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1 Causazione cumulativa e scienza economica in Gunnar Myrdal

Santina Cutrona

Palermo

1. Gunnar Myrdal (1898-1987) è comunemente considerato uno dei principali autori

dell’approccio basato sulla causazione cumulativa. Tale approccio, che ha una lunga

storia nel pensiero economico, rimane tuttavia ancora scarsamente indagato nelle sue

componenti metodologiche ed analitiche.

Lo scopo di questo articolo è di esplorare da questo punto di vista l’opera di

Myrdal. L’idea centrale è che l’economista svedese arrivi alla ‘causazione circolare e

cumulativa’, come da egli definita, dopo un lungo percorso intellettuale che lo porta

gradualmente dall’adesione piena al progetto scientifico della scuola di Stoccolma alla

condivisione di un approccio sostanzialmente dinamico-evoluzionista. Come

l’articolo cercherà di mostrare, tale percorso è caratterizzato dalla presenza di alcuni

snodi epistemologici, metodologici e teorici di grande rilevanza per la discussione di

temi che sono al centro del dibattito contemporaneo sulle scienze sociali, tra questi

una concezione relativista di scienza e lo studio dei processi dinamico-evolutivi. I

due temi, nel pensiero di Myrdal, si presentano strettamente connessi tra loro.

Il lavoro che segue è così strutturato. Il secondo paragrafo ha lo scopo di

evidenziare gli aspetti complessi e apparentemente contraddittori dell’opera di

Myrdal; il terzo e il quarto delineeranno i tratti essenziali del percorso epistemologico,

metodologico e teorico seguito dall’autore; il quinto e il sesto discuteranno dei temi

più direttamente collegati alla causazione circolare e cumulativa; l’ultimo, infine,

conterrà delle conclusioni .

2. Gunnar Myrdal, afferma Paul Streeten, fu uno di quegli studiosi che, al pari di

Thorstein Veblen o Joseph Schumpeter, non formarono alcuna scuola essendo il loro

pensiero non facilmente sistematizzabile e cristallizzabile. Egli fu soprattutto“a

heterodox dissenter” il cui lavoro scientifico fu molto criticato dagli economisti a

causa della sua presunta vaghezza. In effetti, l’economista svedese preferì “to be

vaguely right to being precisely wrong (Streeten, 1998, p.541), poiché pensava che se

l’oggetto di analisi è per sua natura impreciso risulta fuorviante descriverlo in termini

precisi. Lo stesso Streeten racconta che Myrdal insignito nel 1974 del premio Nobel

provò a rifiutarlo, sostenendo che esso non era adatto ad una materia non scientifica

come l’economia. E nella Nobel Memorial Lecture (1975), dove egli scelse di trattare

il tema dell’uguaglianza nello sviluppo mondiale, sottolineò i molti elementi

economici, sociali, psicologici e politici che condizionano i modi in cui questo

problema può essere pensato. Riteneva infatti che nell’attività conoscitiva, anche in

quella strettamente scientifica, operasse sempre un qualche giudizio soggettivo o un

qualche ‘opportunismo’.

Il ritratto fornito da Streeten si adatta bene alla seconda fase dell’attività

intellettuale di Myrdal, mentre la prima, che va approssimativamente dal 1927 al

1934, si svolge per molti aspetti sotto l’egida dell’ortodossia teorica essendo

direttamente influenzata dalla scuola economica svedese. Questa adottava una

metodologia di tipo neoclassico, e si richiamava ad una concezione tradizionale di

scienza, quella di matrice positivista. In questo primo periodo ebbe una notevole

In tutti i paragrafi le citazioni dalle fonti saranno riportate in italiano solo nel caso in cui il testo sia

stato tradotto.

2

influenza su Myrdal il filosofo neopositivista svedese Axel Hägerström (1868-1939),

il quale aveva avuto un ruolo significativo nella formazione della generazione

postbellica di giuristi e studiosi di scienze sociali svedesi. Questi avevano accolto con

favore soprattutto la sua critica alla metafisica dei valori, incentrata sulla distinzione

logica esistente tra convinzioni intorno alla realtà e valutazione di essa. Mentre le

convinzioni, ossia le conoscenze di un individuo, possono essere giudicate in base ai

criteri di vero e di falso, gli stessi criteri non sono applicabili alle valutazioni le quali

hanno una natura soggettiva, riguardando esse i giudizi circa la desiderabilità di un

1958,1966

certo stato di cose (Myrdal p.241). Un’influenza meno diretta ma che

comunque aveva contribuito ad orientare Myrdal nello stesso senso era stata infine

quella di Max Weber.

Il lavoro dell’economista svedese in questo primo periodo si articola su due livelli

di riflessione: uno epistemologico-metodologico e l’altro teorico. Nel primo, egli si

propone di indagare i nessi esistenti tra giudizi di valore e teorie scientifiche con lo

scopo di definire le condizioni di esistenza di una scienza economica oggettiva. Nel

secondo, egli studia i modi di modificare il concetto di equilibrio statico ai fini di

sviluppare un’analisi dinamica.

La cronologia delle opere conferma che entrambe queste linee di ricerca vengono

1

sviluppate dall’autore in maniera parallela a partire dagli anni ‘20-‘30 . Già a metà

del suo percorso, però, egli si trova ad aver capovolto il punto di partenza e lo

scopo stesso delle sue ricerche, affermando, con un notevole anticipo rispetto agli

2

sviluppi del dibattito sul metodo della seconda metà del ventesimo secolo , la

relatività storico-culturale di ogni forma di conoscenza nel campo delle scienze

sociali. Questo risultato si intreccia con quello ottenuto in ambito teorico dove

l’autore introduce alcuni concetti particolarmente innovativi per la modellistica

economica.

Infine, in un articolo del 1978, che rappresenta una sorta di bilancio della sua

attività, Myrdal dichiara la sua adesione all’istituzionalismo. Con questo termine egli

indica un metodo di analisi in cui giocano un ruolo fondamentale sia il concetto di

3

causazione circolare e cumulativa che il problema delle valutazioni . L’autore,

comunque, non riconduce tale metodo a qualche scuola in particolare, come per

esempio all’istituzionalismo americano. Anzi, nei confronti di questo gruppo la sua

posizione rimase nel tempo piuttosto critica, specie per quanto riguarda i temi

epistemologici.

Nel 1929-30 egli aveva trascorso un anno in America dove aveva conosciuto

Wesley C. Mitchell e John R. Commons. In seguito, pur accennando “a tutte le cose

positive” che aveva imparato dai suoi “amici americani della scuola istituzionalista”

(1958, 1966 p.244), egli criticava il loro ingenuo empirismo che si esprimeva

1 L’edizione originale svedese di The Political Element in the Development of Economic Theory è del

1930; mentre quella di Monetary Equilibrium è del 1931.

2 Tra i primi protagonisti di tale dibattito sono da ricordare K. Popper, I. Lakatos, T. S. Kuhn. Su questo

significativo aspetto del pensiero di Myrdal si può leggere F. Trombetta (1994).

3 Considerare il problema delle ‘valutazioni’ per Myrdal significa porre essenzialmente la seguente

questione: “…Come può lo studioso di problemi sociali affrancarsi: 1) dalla schiacciante eredità di

tutto quanto è stato elaborato in precedenza entro il suo campo di indagine, denso a sua volta di

prescrizioni normative e implicazioni teleologiche ereditate dalle passate generazioni, e fondate sulle

metafisiche filosofie morali del diritto naturale e dell’utilitarismo dalle quali sono sorte tutte le nostre

dottrine sociali ed economiche; 2) dai condizionamenti dell’intero contesto culturale, economico,

politico della società in cui vive, lavora, si guadagna il pane, e si assicura uno status; e 3) dalla

influenza che promana dalla sua stessa personalità, modellata com’è non solo dalle tradizioni e

dall’ambiente, ma anche dal suo carattere, dalle sue inclinazioni, dalla sua biografia individuale?”

(1969, 1973 p.3).

3

nell’escludere il problema delle ‘valutazioni’ dall’ambito di indagine dei fatti

economici e sociali. Egli riteneva che il loro approccio continuasse ad assumere

4

implicitamente le basi normative dei classici , soprattutto in relazione al concetto di

‘benessere generale’ in cui le due componenti, quella positiva e quella normativa, non

risultavano distintamente separate.

Con riguardo comunque ai temi teorico-metodologici, l’indipendenza di Myrdal

rispetto all’istituzionalismo americano si presenta più controversa. Il concetto di

causazione circolare e cumulativa che l’autore accoglie come idea centrale

5

dell’istituzionalismo, pone infatti una relazione molto stretta con Veblen . Tuttavia

egli non chiarirà mai i termini di tale rapporto né parlerà mai di un suo eventuale

debito nei confronti di Veblen.

3. I principali passaggi del percorso epistemologico compiuto dall’economista

svedese sono condensati nell’opera The Political Element in the Development of

Economic Theory (1930) e nei diversi articoli e capitoli raccolti nei volumi Value

in Social Theory (1958) e Objectivity in Social Research (1969).

In The Political Element Myrdal poneva il problema di come impostare una

ricerca sistematica della ‘verità’ nel campo delle scienze sociali. Egli criticava il

legame tra valutazioni e teoria e dimostrava come la teoria economica, anche la più

moderna, fosse permeata da residui di preconcetti normativi ereditati dalla tradizione

scientifica che si era sviluppata entro le correnti filosofiche del diritto naturale e

dell’utilitarismo.

Il carattere particolare del pensiero giusnaturalistico, fatto proprio

dall’utilitarismo, stava infatti “nello sforzo di identificare, immediatamente e senza

lunga dimostrazione, l’essere e il dover essere e di porre sullo stesso piano ragione e

natura” ([1930], 1940, p.58). La determinazione di regole normative, attraverso vie

teoretiche, era il compito principale che tale pensiero si assumeva.

Nel processo di formazione dell’economia pura, pertanto, l’elemento politico ha

avuto un gran peso; ed ancora, a causa del conservatorismo filosofico tipico

dell’economia che è sempre rimasta ancorata al suo fondamento iniziale, esso permea

di sé diversi concetti.

L’idealizzazione politica dei Fisiocratici di uno stato sociale libero coincise,

afferma Myrdal, con un’astrazione teoretica, il concetto di circuito, certamente utile e

necessaria per la trattazione dei problemi economici. Lo stesso si può dire per il

concetto di equilibrio, il quale appartiene “a quei pericolosi concetti dell’economia

pura, che rendono ancora oggi possibile…una deviazione dalla spiegazione teoretica

alle speculazioni normative” ([1930], 1940, p.58).

Componenti normative si ritrovano peraltro nelle idee di armonia, stabilità,

utilità, benessere sociale. “Allorché diciamo che una situazione sociale è in

armonia…, o che è in equilibrio, o che le sue forze sono tra loro organizzate, adattate

o aggiustate, è pressoché inevitabile l’implicare che si sia raggiunto un qualche

ideale, in termini di ‘felicità individuale’ o di ‘benessere comune’. Una situazione del

genere è pertanto valutata come ‘buona’ e ogni movimento nella sua direzione è

‘desiderabile’ (1958, 1966 p.144). Spesso gli elementi metafisici non compaiono

4 “In America questa era l’epoca della rivolta istituzionalista contro la teoria economica classica. Sotto

la guida di Wesley C. Mitchell i giovani economisti americani criticarono tutto, eccetto le nozioni

fondamentali del valore e del benessere. Ma da questo punto di vista il loro indirizzo restava in realtà

assai più ingenuo di quello degli economisti della scuola tradizionale contro i quali essi si rivoltavano

con tanta veemenza” (1958, 1966 p.244).

5 Per il concetto di causazione cumulativa in Veblen si rimanda a S. Cutrona (2003).

4

apertamente ma sono impliciti nella selezione dei problemi che vengono posti, nel

modo di affrontarli, nelle soluzioni che se ne offrono. Il concetto stesso di valore è il

segno caratteristico della natura normativa dell’economia, così come ne è lo

strumento teorico centrale.

Neanche quando la filosofia ingenua del diritto naturale fu superata dall’uso delle

categorie di ‘mezzi’ e ‘fini’ il carattere normativo o teleologico dell’economia politica

venne meno. Tali categorie acquistarono man mano progressiva importanza per

ordinare e classificare i dati dell’indagine scientifica, ma fino alla seconda metà del

diciannovesimo secolo, esse compresero indistintamente sia l’uso di un criterio

causale o positivo che di uno normativo. La tendenza verso una distinzione fra i due

criteri si affermerà gradatamente, e solo i tardi classici (J. Stuart Mill) tentarono di

tracciarne chiaramente la differenza, giungendo a riconoscere l’impossibilità logica di

razionalizzare il “dover essere” direttamente in termini dell’”essere” (1958,1966 p.

200). In questo modo, gli aspetti normativi finirono con l’essere implicati solo nella

definizione dei fini e potevano essere considerati esterni all’ambito scientifico vero

e proprio: “Valori vengono attribuiti ai mezzi solo indirettamente, mediante i valori

attribuiti al fine al quale i mezzi possono servire. Di per se stessi i mezzi sono

considerati neutrali e liberi da valori” (1958,1966 p.203).

Anche la moderna economia, in particolare l’economia del benessere, sia nella

versione paretiana che in quella bergsoniana, applicava il modello fini-mezzi,

confinando i giudizi di valore nell’ambito di una funzione del benessere sociale data.

Per Myrdal, tale soluzione non poteva considerarsi soddisfacente, poiché nelle

diverse costruzioni teoretiche come pure nella pratica scientifica rimanevano ancora

molte contraddizioni logiche. Una delle più eclatanti riguardava la teoria del consumo

e del benessere, nel cui ambito neanche i teorici delle scelte erano stati in grado di

fatto di abbandonare l’illogico esercizio di sommare le utilità o i bisogni individuali.

Un’altra contraddizione era rappresentata dalla separazione tra sfera della produzione

e sfera della distribuzione, operata da diversi economisti allo scopo di dimostrare,

almeno nell’ambito della prima, la superiorità del liberalismo economico.

Purtuttavia, in The Political Element (1930) Myrdal mostrava di ritenere, in

accordo con un’impostazione neopositivistica, che l’impresa volta a delimitare

all’interno delle teorie economiche un nucleo scientifico, libero da giudizi di

valore, fosse possibile. Egli pensava che “una volta amputato l’elemento metafisico,

sarebbe rimasta una teoria positiva indipendente da qualsiasi valutazione soggettiva:

e che quindi sarebbe diventato possibile raggiungere la soluzione di problemi pratici e

politici, semplicemente con l’aggiungere alla conoscenza dei fatti e dei loro rapporti

un insieme di premesse prese dalla sfera di valutazioni, e con il trarre le conclusioni”

(1958, 1966 p. 244). Questa convinzione andò con gli anni sempre più

6

attenuandosi; e già in un articolo del 1933 (“Fini e mezzi in economia politica”)

egli, descrivendo la difficoltà di applicare le conclusioni precedentemente raggiunte,

svolgeva una critica serrata alle categorie ‘mezzi’ e ‘fini’ o meglio alla loro

supposta separabilità. I mezzi, al pari dei fini, non possono essere considerati

eticamente neutrali, poiché essi sono suscettibili di valutazioni non solo in senso

strumentale (in relazione al fine) ma anche di per se stessi. Il confronto e la scelta tra

linee di azione alternative implicano infatti sempre delle valutazioni, e pertanto

queste ultime vanno riferite ad intere sequenze e non solo al risultato finale previsto.

Inoltre, data una certa situazione iniziale, “un fine desiderato, se raggiunto, non è mai

raggiunto allo stato puro. Il processo sociale dinamico posto in movimento dai mezzi

dà luogo a numerosi altri cambiamenti oltre al positivo conseguimento del fine. E la

6 Pubblicato originariamente in lingua svedese fu poi ripubblicato in inglese (in Myrdal,1958).

5

premessa di valore prescelta deve tenere conto anche di questi effetti accessori dei

mezzi” (19331958,1966 p.49). Di conseguenza, se i mezzi non sono neutri ma

collegati, attraverso effetti secondari, all’intero problema sociale, l’impresa volta a

costruire “un’economia politica pratica pienamente relativistica [svincolata dai

valori], e al tempo stesso sistematica”, imperniata sul rapporto mezzi-fini, diviene di

incalcolabile complessità. Il compito infatti che essa si assume è di discernere chiare

relazioni causali nell’insieme dei mezzi. Questi sono caratterizzati si

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

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