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Tito Maccio Plauto: vita e opere

Tito Maccio Plauto, commediografo latino, nacque in Umbria, a Sarsina, probabilmente verso il 251 a.C. e morì forse a Roma nel 184 a.C. circa. Da Cicerone apprendiamo che egli morì nell'anno in cui Catone esercitò la censura. La data di nascita invece è più difficile da fissare: lo stesso Cicerone riporta che Plauto compose lo Pseudolus, insieme al Truculentus, in tarda età, poiché per i romani la senectus incominciava a sessant’anni. Poiché la commedia fu rappresentata, secondo la didascalia, nel 191 a.C., la nascita di Plauto dovrà essere approssimativamente al 225-250 a.C.

Nome e origine

Il nome completo del commediografo ci è stato tramandato come Titus Maccius Plautus, con i tria nomina che identificano il cittadino romano, mentre gli altri poeti dell'età arcaica, tutti di origine greca o italica (come Plauto), ci sono noti soltanto con due nomi. In realtà è possibile che Maccius e Plautus non siano altro che due soprannomi. Il primo, infatti, è molto simile a Maccus, nome di una maschera della farsa atellana ("lo Sciocco"); Plautus invece potrebbe significare qualcosa come “piedi-piatti”, infatti gli umbri chiamavano Ploti coloro che nascevano con i piedi piatti. Il poeta Maccio, poiché era umbro di Sarsina, all'inizio fu chiamato Ploto a causa dei piedi piatti, poi si sentì chiamare “Plauto”.

Vita e carriera

Secondo le notizie che ci sono pervenute sulla sua vita, che fra l’altro sono poche e incerte, fornite per lo più da un erudito del I secolo a.C., Marco Terenzio Varrone (ma anche da A. Gellio e S. Girolamo, IV sec. d.C.), parrebbe certo che, ancora giovinetto, dalla natia Sarsina venne a Roma, dove, al servizio di una compagnia teatrale, non si sa bene con quali funzioni, probabilmente come attore, imparò il greco, si impratichì del mestiere di commediografo e mise insieme anche un discreto gruzzolo, che poi impiegò nel commercio del grano.

L'esperienza acquisita nel campo del teatro gli fu utile quando, in seguito al fallimento dei suoi tentativi nel commercio, perdette tutto il suo denaro e, per guadagnarsi la vita, dopo essere stato in prigione per debiti, ormai ridotto alla povertà, dovette impiegarsi come uomo di fatica presso un mugnaio, costretto a guadagnarsi da vivere girando una macina. In questo periodo cominciò a comporre le sue prime commedie, fra cui il "Saturio" ("Il pancia piena") e l’ "Addictus" (schiavo per debiti), che già dai titoli richiamano gl'infelici rovesci personali; e una terza, dal titolo sconosciuto, che, rappresentate con successo, furono l’inizio di una fortunata attività teatrale durata oltre un quarantennio.

Estraneo della politica, ma non insensibile agli avvenimenti del tempo (la sua produzione si svolse, del resto, praticamente durante la II guerra punica), visse interamente della sua arte, praticata con instancabile fervore creativo: egli, insomma, scriveva per vivere, la sua scrittura era una vera e propria professione. Fu un autore popolarissimo ed ebbe un gran numero di imitatori, si fecero passare per sue anche commedie illegittime: nel I sec. a.C. ne circolavano addirittura 130.

Opera di Plauto

Su queste commedie che, dopo la sua morte, passavano sotto il suo nome, Varrone attuò uno studio approfondito ("De comoedis Plautinis"), facendo una triplice ripartizione divenuta poi usuale:

  • 21 autentiche le uniche che ci sono giunte pressoché integre, tranne l'ultima ridotta a frammenti (Vidularia)
  • 19 dubbie, di cui restano soltanto i titoli
  • 90 illegittime, andate del tutto perdute

Poiché i codici che ci conservano l'opera di Plauto contengono un corpus costituito proprio da 21 commedie, si può considerare certo che si tratta delle commedie che vengono ancora dette “Fabulae Varronianae”, sopravvissute grazie all'autorità del celebre filologo: il sigillo d'autenticità da lui appostovi fece sì che solo quelle ventuno continuassero ad essere trascritte in più copie e lette fino alla tarda antichità, così da venire poi ricopiate dagli amanuensi medievali, salvandosi dalla rovina in cui andò perduta la massima parte della produzione latina arcaica.

Plauto è quindi il primo autore della letteratura latina di cui conserviamo opere intere. Le ventuno commedie rimaste, sono disposte nei codici in ordine alfabetico: Amphitruo, Asinaria, Aulularia, Captivi, Curculio, Casina, Cistellaria, Epidicus, Bacchides, Mostellaria, Menachmi, Miles gloriosus, Mercator, Pseudolus, Poenulus, Persa, Rudens, Stichus, Trinummus, Truculentus, Vidularia.

Tuttavia, da varie testimonianze degli antichi, si è indotti a pensare che esistessero altre commedie sicuramente plautine, oggi perdute quali "Commorientes", "Colax", "Gemini lenones", "Condalium", "Anus", "Agroecus", "Faerenatrix", "Acharistio", "Parasitus piger", "Artemo", "Frivolaria", "Sitellitergus", "Astraba".

Attraverso le relative "didascalie" (ossia brevi notizie che i grammatici solevano dare, valendosi delle indicazioni trovate nei copioni delle compagnie drammatiche, intorno alla prima rappresentazione, alla sua esecuzione e al suo esito), possono essere datate con certezza, fra le ventun commedie a noi rimaste, solo lo Stico, rappresentato nel 200, e lo Pseudolo, rappresentato nel 191, e con approssimazione il Soldato millantatore, che accenna all'incarcerazione di Nevio e sarà stato quindi messo in scena subito dopo il 206; la cronologia delle altre è definibile solo in base ad elementi interni. Provando comunque ad azzardare un ordine cronologico, questo potrebbe essere: "Asinaria" (212), "Mercator" (212-10), "Rudens" (211-205), "Amphitruo" (206), "Menaechmi" (206), "Miles gloriosus" (206-5), "Cistellaria" (204), "Stichus" (200), "Persa" (dopo il 196), "Epidicus" (195-4), "Aulularia" (194), "Mostellaria" (inc.), "Curculio" (200-191?), "Pseudolus" (191), "Captivi" (191-90), "Bacchides" (189), "Truculentus" (189), "Poenulus" (189-8), "Trinummus" (188), "Casina" (186-5); in più la "Vidularia" pervenuta assai mutila. Ovviamente le date riportate a fianco ai titoli sono passibili di molti dubbi, essendo risultato di supposizioni.

Plauto si dedicò durante tutta la sua vita ad un unico genere letterario, la commedia, anzi si limitò, apparentemente, a tradurre le opere della cosiddetta "commedia nuova" greca, operando una sintesi originale tra quest’ultima ed elementi attinti alla tradizione popolare della farsa italica: da Menandro sono derivate la Cistellaria, lo Stico e le Bacchidi; da Filemone il Trinummo e il Mercator; da Difilo la Casina e il Rudens; da Demofilo l'Asinaria. Nessuno dei modelli ci è rimasto, ma anche se non sapessimo, dalle fonti antiche, delle libertà che Plauto si prendeva adattando i drammi al gusto romano, basta la lettura delle commedie a darci una tale idea del suo ingegno e della sua cultura che toglie ogni dubbio sulla sua originalità.

Il linguaggio di Plauto

Il capolavoro di Plauto è il suo linguaggio, proprio l'unico elemento in cui l'imitazione non poteva aver luogo: Plauto sfrutta, meglio di chiunque altro, tutte le risorse del latino; la sua lingua pura, ricca, lingua viva e popolare ma essenziale, spesso riesce a esprimere senza volgarità le idee volgari di gente volgare. "Musas plautino sermone locuturas fuisse, si latine loqui vellent." ("Se le Muse avessero voluto esprimersi in latino avrebbero parlato con la lingua di Plauto"): così Quintiliano, nella sua "Instituto oratoria", ci tramanda il giudizio critico di Elio Stilone, il primo grande filologo latino del II sec. a.C.

Per non dimenticare, poi, l’epitaffio del poeta citato da Gellio (che lo aveva letto negli scritti di Varrone) dove si dice che, alla morte di Plauto: "numeri innumeris simul omnes conlacrimarunt" ("scoppiarono in pianto tutti insieme ritmi innumerevoli"). Non minore è il senso d'arte di Plauto nel metro e nello stile dei canti lirici, che si alternano alle parti dialogate. Plauto ha lasciato l'immagine eterna di un mondo, nel quale sa farsi strada soltanto il cinismo spregiudicato degli astuti e degli imbroglioni, soprattutto dei servi.

Tematiche e stile

Un aspetto particolare del teatro plautino è l'atteggiamento nei confronti dei greci. È chiaro che Plauto sfrutta a fini comici quel sentimento di ostilità nei confronti dei Greci, tipica di una parte della società romana e che aveva trovato portavoce in Catone. Plauto conia addirittura un verbo, "pergraecari", che significa più o meno "gozzovigliare alla greca", vivere in modo dissoluto, proprio come farebbero i Greci.

Fortuna di Plauto

Dopo la fortuna goduta fino ai tempi di Adriano, Plauto si avvia a sparire dall’interesse degli uomini, che parve non volessero più ridere: i suoi scherzi tacquero per circa un millennio. Le situazioni, gli imbrogli e i caratteri plautini piacquero però in tutti i tempi, e si ritrovano nel Boccaccio come nell'Ariosto e nell'Aretino, in Shakespeare come in Molière.

Plauto tornò alla luce delle scene in età rinascimentale; e fu un ritorno clamoroso, che parve rinnovare i rumori e la popolarità della prima volta. La cultura allora stava subendo un processo di laicizzazione, che metteva in crisi la sacra rappresentazione, da cui si stava sviluppando il dramma profano. La scoperta di Plauto accelerò enormemente questo processo, dando un impulso incalcolabile alla nascita del teatro moderno. Nel grande teatro fiorentino del Rinascimento, Plauto più che tradotto, venne rifatto, imitato, emulato, secondo la tendenza, propria di questo periodo, di creare il nuovo sulla scorta dell’antico.

Il Machiavelli, il Giannotti, il Firenzuola, il Cecchi, il Lasca, il Gelli ora traducendo, ora imitando Plauto, crearono il primo teatro comico italiano, che è anche il primo teatro europeo. Anche fuori dall’Italia, il teatro moderno subì l’influenza di Plauto che molte volte fu imitato assai da vicino: dallo Shakespeare (la Commedia degli errori), dal Molière (Amphitryon e Avare), dal Beaumarchais (Le mariage de Figaro), dal Kleist (Amphitryon), dal Lemercier (Plaute ou la Comedie latine).

Trama della commedia "Casina"

Un giorno Lisidamo vide che alle prime luci dell’alba stavano abbandonando una fanciulla per strada. Egli si avvicinò alla donna che la lasciava e la pregò di darla a lui, l’ottenne e la portò a casa consegnandola a sua moglie pregandola di averne cura e di educarla. La padrona acconsentì e la prese come se fosse sua figlia. Appena Casina giunge in età da marito, il vecchio se ne innamora perdutamente, e così su consenso nascosto l’uno dall’altro, pensano di accasarla: il vecchio con il suo fattore, il giovane con lo scudiero, sperando entrambi di aver modo di dormire fuori casa. La moglie del vecchio si avvede che il marito è innamorato e prende le parti del figlio. Il vecchio, accortosi che suo figlio ama la stessa fanciulla e gli è d’ostacolo, manda il giovane all’estero. La sorte favorisce il vecchio, ma la moglie, venuta a conoscenza delle intenzioni del marito, si prepara a punirlo. Il giorno delle nozze, il fattore e Lisidamo portano Calina nella casa del vicino condiscendente, ignorando che la sposa non è altri che lo scudiero vestito da donna. Il vecchio è costretto a chiedere scusa alla moglie e Casina viene riconosciuta libera, una nobile Ateniese, poiché in realtà è la figlia del vicino e in questo modo potrà sposare Eutinico.

Prologo della commedia

All’inizio della commedia, dopo l’acrostico, si trova il prologo, aggiunto dopo la morte del poeta, dove il narratore saluta gli spettatori e si compiace del loro desiderio di vedere le antiche commedie, in particolare quelle di Plauto. Presenta allora un’antica commedia di Plauto che quando fu inscenata per la prima volta ottenne un successo superiore a quello di tutte altre commedie. Il narratore a questo punto svela il nome della commedia, in greco Clerumenoe scritta da Difilo e in latino Sortientes, cioè I sorteggianti, tradotta da Plauto, e fa una breve descrizione della trama della commedia.

Atto primo - scena unica

I due servi litigano animatamente: Olimpione si lamenta con Calino, deciso a seguirlo, pregandolo di tornare in campagna nel suo dipartimento dove aveva tanto da fare, con la paura che il suo rivale, attraverso i suoi intrighi e quelli del vecchio padrone, porti via Casina sposandola a sua insaputa. Ma Olimpione si è fatto sostituire nel lavoro in campagna, poiché è deciso a raggiungere lo scopo per il quale è arrivato in città, sposare la schiava Casina e tornare nel suo dipartimento con sua moglie, non facendo più ritorno nella città. A questo punto si scatena un veloce scambio di battute provocatorie tra i due. Olimpione è intenzionato a costringere Calino a portare la fiaccola il giorno delle nozze, per far luce alla novella sposa, e di costringerlo, quando andrà alla fattoria, a mangiare grano e a dormire nel vano di una finestra, in modo tale che veda sempre i due sposini, e a portare un’anfora per riempire un paiolo e otto botti di acqua da una fonte, in modo da farlo incurvare per la fatica. Dopo l’accesa discussione Olimpione, annoiato, entra in casa di Lisidamo, Calino lo segue.

Atto secondo - scena prima

Cleostrata, la moglie di Lisidamo, intenzionata ad andare a casa della sua vicina per lagnarsi della sua sorte orribile, parla con Pardalisca, la sua ancella, sulla soglia di casa e le ordina di sigillare le dispense e di mandarla a chiamare nel caso che suo marito avesse bisogno di lei. Informata subito dall’ancella che suo marito desiderava avere un buon pranzo, Cleostrata, contrariata, zittendo la serva, accusa il marito di mettersi contro di lei e suo figlio, pur di soddisfare i suoi capricci amorosi, poi, giurando vendetta, lo minaccia di fargli soffrire la fame e la sete. Proprio in quel momento la porta del vicino di casa inizia a scricchiolare, la vicina di casa esce, e va incontro a Cleostrata.

Scena seconda

L’amica di Cleostrata, Mirrina, sulla soglia di casa, si rivolge alle sue ancelle, invitandole ad andarla a chiamare a casa della vicina, nel caso in cui qualcuno l’avesse cercata, infatti aveva deciso di andare a trovare l’amica perché si annoiava a star da sola a casa. Cleostrata avvicinandosi saluta la sua amica, e Mirrina, notando subito la faccia scura e triste dell’amica, si affretta a chiedere spiegazioni sul motivo del suo dispiacere. Cleostrata chiarisce la causa della sua tremenda afflizione: il marito la sottopone a continui tormenti e umiliazioni e la povera moglie si sente incapace di far valere i suoi diritti. Mirrina appare molto sorpresa poiché è convinta che di norma siano i mariti a dover subire le angherie delle mogli. Cleostrata continuando a dolersi per la sua sfortuna, spiega che suo marito si rifiuta di dare in moglie al fattore la giovane serva che lei ha allevato a proprie spese come se fosse stata sua figlia, egli infatti ne è innamorato. Mirrina dubita dell’onestà di Cleostrata, accusandola di essersi appropriata indebitamente della schiava: le donne non potevano possedere beni all’insaputa del consorte, tutto ciò che una donna possedeva apparteneva anche a lui, per questo Mirrina consiglia all’amica di non contrariarlo e di lasciarlo amare, dal momento che in casa non le mancava nulla, e lui aveva il potere di divorziare e mandarla via. Il dialogo tra le due donne si spegne all’arrivo del marito di Cleostrata; Mirrina si affretta ad uscire dalla casa dell’amica per tornare a casa sua. La padrona di casa promette alla sua vicina di tornare a trovarla appena le sarà possibile, così le due donne si congedano con un addio.

Scena terza

Lisidamo giunge dalla via della piazza, egli è convinto che il suo amore per Casina possa superare ogni ostacolo, per questo si lascia trasportare da dolci pensieri su questo sentimento davanti alla porta di casa sua. Convinto di sorpassare in eleganza l’eleganza in persona, il vecchio era appena stato da tutti i profumieri di sua conoscenza e si era fatto cospargere da unguenti raffinati per piacere alla sua innamorata, sicuro che l’effetto dei...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher RICHIPAX di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Latino di base e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Campaniello Maria Consiglia.
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