Gli strumenti dello psicologo clinico: il processo diagnostico e il ragionamento clinico
Il processo diagnostico
La diagnosi è il primo passo nel processo tecnologico che permette di trasformare una persona con un fastidio non ben precisato in un paziente con un disturbo psichico definito (S.A. Kirk, H. Kutchins, 1992, p. 222). Non si può sottovalutare il valore della diagnosi. Senza diagnosi non è possibile fare una prognosi e prescrivere un trattamento. La diagnosi serve per fare predizioni rispetto al comportamento del paziente, la lunghezza del trattamento e il tipo di intervento che si ritiene indicato (J.B. Bishop, T.F. Richards, 1984, p. 398).
L'atteggiamento nei confronti della diagnosi risente di scelte ideologiche e, in ultima analisi, del modello di disturbo psichico che il clinico ha privilegiato nel proprio processo di formazione. Si definisce processo diagnostico l'iter che il paziente percorre insieme al clinico allo scopo di rilevare e circoscrivere l'ampiezza e l'entità del/dei disturbi lamentati, attribuire loro un significato e individuare le possibili strategie di cui avvalersi per ridurre, modificare o eliminare, laddove possibile, la causa che ha provocato la sofferenza che lui e/o i familiari lamentano.
Lo psicologo clinico, nel corso del processo diagnostico, deve:
- Ascoltare attentamente le informazioni fornite dal paziente e capire che cosa questi intende dire.
- Decidere se la persona che ha di fronte si sta rivolgendo al tecnico più idoneo per risolvere il suo problema.
- Stabilire se il disturbo lamentato dal paziente corrisponda al problema principale che questi presenta.
- Individuare le informazioni significative che possono essere state tralasciate od omesse.
- Acquisire le informazioni necessarie e sufficienti per validare o scartare le ipotesi errate o per risolvere i dubbi diagnostici.
- Formulare una diagnosi che può essere uguale, simile, in parte diversa, completamente diversa dalla diagnosi iniziale del paziente.
Per raccogliere le informazioni necessarie il clinico si avvale di alcuni strumenti: colloqui, colloqui con i familiari, osservazione (del paziente, della famiglia), visite specialistiche (invio all'internista, al neurologo), esami strumentali, test.
Uno dei compiti principali del clinico è ascoltare e capire quello che il paziente sta dicendo. Ascoltare non è facile. Può diventare ancora più difficile se il clinico cerca di catalogare tutto ciò che il paziente dice, se pretende di seguire comunque un proprio schema prefissato o si sforza di formulare una diagnosi ogni volta che il paziente fornisce un'informazione. In genere, è importante comprendere, prima di tutto, quale sia il disturbo più significativo presentato dal paziente (che può coincidere con quello che egli stesso lamenta oppure no) e individuare l'elemento organizzatore che è stato assunto da quest'ultimo come fattore causale del proprio disagio (ad esempio, la separazione dalla moglie, il cambio di lavoro, una malattia fisica e così via) (D. Greenfield et al., 1989).
Il clinico può confermare, modificare o cambiare la diagnosi del paziente. Tutto questo non deve avvenire, tuttavia, sulla base di impressioni o prese di posizioni aprioristiche, bensì costituire l'esito di un processo di pensiero (il ragionamento clinico) che, se correttamente condotto, riduce il margine di errore presente in ogni situazione diagnostica.
Il ragionamento clinico
Il ragionamento clinico non è altro che la trasformazione di giudizi inconsci, sensazioni e conoscenze in qualcosa di più esplicito (M. Scriven, 1976). Il clinico si pone problemi e li valuta, giudica e trae conclusioni, formula e verifica ipotesi (R.S. Nickerson, 1986). In genere, il punto di partenza del ragionamento clinico è costituito da semplici indizi. Il ragionamento clinico, però, richiede qualcosa di più della logica: la capacità di pensare.
Il clinico, dunque, deve essere:
- Pronto a esplorare nuove strade.
- Attento a individuare problemi così come a trovare soluzioni.
- Disponibile a ristrutturare la propria comprensione in base al livello di conoscenza del problema raggiunto in quel momento.
- Convinto che conoscenza e comprensione siano il prodotto dei propri processi cognitivi.
- Capace di assumere e valutare punti di vista opposti rispetto a un unico argomento.
- Capace di distinguere aspetti originali da bizzarrie.
- In grado di valutare la complessità del problema, ma, al tempo stesso, interessato a trovare un criterio che possa servire per costruire una gerarchia e per individuare priorità.
- Capace di cogliere i feedback, ma non per questo disposto ad aderire acriticamente alle convenzioni e alle pressioni sociali (E. Gambrill, 1990).
Queste competenze cognitive, fondamentali per un buon ragionamento clinico, non sono sufficienti sul campo, perché il clinico deve spesso prendere decisioni senza avere a disposizione tutti i dati che sarebbero necessari (in parte perché il paziente non gli ha fornito tutte le informazioni, in parte perché egli stesso non le ha richieste) e deve scegliere tra alternative possibili, ugualmente plausibili, in situazioni emotive difficili. Il clinico, come qualsiasi essere umano, ha limitate capacità di processare le informazioni e risente dei propri fattori motivazionali. Non vede, quindi, tutto quello che dovrebbe vedere, per cui la stessa raccolta dei dati può essere inadeguata.
I ragionamenti clinici non sono, dunque, processi asettici, ma sono condizionati dalle strategie cognitive.