Chemioterapia
Introduzione alla chemioterapia
Nei primi anni del XX secolo erano conosciuti gli agenti microbici causali delle più importanti malattie infettive batteriche dell’uomo, come la sifilide, la pertosse, il tetano, la peste, la difterite, il colera, la lebbra, la tubercolosi e la febbre tifoide (febbre enterica). Tuttavia, rimaneva ancora non risolta la possibilità del trattamento terapeutico di queste malattie, molto diffuse e spesso mortali.
Le malattie infettive erano controllate principalmente attraverso la prevenzione, con l’impiego sostanzialmente di disinfettanti, vaccini (per esempio contro vaiolo, rabbia e carbonchio), sieri e l’adozione della pratica dell’isolamento dei malati, così da evitare i contatti con essi (contagio).
L'era della chemioterapia
Per il controllo e il trattamento terapeutico delle malattie infettive iniziò una nuova era con l’uso clinico delle sostanze chimiche a tossicità selettiva, in grado cioè di uccidere i microrganismi e di interferire con la loro crescita, senza nel contempo danneggiare l’individuo infetto.
Questo approccio terapeutico basato sulla selettività d’azione ("magic bullets", proiettili magici) di alcune sostanze chimiche (chemioterapia) venne introdotto da Paul Ehrlich (1845-1915) con le sue ricerche sulla malattia del sonno africana e sulla sifilide. Si deve alle ricerche di Ehrlich la scoperta di sali arsenicali attivi sulle spirochete della sifilide e di coloranti efficaci contro i protozoi tripanosomi della malattia del sonno.
I primi veri chemioterapici antibatterici impiegati routinariamente in clinica furono i sulfamidici. Il capostipite, Prontosil (nome commerciale di un colorante azoico contenente il gruppo sulfanilamide), fu scoperto dal ricercatore tedesco Gerhard Domagk, che nel 1932 ne dimostrò l’azione antimicrobica nelle infezioni sostenute da streptococchi.
Scoperta degli antibiotici
Per assistere alla definitiva affermazione della chemioterapia delle malattie infettive occorre però arrivare alla scoperta e all’applicazione clinica di farmaci straordinari: gli antibiotici, chemioterapici battericidi o batteriostatici. Nel 1926 Alexander Fleming osservò la presenza di muffe (Penicillium notatum) in una piastra Petri con il terreno di coltura seminato con il batterio Staphylococcus, e notò come l’area del terreno vicina alla colonia fungina fosse libera completamente da stafilococchi.
Successivamente (1929), egli isolò una sostanza prodotta da questa muffa che si rivelò un ottimo inibitore dei batteri e contemporaneamente non tossica per gli animali da laboratorio. Fleming chiamò questa nuova sostanza antibatterica “penicillina”. In seguito, la penicillina fu purificata per consentirne l’uso sull’uomo e definitivamente introdotta sul mercato negli anni quaranta del secolo scorso.
Ancora oggi questa sostanza e i suoi derivati sono tra i migliori antibiotici largamente impiegati per la terapia e la profilassi di molte malattie infettive batteriche. Alla penicillina seguirono presto altri antibiotici come la streptomicina, le cefalosporine e molti altri principi attivi naturali e sintetici.
Trattamento delle infezioni virali
Per il trattamento chemioterapico delle infezioni causate da virus (es. AIDS, influenza, epatiti virali) occorre invece attendere ancora numerosi anni. Risale al 1960 il primo esperimento su farmaci antivirali condotto da alcuni ricercatori sugli herpes virus, agenti dell’herpes labiale e genitale, oltre che della varicella-zoster.
Gli herpes virus venivano coltivati su colture cellulari alle quali successivamente erano aggiunte sostanze chimiche che i ricercatori ritenevano in grado di inibire la replicazione virale, per poi osservare se la concentrazione di particelle virali nelle colture subiva un incremento o una riduzione. Queste iniziali sperimentazioni, condotte malgrado la scarsa conoscenza dei meccanismi replicativi virali, non riuscirono tuttavia a selezionare farmaci antivirali privi di effetti collaterali.