Cap. 1 Ambito disciplinare e storia della biblioteconomia
Biblioteconomia: si occupa dell’elaborazione dei principi che regolano l’istituzione e il funzionamento sia delle singole biblioteche che dei sistemi e reti di esse. Si offre come supporto scientifico per la creazione, organizzazione e gestione delle collezioni digitali. Il fulcro della disciplina è nell’attività di mediazione tra la conoscenza contenuta nei libri e nelle risorse digitali e la capacità degli utenti di entrare in contatto con questi contenuti. La biblioteconomia deve dedicarsi all’analisi e alla realizzazione dei meccanismi di ricerca dei documenti cartacei.
Nascita della biblioteconomia moderna
Schrettinger, monaco benedettino dal 1793, ha realizzato il catalogo reale per oggetti trattati nelle biblioteche, disposti in ordine alfabetico. Dichiara di non voler trattare la bibliografia ma che alla scienza delle biblioteche compete invece l’insegnamento del modo di organizzare una raccolta libraria al fine dell’uso, dell’utilizzazione da parte dei lettori. Schrettinger sottolinea la necessità di una disciplina che sostiene l’attività del bibliotecario, specialista della mediazione catalografica e dell’informazione del lettore.
Schrettinger opera distinzione tra:
- Catalogo reale (raccogliere le opere su un determinato oggetto di interesse, sia che abbiano ricevuto pubblicazione in veste autonoma, sia che si tratti di articoli pubblicati su riviste)
- Catalogo sistematico
- Cataloghi speciali (dedicati a un campo di studi o a una disciplina)
Ranganathan ha messo in evidenza il ruolo potenzialmente informazionale delle biblioteche nei confronti dei lettori e l’attività di mediazione e di stimolo alla lettura svolta dai bibliotecari. La sua concezione è rivolta alla realizzazione dell’informazione bibliografica e della soddisfazione dell’utente attraverso la mediazione del bibliotecario che si dedica al servizio di reference: “la libreria è un organismo in crescita e trasformazione continua”.
Nel 1933 Butler elabora il fondamento scientifico della professione bibliotecaria, mettendo l’accento sul fatto che i libri sono oggetti e istituzioni per la trasmissione della conoscenza e legati alla gestione delle memorie collettive. Nel 1953, Shera ha arricchito la biblioteconomia di una importante funzione comunicativa e sociale, l’“epistemologia sociale”, il cui obiettivo deve essere la gestione e l’organizzazione della conoscenza veicolata attraverso le registrazioni scritte per favorire l’incontro tra le conoscenze registrate e l’attività conoscitiva degli esseri umani.
Cap. 2 Biblioteche pubbliche e private dall’età classica al rinascimento
Durante i secoli, lo sviluppo di una storia che vede intrecciarsi l’istituzione di biblioteche destinate alla pubblica lettura con la fondazione di biblioteche destinate all’uso privato e successivamente aperte ai cittadini. Tra il 285 e il 246 a.C., ad Atene, si trovava la prima biblioteca pubblica. Dall’inizio del II secolo a.C., ad Antiochia esisteva una biblioteca reale fondata da Antioco III. Nel II secolo a.C., donazioni di privati permisero l'apertura di biblioteche.
A Roma, tra la fine del III secolo e l'inizio del II a.C., raccolte di classici greci e latini erano presenti presso le famiglie nobili e testi teatrali presso gli impresari teatrali. Attorno a Scipione Emiliano si sviluppò una cospicua biblioteca reale. Roma entrò in possesso delle opere di Aristotele e di molti altri raccolte nella biblioteca del bibliofilo Apelliconte. Lucullo disponeva di fornite biblioteche raccolte durante le sue campagne militari in Asia Minore; Cicerone, Varrone e Attico possedevano vaste raccolte organizzate e gestite da colti schiavi.
Nel 37 a.C., Asinio Pollione, proconsole della Costa Adriatica, inaugurò le recitationes pubbliche di poesia, istituì biblioteche pubbliche a Roma e Traiano fece costruire nel Foro una biblioteca pubblica costituita di due sale poste una di fronte all’altra e separate da un cortile.
Nel 280 a.C., in Egitto, quartiere Bruchion, la biblioteca del Museo fu alimentata facendo ricopiare i libri che si trovavano sulle navi in porto. Il suo primo bibliotecario fu Zenodoto di Efeso, ma Callimaco di Cirene fu il realizzatore di un repertorio biobibliografico che occupava 120 rotoli. Una seconda biblioteca "figlia", aperta a tutti gli studiosi non appartenenti al Museo, fu costruita all'interno del recinto del tempio di Serapide e dotata di copie delle opere possedute dalla biblioteca del Museo. Durante la guerra di Alessandria nel 47 a.C., Cesare fece incendiare le navi nel porto. La fine della biblioteca di Alessandria avvenne nel 27 d.C. quando Aureliano riconquistò Alessandria ma il quartiere durante la guerra venne quasi distrutto.
Nel Medioevo, le raccolte librarie continuarono a svilupparsi presso chiese e monasteri (es. Bobbio, Montecassino, ecc.). Durante il Rinascimento, vi fu una ricerca di testimonianze scritte dei classici. Nella seconda metà del 1300, abbiamo esempi di letterati con ricche raccolte con Petrarca che decise di destinare alla Repubblica di Venezia la sua raccolta affinché fosse preservata dalla vendita, Boccaccio che destinò le sue raccolte al convento di S. Spirito a Firenze, la raccolta di Niccoli che fu resa pubblica grazie a Cosimo De Medici. Nel 1600, Naudé.
Cap. 3 Le biblioteche dopo l’Unità d’Italia
L'istituto della biblioteca pubblica ha assunto varie forme nei secoli:
- Oltre alla destinazione pubblica di biblioteche personali preesistenti appartenenti ad ecclesiastici, eruditi, bibliofili come ad esempio l’Angelica (di Angelo Rocca) e la Casanatense, la Magliabechiana.
- Dalla fine del '400 ai primi anni dell'800 assistiamo anche alla creazione di grandi biblioteche destinate all’uso pubblico degli studiosi da parte delle istituzioni statali ed ecclesiastiche o delle famiglie principesche (es. la Malatestiana, la Marciana, ecc.).
- Apertura al pubblico delle biblioteche universitarie come l’Alessandrina.
La diffusione delle biblioteche al pubblico viene confermata da un’indagine di Edwards che indicava 64 istituti pubblici. La biblioteca pubblica, finanziata con denaro pubblico, ha origine in Gran Bretagna con l’approvazione della legge del 1835 che dotava gli enti locali di notevole autonomia amministrativa permettendo ad essi di imporre tasse per singoli servizi ritenuti importanti e nel 1845 del Museum Act. Nel 1850, Ewart propose il Public Libraries Act che consentiva di imporre una tassa per istituire e gestire biblioteche cittadine.
Dopo l’unificazione, lo Stato italiano acquisì le biblioteche che erano presenti negli stati preunitari che diventarono biblioteche governative dipendenti dal Ministero dell’Istruzione Pubblica. Nei primi 20 anni dello stato unitario, si perseguì l'obiettivo del pareggio di bilancio. Mamiani inviò una circolare a tutti i direttori delle biblioteche per collaborare nel razionalizzare gli acquisti. Nel 1861, il ministro De Sanctis istituì a Firenze la biblioteca nazionale del nuovo Stato unificando la Palatina e la Magliabechiana.
Negli anni '60 dell’800, si realizzò il centralismo amministrativo da cui derivava scarsa autonomia per i comuni. I bilanci comunali avevano una serie di spese obbligatorie. La Statistica generale per le biblioteche del 1863 evidenziava, sul territorio nazionale, la presenza di 210 biblioteche, metà delle quali erano gestite dai Comuni e circa 45 erano biblioteche civiche fondate per dono o lascito (es. la Malatestiana o la Gambalunga).
Nel 1869, la Commissione Cibrario stabilì che, per ragioni storiche, non era agevole individuare una città che potesse ritenersi rappresentativa della nazione come in Francia. Riconoscendo l’esistenza di più centri culturalmente attivi, propose di affidare il titolo di biblioteca nazionale a nove di esse. La Commissione affrontò anche la questione relativa alla possibile riunione di alcune biblioteche per contenere le spese di gestione. Possibilità di cedere ai comuni alcune biblioteche governative ma a questo proposito la Commissione assunse una posizione molto cauta.
Una sottocommissione si occupò delle prescrizioni in merito all’organizzazione catalografica nelle biblioteche. L’indicazione fu che si redigesse un inventario generale in cui registrare i volumi secondo l’ordine di collocazione nelle sale e un catalogo per materie, oltre agli indici dei codici, degli incunaboli, delle edizioni rare, degli autografi, delle incisioni. Si riconosceva a Firenze il diritto di conservare una copia di ciò che veniva stampato. A seguito di una richiesta al Ministero, è previsto che i bibliotecari possano operare scambi di libri, che la biblioteca possiede in duplice copia, con altre biblioteche e addirittura la possibilità di scambi o vendita ai privati.
I regolamenti per le biblioteche governative
Le biblioteche italiane non ricevettero una legge che regolasse istituzione e gestione ma semplici decreti ministeriali e regolamenti organici. Successivamente ai lavori della Commissione Cibrario, il Regio Decreto del 1869 definiva governative e pubbliche, e come tali aperte alla fruizione pubblica, le biblioteche che godevano di una dotazione da parte dello Stato. Alla Biblioteca di Firenze era assegnato il compito di ricevere una copia di tutte le pubblicazioni.
Le biblioteche governative furono divise in due classi:
- Biblioteche con generalità delle raccolte alle quali venivano garantite dotazioni più organiche e maggiori finanziamenti. Tra queste, sei biblioteche universitarie.
- Biblioteche con specialità delle raccolte.
Con la soppressione delle corporazioni ed enti religiosi, lo Stato italiano acquisì i loro fondi librari e le biblioteche comunali e provinciali li ricevettero. Un’indagine mise in evidenza le difficoltà incontrate dai Comuni nel mantenere e gestire le biblioteche arricchite dai fondi di provenienza ecclesiastica. Le biblioteche erano incapaci di gestire autonomamente le raccolte, l’incameramento dei fondi di genere letterario, filosofico e giuridico ha spostato l’interesse sugli aspetti patrimoniali dell’istituto bibliotecario piuttosto che sulle funzioni culturali di incremento della pubblica lettura proprie di uno stato moderno.
Narducci, delegato governativo per le biblioteche di Roma, si occupò fin dal 1871 della riorganizzazione dei fondi ecclesiastici sorvegliandone l’integrità per impedire sottrazioni all’uso pubblico e concepì il grande progetto di una biblioteca nazionale romana che poi fu creata con Bonghi (la Biblioteca Nazionale di Roma Vittorio Emanuele).
Nel 1876, il regolamento con Chilovi rese necessaria l’attuazione di norme per la tutela e il controllo del patrimonio librario e a definire le carriere degli impiegati ed i livelli stipendiali, oltre a suddividere le biblioteche in due classi:
- Biblioteche statali autonome (come le quattro Nazionali di Roma, Firenze, Napoli e Torino).
- Biblioteche universitarie governative ma non autonome in quanto connesse ad altri istituti ma sempre alle dipendenze del Ministero per l’Istruzione pubblica.
Si lasciava aperta la possibilità per il Governo di decidere se cedere ai Comuni e alle Province alcune biblioteche governative e assumere l’amministrazione di biblioteche comunali dietro richiesta dell’utente locale, tentativo che riuscì solo in parte. Una richiesta fu quella di istituire biblioteche speciali all’interno degli istituti utilizzando i sei decimi della dotazione in denaro assegnata dal Ministero alla biblioteca universitaria della stessa città.
Nel 1881, la Commissione d’Inchiesta attribuisce il titolo di “nazionale” alla biblioteca di Roma e Firenze oltre alla funzione di centri bibliografici nazionali. Creazione del Bollettino delle Pubblicazioni Italiane ricevute per diritto di stampa che poi diventerà la Bibliografia Nazionale Italiana.
Nel 1907, un regolamento manteneva le biblioteche governative distinte nelle due tradizionali classi e imponeva la sorveglianza anche sulle biblioteche non governative, oltre a rinnovare l’ormai consueta direttiva riguardante il coordinamento tra le biblioteche di una stessa città. Le biblioteche annesse alle facoltà e scuole per uso di docenti e studenti vennero regolamentate con il Regio Decreto del 1909 che prevedeva la coordinazione degli acquisti. Tra fine '800 e inizio '900, la funzione educativa attribuita alle biblioteche assume rilievo.
A fine '800 si evidenzia l'impegno dell’associazionismo cattolico volto a sostenere i valori etico-religiosi con la fondazione di piccole biblioteche parrocchiali; ad inizio '900, i movimenti d’ispirazione socialista con Turati crearono il consorzio delle biblioteche di ispirazione socialista. Nel 1926: istituita la Direzione generale delle accademie e biblioteche nell’ambito del Ministero dell’Istruzione e nel '92 la Federazione viene assorbita dall’Ente nazionale per le biblioteche popolari e scolastiche.
Cap. 4 Ordinamento delle biblioteche pubbliche in Italia
Negli anni '70:
- Conferimento alle Regioni delle competenze sulle attività riguardanti le biblioteche degli enti locali.
- Istituzione di un Ministero dei beni culturali italiani.
Tra gli organi del nuovo Ministero figurano l’ICCU che dal 1951 aveva intrapreso la realizzazione di un catalogo delle biblioteche italiane, banca dati arricchitasi nel tempo di immagini digitalizzate dei frontespizi e dei colophon e del corredo delle identificazioni dei nomi degli autori e degli editori. Il Database Manus è il frutto del censimento arricchito da immagini digitalizzate e dei manoscritti in alfabeto latino realizzati dall’epoca medievale all’età moderna che ICCU ha avviato negli anni '80. ICCU coordina l’SBN, la rete integrata delle biblioteche italiane, e gestisce l’indice di SBN.
Il Ministero dei Beni Culturali è strutturato in otto direzioni generali più il Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici, oltre a vari comitati tecnico-scientifici. Il patrimonio artistico e monumentale continua ad essere sotto la tutela dello Stato mentre le funzioni di conservazione e valorizzazione dei beni devono essere esercitate in collaborazione tra Stato, Regioni ed Enti locali.
Il regolamento del 1995 sulle biblioteche pubbliche statali elenca 46 biblioteche dipendenti dal ministero, le biblioteche annesse ai monumenti nazionali (come Farfa, Montecassino) e le biblioteche universitarie. Oggi dipendono dal Ministero dei Beni Culturali mentre le biblioteche istituite e gestite dalle università (quelle di facoltà o dipartimento) dipendono dall’ateneo ma non hanno goduto di adeguata legislazione. Importanti fondi sono presenti nelle biblioteche dell’amministrazione centrale dello Stato come le biblioteche dei Ministeri.
Sul versante delle biblioteche pubbliche di base si sono affacciati nuovi modelli come gli Idea Stores londinesi, centri culturali integrati nel tessuto metropolitano, dislocati nelle zone di maggiore transito e all’interno dei quali funzionano biblioteche di pubblica lettura e per il prestito. Un altro modello di biblioteca pubblica che ambisce a trasportare sul piano dei servizi e della mediazione bibliotecaria lo spirito su cui si basa.
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