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Dove la luce riuscì a raggiungere la lastra di peltro attraverso le zone chiare dell'incisione,

sensibilizzò il bitume, che indurendosi non poté essere eliminato dal successivo lavaggio con olio di

lavanda. La superficie rimasta scoperta venne scavata con dell'acquaforte e la lastra finale poté

essere utilizzata per la stampa.

Niepce chiamò questo procedimento eliografia e lo utilizzò anche in camera oscura per produrre dei

positivi su lastre di stagno. Dopo l'esposizione alla luce e il successivo lavaggio per eliminare il

bitume non sensibilizzato, utilizzò i vapori di iodio per annerire le zone lavate dal bitume. A causa

della lunghissima esposizione necessaria, fino a otto ore, le riprese all'esterno furono penalizzate

dalla luce solare che, cambiando orientamento, rese l'immagine irreale. Maggior successo ebbero le

eliografie con luce controllata, ovvero in interni, e su lastre di vetro.

Nel 1827, durante il viaggio verso Londra per trovare il fratello Claude, Niepce si fermò a Parigi e

incontrò Louis Jacques Mandé Daguerre: quest'ultimo era già stato informato del lavoro di Niepce

dall'ottico Charles Chevalier, fornitore per entrambi di lenti per la camera oscura. Daguerre era un

pittore parigino di discreto successo, conosciuto principalmente per aver realizzato il diorama, un

teatro che presentava grandi quadri e giochi di luce, per cui Daguerre utilizzava la camera oscura

per assicurarsi una prospettiva corretta.

A Londra Niepce presentò l'eliografia alla Royal Society, che non accettò la comunicazione perché

Niepce non volle rivelare tutto il procedimento. Tornò a Parigi e si mise in contatto con Daguerre,

con il quale concluse nel dicembre 1829 un contratto valido dieci anni per continuare le ricerche in

comune. Dopo quattro anni, nel 1833, Niepce morì senza aver potuto pubblicare il suo

procedimento. Il figlio Isidore prese il posto nell'associazione con Daguerre, ma non fornì alcun

contributo, tanto che Daguerre modificò il contratto e impose il nome dell'invenzione in

dagherrotipia, anche se mantenne il contributo di Joseph Niepce. Isidore firmò la modifica pur

ritenendola ingiusta. Il nuovo procedimento era molto diverso rispetto a quello originario preparato

da Joseph Niepce, quindi si può ritenere in parte corretta la rivendicazione di Daguerre.

Nel 1837 la tecnica raggiunta da Daguerre fu sufficientemente matura da produrre una natura morta

di grande pregio. Daguerre utilizzò una lastra di rame con applicata una sottile foglia di argento

lucidato, che posta sopra a vapori di iodio reagiva formando ioduro d'argento. Seguì l'esposizione

alla camera oscura dove la luce rendeva lo ioduro d'argento nuovamente argento in un modo

proporzionale alla luce ricevuta. L'immagine non risultava visibile fino all'esposizione ai vapori di

mercurio. Una bagno in una forte soluzione di sale comune fissava, seppure non stabilmente,

l'immagine.

In cerca di fondi, Daguerre fu contattato da François Arago, che propose l'acquisto del

procedimento da parte dello Stato. Il 6 gennaio 1839 la scoperta di una tecnica per dipingere con la

luce fu resa nota con toni entusiastici sul quotidiano Gazette de France e il 19 gennaio nel Literary

Gazette.

Il procedimento venne reso pubblico il 19 agosto 1839, quando, in una riunione dell'Accademia

delle Scienze e dell'Accademia delle Belle arti, venne presentato nei particolari tecnici all'assemblea

e alla folla radunatesi all'esterno. Arago descrisse la storia e la tecnica legata al dagherrotipo, inoltre

presentò una relazione del pittore Paul Delaroche, in cui furono esaltati i minuziosi dettagli

dell'immagine e dove si affermò che gli artisti e gli incisori non erano minacciati dalla fotografia,

anzi potevano utilizzare il nuovo mezzo per lo studio e l'analisi delle vedute. La relazione terminò

con il seguente appunto di Delaroche:

Daguerre pubblicò un manuale (Historique et description des procédés du dagguerréotype et du

diorama) tradotto ed esportato in tutto il mondo, contenente la descrizione dell'eliografia di Niepce

e i dettagli della dagherrotipia. Con il cognato Alphonse Giroux, Daguerre si accordò per la

fabbricazione delle camere oscure necessarie. Costruite in legno, furono provviste delle lenti

acromatiche progettate da Chevalier nel 1829. Questi obiettivi avevano una lunghezza focale di

40,6 cm e una luminosità di f/16, il costo si aggirava intorno ai 400 franchi. Anche se il

procedimento fu reso pubblico in Francia, Daguerre acquisì un brevetto in Inghilterra, con il quale

impose delle licenze per l'utilizzo della sua scoperta.

La notizia apparsa sul Gazette de France e sul Literary Gazette destò l'interesse di alcuni ricercatori

che stavano lavorando nella stessa direzione. Tra questi William Fox Talbot, che si affrettò a

rendere pubbliche la sue scoperte, documentando esperimenti risalenti al 1835. Si trattava di un

foglio di carta immerso in sale da cucina e nitrato d'argento, asciugato e coperto con piccoli oggetti

come foglie, piume o pizzo, quindi esposto alla luce. Sul foglio di carta compariva il negativo

dell'oggetto che il 28 febbraio 1835 Talbot intuì come trasformare in positivo utilizzando un

secondo foglio in trasparenza. Utilizzò una forte soluzione di sale o di ioduro di potassio che

rendeva meno sensibili gli elementi d'argento per rallentare il processo di dissoluzione

dell'immagine. Chiamò questo procedimento sciadografia, che utilizzò già nell'agosto del 1835 per

produrre delle piccole immagini di 6,50 cm² della sua tenuta di Lacock Abbey mediante camera

oscura.

Il 25 gennaio 1839 Talbot presentò le sue opere alla Royal Society, seguite da una lettera ad Arago,

Biot e Humboldt per rivendicare la priorità su Daguerre. Il 20 febbraio fu letta una relazione che

rese chiari alcuni aspetti tecnici, al punto da rendere replicabile la procedura.

Insieme a Talbot, anche Sir John Herschel, all'oscuro delle sperimentazioni dei colleghi, utilizzò i

sali d'argento ma, grazie alle precedenti esperienze con l'iposolfito di sodio che si accorse sciogliere

l'argento, ottenne un fissaggio migliore proprio utilizzando questa sostanza. Ne parlò a Talbot e

insieme pubblicarono la scoperta che venne subito adottata anche da Daguerre. La sostanza cambiò

in seguito nome in tiosolfato di sodio, anche se rimase conosciuta come iposolfito. Ad Herschel

venne attribuita anche l'introduzione dei termini fotografia, negativo e positivo.

Hippolyte Bayard presentò il suo procedimento solo nel luglio del 1839, senza ottenere il successo

dei due metodi già esposti.

Tra i procedimenti e varianti minori ricordiamo inoltre quello dello scozzese Mungo Ponton, che

utilizzò il più economico bicromato di potassio come sostanza fotosensibile, e quelli di Hercules

Florence e Hans Thøger Winther che rivendicavano rispettivamente negli anni 1833 e 1826 degli

esperimenti fotografici con esito positivo

Le prime fotografie destarono subito l'interesse e la meraviglia dei curiosi che affollarono le sempre

più frequenti dimostrazioni del procedimento. Rimasero sbalorditi dalla fedeltà dell'immagine e di

come si potesse distinguere ogni minimo particolare, altri paventarono un abbandono della pittura o

una drastica riduzione della sua pratica. Questo non avvenne, ma la nascita della fotografia favorì e

influenzò la nascita di importanti movimenti pittorici, tra cui l'impressionismo, il cubismo e il

dadaismo.

La fotografia si affiancò e in alcuni casi sostituì gli strumenti di molti specialisti. La possibilità di

catturare un paesaggio in pochi minuti e con una elevata quantità di particolari fece della fotografia

l'ideale strumento per i ricercatori e i viaggiatori. Particolarmente attivo fu l'editore Lerebours che

ricevette grandi quantità di dagherrotipi dalla Grecia, da Medio Oriente, Europa e America che

furono trasformati in acquatinte per la pubblicazione nella serie Excursion daguerriennes.

Nonostante questi successi incoraggianti, la fotografia incontrò inizialmente dei problemi nel

ritrarre figure umane a causa delle lunghe esposizioni necessarie. Anche se illuminato da specchi

che concentravano la luce del sole, immobilizzato con supporti di legno per impedire i movimenti, il

soggetto doveva comunque sopportare una esposizione di almeno otto minuti per ricevere una

fotografia in cui appariva con occhi chiusi e un atteggiamento innaturale.

Solo nel 1840 l'introduzione da parte di Joseph Petzval per conto della Voigtländer di un obiettivo

di luminosità f/3.6 e dell'aumentata sensibilità della lastra dagherrotipa mediante l'utilizzo di vapori

di bromo (John Frederick Goddard) e cloro (Francois Antoine Claudet) permisero esposizioni di

soli trenta secondi. La fragilità della lamina argentata fu rafforzata dall'utilizzo di cloruro d'oro per

opera di Hippolyte Fizeau, che incrementò anche il contrasto generale.

Il 1841 fu l'anno dell'evoluzione della sciadografia in calotipia ad opera di Talbot, che intuì la

possibilità di terminare la trasformazione dei sali d'argento non solo mediante l'azione della luce,

ma con l'utilizzo di un nuovo passaggio chiamato sviluppo fotografico. Mentre nella sciadografia

l'esposizione continuava fino alla comparsa dell'immagine, nella calotipia l'esposizione venne

ridotta a pochi secondi, ed era compito dello sviluppo far apparire l'immagine negativa finale. La

carta veniva immersa in una soluzione di nitrato d'argento e acido gallico, esposta e immersa nella

stessa soluzione che agisce da rilevatore permettendo la comparsa dell'immagine finale. La stampa

necessaria per ottenere il positivo utilizzava il solito cloruro d'argento. Per questo nuovo

procedimento Talbot richiese e ottenne un brevetto in Inghilterra, per monetizzare la sua scoperta e

seguire l'esempio di Daguerre. Tra il 1844 e il 1846 Talbot produsse in migliaia di copie quello che

può essere definito il primo libro fotografico, il Pencil of Nature, contenente 24 calotipi.

Grazie a questi progressi tecnologici, nuovi laboratori aprirono in tutto il mondo. In America, che

ottenne il primato della quantità di dagherrotipi prodotti, la fotografia fu importata da Samuel

Morse e dal francese François Gourard. Ottenne un grande successo e nel 1850 si contavano più di

80 laboratori nella sola New York, vennero catturati paesaggi del Canada e della frontiera

occidentale. Le lastre argentate furono qui prodotte utilizzando macchine a vapore e con il

trattamento elettrolitico, che aumentava la quantità di argento sulla lastra. Questo procedimento fu

poi importato in Francia e chiamato il metodo americano.

La moda dei ritratti si sviluppò rapidamente e ne usufruirono tutti i ceti sociali, grazie

all'economicità del procedimento. Il dagherrotipo era di solito più apprezzato, perché produceva una

sola copia, rendendola quindi più preziosa, e perché di qualità superiore al calotipo, che subiva i

difetti dell'utilizzo della carta come supporto per la stampa. I soggetti erano ripresi solitamente in

studio, su di uno sfondo bianco, anche se numerosi furono i fotografi itineranti, che si muovevano

con le fiere e nei piccoli villaggi. A causa della mortalità ancora elevata, specialmente quella

infantile, vennero prodotte anche immagini che ritraevano neonati o bambini deceduti, immortalati

su piccole fotografie racchiuse all'interno di ciondoli come ultimo ricordo.

Lo studio di nuovi metodi e la ricerca di materiali per migliorare il processo fotografico non si

arrestò. Nel 1851 Frederick Scott Archer introdusse un nuovo procedimento a base di collodio che

affiancò e infine sostituì tutte le altre tecniche fotografiche. L'utilizzo del collodio e di lastre in

vetro o metallo resero dei negativi di qualità eccezionale, stampati sulle recenti carte albuminate o

al carbone. Le lastre al collodio necessitavano di essere esposte ancora umide e sviluppate subito

dopo; questa caratteristica, se da un lato permise la consegna immediata del lavoro al cliente,

richiese il trasporto del materiale e dei chimici per la preparazione delle lastre nelle attività

all'esterno. Il procedimento fu denominato a lastra umida o collodio umido. Dall'intuizione che da

un negativo al collodio sottoesposto era possibile ottenere un immediato positivo grazie

all'applicazione di una superficie scura sul retro nacquero due tecniche fotografiche, l'ambrotipia

brevettata nel 1854 che utilizzò una lastra di vetro, e la ferrotipia, su superficie di metallo.

Una particolare applicazione della lastra umida nacque per soddisfare l'enorme richiesta di ritratti.

Brevettata nel 1854 da André Adolphe Eugène Disderi, si componeva di una fotocamera a quattro

obiettivi che impressionava una lastra con due esposizioni, per un totale di otto immagini da 10x6

cm, stampati a contatto su carta che, a causa delle piccole dimensioni, vennero chiamati carte de

visite.

La richiesta sempre pressante di materiali, strumenti e fotografie produsse un nuovo mercato di

fabbriche e laboratori specializzati. La produzione di carta albuminata richiese l'impiego, nella sola

fabbrica di Dresda, di circa 60000 uova al giorno. I laboratori fotografici divennero delle catene di

montaggio dove ogni compito era demandato ad un singolo individuo. Una persona si occupava

della preparazione delle lastre, che venivano portate al fotografo per l'esposizione e in seguito

assegnate ad un altro collaboratore per lo sviluppo. Infine, le lastre erano pronte per il fissaggio

conclusivo in un'altra stanza. Erano inoltre presenti delle assistenti per accogliere i clienti e indicar

loro la posa più opportuna.

Il popolare formato a carte de visite fece nascere la moda dell'album fotografico, dove presero posto

i ritratti di famiglia e spesso anche di famosi personaggi dell'epoca. In America si vendettero oltre

mille fotografie dell'eroe di Fort Sumter, il maggiore Robert Anderson e in Inghilterra vennero

prodotte un gran numero di immagini raffiguranti i reali.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Teramo - Unite
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecilialll di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cinema, fotografia, televisione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Teramo - Unite o del prof D'Autilia Gabriele.

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