Colloquio psicologico [1]
Il termine “colloquio” ha una storia antica: deriva dal verbo latino “cum loqui” che
significa “parlare con”, “parlare insieme”. Già da questa definizione viene sottolineata
in qualche modo la natura relazionale del colloquio. Una definizione molto generale è
quella di Lis, Venuti e De Zrodo (1995) che afferma: “nel colloquio psicologico la
comunicazione viene facilitata dell’uso da pare dello psicologo di tecniche non
direttive che possono permettere al soggetto di sentirsi valorizzato, non sottoposto a
giudizio valutativo, trattato come persona da un’altra persona di cui percepisce la
disponibilità. In questa definizione si pone l’accento su vari aspetti molto importanti: la
facilitazione della comunicazione, cioè il colloquio, avrebbe come obiettivo il facilitare
l’espressione di sé nell’altro attraverso la comunicazione; questo avviene mediante
tecniche non direttive che possono permettere al soggetto di sentirsi accolto, di
sentire che la dimensione dell’accoglienza è una parte fondamentale del colloquio
psicologico e di non sentirsi sottoposto a giudizio. Quindi, nel colloquio è presente la
sospensione del giudizio e il pz viene trattato come persona da un’altra persona di cui
percepisce la disponibilità.
Ovviamente, non esiste una definizione univoca di colloquio psicologico e ciò,
fondamentalmente, dipende sia dalla disciplina a cui si fa riferimento all’interno delle
scienze umane, sia dagli indirizzi di riferimento all’interno della disciplina stessa:
Moore, nel 1941, definisce il colloquio psicologico come “una conversazione
seria tendente ad un determinato scopo che è al di là del puro e semplice
piacere della conversazione stessa”. Sottolinea dunque l’aspetto dell’obiettivo:
obiettivo specifico.
il colloquio psicologico ha un
Stack (1054) sostiene che il colloquio psichiatrico sia “una situazione in cui la
comunicazione avviene in primo luogo a voce, in un gruppo di due persone, che
si incontrano più o meno volontariamente, sulla base di un rapporto esperto-
cliente, con lo scopo di chiarire il modo caratteristico di vivere di una persona”.
comunicazione
In questa definizione emergono 3 aspetti: l’aspetto della
incontro)
(scambio verbale), dell’incontro tra due persone ( e l’aspetto del
relazione.
rapporto esperto-cliente, e quindi della
Sullivan (1954) considera il colloquio psichiatrico come “una comunicazione che
consiste non soltanto in uno scambio di messaggi verbali ma che consiste,
piuttosto, nello sviluppo di una configurazione delicata e complessa di processi
di campo che comportano conclusioni importanti per le persone che entrano a
processo
farne parte”. Quindi, Sullivan sottolinea l’aspetto del che in qualche
modo influenza il comportamento delle persone che entrano a far parte del
colloquio stesso: il processo in termini che riguardano i trattamenti psicologici, il
processo che influenza l’esito, il processo di campo che influenza in qualche
modo le persone che entrano a far arte del colloquio.
Cannel (1968) definisce il colloquio come “un processo di interazione nel quale
è importante non tanto il fatto meccanico consistente in un serie di episodi
discreti stimolo-risposta; ma piuttosto sono importanti i fini, gli atteggiamenti, le
credenze e i motivi dei protagonisti dell’interazione”. Per Cannel sono quindi
obiettivi, fini modalità processo-dinamico
importanti gli i del colloquio, le e gli
atteggiamenti, credenze / aspettative motivi
le riguardo al colloquio e i dei
protagonisti dell’interazione. Attribuisce dunque importanza anche a quella che
motivazione nel colloquio.
è la
Un’altra definizione di colloquio psicologico può essere: “una specifica tecnica
della domanda caratterizzata da uno scambio verbale in una situazione
dinamica di interazione psichica che permetta lo svilupparsi di un processo di
conoscenza”. In questa definizione assumono particolare importanza lo scambio
di natura verbale e l’aspetto dinamico nell’interazione che permette poi lo
svilupparsi di un processo di conoscenza. Quindi, il colloquio sarebbe in qualche
modo orientato a sviluppare un processo di conoscenza, mentalizzazione,
insight. Questa definizione si avvicina abbastanza alla concezione di un
colloquio psicodinamico, perché c’è in qualche modo la caratteristica della
dinamicità e dello sviluppo della conoscenza.
Ancona e Gemelli considerano il colloquio come “un’interrogazione ed un
rapporto diretti a conoscere gli eventi passati della vita del soggetto e a trarre
un’interpretazione del suo comportamento”. Scopo del colloquio psicologico
sarebbe quello di conoscere, attraverso la domanda, eventi passati della vita del
soggetto la cui conoscenza potrebbe spiegare i comportamenti attuali dello
stesso.
Da tutte queste definizioni emergono sostanzialmente due posizioni: da un lato una
posizione clinica che è incentrata maggiormente sugli aspetti dinamici, sulla relazione
concezione psicometrica,
e, dall’altro, una incentrata maggiormente sulla
quantificazione del disagio, sulla rilevazione del contenuto. Da qui si comprende subito
l’importanza di integrare queste due dimensioni all’interno del colloquio psicologico.
Per la concezione clinica, quello che conta maggiormente nel colloquio è l‘analisi del
verbale, del non verbale e il come il soggetto dice un qualcosa, quindi, la modalità di
come viene detto il contenuto; per quella psicometrica, invece, ciò che conta è
fondamentalmente il contenuto, ciò che il soggetto dice, il dato. Quindi da un lato è
possibile notare la significatività degli atteggiamenti emersi tramite la visione clinica e
dall’altro è possibile focalizzarsi sulla quantità dei contenuti emersi per raccogliere,
misurare e analizzare i dati sottoforma di contenuto. È chiaro che entrambe le visioni
sono fondamentali in un colloquio clinico: è importante conoscere il dato ma è
importante anche comprendere e capire come nasce, in che modo viene esplicitato,
qual è la sua modalità di comunicazione, qual è l’analisi / modalità non verbale di
espressione, se è congruente con il contenuto espresso o se non lo è, qual è il tono del
verbale (se colorito o non colorito)… è molto importante dunque integrare sia la
visione clinica che quella psicometrica.
A questo punto possiamo in qualche modo arrivare a una definizione che integra
questa due posizioni: il colloquio psicologico può essere definito come un
interrogazione
mezzo di ricerca e di intervento che implica e comprende un’ e
rapporto
un e che si declina sulla base di entrambe queste due componenti.
Questa è la definizione più comprensiva ed integrata del colloquio psicologico.
Per quanto riguarda la tradizione psicometrica è importante conoscere i metodi di
raccolta delle informazioni. Questi si possono dividere fondamentalmente in due parti:
interviste questionari. Clinicians-Report,
le e i Esiste poi un altro cluster, i cosiddetti
che sono le modalità di valutazione ad appannaggio del clinico, gli strumenti che lo
stesso compila alla fine della seduta, gli strumenti che gli permettono (ad esempio) di
esaminare/valutare i trascritti delle sedute / il processo terapeutico…
Intervista: può essere definita come uno strumento che ha l’obiettivo di conoscere
opinioni, atteggiamenti, percezioni, esperienze e caratteristiche della personalità
ponendo al soggetto delle domande, precisate fin dall’inizio e disposte in un ordine
ben determinato a seconda delle risposte che richiedono. La modalità di scambio è il
linguaggio verbale. Le interviste hanno la caratteristica di essere in qualche modo
direzionate fin dall’inizio e disposte in modo determinato, c’è un ordine preciso.
L’intervista può essere di vari tipi, è uno strumento più o meno strutturato che
presuppone domande fissate preventivamente dall’intervistatore in numero e ordine
più o meno stabilito:
Intervista strutturata: le domande e la loro successione sono strettamente
prefissate dall’inizio. La strutturazione più estrema sfocia in un questionario.
Intervista semi-strutturata: vi è minore rigidità del tipo/ordine/esecuzione delle
domande, nonché la possibilità di porre ulteriori questioni secondo l’andamento
dell’interazione e la rispondenza del soggetto alla situazione. È più flessibile di
quella strutturata.
Intervista non strutturata: il tipo e l’ordine delle domande sono vincolate
dall’aderenza ad aree tematiche di cui il conduttore possiede una lista
precostituita/precostruita. Quindi, l’intervistatore ha una sorta di lista che segue
durante l’intervista.
Il colloquio: è lo strumento che dà maggiore libertà al conduttore rispetto alla
tipologia/sequenza delle domande da porre. È chiaro che è importante,
nonostante questa libertà, avere in mente un obiettivo nel colloquio, avere in
mente una scaletta. Inoltre, è chiaro che il colloquio può subire notevoli
modificazioni in relazione all’andamento della relazione tra i due partecipanti ->
il qui ed ora è un aspetto che viene considerato nel colloquio (quali sono le
esigenze attuali del soggetto richiedente il colloquio? Ci sono delle urgenze? Il
soggetto presenta una domanda specifica?). Sulla basa del qui ed ora è
possibile che il colloquio possa avere delle modificazioni in relazione
all’andamento della relazione. Il termometro del colloquio è sempre la relazione
e questo è un aspetto molto importante.
Ricapitolando, per quanto riguarda le interviste, ciò che conta sono soprattutto i
contenuti riportati dall’intervistato/raccolti dall’intervistatore -> il dato oggettivo
riportato; nel colloquio, invece, è molto importante la modalità con cui il soggetto
riporta le informazioni. In conclusione, è molto utile integrare queste due prospettive.
Un’altra modalità di raccolta dei dati riguarda i test: una prima classificazione
test cognitivi test non cognitivi
potrebbe essere tra (es, di performance) e (es, di
personalità); altri criteri si riferiscono al modo interessato per la somministrazione
test di velocità
(individuali-di gruppo), oppure, un’altra distinzione potrebbe essere tra
test di efficienza…
e
Cosa si intende per test psicologico?
In una prima definizione “il test mentale è una serie di prove consistente in uno
o più compiti da eseguire o problemi da risolvere proposti e valutabili secondo
schemi fissi”. Quindi, il test mentale sarebbe definito come un insieme di prove
da eseguire, valutabili secondo schemi fissi (test = prova). Nella definizione di
Anastasi emerge che “il test è una situazione standardizzata in cui il
comportamento di una persona viene campionato, osservato e descritto,
standardizzazione
producendo una misura oggettiva e standardizzata”. La è la
taratura dello strumento, un modo per renderlo il più oggettivo possibile; questa
segue un iter abbastanza complicato: è necessario somministrare i test a
campioni sufficientemente rappresentativi rispetto all’oggetto che si vuole
misurare ed è poi necessario misurare l’attendibilità/validità dello stesso.
Un’altra definizione vede il test come “una procedura sistematica attraverso cui
viene presentata alla persona una serie di stimoli in grado di elicitare
determinate risposte valutabili ed interpretabili quantitativamente sulla base di
criteri specifici o di definiti standard”. Quello che balza agli occhi in questa
dentizione è la modalità stimolo-risposta: lo stimolo elicita una particolare
risposta che è valutabile in un certo modo sulla base di alcuni criteri. Molto
spesso i test utilizzano come criterio la curva normale e quindi il punteggio nella
media, sopra la media, sotto alla media. Sulla base della curva normale si
possono rilevare alcune caratteristiche in base a come si colloca il soggetto
rispetto alla popolazione normativa di riferimento.
Un’altra definizione considera il test come “uno strumento di valutazione e
conoscenza dei processi psicologici che utilizza modalità specifiche nella sua
costruzione, nella raccolta delle informazioni, nella conversione degli elementi
raccolti in valori dai quali si possono fare inferenze sull’oggetto di studio”. In
questa definizione si vede l’attenzione al processo di costruzione e all’inferenza
che il soggetto può fare tramite i punteggi. I test hanno una modalità di
costruzione specifica e complessa: tutto parte dall’dea di un costrutto da
misurare, ad esempio l’autostima. Si cercano quindi degli indicatori pertinenti
per la rilevazione del costrutto di riferimento e si somministrano a un gruppo di
persone sufficientemente rappresentativo per la popolazione; si decide quindi la
modalità statistica per analizzare i dati e costruire lo strumento.
Fondamentalmente ci sono due modalità: la teoria classica e la teoria di risposta
all’item. Questa definizione fa riferimento alla costruzione anche dell’inferenza
sull’oggetto di studio e questo è un qualcosa di molto importante in ambito
clinico, in ambito di raccolta delle informazioni, perché poter fare un’inferenza,
ad esempio, circa il fatto che il soggetto con il quale stiamo conducendo il
colloquio psicologico potrà trarre beneficio da quello che è il tipo di colloquio
che stiamo facendo, è molto importante. Oppure, fare un’inferenza riguardo
all’abbandono prematuro di un trattamento psicologico è altrettanto importante
perché ci consente di impostare un tipo di lavoro basato su quel tipo di
soggetto.
I test nel colloquio clinico
Che importanza hanno questi strumenti all’intero del colloquio clinico? Come possiamo
utilizzare sia test che interviste? Gli strumenti sono molto utili, si inseriscono
all’interno di una procedura di formulazione del caso e permettono di formulare il
piano di lavoro più efficace per quel tipo di paziente. Quindi, consentono di pianificare
l’intervento che ha maggiori probabilità di essere efficace. All’interno del colloquio
clinico ci permettono di rilevare le informazioni su quel tipo di persona, di integrare
anche la parte oggettiva (la parte del dato) con la parte clinica, di individuare i fattori
di rischio e i fattori protettivi del cliente sin dalle prime battute. Cosa significa questo?
Significa che la somministrazione di una batteria di strumenti prestati a valutare
determinate caratteristiche può consentire un notevole risparmio di tempo e può
consentire, sin dalle prime battute del lavoro psicologico / colloquio psicologico che si
sta facendo con quel determinato tipo di pz, di individuare le risorse di cui lo stesso
dispone e, allo stesso tempo, di individuare i fattori di rischio, come ad esempio
condotte autolesive o rischio suicidario (spesso e volentieri, nel colloquio argomenti
così delicati non emergono sin da subito, emergono più in là, dopo che si è stabilito un
rapporto basato sulla fiducia, dopo che il pz è entrato nel linguaggio del lavoro clinico).
Disporre da subito di queste informazioni molto importanti è fondamentale ai fini di
impostare un lavoro serio con la persona che richiede un intervento. Gli strumenti ci
consentono di supportare in qualche modo il lavoro e ci consentono di basare
l’intervento anche su elementi oggettivi e quindi sull’evidenza; ci permettono di dare
prova di quello che avviene nel colloquio, di fare quindi una valutazione iniziale, una
valutazione del processo e una valutazione finale; ci permettono di valutare l’efficacia
del nostro colloquio supportivo/psicologico/clinico e di un eventuale trattamento
psicologico. Tutto questo perché possono in qualche modo darci una dimensione
dell’andamento di questi colloqui, di quello che accade con la persona che richiede il
colloquio. Per questo motivo, l’utilizzo delle interviste strutturate o semi-strutturate /
degli strumenti psicologici, è funzionale e importante nel corso dei colloqui psicologici.
Grazie alle loro qualità psicometriche, gli strumenti (test, interviste) sono ideali per
sviluppare procedure standardizzate e anche per differenziare i trattamenti. Molti
colloqui psicologici hanno beneficiato dell’utilizzo dei test all’interno dei trattamento:
hanno permesso di identificare delle procedure basate sull’evidenza quanto i
empirically based assessment procedures
cosiddetti che si ispirano alla medicina
basata sull’evidenza. L’assunto di base legato a questi approcci è, fondamentalmente,
il fatto che esista una realtà oggettiva, misurabile e che conclusioni affidabili siano
raggiungibili attraverso dei metodi specifici. Quindi, gli strumenti hanno permesso che
si riuscisse ad arrivare a queste procedure basate sull’evidenza. I test permettono
anche di ritagliare il trattamento su ogni singolo cliente e questo è molto importante
perché il colloquio clinico ci permette di sondare e di focalizzarci su alcuni aspetti
(verbali, non verbali, come si esprime il pz…), mentre le interviste e i questionari ci
aiutano a rilevare il dato. Attraverso questa integrazione è possibile arrivare a una
formulazione del caso che permetta di ritagliare il trattamento su quel singolo
cliente/persona e quindi aiutarlo al meglio. Che sia un colloquio
clinico/trattamento/selezione, è molto importante usare strumenti predittivi ben
validati che consentano di cogliere la complessit&agr
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