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Colloquio nella Psicologia clinica - il processo diagnostico

Appunti per l'esame Colloquio di Psicologia clinica del professor Billi con analisi dei seguenti argomenti: il processo diagnostico, come si comporta lo psicologo clinico nel corso del processo diagnostico, il ragionamento clinico, la diagnosi, la predizione, alcune riflessioni metodologiche.

Esame di Colloquio di psicologia clinica docente Prof. C. Billi

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Acquisire le informazioni necessarie e sufficienti per validare o

scartare le ipotesi errate o per risolvere i dubbi diagnostici;

Formulare una diagnosi che può essere uguale, simile, in parte

diversa, completamente diversa dalla diagnosi iniziale del paziente.

Per raccogliere le informazioni necessarie il clinico si avvale di alcuni

strumenti: colloqui, colloqui con i familiari, osservazione (del paziente,

della famiglia), visite specialistiche (invio all internista, al neurologo),

esami strumentali, test.

Uno dei compiti principali del clinico è ascoltare e capire quello che il

paziente sta dicendo. Ascoltare non è facile. Può diventare ancora più

difficile se il clinico cerca di catalogare tutto ciò che il paziente dice, se

pretende di seguire comunque un proprio schema prefissato o si sforza di

formulare una diagnosi ogni volta che il paziente fornisce

un informazione.

In genere, è importante comprendere, prima di tutto, quale sia il disturbo

più significativo presentato dal paziente (che può coincidere con quello

che egli stesso lamenta oppure no) e individuare l elemento

organizzatore che è stato assunto da quest ultimo come fattore causale

del proprio disagio (ad esempio, la separazione dalla moglie, il cambio di

lavoro, una malattia fisica e così via) (D. Greenfield et al., 1989).

Il clinico può confermare, modificare o cambiare la diagnosi del paziente.

Tutto questo non deve avvenire, tuttavia, sulla base di impressioni o

prese di posizioni aprioristiche, bensì costituire l esito di un processo di

pensiero (il ragionamento clinico) che, se correttamente condotto, riduce il

margine di errore presente in ogni situazione diagnostica.

IL RAGIONAMENTO CLINICO

Il ragionamento clinico non è altro che la trasformazione di giudizi

inconsci, sensazioni e conoscenze in qualcosa di più esplicito (M.

Scriven, 1976).

Il clinico si pone problemi e li valuta, giudica e trae conclusioni, formula e

verifica ipotesi (R.S. Nickerson, 1986). In genere, il punto di partenza del

ragionamento clinico è costituito da semplici indizi.

Il ragionamento clinico, però, richiede qualcosa di più della logica: la

capacità di pensare.

Il clinico, dunque, deve essere:

Pronto a esplorare nuove strade;

Attento a individuare problemi così come a trovare soluzioni;

Disponibile a ristrutturare la propria comprensione in base al livello

di conoscenza del problema raggiunto in quel momento;

Convinto che conoscenza e comprensione siano il prodotto dei propri

processi cognitivi;

Capace di assumere e valutare punti di vista opposti rispetto a un

unico argomento;

Capace di distinguere aspetti originali da bizzarrie;

In grado di valutare la complessità del problema, ma, al tempo

stesso, interessato a trovare un criterio che possa servire per costruire

una gerarchia e per individuare priorità;

Capace di cogliere i feedback, ma non per questo disposto ad aderire

acriticamente alle convenzioni e alle pressioni sociali (E. Gambrill,

1990).

Queste competenze cognitive, fondamentali per un buon ragionamento

clinico, non sono sufficienti sul campo , perché il clinico deve spesso

prendere decisioni senza avere a disposizione tutti i dati che sarebbero

necessari (in parte perché il paziente non gli ha fornito tutte le

informazioni, in parte perché egli stesso non le ha richieste) e deve

scegliere tra alternative possibili, ugualmente plausibili, in situazioni

emotive difficili.

Il clinico, come qualsiasi essere umano, ha limitate capacità di

processare le informazioni e risente dei propri fattori motivazionali.

Non vede, quindi, tutto quello che dovrebbe vedere, per cui la stessa

raccolta dei dati può essere inadeguata.

I ragionamenti clinici non sono, dunque, processi asettici, ma sono

condizionati dalle strategie cognitive di cui il clinico si avvale e dalla

presenza di fattori emotivi, che caratterizzano il clinico in quanto essere

umano, oltre a essere una conseguenza specifica della psicopatologia

del paziente. Alcune difficoltà del ragionamento clinico sono spesso

indotte da una serie di comportamenti che il clinico mette in atto nel

corso del processo diagnostico. Ad esempio, può accadere che il clinico:

Rilevi soprattutto ciò che si aspetta di rilevare;

Tenga conto solo delle informazioni che confermano le proprie

ipotesi;

Ponga domande in modo da provocare nel paziente

comportamenti di conferma;

Sia troppo sottomesso alla propria teoria di riferimento e filtri

attraverso quest ultima tutto quello che il paziente sta dicendo;

Abbia bisogno di catalogare ( etichettare ) immediatamente

tutto, allontanandosi da una comprensione empatica e riducendo

la possibilità di capire che cosa stia realmente accadendo.

Sia talmente preoccupato di raccogliere dati da tralasciare gli

aspetti qualitativi della comunicazione.

Questi comportamenti possono rendere più difficoltoso il ragionamento

clinico e ridurre la capacità sia di formulare diagnosi sia di fare predizioni.

Diagnosi e predizione sono correlate, in quanto il successo nel predire il

futuro dipende in grande misura dal riuscire a rendersi conto di ciò che è

successo in passato.

La predizione implica la capacità di ragionare partendo dalle condizioni

attuali per arrivare agli esiti futuri; la diagnosi implica la capacità di

ragionare sui sintomi e sui segni fino a individuare le cause precedenti a

essi. ALCUNE RIFLESSIONI METODOLOGICHE

La consultazione diagnostica è lo specifico metodologico della psicologia

clinica.

Il concetto di diagnosi è qui introdotto nella sua accezione di diagnosi

funzionale , ossia di diagnosi del funzionamento: lungi, quindi, sia

dall etichetta nosografica che dalla forzata riconduzione dei sintomi del

paziente a una qualsivoglia eziologia, aprioristicamente prescelta.

La centratura di tale diagnosi è, pertanto, sul paziente, al fine di conoscere,

comprendere e descrivere (prima ancora che di cambiare) il suo

funzionamento globale.

Tutto ciò che il clinico sa (come risultato della sua formazione e delle sue

esperienze professionali precedenti) è al servizio di questa operazione di

conoscenza. Fondamentale, in questo senso, è la capacità del clinico di

salvaguardare le condizioni oggettive (relative all incontro con il paziente)

e soggettive (relative alla propria disponibilità emotiva) che massimizzano

la sua capacità di comprensione oltre che la possibilità di comunicazione

del paziente.

Lo scopo della consultazione diagnostica (la diagnosi funzionale) può

essere raggiunto solo se il clinico non consente a nessun modello di

paralizzare la sua capacità di cogliere la realtà del paziente. In altre parole,

l assetto emotivo-cognitivo del clinico è fondato su una identificazione

provvisoria con i metodi, l atteggiamento e gli scopi del paziente (S.

Orefice, 1995), piuttosto che sullo sforzo attivo di promuovere

l identificazione del paziente con l atteggiamento e i metodi propri.

L eventuale presa in carico terapeutica, nella quale il paziente si piega alla

specificità della tecnica che presiede al trattamento, può avvenire solo

dopo che la consultazione, attraverso l impiego di tutti gli strumenti che le

sono propri (colloqui, test, osservazione, ecc.), ha raggiunto l obiettivo di

una diagnosi funzionale e quest ultima è stata comunicata al paziente,

nella cosiddetta restituzione.

Deriva da qui la distinzione fra psicologia clinica e psicoterapia e fra i

ruoli di psicologo clinico e di psicoterapeuta. La relazione fra psicologo

clinico e paziente non ha nulla a che fare con la psicoterapia né con il

lavoro dello psicoterapeuta. Lo psicologo clinico, quando svolge la

propria attività professionale, fa delle consultazioni diagnostiche e si

occupa di diagnosi funzionale. Il metodo che segue, in questo caso, non

ha nulla a che vedere con il metodo di un qualunque trattamento

psicoterapeutico. Quando, viceversa, conduce una psicoterapia, cambia

ruolo e si accinge a un lavoro che ha un proprio razionale specifico,

differente in rapporto al modello di disturbo psichico privilegiato dal

particolare tipo di terapia.

L insistenza sulla dimensione della consultazione diagnostica, in quanto

scelta metodologica più che operazione clinica contingente, conferisce al

rapporto fra psicologo e paziente una struttura particolare e specifica, che

non può essere confusa con quella presupposta da tutti gli altri interventi

con finalità mutative.

Il razionale del lavoro dello psicologo clinico consiste precisamente

nell applicazione di questi principi metodologici alle situazioni

professionali che di volta in volta vengono proposte alla sua attenzione.

Questa è la qualità particolare della relazione fra lo psicologo clinico e il

suo paziente.


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AUTORE

flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Colloquio di psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Billi Claudio.

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