I grandi servizi pubblici a Roma
Vi era qualità nell’amministrazione romana, essa non era una pesante macchina burocratica. Abbiamo servizi dagli ingranaggi ben oliati per uno spazio (almeno nei primi tre secoli dell’impero) urbano densamente popolato:
- Ordine della città
- Giustizia
- Mercati riforniti
- Fontane alimentate
- Divertimenti
- Opere pubbliche profane per la professione religiosa
È alle magistrature già esistenti in epoca repubblicana che Augusto seppe ispirarsi, trasformandole e avviando servizi che i suoi successori finirono di organizzare. Dopotutto, la capitale fu l’oggetto di tanta attenzione perché era il luogo di residenza abituale dell’imperatore: doveva perciò essere il riflesso della dignità del sovrano: razionalità, organizzazione e pragmatismo.
La prefettura urbana
Conobbe il suo momento di gloria durante l’impero e fu Augusto (esisteva già sotto i regimi precedenti) a gettarne le basi. Non vi è dubbio, per mettere un limite all’autonomia municipale della capitale. Assunse la direzione della polizia urbana, affidandola ad un rappresentante nominato da lui. Il primo praefectus urbi è Valerio Messala Corvino nel 26 a.C. e all’inizio la carica fu temporanea: solo in assenza del principe si procedeva a nominare un prefetto. Tale carica divenne permanente nel 13 d.C.
- Vi potevano prendere parte soltanto membri dell’aristocrazia senatoria di rango consolare (sin dall’origine, la carica costituì il gradino più alto della carriera senatoria).
- La carica veniva ricoperta generalmente 20-25 anni dopo il primo consolato.
Le funzioni del prefetto urbis:
- Polizia diurna e giurisdizione criminale: esercitava la coercizione nei confronti dei fomentatori di disordini, riceveva le accuse criminali. Il suo tribunale finì per diventare la più importante corte di giustizia criminale di Roma.
- Giurisdizione civile: protezione degli schiavi, intervento contro curatori e tutori disonesti, processi che riguardavano banchieri.
- Egli dispose, fin dall’origine, di 1.500 uomini, accasermati nei castra urbana.
- Per tutto il I secolo d.C., esercitava le sue funzioni a Roma e nel resto dell’Italia, almeno in teoria. In seguito il campo di azione si ridusse alla Roma delle quattordici regioni augustee, ampliata per un raggio di cento miglia.
La prefettura del pretorio
Creata da Augusto, divenne il fastigio della gerarchia equestre (era il grado più alto della carriera, almeno a partire dall’epoca flavia). Le sue origini si situano a quando gli imperatori presero l’abitudine di destinare una coorte alla propria difesa personale. Ma soltanto nel 2 d.C. Augusto fornì a questa coorte dei capi.
- La designazione promanava dal principe e la carica era collegiale.
- Alcuni prefetti potevano essere dei semplici civili. Piuttosto rari nel I secolo, questi casi si moltiplicarono a partire dal II e III secolo.
- I prefetti avevano anche la possibilità di passare nell’ordine senatorio.
- Le coorti pretorie che costituivano la guardia imperiale furono nove con Augusto. Dopo Domiziano o forse Traiano sono dieci.
- È indiscutibile che i pretoriani costituissero l’élite della fanteria romana, come testimonia il loro stipendio maggiore rispetto a quello dei legionari e dei soldati che servivano nelle coorti urbane.
- Il grande tempo della prefetture del pretorio finì quando Costantino la ridusse a una carica puramente civile e amministrativa.
Le funzioni dei prefetti pretoriani:
- Comandare la guardia imperiale: erano i funzionari più vicini alla persona del principe (non a caso potevano a volte risultare uomini pericolosi per lo stesso principe).
- Col tempo la carica acquistò anche responsabilità civili, che finirono per fare di loro dei “vice-imperatori”.
- Polizia nelle strade.
- Sorveglianza occasionale di alcuni luoghi pubblici.
- Condurre battaglie nel caso l’imperatore partiva per una campagna.
- Disponevano di una giurisdizione sui soldati semplici.
- Avevano il potere di nominare i pretoriani inferiori al centuriato.
- Fu anche richiesto loro di esercitare competenze di carattere amministrativo.
- In materia di giurisdizione criminale, avevano il diritto di giudicare al di là delle cento miglia fuori Roma.
- Potevano ricevere il potere di giudicare in vece dell’imperatore.
- Custodia dei cittadini inviati a Roma per essere giudicati.
Le grandi curatele urbane
Servizi amministrativi incaricati della cura degli acquedotti, del Tevere, degli edifici profani e sacri affidati a curatori provenienti dall’ordine senatorio.
Costruzione e restauro degli edifici sacri e profani
Servizio creato da Augusto preposto alla supervisione dell’occupazione del suolo pubblico a Roma. Se durante la repubblica in numerosi potevano erigere e restaurare edifici pubblici (censori, consoli, pretori, edili), Augusto, a quanto pare, prese ad affidare la cura a un collegio di cinque curatori (di cui uno consolare). Poi il numero dei curatori scese a due, reclutati dall’imperatore esclusivamente tra i senatori consolari (essi si limitavano ovviamente alle sole quattordici regioni). Ovviamente i curatori ebbero a disposizione un personale subalterno. Il campo dell’edilizia pubblica diveniva così uno degli accessori del potere, acquisendo piena valenza ideologica: i luoghi pubblici (e soprattutto quelli di spettacolo) servivano ad avvicinare la popolazione al suo capo.
L’attività dei curatori:
- Assegnare aree pubbliche ai monumenti, la cui costruzione era stata decisa dall’imperatore e dal senato. Numerosi cippi conservano una traccia delle assegnazioni con i nomi dei curatori coinvolti.
- Sovraintendere ai lavori, naturalmente erano i loro assistenti (arruolati tra i liberti o i cavalieri) che si occupavano dell’impresa.
- In casi speciali di calamità, avevano il potere di nominare funzionari speciali per sopperire agli eventuali carichi di lavoro (i curatori del Tevere e degli acquedotti non avevano questo potere; forse, dopotutto, perché erano propriamente gli incendi a originare casi eccezionali).
L’organizzazione del lavoro:
- Un piano catastale permette di attingere le informazioni relative agli spazi ancora liberi.
- Le imprese urbanistiche erano effettuate in diversi modi: i lavori di modesta importanza potevano essere realizzati dagli stessi impiegati della statio. Per i lavori di maggiore ampiezza si poteva ricorrere sia agli artigiani romani, sia agli appaltatori.
- Fonti: Cicerone ci dice che veniva bandita una gara d’appalto (vinta da colui che proponeva la miglior offerta qualità/prezzo). Effettuati i lavori, si procedeva alla probatio, ovvero alla verifica della buona realizzazione dell’opera e della sua conformità rispetto ai termini della legge.
In definitiva, il dato maggiormente rilevante è la realizzazione di una più rigida ripartizione delle responsabilità, che mirava a una maggiore efficacia.
La cura del Tevere
Il Tevere faceva confluire in città la maggior parte degli interessi romani. La creazione di questa curatela è iniziativa attribuita a Tiberio, il quale costituisce nel 15 d.C. una commissione di cinque senatori, a quanto sembra estratti a sorte (è sicuro che sotto Claudio il principio dell’estrazione a sorte lascia spazio alla nomina imperiale). Uno solo era di rango consolare, gli altri quattro occupavano una posizione subordinata ma di dignità equivalente. Si ignora la resistenza di questo sistema collegiale, ma certamente nel 180 vi è solo un cavaliere qualificato come curatore.
L’attività del curatore:
- Si estendeva lungo tutto il percorso del fiume.
- Controllava il confine del fiume nel senso della larghezza, e quindi sorvegliava per impedire che privati occupassero abusivamente le rive del fiume.
- Provvedeva alla pulizia del letto e delle sponde (attività che in età repubblicana era senza dubbio concessa in appalto).
- Dal II secolo in avanti i curatori controllano le corporazioni dei battellieri che navigavano sul fiume.
- Il servizio nel tempo ebbe anche un corrispondente ad Ostia proveniente dalla realtà equestre.
C’è da dire, in ultimo e in generale, che le tre curatele dovettero senz’altro essere continuamente in relazione. Senza però pensare che questi tre servizi costituissero un’entità amministrativa autonoma e autosufficiente.
La prefettura dell’annona e le frumentationes
Nell’8 d.C. Augusto istituì la prefettura degli annona. Forti legami si intrecciavano tra il prefetto dell’annona, i suoi omologhi d’Egitto e vigili, con il curatore del Tevere e con l’amministrazione dei luoghi pubblici (consideriamo gli horrea, in cui venivano immagazzinate le granaglie. Esse dovevano essere in buono stato e sempre di numero sufficiente).
La prefettura dei vigili
Creazione: creazione come corpo di pompieri che risale ad Augusto. Formazione: l’imperatore istituì nel 6 d.C. una forza di sette coorti (ognuna responsabile di due regioni) di liberti poste sotto il comando di un prefetto di rango equestre. Si sa che a partire dal regno di Commodo le coorti contarono mille uomini.
Funzioni:
- Lotta contro gli incendi.
- La competenza di polizia notturna.
- Il prefetto aveva potere giurisdizionale su chi causava incendi, i ladri sorpresi di notte e gli schiavi fuggitivi.
- Di giorno opera per la prevenzione (si assicura che i privati siano informati riguardo alla propria sicurezza in caso di incendi).
- Di giorno servizio di polizia presso gli stabilimenti termali e ai porti di Ostia e poi Pozzuoli.
Chi lottava in prima persona contro gli incendi calza le tradizionali caligae, è armato di torcia, asce, secchi e altri strumenti, nonché possiede pompe.
In definitiva, tutte le differenti amministrazioni che abbiamo visto sono espressione delle virtù imperiali!
Case e abitanti a Roma
Si possiede un insieme di diversi tipi di testimonianze, anche se estremamente frammentarie (si cerca qui di cogliere il tessuto urbano della metropoli e il senso delle sue trasformazioni).
Le caratteristiche:
- Straordinaria continuità dell’abitato in un'area concentrata, per un periodo di quasi tre millenni.
- Ma ogni periodo possiede un tratto che è fondamentalmente differente da quello che lo precede causa di ampi mutamenti degli imperativi politici.
La Roma più antica
L’età Augustea è caratterizzata da edifici di marmo splendente che richiamavano la gloria antica delle origini della città.
- Es. la capanna di Romolo era accuratamente conservata come reliquia storica.
- Es. la casa del suo successore, Numa, fu una reliquia.
Così per tutti gli altri sette re. Ciascuna di queste case era situata dove in seguito sorgerà un luogo sacro. Ecco la Roma antica: Quattro principali fasi di costruzione, tra la fine del VII e la fine del VI secolo, hanno in comune un modello caratterizzato da un gruppo di tre stanze che si aprono su un irregolare cortile colonnato:
- Case di forma rettangolare (classiche ad atrium).
- Dimensioni notevoli (ca. 900 metri quadri).
- Sembrano essere utilizzate fino alla tarda Repubblica.
- Stretto ingresso fiancheggiato da negozi che si apre su un ampio cortile con disposizione cruciforme.
- Fondazioni in pietra vulcanica che sostenevano, presumibilmente, muri di fango e argilla fino alla fine del III secolo, quando si avrà una ricostruzione in cemento.
Questo quadro ci è offerto sia dagli scavi che dagli scrittori del I secolo a.C., che consideravano la casa ad atrium come una struttura tradizionale (ed attribuivano la sua forma alla diretta influenza etrusca).
Un quadro delle strutture sociali e familiari:
Si associa la forma della casa ad atrium ad alcuni aspetti caratteristici di strutture sociali.
- La familia: la figura dominante è il paterfamilias che domina i figli, gli schiavi e la moglie. La stretta connessione di domus (casa ad atrium) e familia trova espressione simbolica per esempio nella posizione del letto matrimoniale, posto nell’atrium centrale di fronte all’ingresso. La domus di sesto o quinto secolo esprimeva l’indipendenza e l’autosufficienza dell’unità familiare. Non vi sono invece prove che una gens vivesse in comune in una singola struttura (come si vorrebbe dimostrare evidenziando la presenza di ritratti di famiglia tutti collegati in linea di discendenza, in alcune abitazioni).
- La clientela: è evidente che la disposizione dello spazio della casa ad atrium facilitasse i rapporti rituali tra patrono-cliente (enorme spazio dedicato alle “aree aperte”). Era facilitato il ricevimento pubblico di massa.
Diviene evidente come queste strutture, che nella tarda Repubblica avevano una funzione sociale (clientela), risposero invece in passato ad altre finalità (familia): è questo l’elemento della continuità tra la Roma arcaica e quella imperiale: non solo la capanna di Romolo e la Regia di Numa in tutta la loro singolarità, ma anche le domus. Ma questa supposizione potrebbe essere ingannevole: l’insistenza romana sul fatto che le forme tradizionali dell’architettura abbiano funzioni sociali tradizionali è retorica: come nelle loro storie essi fecero a propria immagine e somiglianza i propri antenati così fecero forse con le proprie strutture materiali.
Roma repubblicana
Dalle fonti scritte emerge un quadro più chiaro riguardo anche all’intero tessuto urbano. Dalla fine del III secolo si nota l’inizio di un processo che cerca di fare del centro della città una zona di pura esibizione, in un’ideologia che indusse alla progressiva espulsione del commercio e delle abitazioni private dal centro e alla sostituzione con sontuosi edifici pubblici. Questo si completa con il I secolo a.C.
Anche se è ricorrente l’idea che l’immagine urbana di Roma repubblicana fosse in qualche modo indegna di una capitale:
- Mancanza di supervisione e pianificazione urbanistica
- Assenza di strade rettilinee
- Mancanza di connessione tra sistema viario e sistema fognario
Già nel III secolo le case che si elevano su più piani (sappiamo di un prodigio avvenuto all’inizio della guerra annibalica, quando un bue nel Foro Boario salì al terzo piano di un edificio e si lanciò giù) hanno piani superiori in legno, come ci descrive Vitruvio.
L’esibizione delle case dell’élite
L’obbligo degli uffici pubblici richiedeva al romano in vista:
- Una ragguardevole dimora
- Posta in una posizione centrale vicino al foro
- Una struttura che doveva accrescerne l’accessibilità (le porte della casa nobiliare completamente aperte per accogliere il pubblico era un segno e una garanzia di questa visibilità)
Stanze di piccole dimensioni, ma gigantesche proporzioni dell’atrium (si consideri che si potevano raggiungere i 18x26 mt per l’atrium).
- Es. l’uomo politico soppesa la propria popolarità con la densità della folla presente nel suo atrium.
- Es. Scrive Cicerone: nella casa di un uomo famoso si dovrebbe fare attenzione alla spaziosità.
L’aspetto da sottolineare è che vi era perfetta intercambiabilità tra pubblico e privato. Vi era una vera e propria gara per stabilire chi fosse il proprietario della casa più costosa.
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