Biomateriali del packaging alimentare
biomateriale
Il è un materiale concepito per interfacciarsi con i sistemi
biologici al fine di valutare, dare supporto o sostituire un qualsiasi tessuto,
organo o funzione del corpo.
bio
Il si riferisce ad uno specifico campo di applicazione non legato alle
proprietà e origini del materiale ma dell’applicazione.
Il polietilene non è un biomateriale quando si utilizza per fare la busta della
spesa, ma lo diventa per fare i cuscini nelle protesi di anca; così come il
titanio, non lo è quando si fa l’orologio, lo è quando si fa una protesi.
bio
La parola nel settore di packaging si identifica come biodegradabile o
biobased, quindi provenienti da fonti rinnovabili.
Metalli, vetro, cellulosici e plastica sono i materiali utilizzati come packaging.
Sia metalli che vetro non sono biomateriali in modo classico (non dal punto di
vista ecologico).
Negli ultimi 10 anni si è spinto sui biomateriali ma adesso si sta tornando
indietro per un materiale che possa essere riciclato (problema ambientale ma
anche di legislazione vigente). bioplastiche
Esiste una classe di materie plastiche definite e si intendono le
plastiche che soddisfano uno dei due criteri (biobased o biodegradabili).
l’ecofriendly
Per dal punto di vista del post-vita è importante la
compostabilità, mentre per il punto di vista del non utilizzo del petrolio si
intende utilizzare fonti rinnovabili e non fossili.
C’è differenza tra imballaggio e packaging.
L’imballaggio è la confezione, busta, flacone, vaschetta
Il packaging invece racchiude tutto ciò che ruota attorno al confezionamento
dell’alimento in termine di imballaggio ed anche l’operazione di
confezionamento stesso, quindi condizionamento.
Si usano erroneamente come sinonimi, ma non è così.
Scegliere l’imballaggio è importante perché deve essere sicuro per l’alimento
ma anche per la tecnologia. Se deve essere riscaldato deve resistere al calore.
Bisogna dividere l’imballaggio in base al ruolo:
- Primario: se avviene in contatto diretto con l’alimento, quindi deve
avere una particolarità, cioè l’idoneità a stare a contatto. È detto anche
imballaggio di vendita ma non è sempre così (confezione di merendine,
perché è la busta che racchiude le merendine); deriva da un altro modo
di definire che riguarda la logistica;
- Secondario: contenitore che contiene più imballaggi, imballaggio
multiplo, molto diffuso; es: il cartone del gelato Algida;
- Terziario: riguarda di più la logistica ed il trasporto, come il pallet di
tante confezioni di acqua (bottiglia primario, film esterno da 6 bottiglie
secondario); infatti è chiamato imballaggio di trasporto
Non esiste una packaging ideale o perfetto, ma idoneo a quell’alimento.
Le principali funzioni dell’imballaggio alimentare sono:
- Contenimento: l’imballaggio deve contenere in modo adeguato il
prodotto alimentare;
- Protezione: deve proteggere l’alimento dalle possibili sollecitazioni
meccaniche e dalle contaminazioni esterne;
- Logistica: deve facilitare il trasporto ed il magazzinaggio (forma);
- Comunicazione: deve presentare il prodotto in forma attraente e deve
rappresentare un’opportunità di informazione per identificarle; è molto
importante per presentare il prodotto;
- Ecologica: deve essere degradabile o facilmente riciclabile; molto
spesso viene imposta per avvicinarsi all’idea del consumatore;
- Funzionale o interattivo: deve limitare o monitorare il deterioramento
microbiologico, fisico e chimico degli alimenti confezionati (aumentare
la shelf-life); sono imballaggi in grado di interagire con l’alimento;
Il contenimento e la protezione sono le funzioni principali, le altre invece si
sono aggiunte dopo, per soddisfare le richieste del mercato e del
consumatore.
L’imballaggio è il venditore silente del supermercato.
Le norme legislative hanno imposto l’utilizzo di un materiale, come quello
ecologico (sacchetti di plastica in mais), non per sostituire per esempio la
plastica, ma solo perché è stato imposto.
Gli stimoli per la progettazione dell’imballaggio vengono da molte parti. Dalla
produzione (a monte), se un materiale viene imposto per legge o se non è più
disponibile, viene anche dalla distribuzione e poi dal consumatore non solo
come finale ma per tutto il percorso della filiera (dalla produzione all’utilizzo e
al post-vita).
Proprietà dei materiali di packaging
I materiali utilizzati per produrre oggetti destinati al contatto con gli alimenti
costituiscono una famiglia poco numerosa ma molto eterogenea di solidi con
caratteristiche differenti.
Inoltre, la conoscenza delle proprietà e delle prestazioni dei materiali utilizzati
per realizzare gli imballaggi è importante per fare la corretta scelta in termini
di protezione da offrire al prodotto.
Queste proprietà sono classificate in proprietà chimiche e proprietà fisiche.
proprietà chimiche
Le dipendono dalla natura chimica del materiale
(molecolare, atomica), eventuali modifiche causano dei cambiamenti anche in
molte proprietà fisiche dei materiali (come sono legati gli atomi).
costituenti atomici organici
In base ai si classificano i materiali in e
inorganici.
- Composti organici: composti del carbonio ad eccezione di CO , CO,
2
carbonati; vengono fatti le materie plastiche e cellulosici;
- Composti inorganici: composti chimici che non contengono carbonio;
vetro e metalli.
Legami chimici
Legame covalente
Compartecipazione di elettroni da parte degli atomi che si legano (omopolare
e eteropolare)
Legame ionico
Attrazione elettrostatica fra due ioni con carica opposta
Legame metallico
Delocalizzazione di elettroni condivisi da tutti gli atomi del reticolo cristallino
Organizzazione molecolare
Solido cristallino
Solido composto da atomi, ioni o molecole disposti in un modello
geometricamente regolare che si ripete nelle tre dimensioni (reticolo ordinato
che si ripete in maniera indefinita).
Ha una bassa trasparenza e migliori proprietà meccaniche.
Solido amorfo
Solido in cui non c’è ordine a lungo raggio nelle posizioni degli atomi o delle
molecole che lo costituiscono (reticolo non ordinato).
Ha un’alta trasparenza e ha maggiore immobilità chimica.
metalli
I sono del tutto cristallini (cristallizzano e sono geometricamente ben
vetro
disposti, è l’unico cristallino tra i materiali di packaging), nel non c’è un
ordine randomico ben preciso (le molecole di silice sono disposte nello spazio
in maniera randomica, è amorfo).
materie plastiche
Le sono o del tutto amorfe o metà amorfe e metà
cellulosici
cristalline; quelli sono soprattutto cristallini ma contengono delle
piccole parti amorfe.
grado di cristallinità
Il è una percentuale che fa capire quanta parte
cristallina c’è e quanta parte amorfa è presente.
Minore è il grado di cristallinità più è trasparente il materiale, più è maggiore
e più è opaco il materiale (i translucidi sono metà e metà).
Tra le proprietà chimiche rientrano tutte quelle proprietà utilizzate per
valutare l’idoneità dell’imballaggio ma anche per l’identificazione, come la
resistenza alla corrosione, agli agenti aggressivi (pH acido), se il materiale
non è resistente a quel pH non è idoneo (es: foglio di alluminio con il limone si
corrode e rilascia nell’alimento particelle di alluminio).
Poi il comportamento all’ossidazione, comportamento alla combustione, alla
bio-compatibilità.
Resistenza agli oli e grassi
Sono coinvolti i materiali polimerici e gli oli e grassi una volta penetrati
possono danneggiare la stampa, provocando il distacco di materiali accoppiati
(multistrato) o rendere poco gradevole l’immagine del prodotto, perché sono
di natura lipofila.
La resistenza si determina con un vetro smerigliato, sopra si mette il provino
che si vuole testare, poi un cotone imbevuto d’olio e sopra un peso con peso
conosciuto.
Dopo un certo tempo se spunta un alone nel vetro smerigliato significa che
l’olio è penetrato. Maggiore è il tempo che ci ha impiegato maggiore sarà la
resistenza del materiale ad olio e grassi.
Un lato di un provino di materiale viene esposto al contatto con un tessuto di
cotone imbevuto d’olio tenuto premuto da un peso (50 g); sulla superficie
opposta del materiale viene posto un vetro smerigliato e il tutto e condizionato
a 40 o 60 °C; periodicamente si osserva il vetro smerigliato, che diventa
trasparente nel punto raggiunto dall’olio quando questo ha attraversato lo
spessore del provino. Il tempo di diffusione dell’olio in queste condizioni
consente di capire la resistenza del materiale.
test di oleorepellenza
Per i materiali cellulosici, si utilizza anche un , indicato
Kit Test;
come prevede l’utilizzo di una serie di 16 miscele di tre idrocarburi
non polari rappresentati da olio di ricino, toluene ed eptano, in rapporti
diversi tra loro. Ogni miscela e espressa da un numero compreso tra 1 e 16,
definito “grado”: i valori più alti corrispondono a miscele a maggior contenuto
di solventi. La prova viene svolta a temperatura ambiente, ponendo diverse
gocce delle varie miscele sulla superficie del provino, lasciandole 15 secondi e
valutando l’aspetto del materiale (alone, macchia, nessuna modifica) dopo la
rimozione della miscela con carta assorbente. Si assegna quindi al campione il
grado più elevato della soluzione che non altera la superficie. Quanto più
elevato e il grado assegnato al materiale, tanto maggiore e la sua
oleorepellenza. Per verificare l’omogeneità si deve effettuare l’analisi in
diverse zone del provino.
I polimeri sono idrorepellenti, ma non nei confronti di grassi e olio (es: olio in
bottiglia di acqua NO).
Proprietà chimiche
Resistenza allo stress cracking
Quando un materiale polimerico è molto sollecitato meccanicamente e si trova
in un luogo tensioattivo, insieme portano ad una prematura frattura del
materiale.
Questa proprietà è necessaria nei contenitori di detergenti, detersivi e saponi,
perché è una condizione molto particolare, perché contengono acidi grassi,
alcoli e alcuni oli essenziali.
Per valutarlo si prende un provino e si immerge in un liquido tensioattivo per
vedere se si formano incrinature. Ogni prova si basa su delle normative che
determina la geometria del campione; il provino deve essere intagliato (linea
su una parte del campione che prende tutto lo spessore), poi si poggia in un
portacampioni dentro i campioni flessi e questo si infila in un liquido
tensioattivo. Per accelerare il tutto si pone la T più alta dell’ambiente (50-
100°), questo è un parametro che accelera la cinetica di ogni esperimento.
Si valuta ispezionando il campione dopo quanto tempo si forma una cricca in
corrispondenza dell’intaglio. La formazione della cricca dipende da molti
fattori come la finitura superficiale del manufatto, quindi tutte queste prove
testano i provini intagliati in modo che ciò che viene valutato è la loro
propagazione.
Biodegradabilità
Dipende dalla natura chimica del materiale ed è la capacità di sostanze e
materiali organici di essere degradati in sostanze più semplici tramite
l’attività enzimatiche dei microrganismi.
Quando il processo biologico è completo il materiale si trasforma del tutto in
sostanze organiche di partenza cioè in molecole inorganiche semplici: acqua,
CO e metano.
2 mangia)
Se il microrganismo può attaccare il carbonio degradandolo (lo
significa che quel materiale è biodegradabile.
Il materiale dipende dalla struttura chimica, dai legami chimici, dai
microrganismi (non tutti sono in grado).
Il fenomeno della biodegradazione è molto naturale e fa parte del ciclo
naturale della vita sulla terra, incentrato sul carbonio. Grazie all’attività di
fotosintesi di piante ed alghe e all’energia solare, l’anidride carbonica viene
sottratta all’atmosfera per produrre zuccheri e altre sostanze, utilizzate dai
vegetali per crescere e svilupparsi. Tramite la catena alimentare, il flusso di
materia e di energia passa dalle piante agli erbivori e da questi ai carnivori.
l’industrializzazione del processo naturale,
È importante valorizzando i rifiuti
organici delle attività umane ma bisogna anche trovare il luogo adatto per
massimizzare il fenomeno (cinetica di biodegradazione, cioè tempo per
avvenire).
Vi sono diversi fattori che influenzano anche in modo naturale i processi di
biodegradazione (in estate è più veloce), la T ha un ruolo fondamentale
nell’influenzare la cinetica della reazione.
La biodegradazione completa si ha quando un materiale viene degradato fino
ad anidride carbonica, acqua, sali minerali e, eventualmente, altre molecole di
basso peso molecolare (C H (butano), NH , H ecc.), a opera di
4 10 3 2
microrganismi o comunque per azione di un agente biologico; tale
degradazione deve avvenire, o almeno completarsi, in condizioni di aerobiosi.
Secondo la norma EN 13432, sono considerati compostabili i materiali che
“biodegradano” per almeno il 90% in 6 mesi (per cui si ottiene una
frammentazione e una riduzione delle dimensioni dei residui del materiale tale
da determinare la perdita di visibilità nel compost finale).
biodeterioramento
Il indica invece qualsiasi modificazione apportata da
agenti biologici che rende il materiale inadeguato all’uso per il quale è
destinato. compostabile,
Per essere un materiale deve:
– deve essere biodegradabile, ovvero convertibile metabolicamente in anidride
carbonica;
– deve essere disintegrabile, ovvero frammentabile e non più visibile nel
compost finale;
– non deve avere effetti negativi sul processo di compostaggio;
– non deve avere effetti negativi sul compost finale;
La biodegradabilità dei materiali riguarda i materiali di natura cellulosica e
plastica.
In linea teorica e generale, tutti i materiali biosintetici (come quelli cellulosici)
sono biodeteriorabili e biodegradabili, mentre quelli ottenuti per sintesi
chimica (come quelli plastici) non lo sono, mostrano la cosiddetta
recalcitranza all’attacco microbico. Le cause di tale inerzia biochimica sono da
ricercare nell’elevato peso molecolare (il massimo peso molecolare
metabolizzabile da organismi viventi e dell’ordine dei 500 Da), nella presenza
di gruppi terminali non idonei all’attacco enzimatico, nell’idrofobicità che
impedisce l’assorbimento di acqua.
La valutazione accurata della biodegradabilità e della biodeteriorabilità per
poter confrontare, in termini oggettivi, l’ecocompatibilità dei differenti
imballaggi. Esistono numerose procedure, alcune standardizzate in norme
ufficiali, ma tutte caratterizzate da empirismo.
Metodi ponderali:
– Viene valutata la diminuzione percentuale del peso di
provini sottoposti all’azione di colture microbichi a interramento o al
condizionamento in specifici ambienti. Per l’elevata variabilità delle condizioni
adottate, i risultati ottenuti con questi sistemi sono difficilmente confrontabili
(misurabili);
Prove di crescita microbica:
– La degradabilità viene misurata in termini di
accrescimento di una coltura microbica alla quale viene fornita, come unica
fonte di carbonio, un provino del materiale in esame;
Metodi di osservazione diretta
– : In queste procedure l’osservazione a
occhio nudo o microscopica consentono di evidenziare l’estensione e
l’intensità dello sviluppo di muffe oppure il grado di deterioramento del
materiale posto in condizioni standardizzate;
Metodi respirometrici:
– Sono diversi e numerosi e si basano sul fatto che,
se i microrganismi riescono a utilizzare per il loro metabolismo il materiale da
valutare, l’ossigeno consumato e/o l’anidride carbonica prodotta.
Un materiale biodegradabile è diverso da uno compostabile.
Il compostabile deve essere biodegradabile, ma non il contrario, almeno non
tutti.
La biodegradazione è termodinamica, mentre la compostabilità dipende dalla
cinetica.
Compostabile significa che sotto determinate condizioni di T ed umidità il
materiale di partenza di trasforma in compost che è il risultato intermedio del
processo di biodegradazione, che lo trasforma in una specie di terriccio (CO ).
2
È un materiale che ha proprietà specifiche e che può essere rimesso
nell’ambiente come fertilizzante.
La compostabilità è legata anche ad una questione normativa (caratteristiche
che deve avere per differenziarlo dalla frazione umida), che devono essere
equiparati.
La biodegradabilità è necessaria proprio dal punto di vista industriale sia per
trasformare il materiale in compost o in digestione anaerobica (biomasse),
come biocombustibile.
Anche la composizione del compost è importante perché bisogna capire cosa
rilascia, non devono essere sostanze indesiderate (cambio di qualità del
compost). Le limitazioni sono quindi sia per la cinetica sia per la qualità del
compost. suolo:
Un altro ambiente biologicamente attivo è il alcuni materiali si possono
biodegradare del tutto nel suolo, come alcune reti di pacciamatura.
Biodegradabile non è sempre compostabile.
Compostabile è sicuramente biodegradabile.
Biodegradabilità come compostabilità: aspetti legislativi (UNI En
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