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La tesi del libro sulla libertà dell'uomo moderno

La tesi di questo libro afferma che l’uomo moderno non ha raggiunto la libertà, intesa in senso positivo come realizzazione del proprio essere, delle proprie potenzialità. Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà lo ha reso isolato, ansioso e impotente. Per uscire da questo isolamento egli potrà o rifugiarsi in nuove dipendenze e sottomissioni, per sfuggire dal peso di questa libertà, oppure progredire verso la realizzazione della libertà positiva, che si fonda sull’unicità ed individualità dell’uomo.

Scopo di questo libro è analizzare quei fattori dinamici della struttura di carattere dell’uomo moderno che nei paesi fascisti gli hanno fatto desiderare di rinunciare alla libertà. Ma che cos’è la libertà come esperienza umana? Il desiderio della libertà fa parte della natura umana, è un’esperienza identica per tutti o varia in base alla società? E ancora, la libertà può diventare un qualcosa di troppo pesante da portare, da cui l’individuo cerchi di fuggire? L’analisi dell’aspetto umano della libertà e dell’autoritarismo porta a considerare il problema del ruolo dei fattori psicologici nel processo sociale.

Capitolo 1: Libertà: un problema psicologico?

Storicamente, le battaglie per la libertà sono state combattute dagli oppressi, da coloro che aspiravano a nuove libertà: combattendo per la propria liberazione dalla tirannia, ogni classe credeva di combattere per la libertà in sé, e così faceva appello ad un ideale di libertà. Negli anni, molti sono morti con la convinzione che morire nella lotta contro l’oppressione fosse meglio che vivere senza libertà.

La Grande Guerra fu considerata da molti l’ultima lotta, ma dopo pochi anni emersero nuovi sistemi che negavano tutto ciò che si era conquistato, e che s’impadronirono della vita sociale e personale dell’individuo. In un primo momento, molti pensarono che la vittoria del sistema autoritario fosse dovuta alla follia di pochi individui, e che questa follia li avrebbe condotti alla rovina; altri ritenevano che ci fosse stato poco tempo per educarsi alla democrazia, e che perciò si poteva attendere tranquillamente il momento in cui avrebbero raggiunto la maturità politica. Un’altra comune illusione, la più pericolosa di tutte, era la credenza che gli uomini come Hitler avessero conquistato il potere con la furbizia, l’inganno e la forza. Da allora, la fallacia di queste tesi è diventata palese.

Nel Medioevo, l’immagine consueta dell’uomo era quella di un essere le cui azioni erano determinate dal desiderio di potere, dall’ostilità e dall’interesse egoistico. Ad es., lo scrittore Hobbes affermava che, poiché gli uomini sono uguali e dunque hanno lo stesso desiderio di felicità, e dato che non c’è sufficiente ricchezza per soddisfarli tutti in egual misura, si combattono a vicenda (da qui l’egoismo). Tuttavia, questa visione fu presto sorpassata, e si giunse ad affermare che l’uomo era fondamentalmente un essere razionale. Pertanto, ci si sentiva sicuri e fiduciosi nella moderna democrazia.

Quando il fascismo arrivò al potere, la maggior parte della gente era impreparata, sia teoricamente che praticamente: non riusciva a credere che l’uomo potesse manifestare tali disposizioni al male, tale brama di potere, un tal disprezzo per i diritti dei più deboli.

Freud si è spinto oltre, attenzionando le forze irrazionali e inconsce che determinano il comportamento umano, e ci ha insegnato a capire il linguaggio dei sogni e dei sintomi fisici. Egli ha scoperto che queste irrazionalità, così come l’intera struttura di personalità dell’individuo, sono reazioni alle influenze esercitate dal mondo esterno, soprattutto nella prima infanzia. Freud accettava l’idea di una fondamentale dicotomia tra l’uomo e la società: secondo lui, l’uomo è fondamentalmente antisociale. La società deve addomesticarlo, consentendo qualche soddisfazione degli impulsi biologici, ma soprattutto deve frenare gli impulsi basilari, attraverso una trasformazione che prende il nome di “sublimazione”.

Attraverso la sublimazione si ha la trasformazione della soppressione in comportamento civile: in genere, quanto maggiore è la soppressione, tanto maggiore sarà la civiltà (e il pericolo di disturbi nevrotici). Freud considera sempre l’individuo nei suoi rapporti con gli altri. Tuttavia, questi rapporti somigliano a quelli economici tipici della società capitalistica, dove ogni persona lavora per se stessa, individualisticamente, a suo rischio, ma ha comunque bisogno degli altri per raggiungere il proprio scopo (vendere e comprare), per cui in rapporti economici con loro. In tal senso, gli altri diventano “oggetti”, mezzi da usare per raggiungere il nostro fine.

Pertanto, secondo Freud il campo dei rapporti umani somiglia al mercato. Al contrario, la tesi di questo libro si fonda sul presupposto che il rapporto tra uomo e società non è statico. Piuttosto, pur essendoci tutti quei bisogni comuni all’essere umano (fame, sete, sesso, potere etc.), essi sono tutti prodotti del processo sociale. Pertanto, la società non ha solo una funzione soppressiva, ma anche una creativa.

L’uomo è prodotto dalla storia, e la storia è prodotta dall’uomo. È compito della psicologia sociale spiegare perché, da un’epoca storica ad un’altra, avvengono certi cambiamenti, perché sorgono nuove capacità e nuove passioni (buone o cattive). Il punto di vista di questo libro è differente da quello di Freud, in quanto respinge il concetto di “storia” come prodotto di forze psicologiche che, in se stesse, non sono socialmente condizionate. In tal senso, assume fondamentale importanza il concetto di “adattamento”.

Possiamo distinguere l’adattamento statico da quello dinamico:

  • Il primo lascia immutata la struttura del carattere, ed implica solo l’acquisto di un nuovo “abito” (ad es. il passaggio dalle usanze cinesi nel mangiare a quella occidentale di usare forchetta e coltello);
  • Il secondo, invece, muta la struttura del carattere (creando ostilità represse che provocano nevrosi); si ha, ad es., quando un ragazzo si sottomette agli ordini di un padre rigido e minaccioso e, per paura, diventa un “bravo ragazzo”.

Occorre partire dal presupposto che ci sono certe zone della natura umana che sono più flessibili e adattabili di altre. Oltre ai bisogni fisiologici (che devono essere necessariamente soddisfatti), le aspirazioni e alcuni tratti del carattere (amore, impulso distruttivo, sadismo) non sono particolarmente flessibili, perché, una volta che entrano a far parte del carattere di una persona, non scompaiono più. Tuttavia, questi bisogni non sono fissi e rigidi, ma si sviluppano nel corso degli anni e soprattutto durante l’infanzia. Dunque, la personalità di un soggetto è foggiata dal particolare sistema di vita che gli viene presentato da bambino.

Oltre ai bisogni fisiologici, c’è un altro bisogno incoercibile nell’essere umano: il bisogno di essere in rapporto col mondo esterno, il bisogno di evitare la solitudine. Ovviamente, tale solitudine non è intesa tanto in senso fisico, quanto psicologico (un soggetto può essere “solo” fisicamente per molti anni, pur tuttavia rimanendo in contatto con idee, valori, modelli sociali, o, viceversa, può vivere in mezzo alla gente, ma sentirsi ugualmente solo). Quindi, potremmo dire che “la solitudine morale è la forma di solitudine più dolorosa da accettare”.

Capitolo 2: L'emergere dell'individuo e l'ambiguità della libertà

La libertà caratterizza l’esistenza umana, e il suo significato muta a seconda del grado di consapevolezza che l’uomo ha di se stesso come essere indipendente e distinto. La storia sociale dell’uomo è cominciata nel momento in cui egli, emergendo da uno stato di unità con il mondo naturale, è diventato consapevole di se stesso come entità separata dalla natura circostante e dagli altri uomini. Ma l’effettivo distacco dell’individuo dai suoi legami originari, che porta all’ “individuazione”, culmina nella storia moderna, e precisamente nei secoli che vanno dalla Riforma al nostro tempo.

Allo stesso modo, il passaggio dall’esistenza fetale a quella umana e il taglio del cordone ombelicale segnano l’indipendenza dell’infante dal corpo materno. Ma questa indipendenza è solo materiale: in senso funzionale, invece, l’infante continua a far parte della madre. Lentamente, poi, inizia un graduale processo che lo porterà all’individuazione, attraverso la sperimentazione del mondo circostante e il ruolo fondamentale svolto dall’educazione. Nei primi mesi, il bambino è caratterizzato da una sorta di “egocentrismo”.

Man mano che cresce, il bambino matura un’esigenza di libertà e indipendenza: si struttura quell’insieme organizzato ed integrato della personalità che chiamiamo “Io”, una forza autonoma che consente il processo di individuazione. Allo stesso tempo, però, il bambino si accorge di essere “solo”, di essere un’entità separata da tutti gli altri, e ciò lo rende ansioso e impotente. Per evitare questo, spesso il bambino sceglie la via della sottomissione, che spesso va a creare un circolo vizioso, poiché aumenta l’insicurezza, creando ostilità e ribellione.

Una via più percorribile per evitare la solitudine e l’ansietà è quella del rapporto spontaneo con l’uomo e la natura, che collega l’individuo al mondo senza eliminarne l’individualità. Esso si fonda sull’amore e sull’attività produttiva. Il processo di individuazione consiste nel rafforzamento e nell’integrazione della personalità individuale, ma è, al tempo stesso, un processo in cui l’originaria identità con gli altri viene perduta, quindi include anche una separazione, per giungere alla libertà.

L’esistenza umana comincia quando, al di là di un certo punto, gli istinti non sono in grado di determinare l’azione, quando l’azione non è più fissata da meccanismi ereditari. Pertanto, possiamo dire che, sin dalle origini, l’esistenza umana e la libertà sono inseparabili. Il termine “libertà” viene qui usato non in senso positivo di “libertà di”, ma in quello negativo di “libertà da”.

Sin dall’inizio della sua esistenza, l’uomo si trova a dover scegliere tra diverse linee d’azione: ciò implica una forte capacità di pensiero, che non è “un qualcosa”, ma “il mezzo che permette questo qualcosa”. L’uomo passa da un adattamento puramente passivo ad uno più attivo: egli produce, inventa strumenti, inizia a dominare la natura, a distaccarsi da essa. Dunque, l’armonia originaria tra l’uomo e la natura è spezzata: questo è il primo atto di libertà!

Dunque, il processo di crescente liberazione umana ha lo stesso carattere dialettico del processo di crescita individuale: da una parte abbiamo l’affermazione dell’individualità, ma dall’altra abbiamo anche isolamento, insicurezza, e un dubbio sempre maggiore circa il proprio posto nell’Universo.

Capitolo 4: I due aspetti della libertà per l'uomo moderno

Lo sviluppo della società capitalistica ha influito notevolmente sulla personalità dell’uomo. Il sistema capitalistico ha plasmato l’intera personalità dell’uomo: ha sviluppato l’individuo e lo ha reso più impotente, ha accresciuto la libertà e ha creato nuovi tipi di subordinazione. L’intento di questo capitolo è quello di dimostrare che la struttura della società moderna influisce sull’uomo in 2 modi: egli diventa più indipendente, critico, autosufficiente e, al tempo stesso, più isolato ed impaurito. La possibilità di comprendere l’intero problema della libertà dipende dalla capacità di vedere entrambi gli aspetti del processo.

Oggi non ci rendiamo conto del fatto che l’uomo, pur essendosi sbarazzato dei vecchi nemici della libertà, si trova dinnanzi nuovi nemici di altra natura, che bloccano la piena realizzazione della libertà della personalità. Restiamo incantati di fronte allo sviluppo della libertà da forze esterne a noi, ma restiamo ciechi di fronte alla realtà delle costrizioni, dei freni e dei timori interni, che tendono a minare il significato delle vittorie che la libertà ha riportato contro i suoi tradizionali nemici.

Pertanto, siamo portati a pensare che il problema della libertà sia esclusivamente quello di conquistare ancor più libertà, dimenticando che il problema della libertà non è solo quantitativo, ma anche qualitativo: che non dobbiamo solo conservare e accrescere la libertà tradizionale, ma dobbiamo conquistare un nuovo tipo di libertà, che ci consenta di realizzare la nostra personalità individuale.

Come sappiamo, il capitalismo ha portato un enorme progresso allo sviluppo della personalità umana, ed ha continuato sul piano intellettuale, sociale e politico l’opera che il protestantesimo aveva cominciato rendendo l’uomo libero spiritualmente. La libertà economica è stata la base di questo sviluppo, e la classe media ne è stata la paladina.

Sotto il sistema capitalistico l’individuo, in particolare quello della classe media, aveva la possibilità di raggiungere il successo grazie alle proprie azioni, vedeva di fronte a sé una meta verso cui tendere, imparava a fare affidamento su sé stesso, a prendere decisioni responsabili, diventando così sempre più libero dai vincoli della natura. Gli uomini divennero eguali, scomparirono le differenze di casta e di religione, aumentò anche la libertà politica. Il culmine dell’evoluzione della libertà politica è stato il moderno stato democratico, fondato sul principio dell’uguaglianza.

Quindi, il capitalismo non solo ha liberato l’uomo dai vincoli tradizionali, ma ha anche contribuito ad accrescere una libertà positiva, una personalità attiva, critica, responsabile. Tuttavia, allo stesso tempo ciò rese l’individuo più solo e isolato, facendolo sentire impotente.

Inoltre, a differenza del sistema feudale medievale, in cui ciascuno occupava un posto fisso in un sistema sociale ordinato e trasparente, l’economia capitalistica portò l’individuo a doversi reggere da solo (principio dell’attività individualistica): quel che faceva e come lo faceva, il suo successo o fallimento erano affar suo. Tuttavia, nel promuovere la “libertà da”, questo principio contribuiva a recidere i legami esistenti tra un individuo e l’altro, isolandolo così dai suoi simili.

Negli ultimi 400 anni, l’uomo ha fatto molto per sé stesso e per i propri fini. Nel sistema medievale, il capitale era al servizio dell’uomo, ma nel sistema moderno ne è diventato il padrone; nel mondo medievale le attività economiche erano solo mezzi in vista di un fine (la salvezza spirituale), nel capitalismo diventano fini in se stessi (diventa destino dell’uomo contribuire allo sviluppo del sistema economico, accumulare il capitale non per la propria felicità o salvezza, ma come fine in sé). Quindi, nel capitalismo si lavora per il profitto, ma il profitto che si ricava non è fatto per essere speso, ma per essere investito come nuovo capitale (i classici rappresentanti del capitalismo amavano lavorare, e non spendere).

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher swarovskyna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Bioetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Vittone Gaetano.
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