Estratto del documento

Bioetica (anno 2017-2018): lezione 1

Di bioetica si parla soprattutto negli ultimi decenni perché prima si parlava solo di etica in generale. La bioetica è l’etica legata alle problematiche biologiche. Quindi è un ambito del sapere biologico, scientifico, ma strettamente legato anche al sapere filosofico. Sapere biologico e sapere scientifico si intrecciano tra di loro per cercare di capire come l’uomo nel suo agire, nelle sue azioni si deve comportare, soprattutto quando le azioni degli uomini pesano sull’umanità e sul suo futuro. Sono delle direttive sull’agire umano, sul comportamento umano nell’ambito scientifico.

Definizione dell'etica

Quando si parla di etica, non facciamo altro che pensare ad una scelta che andiamo a fare nel nostro comportamento, nell’agire, nel quotidiano. Si parla di etica quando si parla di scelta comportamentale, di scelta nell’agire. L’etica compare nel momento della scelta, e compare da quando nasciamo (i comportamenti che i genitori ci insegnano sono dei comportamenti legati all’etica).

Quando si parla di questi comportamenti?

Questi comportamenti sono legati al vivere sociale, alle relazioni che si instaurano con gli altri, sono quindi legati al gruppo di appartenenza. Nella società ad esempio il dibattito è acceso tra noi e gruppi etnici diversi (perché l’appartenenza ad un gruppo etnico differente significa tradizioni differenti, culture differenti e comportamenti etici diversi). Quindi l’etica è importante e nel momento in cui entriamo a fare parte di una società, mi caratterizza il comportamento etico a quel gruppo di persone a cui appartengo; e verso quel gruppo di appartenenza rivolgo le mie istanze.

Di etica si parla nel momento in cui nasciamo, da quando ci si inizia a relazionare con gli altri, da quando si comincia a sapere ciò che è bene fare e ciò che non è bene fare, ossia quando il nostro agire umano inizia ad essere regolamentato. Quindi facciamo parte di un gruppo di appartenenza, ci relazioniamo, allora si iniziano a seguire le regole del gruppo, ossia si imitano i comportamenti degli altri (= si fanno propri i comportamenti e si stabiliscono delle regole sociali, del gruppo); ma oltre ad imitare si adegua il nostro agire all’agire del gruppo (= inserirsi in una società, in un gruppo di appartenenza). Per inserirsi, oltre ad adeguarsi, bisogna condividere dei valori e delle credenze del gruppo di appartenenza, altrimenti ci si ribella, non c’è accettazione e ci si isola (= non si fa parte più del gruppo).

Far parte di un gruppo di appartenenza = imitare i comportamenti del gruppo, adeguare il nostro agire e condividere (es: extracomunitari). Quando proponiamo nell’ambito del gruppo qualcosa di nuovo, queste nuove idee devono sempre rientrare nella consuetudine del gruppo. Le proposte devono adeguarsi alle consuetudini sempre nel rispetto degli altri.

Momento della scelta

Sin dall’infanzia: l’agire è rivolto al conseguimento di qualcosa. Entriamo a far parte della comunità (= gruppo di appartenenza) verso cui indirizziamo le nostre istanze. Del gruppo di appartenenza:

  • Imitiamo i comportamenti;
  • Adeguiamo, in linea generale, il nostro agire alle sue abitudini;
  • Condividiamo valori e credenze.

Anche quando proponiamo idee nuove, in genere, la nostra condotta è:

  • Regolata dalla consuetudine;
  • Condizionata del rispetto verso i genitori e/o superiori.

Questo modo di agire ci porta ad essere e a diventare: protagonisti delle nostre decisioni (= protagonisti del nostro agire, delle nostre scelte). Quando si parla di scelte si intendono scelte razionali e non scelte istintive. Si intende qualcosa che viene razionalizzato, scelto, deciso con criteri razionali; quindi ogni volta che si deve agire occorre ricorrere al ragionamento (la scelta deve essere una scelta soggettiva, occorre capire se è utile a noi e al contesto in cui si vive, alla società).

Ricorrendo al nostro ragionamento

Affrontiamo autonomamente qualche problema (nel momento in cui si sceglie i problemi si affrontano singolarmente; le scelte sono condizionate solo quando si è piccoli dai genitori; anche se, pur crescendo, non si è mai liberi e avulsi nel momento in cui si fa una scelta, ciò che abbiamo acquisito nella vita ci condiziona nelle scelte. Relazionandosi con gli altri non si può mai parlare di libertà assoluta).

Soppesiamo le varie possibilità (nei ragionamenti etici bisogna mettere in conto gli aspetti positivi e negativi);

Colleghiamo le nostre scelte a una scala di valori (diamo cioè delle priorità).

Quindi le azioni sono etiche (quando si parla di etica si parla sempre di principi e criteri di riferimento, altrimenti non sono scelte etiche) e non guidate dall’istinto quando sono scelte:

  • Guidate da ragione;
  • Fondate su un bagaglio minimo di principi e criteri;
  • Responsabili e non casuali.

Tale riflessione deve essere utile e tendere quindi alla ricerca del bene. La ricerca del bene è l’obiettivo a cui tende la riflessione etica. Quello che è bene per me, non è detto sia bene per l’altro, e da qui si apre tutto il dibattito etico mai risolto: su qualsiasi problematica etica non c’è mai una decisione definitiva valida per tutti.

In etica e bioetica c’è un dibattito aperto e continuo. Perché se l’agire umano tende al bene, il bene non è sempre uguale per tutti (il bene dei mussulmani è diverso dal nostro bene). Occorre quindi trovare degli elementi di condivisione e accordo, per cui il dibattito bioetico mira a cercare di avvicinare il più possibile le divergenze, a cercare di accordare un po’ tutti. “Uno dei criteri/principi fondamentali dell’argomentazione etica il bene rappresenta”. Siccome l’agire umano tende al bene, il criterio fondamentale dell’agire etico è il bene.

Quando compare il termine etica nella filosofia?

Il termine “etica” compare nell’Etica Nicomachea di Aristotele (V secolo a.C.), scritto sui problemi morali.

  • Accezione antica: insieme delle abitudini e delle consuetudini che l’individuo acquisisce nella comunità di appartenenza. C’è un po’ di differenza rispetto all’accezione attuale, perché si tende a prescindere in un qualche modo dalle abitudini della comunità.
  • Accezione attuale: le azioni umane, espressione dell’intenzionalità dell’uomo, prescindendo spesso dalle abitudini della comunità. Quindi le azioni umane che sono espressione della volontà, della libertà dell’individuo, un po’ più libero dalle abitudini della comunità di appartenenza, quindi più svincolato rispetto a prima dalle abitudini del gruppo di appartenenza (perché abbiamo acquisito la libertà, inoltre i sistemi politici sono più liberi rispetto ai tempi di Aristotele e c’è libertà di espressione rispetto all’antica Grecia, c’è più autonomia).

Oggetto dell’etica sono, dunque, le azioni umane. Quali?

  • Le attività fisiologiche (respirare, mangiare, digerire) o la produzione materiale (fare, costruire qualcosa) non hanno rilevanza morale/etica (etica=morale).
  • Le azioni intenzionali, cioè volute e perseguite dalla libera volontà, sono morali.
  • Le scelte che operiamo con la ragione.

Aristotele parlava di etica e distingueva l’attività umana in 2 grandi categorie (egli distingueva le azioni materiali dalle azioni intenzionali):

  • Pòiesis: produzione materiale e tecnica (es: produzione dell’artigiano, non c’è un’azione etica, anche se vi è un’etica professionale. Il falegname deve costruire bene un tavolo, perché se mi dà un tavolo non costruito bene, compie un’azione non etica ma professionalmente, ossia legata alla sua attività);
  • Pràxis: azione intenzionale dipendente dalla responsabilità dell’individuo, che è autore, causa e destinatario dell’agire.

Il fine delle azioni umane

  • Produzione materiale e tecnica (Pòiesis): il soggetto pone il proprio fine, il fine delle proprie azioni fuori di sé (il falegname che costruisce i mobili che poi vengono dati agli altri);
  • Azione morale (intenzionale) (Pràxis): il soggetto pone il proprio fine in sé stesso “è per me, per la società e per gli altri che devo operare il bene” (ricerca del dovere, del bene, della felicità, dell’utile: criteri, principi e obiettivi dell’azione morale, a cui tende l’etica). Quando si parla di ricerca del bene si includono tutte: bene = dovere, felicità, utile.

Quindi l’etica ha come oggetto le azioni umane, assume il profilo di una disciplina interessata alla pratica (carattere pratico dell’etica). Nell’etica si parla anche di pratica, perché nel momento in cui agisco e agisco intenzionalmente, svolgo anche azioni che spesso hanno un carattere pratico. Il carattere pratico dell’etica è differente del carattere manuale. Vuol dire compiere azioni dopo averle ideate e fatte con la propria razionalità, ma messe anche in pratica.

Quindi il carattere pratico dell’etica si riferisce alla sua funzione di orientare l’agire degli uomini (ossia devo fare azioni praticamente e devo sempre rendermi conto di quello che è più opportuno fare mentre agisco). Ma orientare l’agire dell’uomo vuol dire orientarlo senza principi teorici a cui ispirarsi, vuol dire orientarlo solo in base a dei criteri di utilità? NO.

Significa avere alla base dei principi teorici, etici, filosofici a cui ispirarsi. Quindi anche nel carattere pratico dell’etica, nel momento in cui attivo la mia parte pratica per svolgere delle azioni, devo sempre riferirmi a delle teorie di riferimento che mi guidino e orientino.

Le teorie filosofiche e i modelli etici di riferimento nascono per orientare l’individuo nell’agire umano, per non far sì che ognuno agisca liberamente con la propria volontà e con la propria scelta individuale. Quindi l’etica è partita dalla filosofia aristotelica e nasce come una disciplina filosofica, ovvero trova le sue basi nella filosofia. E quindi come tale è anche una riflessione teorica, si rifà a delle teorie, modelli filosofici, a dei criteri di riferimento, a dei principi; si ispira a delle regole filosofiche.

Infatti, nasce da interrogativi su:

  • La bontà delle azioni (quello che faccio mira al bene?);
  • Sul loro carattere utile e dannoso (azioni utile o dannose);
  • Giusto o ingiusto (azioni giuste o ingiuste).

Riassumendo: l’etica è un sapere teorico-pratico in quanto ha come oggetto le azioni umane che si propone di orientare alla luce del ragionamento (la razionalità deve essere sempre presente). Lo studio dell’etica deve avere:

  • Un respiro teorico ampio e condivisibile (= tutto il dibattito etico deve tendere alla condivisione con il maggior numero di individui possibile);
  • Non può identificarsi soltanto con la prassi, che invece rimane legata alla dimensione individuale.

XX secolo: "vuoto morale"

Per quanto riguarda le teorie filosofiche c’è stato il vuoto morale (che ancora c’è oggi).

  • Critica demolitrice di pensatori come Nietzsche: nichilismo di Nietzsche = nulla, non c’è nulla. La morte di Dio, assenza di valori religiosi e morali, non crediamo in nulla, non c’è nulla;
  • Tendenza a negare valore alle norme morali tradizionali, alle convenzioni sociali, all’etica tradizionale, spesso ispirate a principi religiosi. C’è stata questa tendenza perché spesso questi valori dell’etica tradizionale erano legati alla religione. La religione è stata vista come un’oppressione, le credenze come dei vincoli troppo stretti che limitavano la libertà individuale nel momento in cui c’è stato il progresso scientifico e tecnologico; il progresso infatti porta a libertà individuale, alla libera espressione del pensiero. La religione nei secoli oppressivi era caratterizzata da credenze troppo “chiuse e oppressive” che limitavano la libera espressione dell’uomo e la sua libertà. C’è quindi il desiderio di uscire da queste catene che limitano la libertà dell’uomo. (Occidente: cristianesimo: cattolico e protestante).
  • “Nichilismo” (da nihil, niente): assenza di valori morali e religiosi conseguente alla “morte di Dio”. Questa filosofia ci dice che non c’è nulla, Dio non esiste e quindi nemmeno i principi religiosi. Si cade, quindi, nel vuoto morale e alla fine il vuoto morale porta alla critica di questo eccesso.
  • “Morte di Dio” (riprendendo Nietzsche): fine dei valori religiosi ma anche crisi dei principi etici della tradizione occidentale (Dio, l’anima, la coscienza, la virtù, la pietà). La fine di tutto è quindi il vuoto morale.

Nel XX secolo c’era la convinzione da parte di buoni filosofi dell’epoca che tali principi etico-religiosi (si riteneva che l’etica fosse molto condizionata dalla religione) non assicuravano un vero fondamento dell’agire responsabile dell’uomo, non guidavano l’agire umano del nostro periodo. Quindi ci si rende conto che la svolta etica è necessaria. Tutto nasce da questo travaglio filosofico del XX secolo. I filosofi (tra cui Nietzsche) esprimono questo grande disagio, si rendono conto che i principi religiosi non possono condizionare l’agire umano. Per cui occorre non considerare più tutto ciò che è stato tradizione religiosa precedente. Il XX secolo è un periodo di grandi scoperte (anche in ambito scientifico: penicillina e antibiotici). Ci si rende conto che l’etica deve essere un po’ diversa.

La rende attuale l’enorme sviluppo della conoscenza scientifica e delle sue applicazioni tecnologiche. Il galoppante sviluppo scientifico e tecnologico del XX secolo impone scelte che avranno risonanza ed effetti globali e a lunga durata, condizionando la vita di popoli remoti e delle generazioni future. Le azioni dell’uomo possono condizionare la vita di tante generazioni, quindi è chiaro delineare una nuova etica (diversa dall’etica aristotelica). Si deve quindi delineare un’etica della società globale.

Si delinea quindi l’etica della società globale perché

  • L’azione può avere effetti su tutto il pianeta;
  • Gli effetti non si esauriscono in un breve periodo (es: effetto serra), ma perdurano. L’etica deve essere un’etica volta al rispetto delle generazioni future.

Come conciliare il bisogno di etica con la crisi dei fondamenti metafisici e morali? Da una parte c’è il vuoto morale, dall’altra parte, con lo sviluppo, si sente il bisogno di nuovi valori etici. Occorre considerare un bioetico statunitense, Tristram Engelhardt. Egli ci dice che gli uomini sono diventati stranieri morali, ossia caratterizzati da (tutti questi punti sono familiari nella società globalizzata):

  • Visioni individuali fortemente differenziale e spesso irriducibili (le visioni anziché concilianti, spesso sono irriducibili, ossia ognuno mantiene la propria posizione).
  • Tradizioni e valori diversi, conseguenze nelle società globalizzate (queste tradizioni spesso non trovano punti di incontro); stranieri morali perché pur vivendo nello stesso contesto sociale, ci si sente stranieri perché ci sono abitudini, culture diverse, che spesso non si vogliono omologare, ognuno rimane per conto suo.
  • Conflitti interculturali (dove ci sono molte etnie);
  • Paura determinata dai flussi migratori;
  • Reminiscenza di fenomeni nazisti;
  • Posizioni assolutistiche e intolleranti tese a difendere la propria identità culturale.

È chiaro che c’è un paradosso. Paradosso: alla crisi dei principi “forti” (crisi di valori dell’etica che parte dalla riflessione filosofica, si ha quindi consapevolezza della crisi dei valori e quindi si ha vuoto morale; si passa all’esigenza di una nuova etica) si contrappone il riemergere di posizioni oltrenaziste o dogmatiche in una società globalizzata (che sono molto pericolose). Come conseguenza della crisi dei valori precedenti e del vuoto morale, anziché avere una svolta con la ricerca di principi etici di riferimento validi per tutti, in una etica globale si propone invece il riemergere di posizioni pericolose non conciliabili. Occorrono nuovi punti di riferimento, si mira ad un’etica pubblica e consensuale (che abbia il consenso della maggior parte della popolazione e degli individui).

Etica pubblica e consensuale deve essere:

  • Aperta al pluralismo (non condivido a pieno quello che pensi tu, ma lo ascolto ugualmente, cerco di trarne vantaggio e trovare punti di contatto), devo partire dalla considerazione che la mia opinione ha lo stesso peso di quella degli altri;
  • Al riconoscimento dell’altro;
  • Discorsiva e razionale (alla base dell’etica c’è il ragionamento);
  • Capace di motivare le proprie scelte con argomenti logicamente accettabili (razionalmente pensati e logicamente accettati);
  • Capace di argomentare le proprie ragioni senza imporle con la forza (dialogo essenziale).

L'etica plurale

L’etica plurale, nella condizione post-moderna, è stata caratterizzata dalla fine di dottrine come l’illuminismo, l’idealismo e il marxismo, che avevano invece la pretesa di offrire valori morali condivisi.

Anteprima
Vedrai una selezione di 10 pagine su 99
Bioetica- Appunti completi Pag. 1 Bioetica- Appunti completi Pag. 2
Anteprima di 10 pagg. su 99.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Bioetica- Appunti completi Pag. 6
Anteprima di 10 pagg. su 99.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Bioetica- Appunti completi Pag. 11
Anteprima di 10 pagg. su 99.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Bioetica- Appunti completi Pag. 16
Anteprima di 10 pagg. su 99.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Bioetica- Appunti completi Pag. 21
Anteprima di 10 pagg. su 99.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Bioetica- Appunti completi Pag. 26
Anteprima di 10 pagg. su 99.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Bioetica- Appunti completi Pag. 31
Anteprima di 10 pagg. su 99.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Bioetica- Appunti completi Pag. 36
Anteprima di 10 pagg. su 99.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Bioetica- Appunti completi Pag. 41
1 su 99
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Vagnona di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Bioetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Montinari Maria Rosa.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community