigio, sia di beni

materiali altrimenti negati. Alcuni di questi giovani confluiranno, in seguito, nelle file della delinquenza

comune, essendo l'interazione tra le due sottoculture favorita dal radicamento di entrambe nei

quartieri più poveri. Le analisi di Cohen non si soffermano, però, sui meccanismi che inducono,

tra tutti i ragazzi di condizioni economiche disagiate, solo alcuni a divenire delinquenti. Tali

indagini sono state successivamente riprese e sviluppate da Cloward e Ohlin nella teoria delle

bande delinquenziali. Secondo gli autori, alle agevoli opportunità di conseguire con mezzi

legittimi le mete culturali di affermazione sociale ed economica da parte dei giovani appartenenti ai

ceti dominanti, si contrappongono le difficoltà dei coetanei provenienti dalle classi meno agiate di

raggiungere le mete stesse senza ricorrere a mezzi illegittimi. Il liberismo economico e

l'iniziativa privata caratterizzanti la società determinano, di fatto, una limitazione delle opportunità per

chi parte da un livello sociale ed economico inferiore. Per tal motivo questa limitazione è

conosciuta anche come la teoria delle opportunità differenziali. Le sottoculture criminose, che

nascono dal bisogno di aggregazione proprio dei giovani disadattati, assumono tre diverse tipologie:

1) bande criminali, costituite da delinquenti comuni con fini appropriativi; 2) bande conflittuali,

nelle quali la violenza sistematica, lungi dall'aver finalità appropriative, è diretta contro i simboli

irraggiungibili del sistema; 3) bande astensioniste, formate da quei giovani il cui totale rifiuto

'

per i modelli dominanti ha indotto all abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti, considerate

'

l unica possibile via di fuga da una società che disprezzano.

63. TEORIE FUNZIONALISTICHE: DEVIANZA ED ANOMIA: I processi di socializzazione mirano a condurre

l’individuo alla conformità, ossia ad uno stile di vita regolato da norme e comportamenti conformi alla

cultura dominante. Tali processi si realizzano, da un lato, nei nuclei di apprendimento sociale (quali, ad es.

'

la famiglia o la scuola), e, dall'altro, attraverso meccanismi psicologici, quali l identificazione o

l'interiorizzazione. In antitesi alla conformità si pone la devianza, che si concreta nella non osservanza delle

regole normative e sociali affermate dal sistema vigente. Sono qualificate pertanto come devianti anche quelle

condotte che, pur non essendo vietate dalla Legge, contrastino comunque con il comune sentire sociale (si pensi

all'alcolismo o al vagabondaggio). Per essere definito deviante, però, il comportamento deve violare

volontariamente e non accidentalmente la regola “culturale”. Il concetto di devianza si è affermato grazie allo

struttural-funzionalismo, una delle più importanti correnti sociologiche sviluppatasi negli Stati Uniti

dopo gli anni ‘30, i cui maggiori rappresentanti sono Parson, Merton e Johnson. Tale indirizzo vede la causa

23

principale della devianza nell'anomia, intesa da Durkheim, che per primo l'introdusse in sociologia, come la

“frattura di regole sociali” provocata dalla società che iperstimola le aspirazioni dei cittadini. Merton riprese tale

concetto, allargandone lo spettro semantico: l'anomia è allora intesa come sproporzione tra mete culturali

e mezzi legittimi per il conseguimento di quest'ultime. Le società moderne, quindi, pongono mete alla portata

esclusiva di minoranze economicamente e socialmente privilegiate, le uniche in grado di assumere

' '

l atteggiamento di conformità. L'anomia, quindi, è intesa come la conseguenza di un incongruità fra le

mete proposte dalla società e la reale possibilità di conseguirle. Le mete sociali possono intendersi come

le prospettive e gli obiettivi primari posti dalla società verso cui devono tendere le aspirazioni e gli sforzi

di tutti. Tuttavia in alcune organizzazioni sociali non esiste un equilibrio tra le mete proposte e i

mezzi legittimi per conseguirle, cosicché a determinati strati della popolazione assolutamente privati dei

mezzi necessari è impedito il raggiungimento degli obiettivi sociali. Questo mancato soddisfacimento

provoca un alto tasso di frustrazione che è la prima spinta al comportamento aggressivo antisociale,

cosicché buona parte degli individui sfavoriti non avrà remore ad utilizzare mezzi illegali per raggiungere le

mete che la società stessa gli ha proposto. In tal caso le regole che sanciscono con quali mezzi è legittimo e

socialmente approvato raggiungere le mete perdono di credibilità poiché con quei mezzi non e possibile a tutti

perseguire quelle mete, sicché le norme sono diffusamente trasgredite generando un alto tasso di devianza: e

questo il quadro di una società anomica. Per gli altri l'adattamento potrà assumere forme alternative,

innovazione

sintetizzabili in quattro tipi di devianza: 1) , quando si perseguono le mete culturali anche a discapito dei

ritualismo

mezzi legittimi (si pensi, ad es. ai « delitti dei colletti bianchi»); 2) , consistente nell'abbandono delle mete del

successo conseguente all'accettazione dei soli mezzi legittimi (si tratta, indubbiamente, di una devianza sui generis); 3)

rinunzia , caratterizzata dal rifiuto sia delle mete che dei mezzi (come avviene, ad es. per il vagabondo o per il

ribellione

tossicomane); 4) , che si realizza con la sostituzione delle mete poste dalla cultura dominante e dei

relativi mezzi di conseguimento con valori nuovi (è il caso del contestatore).

64. TEORIE DEL CONSENSO E TEORIE DEL CONFLITTO: I contributi sociologici alla criminologia fin qui

esaminati rientrano nella più ampia categoria delle teorie del consenso, in quanto esprimono una visione

della società secondo cui le regole da essa poste si reggono sul consenso delta maggior parte dei cittadini, ai quali

si contrappongono come eccezione i devianti. Lo struttural-funzionalismo, in particolar modo, col considerare la

devianza un fenomeno patologico in un sistema dalla maggioranza accettato, non tiene conto della

conflittualità di classe che caratterizza i processi storici e che conduce, a volte, al mutamento delle norme

stesse. A partire dagli anni sessanta alcuni studiosi aprono la strada a una nuova forma di indagine socio-

criminotogica, che da rilievo al continuo conflitto esistente tra i diversi gruppi sociali. Queste nuove teorie,

ritenendo che i modelli normativi e comportamentali esistenti in una data società non esprimano le scelte della

'

maggioranza, essendo invece il frutto dell imposizione delle minoritarie classi dominanti, furono definite, in contrapposi-

zione alle precedenti, del conflitto. Tra le teorie del conflitto trovano principale collocazione la

' etichettamento, la criminologia radicale e la criminologia critica.

teoria dell

65. LABELLING APPROACH 0 TEORIA DELL'ETICHETTAMENTO: La teoria dell'etichettamento o

labelling approach (Becker, Lemert, Kitsure, Gogfman) si inserisce nella prospettiva definita

'

dell'interazionismo simbolico di Mead che, nello studio comportamentale, sofferma l attenzione

soprattutto sulle interrelazioni sociali, sui significati che si danno alle azioni e sul fenomeno

' '

dell emarginazione. Per la teoria dell etichettamento il deviante non è tale a causa del proprio

comportamento, ma in quanto la società etichetta come deviante chi compie determinate azioni da essa vietate. Ne

consegue che criminale non è tanto chi compie una qualunque azione delittuosa, ma piuttosto chi,

tra le tante, ne compie alcune anziché altre. A questo proposito sono stati elaborati i concetti di

stigma e stereotipo del criminale per evidenziare come le classi dominanti pongano in atto una

'

discriminazione in relazione al tipo di delitto e all area sociale di provenienza dell'autore. Chi detiene il potere,

infatti, emana norme finalizzate al mantenimento del proprio status e, conseguentemente,

definisce i concetti di delitto e di devianza in modo da colpire le classi subalterne.

Successivamente può accadere che alcuni soggetti, le cui condotte sono state dalla società

definite devianti, reagiscano a tale etichettamento accentuando tali condotte al punto tale da

elevarle a stile di vita. A tal proposito si parla di consolidamento della devianza. La teoria

esposta ben si presta all'interpretazione di un tipo di devianza non criminosa o sfociante in una

delinquenzialità minore, espressione delle periferie socialmente ed economicamente degradate;

ma certamente non si adatta alla comprensione di altre forme di criminalità, come quelle concre-

tantesi, ad es. nei reati d'impeto o nei delitti economici

66. LA CRIMINOLOGIA RADICALE: Nell'ambito dei molteplici fermenti socio-culturali che, negli Stati

Uniti degli anni Sessanta, hanno determinato una protesta di ampia portata concretatasi nei

24

movimenti studenteschi, nelle lotte per la rivendicazione dei diritti della popolazione afro-americana e nelle

rivolte nelle carceri, un ruolo rilevante è stato svolto dal radicalismo politico, che ha dato luogo ad un

nuovo approccio alla criminologia, spostandone lo spettro d'indagine alla critica politica. Da

questa diversa analisi del fenomeno criminoso nasce la criminologia radicale, che ritiene i ceti

dominanti responsabili di definire delinquente chi si oppone al sistema neocapitalista. In

quest'ottica, allora, si sostiene una correlazione tra opposizione al sistema dominante e devianza Per i

rappresentanti più estremisti di tale corrente di pensiero il tradizionale concetto di devianza è da abolire e

occorre, inoltre, ridisegnare quello di crimine come violazione dei diritti umani, ossia violazione di quei diritti,

come la libertà o la dignità, che proprio chi detiene il potere pone in atto ai danni delle classi

subalterne.

67. LA CRIMINOLOGIA CRITICA: Mentre la criminologia radicale elabora la propria dottrina

utilizzando istanze anarchiche care al radicalismo americano, la criminologia critica, dal canto suo,

muove da analisi sociali e politiche marxiste, reinterpretando il concetto di devianza come lotta della

classe operaia per l'instaurazione del socialismo. Questa nuova corrente criminologica ha origine

nell'Inghilterra dei primi anni Settanta, grazie al contributo di studiosi marxisti, quail Taylor,

Walton e Young, che agivano intorno alla National Deviance Conference. Superando la concezione

marxista del criminale come individuo sorretto da motivazioni egoistiche e privo, dunque, della

coscienza del conflitto di classe, anche se comunque rappresentante il frutto dell'oppressione

capitalistica, la criminologia critica vede nella devianza la consapevole risposta del singolo alle ingiustizie

sociali. E sarà allora la società capitalistica a criminalizzare tale reazione, identiflcando il deviante con il

delinquente, in modo tale da estrometterlo dal contesto sociale e sterilizzarne la carica

rivoluzionaria. La criminologia critica ha trovato sostenitori anche in Germania e in Italia, dove

è stata ripresa da un gruppo di studiosi, tra i quali ricordiamo Melossi, Pavarini a Bricola, che si

riunivano attorno ala rivista “La questione criminale”. Questi autori, ritenendo la devianza espressione

di esigenze antitetiche alle istanze culturali della società borghese e. per tale motivo, repressa da quest'ul-

tima in quanto costituente minaccia alla propria sopravvivenza, proponevano un sistema penale fondato

su basi ideologiche differenti da quelle dell'attuale sistema, elaborato a esclusivo vantaggio del

ceto dominante. Costoro distinguevano, quindi, una devianza individuate, inconsapevole e

diretta a finalità prive di prospettive, come il crimine o la tossicodipendenza, da una devianza

organizzata, che ha carattere politico e si manifesta come lotta di classe per la demolizione del

capitalismo e l'affermazione del socialismo. Tale filone criminologico ha avuto eco anche negli

Stati Uniti, per merito di Chambliss, Quinney, Platt e Schwendingcr, che presero le distanze

dalle teorie della reazione sociale, configurando la criminalità come la conseguenza delle

contraddizioni dei rapporti sociali nell'ambito del sistema capitalistico. Per i criminologi

americani, infatti, la società capitalistica e caratterizzata da una continua situazione di conflitto,

determinata dalla lotta tra classi antagoniste e risolta dall'intervento dello Stato che, utilizzando lo

strumento del diritto penale per reprimere le condotte del proletariato antitetiche agli interessi

borghesi, persegue una politica in sintonia con le finalità del ceto dominante. In questa

prospettiva, allora, la devianza si identifica col dissenso di un soggetto nei confronti di un sistema che

ne criminalizza la classe sociale di appartenenza

68. RELAZIONI TRA CRIMINE E DEVIANZA, EMARGINAZIONE E MARGINALITÀ: Per

quanto attiene ai primi due termini, nessuna identificazione è riscontrabile tra criminalità e

devianza. La criminalità integra ogni violazione di norme contemplate dai codici penali. La

devianza, dal canto suo, estende il suo ambito anche ad azioni che, pur non concretandosi in delitti,

sono riprovate dalla cultura dominante e, talvolta, inducono forme di solidarietà. A seguito

dell'orrore in cui continuamente incorre chi identifica i due termini, le recenti analisi delle

dinamiche sociali tendono a sostituire al termine devianza quello di marginalità. Se l'emarginazione

attiene alla dinamicità, in quanto consiste in atteggiamenti posti in atto da un determinato

gruppo nei confronti di taluni soggetti che, attraverso la riduzione delle proprie prospettive, sono

progressivamente messi al margine dal gruppo, la m a r g i n a l i t à rappresenta una condizione statica,

'

in quanto punto d arrivo dell'azione emarginante della società. La marginalità si identifica, quindi,

con quegli status caratterizzati da un totale abbandono delle aspettative di realizzazione sociale e da condizioni di vita di

gran lunga inferiori rispetto alla media.

69. TEORIA DELLA NEUTRALIZZAZIONE: Questa teoria, elaborata da Matza e Sykes, in seguito

alle critiche al modello rigidamente classista delle sottoculture delinquenziali, vuol dimostrare che la delinquenza non

deriva dall'apprendimento di norme o valori devianti, ma il comportamento deviante e il risultato di tecniche psicologiche

25

'

di razionalizzazione, cosidette di neutralizzazione. “E nostra impressione che gran parte dell attività delinquenziale sia

'

dovuta ad una proliferazione di difese nei confronti dell atto delinquenziale, sotto forma di auto-giustificazione per il

, '

comportamento deviante, considerate valide dal delinquente, ma non dal sistema giuridico o dall intera società” (Sykes,

Matza, 1957). Bisogna chiedersi perchè alcuni uomini violano norme che non solo conoscono

ma, addirittura, ritengono valide. Per risolvere il conflitto con la morale sociale, essi ricorrono ad

un processo psicologico rivolto a giustificare la loro azione delittuosa mediante le tecniche di

neutralizzazione. Queste sono concepite secondo cinque forme principali: 1) la negazione de/la propria

responsabilità: il deviante si autopercepisce come malato trascinato a viva forza nelle diverse

situazioni; 2) la minimizzazione del danno provocato: per il delinquente la gravità della sua condotta è

valutata in ragione del danno subito dalla vittima; 3) la negazione della vittima: la responsabilità

dell'atto commesso viene neutralizzata dal delinquente con la considerazione che la vittima

meritava il trattamento ricevuto; 4) la condanna dei giudici: i delinquenti ritengono che sono da

condannare coloro che disapprovano la loro condotta: i giudici sono parziali - la polizia è corrotta 5)

l'appello a obblighi di lealtà: la lealtà verso il gruppo di appartenenza, verso la cerchia degli amici,

verso le bande del quartiere, è sentita come un obbligo prevalente rispetto ai doveri verso la

società. Il delinquente mediante queste tecniche si sente scaricato delle sue responsabilità e per

le sue azioni si considera più come soggetto passivo che come soggetto attivo. Il ricorso alle

tecniche di neutralizzazione è provocato dal senso di disperazione di chi si sente incapace di

dominare gli eventi e l'ambiente circostante.

70. TEORIE PSICOLOGICHE - INTRODUZIONE: Lo studio delle teorie psicologiche della personalità si

propone di individuare le componenti di vulnerabilità individuale di certi soggetti di fronte al rischio

criminalizzante dei condizionamenti socio-ambientali. Si tratta di ricercare quali fattori, diversi da

persona a persona, determinano, a parità di condizioni, diversità di risposte di fronte alle sollecitazioni

provenienti dalla società. Punto di partenza e l'indagine su quelle componenti psicologiche o di

'

personalità, quali il carattere, il temperamento,l intelligenza, che espongono l'uomo al rischio di

diventare delinquente o di volgersi verso scelte antisociali. È necessario stabilire quali sono i

fattori che favoriscono l'attività criminosa legati alla società ed all'ambiente e quali quelli legati

' individuo. Dal punto di vista criminologico, la personalità può ritenersi come

alla personalità dell

il complesso delle caratteristiche che ciascun individuo manifesta nel suo modo di vivere

sociale, cioè come la risultante delle interrelazioni del soggetto con i gruppi e con l'ambiente.

Temperamento e, invece, quella predisposizione o tendenza di ogni individuo, di natura innata o

legata alla struttura biologica, di agire in quel particolare modo, di reagire all'ambiente e di

atteggiarsi nei ruoli. Il temperamento si considera per lo più immodificabile. Sul temperamento

incidono, però, infinite circostanze ed esperienze di vita che inducono il soggetto a reagire anche

in modo diverso da quello innato Il particolare modo di reagire esprime il carattere che deve,

pertanto, intendersi come il risultato dell'interazione tra temperamento ed ambiente. Può modificarsi nel

tempo proprio per effetto di quelle vicende di vita che ne plasmano gli aspetti.

71. FREUD: Per la comprensione dei fatti comportamentali devianti e criminosi dal punto di vista psicologico,

esamineremo alcune delle teorie della personalità, tra le quali la psicoanalisi e quella che per prima ha

rivolto la sua attenzione verso le attività psichiche inconsce per carpire i motivi profondi dell'agire

biologico psicologico sociale

umano. Secondo Freud la personalità è distinta in tre livelli: , , e : 1) l'ES è il

livello originario, e il nucleo primitivo, la matrice. È composto da tutti i fattori psicologici ereditari e

'

presenti alla nascita, compresi gli istinti, gli impulsi, le passioni, le idee e i sentimenti rimossi. L Es costituisce il

serbatoio dell'energia psichica, la sorgente della forza dalla quale deriva ogni spinta ad agire. Tutto ciò che è

' '

contenuto nell'Es è a livello d inconscio per cui l uomo non è consapevole di quali siano le sue pulsioni

ed i suoi istinti. Nell'Es esistono due istinti contrapposti: l'uno e l'istinto di vita, l'Eros, fonte della libido,

delle cariche sessuali; l'altro e l'istinto della morte , il Tanatos che tende a ricondurre verso l'inerzia,

l'inorganico da cui l'uomo ha avuto origine e dove tende a ritornare. L'Es è retto esclusivamente dal

principio del piacere, diretto alla soddisfazione immediata dei bisogni dell'organismo con cui si scaricano gli

'

stati di tensione creati dagli stimoli interni ed esterni. 2) l IO è la parte conscia della personalità che si

sviluppa in conseguenza dei bisogni dell'individuo che richiedono rapporti adeguati col mondo

oggettivo della realtà. Rapporti che l'Es non è in grado di avere perchè conosce solo la realtà psichica

'

soggettiva, mentre l Io sa distinguere i contenuti mentali del mondo esteriore. L ' I o è la componente

esecutiva della personalità e obbedisce al principio di realtà perchè valuta le concrete possibilità offerte dal

mondo esterno e programma il soddisfacimento dilazionato fino a quando non sia a disposizione

' oggetto richiesto o le opportunità idonee a ridurre la tensione. 3) il Super Io e il rappresentante

l

interiore dei valori etici e delle norme sociali, appresi nell'infanzia con il sistema dei divieti, delle

26

punizioni e delle ricompense operate dai genitori o da altre persone autorevoli con le quali si e

venuti in contatto. Il Super Io esercita la funzione di arbitro morale interno della condotta, sia

'

disapprovando i comportamenti contrari alle norme sociali e facendo sentire l uomo colpevole,

sia approvandolo e facendolo sentire orgoglioso di se quando il suo comportamento è conforme

all'ideale normativo proposto dai genitori o dalla società. Il Super Io ha, dunque, la funzione di

inibire, di controllare gli impulsi dell'Es, in particolare quelli di natura sessuale e aggressiva, suscitando

nel soggetto il senso di colpa se trasgredisce ai suoi comandi. Immaginiamo, ora, in continuo

'

movimento le tre componenti della personalità. I bisogni istintivi dell Es e le censure del Super

Io sono in perenne conflitto. Quando l'Io viene sopraffatto da uno stimolo eccessivo che non

riesce a dominare vive in una situazione di pericolo, realizzandosi l'angoscia o ansia che,

reale sociale nevrotica

secondo Freud, può assumere tre aspetti: , o . La prima e il timore di un

pericolo reale: quella sociale e il timore della riprovazione di altri; quella nevrotica e il timore

delta severità del Super Io, quello che suscita il senso di colpa. L'ansia nevrotica è la più grave

perchè mette in pericolo l'equilibrio mentale del soggetto. Contro i pericoli della nevrosi l'Io si

avvale dei meccanismi inconsci di difesa. I principali sono: la rimozione che consiste nel rinviare

dalla coscienza all'inconscio quei contenuti che provocano un allarme eccessivo; la dislocazione

che consiste nel deviare su altri soggetti le pulsioni istintuali non accettate. Quando la deviazione

porta a più elevate conquiste culturali si realizza la sublimazione; la proiezione che consiste nel

deviare sul mondo esterno le conflittualità interiori, in quanto e più facile difendersi dall'angoscia

reale che non da quella nevrotica. Da questo meccanismo di difesa traggono origine i processi

di deresponsabilizzazione, comuni a tanti criminali, noti con la denominazione di meccanismi di

neutralizzazione; la formazione r e a t t i v a che implica la sostituzione nella coscienza di un impulso

o sentimento che genera angoscia col suo opposto (per es. un primitivo atteggiamento di odio con un eccesso

di affetto e di protezione); la fissazione, cioè l'arresto, temporaneo o permanente in una certa fase dello

sviluppo senza raggiungere la piena maturazione: la regressione quando l'incapacità di superare esperienze

traumatiche comporta il ritorno a fasi anteriori e già superare dallo sviluppo; l'identificazione quando si

incorporano nella propria personalità tratti psicologici di un'altra persona per ridurre le tensioni, i conflitti e le

riprovazioni delle figure di autorità (es. i genitori).

72. RELAZIONE TRA C R I M I N A L I T À E PSICOANALISI: Alcune modalità della condotta criminale

possono essere interpretate dalla psicoanalisi. Premesso che l'uomo, per sua natura, è antisociale, il

processo di socializzazione è un processo secondario che si attua per la necessità utilitaristica di evitare

l'angoscia conseguente alla riprovazione del Super Io. Ma, quando sulle controcariche messe in atto dal

Super Io, depositario delle norme e dei valori sociali, prevalgono le pulsioni libidiche e aggressive si manifesta

l'antisocialità. La causa prima della criminalità, secondo Redl, e incapacità di controllo delle impulsività da

' Io, compromesso da alcolismo o da malattie

parte del Super Io, senza tener conto delle eventuali carenze dell

varie. Secondo Alexander e Staub la condotta criminosa è effetto di una carenza esistente nel Super Io che

non controllerebbe adeguatamente le pulsioni dell'Es. Comunque le situazioni che possono verificarsi sono:

1) la normalità che è il pieno controllo del Super Io sulle pulsioni istintuali dell'Es; 2) la delinquenza

fantasmatica, quando il Super Io non consente che l'aggressività sfoci in condotte criminose e l'Io riesce a

ridurre la tensione dislocando l'antisocialità sul piano della semplice fantasia, ad es. nell'identificazione del

criminale durante la visione di un film; 3) la delinquenza colposa, quando il Super Io riesce ad

impedire che l'aggressività si realizzi come violenza volontaria sulle persone, ma non riesce ad

impedire che l'Io sposti l'aggressività verso condotte imprudenti che provocano ugualmente

offesa o danni; 4) la delinquenza nevrotica in cui il Super Io non ha completamente rinunciato

al controllo dell'antisocialità, ma questa si realizza ugualmente per l'esistenza di profondi conflitti

psichici che si risolvono i n una condotta deviante. Condotta che non è l'effetto di una scelta

precisa, ma una specie di ripiego per eliminare la tensione dei conflitti interiori, e non essendo

completamente accettata, genera sensi di colpa. La cleptomania, ad es. è un comportamento

dovuto a conflitti nevrotici e non a motivazioni accettate o ad assenza di valori morali. 5) la

delinquenza occasionale o affettiva in cui si ha un momentaneo slivellamento del controllo del

Super Io, dovuto, ad es. al verificarsi di un'occasione propizia o ad una motivazione emotiva o

passionale. 6) la delinquenza normale, quando il controllo del Super Io è completamente

assente e l'Io può tranquillamente realizzare pulsioni aggressive ed antisociali. In questo caso

non si svilupperà senso di colpa perchè è lo stesso Super Io ad essere delinquente.

73. JUNG: Secondo la teoria analitica di Jung, la personalità risulta dalla combinazione della causalità

con la teleologia: il comportamento dell'uomo è determinato non soltanto dalla sua storia individuale,

ma anche dai suoi fini e dalle sue aspirazioni. Scopo della vita e il raggiungimento della completezza del

27

Se che costituisce la meta fondamentale cui ogni uomo tende. L'uomo, pertanto, non agisce

spinto solo dagli istinti dell'inconscio, ma anche perchè organizza la sua vita per raggiungere le

sue finalità e le sue aspirazioni. A proposito dell'inconscio, Jung ne distingue due tipi specifici:

l'inconscio personale che comprende le esperienze psichiche un tempo coscienti e poi

dimenticate e l'inconscio collettivo, costituito da tutte le esperienze delle generazioni passate

'

fino alle origini dell uomo. Mentre Freud vedeva le origini della personalità nell'infanzia, Jung ritiene che

la personalità dell'uomo si è formata attraverso le predisposizioni trasmessegli dai suoi più lontani antenati.

Per quanto concerne la criminalità, Jung ha rilevato due atteggiamenti fondamentali della persona di fronte

alle tensioni psichiche: 1) l'estroversione o atteggiamento alloplastico, proprio di coloro che risolvono

le tensioni con l'azione, cioè rispondono a l l e frustrazioni o ai conflitti psichici trasferendo sugli altri,

sull'ambiente i loro problemi. I fattori disturbanti diventano sofferenze non per se stessi che si sentono nel

giusto, ma per gli altri; 2) l'introversione o atteggiamento autoplastico, proprio di quelli che risolvono

'

interno della propria psiche con sofferenza, disagio ed ansia, essendo il soggetto in disaccordo

la tensione all

con se stesso. Le potenzialità criminali saranno rare negli atteggiamenti introversi, più probabili negli

atteggiamenti estroversi. Una ricerca sul recidivismo si è conclusa con la constatazione che la maggior parte

dei recidivi sono estroversi, essendo più difficilmente condizionabili e incapaci di apprendere le norme sociali

di condotta.

74. LA PSICOLOGIA SOCIALE: Secondo la psicologia sociale, la personalità può essere studiata soltanto

nell'ambito dei continui rapporti tra un soggetto, le altre persone ed i gruppi. L'uomo, come entità psichica, è

motivato ed influenzato dalle relazioni interpersonali. La psicologia sociale studia, dunque, come le relazioni

interpersonali influenzano gli individui che partecipano ad un contesto sociale. I principali rappresentanti della

psicologia sociale sono Alder e Fromm. Adler afferma che la principale fonte dinamica della vita psichica non

è la “libido” indicata da Freud, bensì la volontà di potenza. Questa consente all'individuo di superare il senso

'

originario d inferiorità a realizzare la sua aspirazione alla superiorità, alla autoaffermazione, meta ultima di

'

ogni condotta. Quando per particolari condizioni sfavorevoli, l individuo non riesce a realizzare le

mete che si era prefisso, può rimanere vittima di manifestazioni anomale e ritenersi affetto del

complesso d'inferiorità. Tale complesso può portare al crimine che e l'occasione per compensare la

' attenzione generale. Fromm afferma nella sua

propria inferiorità e per accentrare su di se l

psicologia sociale che per vincere la sensazione di solitudine e di isolamento, l'uomo ha bisogno di

inserirsi armonicamente in un contesto sociale. La condizione dell'uomo per il suo equilibrio e la sua

armonia comporta il soddisfacimento di particolari bisogni: 1) il bisogno di relazioni come

conseguenza del fatto di avere abbandonato la sua veste animate per divenire individuo

socializzato. In compenso si aspetta di ricevere amore, comprensione e rispetto; 2) il bisogno di

trascendenza, cioè il bisogno di elevarsi mediante la sua attività creativa. Se frustrato, tale bisogno

si trasforma in attività distruttiva (aggressività e distruttività criminale); 3) il bisogno di schemi di

riferimento che vengono forniti dal costume, dalla cultura e dalla legge per consentirgli di avere

un modo stabile di percepire e comprendere il mondo; 4) il bisogno di identità personale, cioè quello

'

di riconoscersi in un 'immagine coerente e stabile che, se non è raggiunta attraverso l attività

creativa, può conseguirsi anche identificandosi con altre persona o con gruppi sociali in cui si è

inseriti. L'inappagamento o la frustrazione di questi bisogni può portare alla ricerca di

compensazioni attraverso la condotta criminosa. ' '

identità personale è il concetto, l immagine che

75. IDENTITÀ PERSONALE E TEORIA DEI RUOLI: L

ognuno ha di se, relativamente alle qualità della propria persona, ai fini che vuole conseguire ed ai mezzi per inserirsi

nel mondo. L'identità personale si forma progressivamente, sia attraverso l'identificazione con successivi

modelli significativi, sia per effetto dei ruoli che il soggetto svolge nel gruppo, ed è influenzata

'

dalle speranze, dai riconoscimenti che gli altri formulano sul suo conto. L identità personale dipende,

'

pertanto, dall ambiente sociale in cui si vive: l'appartenenza, ad es, ad un determinato tipo di famiglia, di

'

gruppo sociale etnico, condiziona in modo determinante l acquisizione dell'identità. personale. Oltre che dal

'

giudizio degli altri, la formazione dell identità personale è influenzata anche dalla posizione o

“status” che ciascuno occupa nella società e dalla funzione che svolge nella posizione occupata

(status di padre, di figlio, di insegnante, di impiegato). Ciò in quanto ogni status comporta una serie di

diritti e di doveri nelle relazioni con persone di altro status e genera aspettative circa l'osservanza dei

compiti spettanti a chi occupa quello status. Le funzioni esercitate e le aspettative ingenerate costituiscono

ruolo. Lo status di un individuo, dunque, consiste in ciò che egli può legittimamente attendersi

dagli altri membri del gruppo, il ruolo cioè che gli altri devono attendersi da lui. Dal punto di

vista criminologico, un processo anomalo di formazione della propria identità personale,

particolarmente in età adolescenziale, può avere conseguenze disastrose. Se ad un soggetto si

28

attribuiscono o s i impongono ruoli sociali squalificanti come emarginazione, isolamento, carcere e,

conseguentemente, ci si aspetta da lui ruoli negativi “da te non posso aspettarmi nulla di buono”, può

formarsi un'identità personale svalorizzata e negativa a tal punto che il soggetto stesso si riconosce

come individuo senza valore e adotta una condotta stabilmente deviante, confermando così il proprio

fallimento sociale. Effetti parimenti disastrosi possono verificarsi nella formazione dell'identità

personale quando il soggetto viene rinchiuso in istituti correzionali, in carcere, nei manicomi, negli

istituti rieducativi. Tali istituti vengono denominati da Goffman istituzioni totali perchè coinvolgono

globalmente l'individuo deformandone la personalità e limitandone le prospettive. Il recluso viene privato

del suo precedente ruolo con mortificazioni e imposizioni di regole spersonalizzanti; gli si

prospetta l'identificazione in ruoli squalificanti; è ridotto in una condizione di passività, viene

vanificata la sua aspirazione ad assumere o riassumere ruoli sociali di un certo valore; finisce per

convincersi che il suo ruolo è deviante o criminale perchè così è stato classificato dalla società.

76. PSICOLOGIA COMPORTAMENTISTICA: Secondo la psicologia comportamentalistica (o

behaviorismo o psicologia dello stimolo-risposta), sviluppatasi soprattutto negli Stati Uniti, ciò che

'

oggettivamente può conoscersi dell uomo e solo il suo comportamento, di come risponde agli stimoli

esterni, di come reagisce al suo ambiente, prescindendo da ogni analisi di ciò che avviene dentro di lui. La

psicologia deve dunque limitare le sue ricerche allo studio del comportamento (behavior).

' '

L ipotesi fondamentale di questa teoria è che la reazione o il comportamento dell uomo vengono

indirizzati a seconda di come l'ambiente li contrasta, li ricompensa o li rafforza. La condotta

umana può essere indirizzata in una direzione o in un'altra a seconda delle reazioni che vengono suscitate

dall'ambiente. La maggior parte degli individui, in circostanze analoghe, reagisce agli stimoli

esterni in ugual modo. Se il comportamento, pertanto, è legato agli stimoli, modificando questi

ultimi, è possibile condizionare il comportamento stesso. Analizzando le reazioni delle gente, si

può prevedere quale sarà il suo comportamento e stabilire quali modalità adottare per

indirizzarla verso obiettivi prescelti. La psicologia behavioristica offrendo queste possibilità è

stata impiegata in molti settori pratici: dalla pubblicità commerciale, alle campagne politiche,

alle tecniche di persuasione occulta, a quelle pedagogiche, educative e risocializzative. Una

visione rigidamente deterministica della personalità umana viene fuori dall'applicazione della psicologia

comportamentalistica: in presenza di certe condizioni ambientali non è lasciato nessun margine

alle scelte comportamentali individuali. Secondo Skinner non è vero che il comportamento

umano sia stimolato da intenzioni e finalità. Scopo della psicologia è quello di studiare i rinforzi

del comportamento, cioè quello di ricercare i modi di applicazione più efficaci come compensi

psicologici, affettivi, economici per indirizzare stabilmente la condotta umana verso certi

risultati. Un programma adeguato di rinforzi, in una società ideale, potrebbe addirittura portare

all'eliminazione di ogni anomalia del comportamento. Per quanto riguarda la criminalità,

un'applicazione teorica della psicologia behavioristica può riconoscersi nella teoria della

' emergere di un comportamento aggressivo

frustrazione-aggressione di Dollard secondo la quale l

presuppone sempre una frustrazione ed il ripetersi di situazioni frustranti rafforza la risposta

aggressiva. Quando l'aspirazione al successo viene ripetutamente impedita si possono realizzare

condotte antisociali. Critiche a questa teoria possono venire dalla constatazione sia che soltanto

una parte della delinquenza è aggressiva, sia che non sempre la frustrazione provoca

aggressività, ma può anche provocare una reazione di inibizione o di regressionse di carattere

non antisociale.

77. TEORIE MULTIFATTORIALI - L'INTEGRAZIONE PSICO-AMBIENTALE: Le teorie unicausali,

ovvero quelle che fondano il loro studio su un solo fattore di criminogenesi, cioè solo su quello sociale

o solo su quello psicologico, non sono in grado di spiegare perchè non tutti gli individui

reagiscono con le stesse condotte agli stimoli legati all'ambiente e non tutti gli individui con personalità

simili diventano delinquenti. Devono esistere ed è perciò importante individuarli particolari elementi

che, di fronte alle stesse spinte criminogenetiche, inducono a risposte differenziali. Alcuni autori

hanno denominato componenti di vulnerabilità individuale quegli elementi che, provenienti

dall'ambiente, conducono ad una condotta criminale e componenti di vulnerabilità socio-

ambientale quelle legate ai vari handicap ai quali i singoli soggetti sono esposti. Non su un solo

fattore, avvertono i fautori delle teorie multifattoriali, vanno ricercate le cause delta criminalità, ma

prendendo in esame contemporaneamente ed integrandoli tutti i fattori sociali, le variabili psicologiche

e le risposte differenziali del singoli.

78. LA TEORIA NON DIREZIONALE: La più rappresentativa delle teorie multifattoriali è la teoria

29

non direzionale del coniugi Glueck. Al fine di identificare i fattori familiari-situazionali e quelli individuali che

'

sono più frequenti nei giovani criminali, essi hanno svolto un indagine particolarmente attendibile

su un campione di 500 delinquenti minorenni e di 500 minori non delinquenti, tutti della zona di Boston.

Il loro metodo fu di mettere a confronto coppie di minori composte da due giovani della stessa età,

simili il più possibile per senso, razza, ceto sociale ed esposti alle stesse frustrazioni o spinte

criminogenetiche. La sola differenza consisteva nel fatto che uno di loro era delinquente e l'altro no.

Dall'indagine emerse che i delinquenti si differenziavano dagli altri per cinque particolari

caratteristiche: 1) dal punto di vista fisico, per essere essenzialmente di costituzione robusta, solida,

muscolosa: 2) nel temperamento per essere più facilmente irrequieti, impulsivi, energici,

estroversi, aggressivi, distruttivi; 3) nell'atteggiamento psicologico per essere ostili, sospettosi,

pieni di risentimento, desiderosi di affermazione, rivendicanti diritti, non remissivi, non

convenzionali; 4) intellettivamente perchè capaci di apprendere solo in modo concreto e diretto,

piuttosto che tendere al pensiero astratto; 5) dal punto di vista farniliare-situazionale per carenza

di adeguatezza dei genitori e dell'ambiente familiare. La caratteristiche differenziali fra i due

gruppi campione furono, poi, utilizzate per la elaborazione di tabelle di predittività sulla condotta

futura di un soggetto. Riscontrare in un giovane la presenza delle cinque caratteristiche esposte,

consente di prevedere con un buon margine di probabilità un concreto rischio che diventi

delinquente.

79. LA T E O R I A DEI C O N T E N I T O R I : I fattori che consentono di contenere la condotta nei limiti

della normalità sono indicati con il nome di contenitori e teoria dei contenitori (Reckless) è quella

che mira a spiegare il comportamento umano sotto l'azione congiunta dei contenitori interni ed

esterni al soggetto. I contenitori interni rappresentano i fattori più importanti della struttura

psicologica dell'individuo, cioè buon autocontrollo, senso di responsabilità, alta tolleranza alle

frustrazioni, abilità a trovare soddisfazioni sostitutive, forza di volontà, buona socializzazione, forte

resistenza agli stimoli disturbanti, capacità di ridurre le tensioni. Più una persona è deficiente di tali

contenitori, maggiore sarà la sua tendenza a delinquere. I contenitori esterni sono i freni strutturali

che agiscono nel contesto sociale del soggetto e non gli permettono di oltrepassare i limiti normativi. Sono

' insieme delle aspettative di successo sociale,

rappresentati da vari elementi: dall '

dall'efficacia dei controlli sociali, dall'opportunità di incontrare consensi, dall appartenenza

ad un gruppo sociale ben integrato, dal disporre di figure capaci di fornire modelli di

identificazione. Tra contenitori interni ed esterni è stato riscontrato un complesso sistema di correlazioni, nel

senso che, ad es., una carenza nei fattori dei contenitori interni rende meno importanti le

carenze dei fattori dei contenitori esterni ai fini del condurre alla criminalità e viceversa. Ed

inoltre, le carenze dei contenitori esterni possono essere compensate da un valido sistema di

contenitori interni e viceversa. Critiche a questa teoria è che non è in grado di spiegare

tutta la delinquenza, ma solo quella che non deriva ne da fattori psichiatrici, ne da situazioni

sottoculturali.

80. TEORIE BIOLOGICHE - LO STUDIO DEL COMPORTAMENTO: Le teorie biologiche della criminalità

sono quelle che affrontano il problema della criminogenesi alla luce delle cognizioni biologiche e

naturalistiche, cioè, pur non affermando che le condotte criminose siano unicamente riconducibili

a cause biologiche, danno particolare rilievo a certi fattori , quali gli istinti o l'ereditarietà. Varie

denominazioni hanno assunto le teorie biologiche e di esse le principali sono la teoria della

predisposizione e quella degli istinti, ma anche le più moderne della sociobiologia e della

psiconeurofisiologia.

81. TEORIE DELLA PREDISPOSIZIONE: La predisposizione è un termine medico che indica

l'aumentata suscettibilità di un individuo ad ammalarsi. Prima di considerare gli aspetti della teoria

della predisposizione, è necessario avvertire che nessuna assimilazione è possibile tra malattia e

criminalità. Le grandezze non sono omogenee: la malattia è un concetto biologico, mentre la

criminalità è un concetto giuridico-sociologico-normativo. Deve intendersi che la teoria della predisposizione

'

mira ad evidenziare taluni elementi facilitanti la scelta delinquenziale. L agevolazione consisterebbe nel

fatto che esistono condizioni biologiche “a rischio” da considerarsi come fattori di vulnerabilità

individuale. Vi sono individui con particolari caratteristiche che hanno probabilità notevolmente

superiori ad altri di divenire delinquenti.

82. TEORIE DELLA PREDISPOSIZIONE – 1) RELAZIONE TRA CRIMINE ED EREDITÀ: L'ansia di

scoprire una causa biologica che potesse spiegare il comportamento criminale ha spinto gli studiosi di

30

criminologia a ricercare possibili correlazioni tra delitto ed eredità. Le ricerche sono state indirizzate

principalmente verso lo studio dei gemelli monozigoti e delle famiglie criminali. Gemelli monozigoti

sono quelli nati dalla fecondazione di un unico ovulo e, pertanto, sono dotati dello stesso

patrimonio genetico. Se veramente esistesse una componente genetica nel comportamento criminoso,

questa si dovrebbe riscontrare in tutte le persone con le stesse disposizioni ereditarie, i gemelli

monozigoti, appunto. Si sono ricercati gemelli che, per particolari vicende di vita, erano stati separati

dalla nascita ed avevano vissuto in ambienti differenti. Se, nonostante la diversità ambientale, i due

soggetti avessero avuto comportamenti criminosi, si sarebbe confermata l’ipotesi della causa biolo-

gica del crimine. Se, invece, le condotte fossero state diverse, si sarebbe confermata l'influenza

dell'elemento ambientale. Nessuna indicazione è scaturita da questa indagine: i gemelli separati non

'

avevano comportamenti simili. D altra parte era impossibile conciliare un concetto di ordine culturale,

quale è la criminalità, con quello di ordine biologico che è l'ereditarietà. Per quanto concerne

l'indagine sulle famiglie dei criminali, è stato osservato che effettivamente il numero dei condannati

provenienti da famiglie nelle quali gli ascendenti ed i collaterali erano criminali, e statisticamente

superiori a quello dei soggetti nelle cui famiglie non vi erano criminali, ma ciò non può attribuirsi

tanto ad una ipotetica disposizione ereditaria alla criminalità, quanto il fatto che sia i familiari che i

soggetti stessi erano probabilmente esposti a comuni fattori ambientali sfavorevoli. Come pure può

attribuirsi alla cattiva educazione ricevuta da pessimi modelli di identificazione. Parlare di

disposizione ereditaria al delitto è alquanto azzardato. Possono trasmettersi geneticamente particolari

caratteri somatici o alcune malattie mentali o serie anomalie del comportamento, ma certamente non

comportamenti criminali che dipendono da circostanze ambientali e situazionali del momento, da

culture e da norme diverse.

83. TEORIE DELLA PREDISPOSIZIONE - 2) RELAZIONE TRA CRIMINE ED ANOMALIE

CROMOSOMICHE: Verso la seconda metà degli anni ‘60, alcuni ricercatori riscontrarono, anche se in un

numero limitato di casi, la presenza in soggetti criminali di un cromosoma Y soprannumerario rispetto al normale.

Ciò riproponeva nei termini di un determinismo biologico la questione della predisposizione

innata alla criminalità. Sarebbe questo cromosoma soprannumerario il responsabile della

condotta criminale di un individuo. In ogni cellula di un organismo le informazioni genetiche

vengono trasmesse dai cromosomi o beni. Ogni cellula contiene un numero fisso di cromosomi

che sono organizzati in coppie formate da un cromosoma di origine paterna ed uno di origine

materna. Alcuni di questi cromosomi sono detti sessuali perchè dalla loro combinazione si

'

determina il sesso dell individuo. Se dalla fusione di due gameti (ovulo e spermio) si

forniscono alla cellula due cromosomi X, si forma la coppia XX ed il futuro organismo s a r à

femmina; se si forniscono cromosomi diversi, si avrà la coppia XY ed il nascituro s a r à maschio.

In ogni cellula umana vi sono 46 cromosomi. Possono, però, verificarsi delle anomalie per cui certi

maschi contengono oltre al cromosoma X due cromosomi Y (corredo cromosomico XYY). Tali

soggetti, pertanto, hanno 47 cromosomi, anziché i normali 46 e si è scoperto che presentano caratteristiche

particolari: sono di statura superiore alla media, quoziente intellettivo inferiore alla media e comportamento violento. A

seguito di indagini effettuate presso istituti di pena e nei manicomi criminali si era pensato che

tra i delinquenti vi fosse una percentuale di soggetti XYY superiore a quella riscontrabile tra le

persone normali. Indagini più recenti ed accurate hanno dimostrato non solo l'infondatezza della

presunzione per percentuali irrilevanti, ma anche la presenza dell'anomalia in persone dalla

condotta normale, il che contraddice l'ipotesi del valore deterministico della scoperta. È impossibile

che vi siano individui biologicamente predeterminati all’aggressività e addirittura forniti di un cromosoma del crimine.

84. TEORIE DELLA PREDISPOSIZIONE - RELAZIONE TRA DELITTUOSITÀ E COSTITUZIONE:

'

Le teorie costituzionalistiche biologiche sono quelle che affermano l esistenza di correlazioni tra tipi di

struttura fisica e tipi psichici. Tra queste, grande influenza ha avuto la tipologia costituzionale di

Kretschmer che ha distinto due tipi principali di personalità, la ciclotimica e la schizotimica corrispondenti a

due di versi tipi di costituzione fisica. Ad una personalità ciclotimica, caratterizzata da spontaneità,

affabilità e socievolezza, corrisponde una costituzione fisica di tipo picnico, quella di soggetti con

aspetto rotondeggiante, molle, altezza media o bassa, ventre voluminoso. Ad una personalità di

tipo schizotimico, di natura introversa, fredda, poco incline ai rapporti sociali, egoista, possono

corrispondere le strutture leptosomiche proprie degli individui magri e snelli, viso allungato, naso

sottile e appuntito, oppure strutture atletiche di persone muscolose, alto, forti, ma con tendenze

epilettoidi, oppure tipi displasici con crescita ritardata, deboli mentalmente e a tendenza

schizofrenica. I picnici, se commetteranno reati, questi saranno di poco conto; i leptosomi potranno essere ladri,

truffatori e vagabondi. I reati del tipo atletico saranno caratterizzati da violenza; quelli del tipo displasico saranno per

31

' '

lo più a carattere sessuale. Ma se il merito di Kretschmer fu di aver posto l accento sull aspetto

somato-funzionale del carattere, la sua impostazione era iniziata da un grossolano errore di

fondo: l’aver esteso le conclusioni dalla ricerca anche alle personalità normali, pur essendo

partito dalla sola assembrazione di quella psicopatologiche. Si differenzia da quello descritto il

costituzionalismo di B.Di Tullio che riflette più il carattere psicologico del soggetto che non quello somatico. Il suo

delinquente costituzionale può essere di tipo ipoevoluto, psiconevrotic.o e psicopatico. Il primo è

caratterizzato da scarsa intelligenza, prevalenza di pulsionalità aggressiva, deficienza di sensibilità morale,

disposizione a reazioni impulsive. Nel delinquente psico-nevrotico prevalgono dinamismi di natura nevrotica; in

quello psicopatico, le anomalie del carattere e i disturbi della personalità. Tra le tante tipologie

costituzionalistiche particolare interesse ha suscitato anche quella di Sheldon per il largo

impiego avuto in criminologia. Questo autore ha costruito una tipologia fondata sulla preminenza che nei

singoli individui assumono certi gruppi di organi. Ha operato una classificazione che si basa sull'origine

embrionale di questi organi ed ha descritto la costituzione endomorfa, mesomorfa ed ectomorfa. La

costituzione endomorfa è caratterizzata da apparato digerente sviluppato, aspetto corporeo rotondeggiante,

scarso sviluppo di muscoli ed ossa. Questa struttura ha come corrispondente temperamentale la

visceretomia, ossia la socievolezza, la ghiottoneria, l'amore per la compagnia, il bisogno d'affetto. La

costituzione mesomorfa presenta struttura corporea forte, solida, resistente al dolore ed agli sforzi fisici.

Ad essa corrisponde la somatotomia, ossia l'aggressività, il bisogno di attività fisica, il coraggio, ('amore del

rischio e del potere. La costituzione ectomorfa presenta corpo longilineo, fragile, con prevalenza del sistema

nervoso centrale. Ad esso corrisponde temperamento cerebrotonico, ossia amore per la solitudine, carattere

chiuso, forte controllo, reazioni rapide. Tra i delinquenti, specie di età giovanile, predominerebbero i

mesomorfi.

85. TEORIE DEGLI ISTINTI – 1) ORIENTAMENTI RELATIVI AL COMPORTAMENTO: Per spiegare in

termini biologici il comportamento di tutti gli esseri viventi, compreso l'uomo, se cioè esso sia istintivo e

perciò innato ed immodificabile, o sia stato appreso e perciò modificabile, si sono creati due opposti

orientamenti: quello istintivistico e quello ambientalistico, moderati poi dal recente orientamento

'

correlazionistico. Secondo l orientamento istintivistico, il comportamento animate è determinato

dall'istinto, cioè della spinta ad agire in modo sempre uguale e diretto in precise direzioni per raggiungere fini

inconsapevoli. Queste spinte sarebbero innate, non influenzate da fattori esterni ed in numero esiguo: istinto

di conservazione, di difesa della prole, della sessualità, della tutela del territorio. Secondo l'orientamento

ambientalistico, il comportamento è determinato dall'apprendimento ambientale. Le diverse disposizioni

genetiche rifletterebbero solo la capacità dell'animale di comprendere i messaggi e le stimolazioni

provenienti dall'esterno. Per l'orientamento correlazionistico, il comportamento è la risultante della

reciproca integrazione tra fattori ereditari ed ambientali. Gottlieb avrebbe individuato due

.

particolari tipi di comportamento: quello innato e quello acquisito. Il comportamento innato si ha

quando il gene ereditario si riflette sulla struttura biologica individuale, la quale, al momento della

maturazione, esprime comportamenti senza necessità di interventi dell'ambiente. Tale è quello

degli esseri viventi più semplici. Il comportamento acquisito si ha quando i fattori genici,

comportando una struttura individuale diversificata, fanno in modo che gli individui interagiscano

con l’ambiente in modo diversificato e perciò agiscano sul vario modo di apprendere e del formarsi

delle diverse esperienze. Il comportamento acquisito è, pertanto, il risultato integrato dei fattori

genetici ed ambientali. La maggior parte dei comportamenti acquisiti è propria dell'uomo e degli

animali superiori. Uno studio eseguito sugli animali nel loro ambiente naturale ha convinto gli

appartenenti alla Scuola etologica, facente capo a Lorenz che essere vivente ed ambiente non sono

concepibili separatamente, ma si influenzano e si realizzano continuamente in un rapporto reciproco di

' ambiente esistono stimoli adeguati a provocare

stimoli e risposte. Gli istinti emergono solo se nell

un'azione secondo modalità predeterminate geneticamente.

86. TEORIE DEGLI ISTINTI – 2) L'AGGRESSIVITÀ NELLA COMMISSIONE DEL CRIMINE: Nella

visione biologica delle determinanti del comportamento, particolare importanza assume, in criminologia,

l'aggressività, ossia la disposizione istintiva alla violenza. Secondo alcuni autori, l'aggressività è l'istinto

che più spesso entra in gioco nella commissione di delitti. Preliminarmente, è necessario precisare che la

criminalità non deve essere intesa come equivalente o diretta espressione dell'aggressività.

L'aggressività in tanti delitti non gioca nessun ruolo: nella criminalità rientrano, infatti, non solo

' omicidio, ma altresì i furti, le frodi, le truffe, le evasioni fiscali. È poi

le violenze, le lesioni e l '

necessario distinguere fra aggressione che è l azione, l' effettivo comportamento lesivo di persone

ed aggressività che è solo l'atteggiamento psichico favorevole all'aggressione, la disposizione di

'

un individuo. L aggressività può esprimersi secondo le seguenti modalità: 1) come violenza

32

diretta sulle cose e sull'ambiente nei reati di danneggiamento e incendio doloso; 2) come violenza

verbale sulle persone nei casi d'ingiuria e calunnia; 3)come violenza diretta sulla persona nei reati

di omicidio, lesioni, percosse, maltrattamenti, violenza sessuale; 4) come violenza rivolta verso se

stessi nei casi di suicidio.

87. TEORIE DEGLI ISTINTI – 3) RELAZIONE TRA AMBIENTE E AGGRESSIVITÀ: In una

prospettiva biologica, l'aggressività attualmente non e più considerata la spinta necessaria verso la

violenza, ma si deve. ritenere che anche i fattori legati all'ambiente siano capaci di favorire una

condotta aggressiva istintuale o inibirla. In biologia si ritiene che 1'impulso ad aggredire, o i l suo

contrario, la fuga, non siano istinti opposti. Di fronte ad un attacco aggressivo un animale

esprimerà il suo stato d'animo di paura o di rabbia con la fuga o con il contrattacco. Sarà, però, una

scelta dettata dalle circostanze ambientali del momento. Se vi è possibilità di fuga l'animale

sceglierà questa soluzione; se ogni via di fuga è sbarrata, assumerà un atteggiamento altamente

aggressivo, anche se il rivale è più grande e più forte di lui. L'ambiente, dunque, esercita un ruolo

fondamentale nella soluzione da scegliere, la quale, pertanto, non dipenderà esclusivamente da

quanto suggerisce l'istinto. L'aggressività che si riscontra tra gli animali e ben diversa da quella

che caratterizza l'uomo. Dagli studi di etologia è emerso che negli animali esistono due fenomeni

'

aggressivi diversi: l a ggr ess i vi tà extraspecifica che è quella rivolta tra animali di specie diversa e

che praticamente inesistente, a meno che non si tratti del rapporto predatore/preda, ma questo,

riflettendo semplicemente il procacciamento di cibo, non rientra nel nostro argomento; a

l'aggressività intraspecifica che è quella rivolta verso animali della stessa specie ed è

biologicamente funzionale perchè regola gli scherni elementari di condotta e i rapporti sociali tra

gli individui. Si riferisce al controllo e alla difesa del territorio, della prole, alla organizzazione

gerarchica, alla competizione sessuale. Questa aggressività non costituisce pericolo per la specie

perchè viene frenata da un rigido codice di comportamento che si manifesta con spontanei

meccanismi di autocontenimento. Si tratta di una vera è propria ritualizzazione della lotta.

Quando, ad es. lottano due lupi, il soccombente offre al vincitore la parte più vulnerabile del suo

corpo, la concavità del collo. Questo comportamento blocca l'aggressività del vincitore che si

astiene dall'infierire. Un altro meccanismo di autocontenimento dell'aggressività è quello della

ri-direzione che consiste nel rivolgere su oggetti l'ira primitivamente indirizzata verso una

persona.

88. TEORIE DEGLI ISTINTI – 4) RELAZIONE TRA CULTURA E AGGRESSIVITÀ: Mentre negli animali

l'aggressività è biologicamente determinata e controllata dall'istinto, nell'uomo essa deve ricollegarsi a fattori

diversi da quelli biologici. Nell'uomo, infatti, non esistono o hanno perduto di significato i meccanismi automatici di

contenimento, perchè non è l'istinto a guidare il comportamento, bensì l'apprendimento, l'esperienza, gli

insegnamenti normativi, in una parola la cultura. Nell'uomo l'aggressività non svolge quelle funzioni biologiche

che la rendono utile e relativamente innocua, ma si presenta come una forza distruttiva. Fromm ha distinto

per l'uomo due tipi di aggressività: la benigna-difensiva e la maligna-distruttiva. La benigna-difensiva, che è

quella comune a tutti gli animali ed è innata, si esprime con l’attacco o con la fuga quando vi sono in gioco

interessi biologici vitali e, pertanto, non mette in pericolo la sopravvivenza della specie. La maligna-distruttiva-

cecrofila è legata alla struttura sociale, appresa e trasmessa dalla cultura. Non è rivolta alla conservazione degli

interessi biologici vitali, ma pericolosa per la stessa sopravvivenza della specie. L'uomo che, nei confronti

degli altri animali, ha un maggior potenziale intellettivo, ha capito quale vantaggio gli apporta la

soppressione fisica degli avversari e a tale scopo ha affinato la sua aggressività con l'invenzione di

armi sempre più micidiali. La violenza ha sempre rappresentato per l'uomo il modo per arrivare al

potere. Sulla violenza si è costruita la storia dell'uomo, che è stata un continuo succedersi di

sopraffazione e soppressione di gruppi, di popoli, di nazioni, un continuo succedersi di culture

vincenti sulle altre. La stessa organizzazione sociale si fonda sulla prevaricazione del più forte sul

più debole per il conseguimento dei propri interessi. E, persino, i valori culturali che esaltano il

coraggio, il sacrificio di se per il trionfo di una causa, il patriottismo, sono legati all'aggressività.

Comunque, la cultura non spinge solo verso l'aggressività, ma ha sempre tentato di contenerla in limiti

tollerabili, con le leggi, con regole morali, con le religioni che costituiscono l'equivalente dei

meccanismi naturali di autocontenimento, pure se non hanno mai raggiunto alti livelli di efficacia. E

ciò, sia perchè vi è contraddittorietà tra i messaggi di violenza e di non violenza, perchè questi ultimi

vengono percepiti solo marginalmente se la struttura sociale è fondata su componenti violente, sia

per l'ambivalenza dei messaggi culturali contrari alla violenza perchè coesistono con quelli che

inneggiano alla violenza. Ad, es, violenza contro il nemico, non violenza tra cittadini. 33

89. TEORIA DELLA SOCIOBIOLOGIA: Osservando le società animali Wilson costruì una nuova

disciplina, la sociobiologia, con l'intento di dimostrare che ogni forma di comportamento sociale si fonda su

basi biologiche. Nelle società degli animali le strutture, le gerarchie, le caste si creano per effetto di

schemi prefissati geneticamente negli individui che ne fanno parte. Non sono i singoli individui a

perseguire i fini fondamentali della società, ma essi agiscono per effetto della spinta del gene

trasmettitore degli schemi biologici relativi all'evoluzione ed alla sopravvivenza della specie.

Estendendo questi concetti anche alle società umane, Wilson ritiene che queste debbano essere adattative, cioè

capaci di realizzare i fini fondamentali della sopravvivenza e della riproduzione prescindendo da ogni considerazione

di carattere etico o culturale. Se nel comportamento individuale si riscontrano valori di carattere etico,

ciò avviene perchè tali valori sono risultati funzionali ai fini della selezione naturale e sono

l'effetto di una strategia biologica. Per la sociobiologia il comportamento umano e le

organizzazioni sociali sono il risultato dei processi di selezione naturali e dell'informazione genetica.

Volendo applicare in criminologia i principi della sociobiologia, si dovrebbe ammettere che i

comportamenti aggressivi non sono comportamenti scelti e voluti, ma una inevitabile

conseguenza della selezione naturale che favorisce, appunto, i più forti, i più aggressivi, i più

violenti perchè in essi prevalgono simili dotazioni genetiche. Ancora una volta si ribadisce

l'inaccettabilità di tali teorie perchè non è razionale la confusione tra concetti biologici e concetti culturali. Nel nostro

DNA non può esservi posto per un destino delinquenziale dal quale non potersi sottrarre. La

condotta di tutti i componenti della specie umana è influenzata dalla sua duplice natura biologica

e culturale che è la caratteristica precipua della specie stessa.

90. TEORIA DELLA PSICONEUROFISIOLOGIA - TEORIA DELL'AGGRESSIVITÀ NELLA

PSICONEUROFISIOLOGIA: Secondo la teoria triunitaria di Mac Lean, l'organizzazione evolutiva del

cervello umano si sarebbe attuata con una trasformazione morfologica di tre strutture successive: 1) la

struttura più antica avrebbe assunto la forma rudimentale del cervello dei vertebrati, idonea a presiedere

attività di tipo istintuale: difesa del territorio, caccia, nutrizione, accoppiamento, organizzazione

gerarchica; 2) la seconda struttura avrebbe assunto la forma che hanno gli animali più evoluti acquisendo la

funzione di controllo degli stati emozionali: collera, paura, piacere; 3) la terza struttura, la forma più

' uomo di sfruttare le sue immense capacità intellettive. La terza

recente e perfezionata che ha consentito all

struttura, pero, essendo passata attraverso trasformazioni molto rapide ed incisive, non è riuscita

a integrarsi armonicamente con le strutture più antiche ed a controllare pienamente le funzioni

emozionali ed istintuali più remote. In tal modo la teoria triunitaria riesce a spiegare taluni

'

comportamenti delittuosi, quelli dei reati d impeto nei quali si evidenziano condotte generate

sotto la spinta degli istinti o dell'emotività che hanno eluso temporaneamente i controlli

superiori. Parlando di altre teorie neurofisiologiche, ricerche approfondite in quel campo hanno

dimostrato che l'attività psichica di un individuo normale è regolata da particolari sostanze, i

neurotrasmettitori e i neuromodulatori che agiscono nell'organismo con impulsi bioelettrici, biochimici e

neurormonali. Si è scoperto che gli squilibri di queste sostanze provocano nel soggetto disturbi psichici

quali ansia, depressione, eccitazione. La farmacologia attuale è in grado oggi di ristabilire gli equilibri

alterati agendo su questi disturbi con la somministrazione di appositi medicinali. È importante.

perciò sapere che certe manifestazioni comportamentali quali aggressività, controllo degli

'

impulsi e persino l adattamento all'ambiente dipendono da cause neurofisiologiche. Altre

ricerche neurofisiologiche hanno accertato relazioni tra difetti neurologici ed aggressività, nel senso che

criminali violentemente aggressivi presentano spesso disturbi cerebrali manifestatisi durante lo

sviluppo o acquisiti in seguito. Tali ricerche sono state effettuate con esami elettroencefalografici

e con TAC che avrebbero evidenziato appunto in soggetti violenti pregresse lesioni all'encefalo o

disturbi di varia natura. È stato anche costatato che nei soggetti violenti esisterebbe un ritardo di

maturazione in quanto anche in età matura gli elettroencefaiogrammi evidenzierebbero segni

tipici dell'infanzia. Sarebbe stata dimostrata, infine, in persone aggressive l'incidenza di fattori

neuroendocrinologi. Nel maschio, ad esempio, la presenza di ormoni androgeni, nella donna

fattori legati al ciclo mestruale.

91 - STUDIO SUI DISTURBI MENTALI – G E N E R A L I T À : In criminologia si è cercato di stabilire una

correlazione tra malattia mentale e crimine. Sono stati in molti a sostenere che il reato dovesse essere

considerato come l'espressione sintomatica di un disturbo psichico e che la malattia mentale determinasse

comportamenti aggressivi contrari alla legge. In contrasto con queste convinzioni, accurate indagini

cliniche e ricerche di tipo epidemiologico e statistico hanno dimostrato che la maggior parte dei

delinquenti non presenta disturbi psichici di rilievo e che i malati di mente non commettono reati in

percentuali superiori alle persone normali. Pur tuttavia è necessario conoscere le caratteristiche dei più

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frequenti disturbi psichici per comprendere, qualora siano riscontrabili in autori di delitti, in che modo ed in

che misura questi incidono sul comportamento criminoso. Nel trattare dei vari disturbi mentali si userà la

terminologia adottata nel manuale nosografico, il «DSM III R», largamente diffuso in tutti i paesi, al fine di

esprimersi con uniformità di linguaggio.

92 - EVOLUZIONE STORICA DEL CONCETTO DI MALATTIA MENTALE: In epoche antecedenti

all'Illuminismo. le gravi anomalie della condotta di certi individui e la incomprensibilità del loro

comportamento furono intesi come espressione di una malattia o come effetto di una possessione

demoniaca. Per cause difficilmente individuabili quelle persone avevano perduto la ragione, non

avevano più qualità umane e di fronte alle stranezze del loro comportamento disturbante o

pericoloso, si avvertiva l'esigenza di isolarli dalla società rinchiudendoli in orribili ospizi dove, tra

l'altro, confluivano anche altri individui male integrati quali oziosi, vagabondi, inabili, alcolisti ecc.

Dopo l'epoca illuministica, ai primi dell'800, col nascere della psichiatria, la follia fu ritenuta in modo

inequivocabile malattia della mente e come tale curabile. La malattia mentale non era altro che un

difetto della volontà e dell'autocontrollo e doveva essere curata con quella che fu denominate

terapia morale, ossia con sistema educativo e pedagogico. Il pazzo doveva essere rieducato al

vivere sociale, pur tuttavia rimaneva rinchiuso in asili nei quali, però, non entravano altri

soggetti. Con lo sviluppo delle scienze mediche e del positivismo scientifico, la malattia mentale

venne considerata come una qualsiasi altra malattia organica che colpiva il cervello, anziché

altri organi. il malato, pertanto, doveva essere ricoverato in appositi ospedali, i manicomi

perchè fosse curato e custodito nello stesso tempo. Doveva rimanervi fino a guarigione avvenuta,

ma per la scarsa efficacia delle terapie del tempo, purtroppo, vi rimaneva per tutta la vita. La

'

psicoanalisi rivoluzionò ancora il concetto delta malattia mentale con l affermare che esistono

malattie della psiche dovute a cause soltanto psicologiche e non necessariamente a cause

'

organiche. Per confermare l assunto, di grande ausilio furono gli strumenti di analisi

psicodinamica i quali, peraltro, erano in grado di comprendere le ragioni del comportamento sia

del sano che del malato. Il pazzo non fu più considerato come un individuo radicalmente diverso

dagli altri, un alienato, ma un uomo sofferente che non aveva retto ai conflitti del vivere e che poteva

essere aiutato con strumenti psicoterapeutici. Anche le psicosi erano da considerare frutto di conflittualità

e di sofferenza fisica. L'avvento degli psicofarmaci, per prima la cloropromazina (1952) demolì per

sempre il mito dell'incurabilità dei disturbi mentali, ma questa rivoluzione ha interessato solo

l'ospedale psichiatrico civile senza, peraltro, intaccare l'ideologia di quello giudiziario che, con

alterne vicende e con alcune eccezioni, sopravvissuto fino ad oggi. Il farmaco è in grado di

agire sul delirio, sulle allucinazioni, è capace di contenere quelle manifestazioni di aggressività,

violenza, distruttività che erano l'aspetto più inquietante della follia; in taluni casi e in grado di

guarire. Sono stati gli psicofarmaci, contestualmente ad un movimento ideologico di censura contro i manicomi che

ne hanno consentito di aprire le porte e di inserire il malato di mente nella vita sociale. Con la legge n. 180/78 se,

' altro si è scavato

da un lato, si è data una nuova e attesa speranza di cura al malato di mente, dall '

ancor più un solco profondo con il malato di mente colpevole di reato. È vero che all art. 62 della

citata legge non si parla più di manicomio giudiziario bensì di ospedale psichiatrico giudiziario,

ma si tratta di una novità meramente letterale che per nulla o quasi, ha inciso nei fatti, sulle

'

realtà «manicomiali». L interesse alla cura viene posposto ed immolalo all'altare della difesa

sociale in nome di quella pericolosità sociale psichiatrica dichiarata da un Giudice sulla scorta di

una perizia. Entrerebbero qui in gioco ulteriori valutazioni criminologiche in ordine alla

percezione della quantità e gravità dei reati, nonché delle reazione dell'opinione pubblica e dei

mass-media rispetto ai crimini più o meno gravi commessi da “malati di mente”.

93 - RILEVANZA DLI DISTURBI MENTALI Al FIN! DELLA RESPONSABILITÀ: Premesso che il

disturbo psichico non comporta una maggiore inclinazione a compiere delitti e che molti malati di

mente non compiono affatto delitti o se li compiono non sono in numero superiore a quella dei

sani, in chiave criminologica ci si deve occupare del problema della responsabilità da attribuire al

malato di mente che commette un reato. La questione è stata affrontata dai codici moderni secondo

tre indirizzi: 1) il metodo puramente psicopatologico che considera non punibili i malati che

abbiano commesso un reato soltanto se affetti da quelle determinate malattie indicate nei codici

quali, ad es: psicosi, ritardo mentale, demenza. L'indagine psichiatrica si limita a diagnosticare la

malattia senza esprimere giudizi se è quanto l'infermità abbia inciso sulla capacità di intendere e

di volere; 2) Il metodo esclusivamente normativo secondo il quale il soggetto è irresponsabile

' esistenza di

se al momento del fatto era incapace di intendere e di volere, prescindendo dall

una malattia psichica; 3) Il metodo psicopatologico-normativo che consiste nell'accertare prima la

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DETTAGLI
Esame: Criminologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze della politica
SSD:
A.A.: 2005-2006

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

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