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Il Buddismo nel passaggio al Periodo Moderno.

Tracciare il percorso del pensiero religioso seguendo lo schema dei cambiamenti politici risulta in

genere difficile. Tuttavia, il passaggio dal periodo Edo al periodo Meiji costituisce un’eccezione: nel

1868, lo shogunato Tokugawa venne rovesciato e fu dichiarata la restaurazione imperiale

(restaurazione Meiji).

La restaurazione Meiji fu accompagnata dalla valorizzazione dello Shintou come religione -o sarebbe

meglio dire ‘ideologia’- legittima.

Un altro problema è che gli studi del periodo Meiji -e di quelli successivi- tendono a sottovalutare o

ignorare il ruolo della religione nella costruzione della società e della cultura del periodo. Alcuni

studiosi vedevano la religione come un epifenomeno (​ fatto accessorio, la cui presenza o assenza non

incide sull'esplicazione di un dato fenomeno) poco adatto al processo richiesto per la

modernizzazione del paese.

La vera questione non è se il Buddismo o lo Shintou siano stati in qualche modo il fattore più

importante nel processo di transizione all’epoca Meiji, ma piuttosto affermare che il Buddismo ebbe

un ruolo più importante di quanto considerato all’epoca.

I sentimenti anti-buddismo di epoca Meiji furono parte del cambiamento sociale e politico giapponese

ma, allo stesso tempo, costrinsero il Buddismo a tentare di rendere i suoi insegnamenti e le sue

pratiche rilevanti in una società in rapido mutamento.

Dall’inizio dell’800 fino al rovescio del bakufu Tokugawa, c’è sicuramente più attenzione alle idee e ai

movimenti che si svilupparono al di fuori del pensiero buddista -ma che infulenzeranno il buddismo

post-restaurazione Meiji- piuttosto che agli sviluppi del Buddismo stesso.

Nel 1798, lo studioso del Kokugaku (Studi Nazionali) Motoori Norinaga (1730-1801) -autore del

Kojikiden (commentario al Kojiki)- affermò che è possibile ritrovare le origini e l’essenza dello spirito

giapponese nella sensibilità Shintou della narrativa del Kojiki. La perdita di questo spirito puramente

giapponese era considerata il risultato diretto delle influenze straniere, specialmente di quelle

buddiste, da cui bisognava liberarsi.

Il movimento Kokugaku (spesso chiamato nativismo) di Norinaga divenne ideologicamente importante

nella trasformazione del Giappone in un paese moderno, e venne associato al movimento che generò

la restaurazione Meiji.

Questo movimento desiderava restaurare le leggi imperiali e mitigare le influenze straniere nel paese;

e il Buddismo era una di queste influenze.

Questa prospettiva nativista fu ulteriormente elaborata da Hirata Atsutane (1776-1843), che estese le

critiche nativiste al di là degli studi linguistici dei testi antichi, concentrandosi invece sugli aspetti più

specifici del Buddismo e del Confucianesimo.

La restaurazione Meiji

Parte del movimento dei daimyou (signori feudali, da sempre antagonisti dello shogunato) ebbe

origine dalle pressioni per l’apertura del Giappone da parte delle potenze occidentali; i daimyou

volevano che il Giappone diventasse una nazione in grado di difendersi da possibili aggressioni

esterne -abilità che, invece, credevano non appartenesse allo shogunato.

I riformatori di epoca Meiji supportarono un nazionalismo centralizzato sul potere imperiale e

l’imperatore fu considerato come il simbolo del desiderio di raggiungere o addirittura superare le

potenze occidentali.

Il 6 Aprile 1868, subito dopo la restaurazione, fu proclamato un editto che stabiliva il rinnovo dei rituali

Shintou, che erano stati precedentemente soppressi dallo shogunato.

Il nuovo governo sfruttò Kokugaki, la Restaurazione Shintou, e le ideologie affini, per creare una

politica nazionale (kokutai), proclamando l’unione tra il governo e i rituali Shintou l’8 Aprile 1868.

L’ideologia della restaurazione era un miscuglio di elementi passati e futuri: da un lato, guardava ai

passati rituali Shintou, dall’altro cercava nell’Occidente spunti per l’industrializzazione, la tecnologia e

altri simboli di modernità.

Anche se furono apportati grandi cambiamenti al Buddismo, anche lo Shintou venne modificato. Ci

furono diverse fazioni Shintou che discussero su quali rituali dovessero venir celebrati nei santuari. Il

governo stesso chiuse o incorporò migliaia di santuari per ricostituirli come unità amministrative di

governo dove ogni famiglia doveva registrarsi.

La situazione per il buddismo era sicuramente peggiore: il nuovo governo eliminò i benefici

precedentemente concessi e, in più, la dottrina perse la sua importanza tra la popolazione, poiché alle

famiglie non era più richiesto di registrarsi ai templi locali.

I sentimenti anti-buddisti del periodo Meiji

La Restaurazione Meiji segnò un significativo rovesciamento della fortuna del Buddismo.

Il movimento Kokugaku fu il fautore di uno dei principali sentimenti antibuddisti durante la

restaurazione, presentando il Buddismo come una deleteria influenza straniera responsabile di aver

allontanato i giapponesi dal puro Shintou.

Sebbene fosse evidentemente impossibile eliminare completamente i secoli di interazione tra

buddismo e Shintou, è proprio questo che i riformatori nativisti tentarono di fare.

Lo Shintou fu promosso come ideologia di stato, e questo ebbe un impatto significativo sul buddismo

che vide così sgretolarsi le relazioni che per secoli aveva intessuto con lo stato e le tradizioni

shintoiste.

Questa situazione implicò lo smantellamento dei complessi templi-santuari che buddismo e

shintoismo avevano condiviso per secoli. Questa separazione forzata del buddismo dallo shintou

(shinbutsu hanzen) rese impossibile per i templi buddisti e i santuari shintoisti condividere lo stesso

spazio, e fu proibito ai preti buddisti di esercitare nei santuari.

Come risultato, i preti buddisti che servivano santuari Shinto furono costretti a convertirsi oppure ad

essere trasferiti in un tempio buddista.

Altre azioni simboliche furono intraprese per tentare di separare il Buddismo dallo Shintou. Per

​ ​

esempio, l’uso dell’ honji-suijaku (titoli buddisti utilizzati per divinità shintou) * non fu più consentito.

Allo stesso modo, oggetti rituali, statue, dipinti e altri oggetti di culto non furono più ammessi nei

santuari shinto.

* I kami sono le manifestazioni (suijaku significa “tracce”) delle divinità buddiste, e le divinità buddiste

sono la loro forma e sostanza ultima (honji significa “terreno originale”)

Quindi, le due entità formerebbero una relazioni indivisibile.

I sentimenti anti-buddismo furono talvolta accompagnati anche da manifestazioni violente. Con lo

scopo di “liberarsi dal Buddismo e distruggere Sakyamuni” (haibutsu kishaku), templi, immagini, e altri

materiali di culto furono distrutti, e alcuni monaci buddisti furono costretti ad abbandonare la loro vita

religiosa.

Il governo Meiji intraprese un ulteriore provvedimento a discapito del buddismo: mentre le regole della

vita monastica buddista erano precedentemente state rinforzate dall’appoggio del governo, ogni

ordinanza a riguardo (vegetarianismo, matrimonio, rasatura e vesti) fu abolita nel 1872, così da

cancellare qualsiasi tipo di aderenza del governo ai precetti buddisti.

(Tuttavia, dato che le monache, una volta preso l’ordine, non lasciavano il tempio e risiedevano in un

convento, era impossibile per loro rispettare i cambiamenti. Per questo, in Giappone, è ancora

impossibile per le monache sposarsi.)

Alcune tradizioni buddiste, come la Tendai, Shingon e Zen, poiché d’impianto più monastico, furono

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/23 Storia dell'asia orientale e sud-orientale

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