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Il neorealismo

La lotta partigiana fu uno di quei momenti storici di particolare importanza e gravità che diede origine a una nutrita produzione di memorie, romanzi, racconti, testimonianze di autentico valore letterario. La "Prefazione" che accompagna l'edizione del Sentiero dei nidi di ragno del 1964 è un'acuta analisi, fornita dallo stesso Calvino, del clima degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale e del Neorealismo in particolare, di cui la letteratura resistenziale è una componente di primo piano. Riportiamo il passo in cui l'autore spiega quali fossero la natura e i caratteri del Neorealismo.

«Il Neorealismo non fu una scuola. (Cerchiamo di dire le cose con esattezza). Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche - o specialmente - delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l'una all'altra - o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato 'Neorealismo'. Ma non fu paesano nel senso del Verismo regionale ottocentesco. La caratterizzazione locale voleva dare sapore di verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo: come la provincia americana in quegli scrittori degli anni Trenta di cui tanti critici ci rimproveravano d'essere gli allievi diretti o indiretti. Perciò il linguaggio, lo stile, il ritmo avevano tanta importanza per noi, per questo nostro realismo che doveva essere il più possibile distante dal naturalismo. Ci eravamo fatta una linea, ossia una specie di triangolo: I Malavoglia, Conversazione in Sicilia, Paesi tuoi, da cui partire, ognuno sulla base del proprio lessico locale e del proprio paesaggio».

La narrativa della resistenza e del dopoguerra

Gli intellettuali e l’impegno politico

Durante il fascismo molti intellettuali italiani si erano tenuti lontani dall'impegno politico e dall'attualità storica e sociale; mentre i poeti si erano espressi nel linguaggio simbolico e cifrato dell'Ermetismo, solo una minoranza di narratori aveva avuto il coraggio di manifestare apertamente il dissenso. La situazione cambiò radicalmente nel secondo dopoguerra: il mondo della cultura si sentì investito della responsabilità di promuovere attivamente la rinascita morale e politica del paese. Si affermò così la nuova figura dell'intellettuale "militante" o "impegnato", sostenitore di una cultura attenta ai problemi reali e all'elaborazione di un nuovo linguaggio, il più possibile vicino all'italiano medio e quindi comprensibile anche per un pubblico meno colto. Si tratta dell'intellettuale (organico, di derivazione gramsciana) che intende opporsi alla cultura meramente "consolatoria" di letterati arroccati in una turris eburnea.

Gli intellettuali e il Partito comunista

La maggior parte degli intellettuali italiani si schierò a favore dell'Unione Sovietica, iscrivendosi al Partito comunista italiano, che rappresentava gli interessi e le aspirazioni del comunismo sovietico. Ma la militanza non era facile, perché la direzione del partito considerava gli scrittori come esponenti culturali della propria linea politica. Questo portò alla presa di coscienza da parte di molti scrittori, che avevano aderito al Partito comunista, dell'intollerabilità di quella dipendenza; tra essi Elio Vittorini (1908-1966; vedi p. 319), il quale affermò che la cultura «non poteva suonare il piffero per la rivoluzione», ma doveva invece soddisfare le esigenze proprie dell'uomo, indipendentemente dalla sua fede politica o religiosa.

Vittorini e la polemica con Togliatti

Il primo a rompere con il Partito comunista fu proprio Vittorini che, nel 1945, aveva fondato la rivista "Il Politecnico", in cui affrontava temi letterari, politici e sociali, cercando di renderli accessibili al grande pubblico anche con l'impiego di immagini e di una grafica simile a quella dei quotidiani. La tesi di fondo di Vittorini era la necessità di una cultura dell'"impegno", che potesse difendere l'uomo dalla barbarie della guerra e delle dittature. Egli criticava la "cultura" nella sua accezione classica, sostenendo che, pur avendo insegnato princìpi e valori di civiltà, non era riuscita a identificarsi con i problemi concreti della società: occorreva dunque promuovere una cultura "formativa", in grado di aiutare gli uomini a combattere lo sfruttamento e la schiavitù.

Il programma culturale di Vittorini non fu accolto dalla dirigenza del Pci e nel 1946 lo stesso segretario del partito, Palmiro Togliatti (1893-1964), giunse ad accusare "Il Politecnico" di «deviazionismo ideologico». La rottura tra Vittorini e il partito divenne insanabile finché nel 1947 il Partito comunista ritirò i finanziamenti alla rivista; la pubblicazione fu sospesa e Vittorini lasciò il Pci.

Gramsci e il concetto di “nazional-popolare”

Negli anni del dopoguerra, nella cultura italiana divenne centrale il concetto di cultura nazional-popolare, che era stato formulato da Antonio Gramsci (1891-1937) nei suoi Quaderni del carcere (vedi U.17), scritti durante gli anni di prigionia (1929-1935), ma pubblicati postumi tra il 1948 e il 1951. La tesi principale di Gramsci riguardava il ruolo sociale degli intellettuali italiani che dovevano diventare parte integrante del movimento operaio, dando vita a una letteratura nazional-popolare capace di esprimere i valori culturali provenienti dal popolo e trasformarli nella base di una nuova identità nazionale.

Pavese e i Dialoghi col compagno

Alla fine della guerra anche Cesare Pavese (1908-1950) si iscrisse al Partito comunista, curando per "l'Unità", il giornale ufficiale del partito, la rubrica "Dialoghi con il compagno": si trattava di conversazioni immaginarie con Masino, un fantomatico "compagno operaio", nelle quali, con intenti divulgativi, egli affrontava problemi e tematiche della cultura e della letteratura dell'epoca.

L'impegno sociale di Pavese si concretizzò anche in un romanzo, Il compagno (1947), in cui venivano esaltati gli ideali di giustizia sociale e impegno politico.

Modelli, caratteri e tendenze

Il sogno dell’America

Un esempio concreto di cosa significasse per Vittorini l'attenzione a tutti i possibili stimoli che la cultura può offrire è dato dal suo interesse per la letteratura americana. Già nel 1941, egli aveva curato Americana, un'antologia narrativa di scrittori statunitensi (tra i quali Poe, Hawthorne, Melville, James, London, Steinbeck, Hemingway, Fante). La censura fascista aveva ostacolato la pubblicazione di molti testi.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

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