Autore e contesto
Autore: Daniele Curci
Vocabolario online bibliologia: http://www.fondiantichi.unimo.it/fa/guida2/legature.html
Definizione e caratteristiche del libro antico
Oggetto di studio è il libro antico: un oggetto che è stampato manualmente e non meccanicamente. Realizzato con una composizione tipografica di caratteri mobili, ed un torchio manuale. È quindi l’eterogeneità derivata dalla manualità che li distingue sia dai manoscritti che dai libri a stampa moderni. Infatti, l’identità dei libri antichi non è così stringente, perché non vi è una produzione seriale: si parla in questo senso di esemplari (copia con caratteri peculiari).
Evoluzione storica della stampa
Si stampa in questo modo da Gutenberg fino circa il 1814, anno in cui per la prima volta viene usato un torchio meccanico (Londra, carattere Times). In Italia, dal 1830, alle officine Pomba di Torino. L’uso diffuso arrivò comunque alla metà del secolo. Dagli incunaboli (XV sec.) all’Ottocento ci sono delle differenze fra i vari esemplari nei secoli, anche se nella pratica vi era un forte conservatorismo produttivo: i cambiamenti infatti non sono nella tecnica, ma a livello grafico.
La nascita della bibliologia
La bibliologia è una disciplina giovane: nasce nella seconda metà dell’Ottocento. Prima era esercitata inconsapevolmente, attraverso discipline come la bibliografia. Il momento determinante la sua nascita è il Settecento, in particolare dalla Rivoluzione Francese che creò un forte impatto nei ceti dominanti mettendo in crisi la nobiltà che non potendo più soddisfare l’alto tenore di vita dovette abbandonare il superfluo, come le raccolte, le collezioni di stampe, dipinti, libri, ecc.
Il fenomeno del collezionismo
Iniziò così il fenomeno del collezionismo: la biblioteca diviene una raccolta di libri che deve essere dimostrazione di potere, una raccolta da esibire. Da qui la necessità del conoscere ciò che si colleziona. Sono i bibliotecari che, in questo senso, danno un primo avvio alla disciplina, da cui poi nasceranno gli studi bibliografici. Da qui la proto-bibliologia che attua un approccio sempre più materiale. C’era, inoltre, la bibliofilia, che studiava il pregio rispettivo.
La bibliologia e le discipline correlate
Dal 1865 la disciplina figura poi nei dizionari. La bibliologia è sorella della dicotologia, cioè lo studio dei manoscritti dal punto di vista filologico e materiale. Il bibliologo fa la medesima cosa col libro a stampa: non una analisi contenutistica, ma materiale, basato sui contenuti fisici. Secondo Thomas Stansel al bibliologo infatti non importa del contenuto del libro, anche se secondo la prof non è proprio così perché la forma del libro è legata al contenuto, però fa comprendere quanto l’approccio sia materiale. La bibliologia è anche sorella della bibliofilia, che studia solo il libro. La bibliologia studia i processi con cui si ottiene il prodotto finale del libro.
Processo produttivo del libro antico
L’analisi del processo produttivo: parte dal supporto (es. la carta, la pergamena, ecc.), fino ai caratteri, l’uso dell’inchiostro, le varie parti del torchio, più l’impressione (stampa) e la posizione tipografica (progettazione a livello di composizione delle pagine). Le illustrazioni si chiamano incisioni: spesso una è collocata nella prima pagina raffigurando l’autore.
Tipi di produzione libraria
Vi erano due tipi di produzione: entro il monastero e fuori di esso. La prima era autoctona e autonoma, la seconda riguarda il tipografo, che all’epoca era anche il venditore diretto. Vi erano poi gli stazionari, cioè coloro che vendevano le pece (oggi si chiamerebbero le dispense). Con gli ordini mendicanti e i predicatori la cosa “scese” e si aprì un po' iniziando a cambiare: portavano con loro fuori dal monastero dei piccoli libriccini, spesso corredati di immagini (mnemotecnica). Queste immagini iniziarono poi a circolare fra gli uditori acquisendo un significato protettivo: ci si avvia verso la laicizzazione del libro.
Il ruolo delle università
Oltre a questo le università sono un’altra fonte di laicizzazione del libro. Inizialmente solo i magister ne possedevano, poi con la diffusione delle università e dei discipula anche questi ne necessitavano: ecco il procedimento della pecia. Inizialmente il libro era commissionato: rendendo la tipografia fortemente attaccata al guadagno poiché il fallimento era sempre dietro l’angolo.
Il codice monastico come modello
Il codice monastico fece da modello perché inizialmente erano soprattutto libri religiosi, poi venivano quelli di scuola. Il supporto era la pergamena, che essendo durevole poteva anche essere rivenduta (mercato dell’usato). Il tipografo vendeva solo i fogli: era il rilegatore a fare, successivamente e su richiesta, la rilegatura.
Analisi bibliologica
L’analisi bibliologica quindi guarda a:
- Il valore del testo dato dall’autore.
- Tutto ciò che riguarda il contesto editoriale e il mercato.
- La vasta sfera delle indicazioni di provenienza una volta uscito dall’officina.
- Le firme, gli appunti, ecc.
I manoscritti e la produzione monastica
I manoscritti: I Benedettini erano particolarmente legati alla produzione manoscritta. Vi era un forte legame negli ordini religiosi con i libri perché essi erano fondamentali per accompagnare tutte le fasi della giornata del religioso. Essendo attività spesso collettive, i libri dovevano essere molto grandi. Vi erano anche di più piccoli: quelli destinati all’ascolto (due tipi di produzione libraria, quindi).
La scrittura monastica
La scrittura era una delle attività giornaliere: era una pratica produttiva e conservativa, finalizzata allo studio. L’oggetto libro era legato alla sua utilità e al suo riutilizzo. La committenza era rarissima, soprattutto fatta dalle autorità più potenti. Muovendosi all’interno della comunità per necessità di culto, i monaci si portavano appresso i libri che facevano parte della loro dotazione personale (1-2), per cui c’era un certo dinamismo dovuto ai propri studi, per cui negli studia dei monasteri arrivavano anche i laici, in cerca dei libri collocati diversamente dal luogo di provenienza del soggetto. C’erano poi anche piccole raccolte legate alle attività manuali del convento.
Il lavoro dei copisti
Il lavoro dei copisti era molto impegnativo, con dei requisiti (alfabetizzazione e buone doti calligrafiche), ed una divisione fra il calligrafico e il miniatore. Il righello a pettine era fondamentale per la copiatura sulla pergamena. Serviva per il conteggio delle righe, perché si doveva sapere di quanti fogli si necessitava. A monte di questo stava la decisione delle dimensioni del foglio e del carattere. Successivamente il foglio era fissato con quattro chiodini per evitare che si muovesse, poi la rigatura: o a punta secca (incisa) o a lamina di piombo.
Standardizzazione della produzione testuale
C’è una standardizzazione nella produzione testuale, che aiuta anche l’ordine all’interno del foglio. Le parole erano spesso abbreviate, sia per allungare la parola sia per farla entrare nei margini: l’aspetto era fondamentale. C’era anche la scelta della pergamena, diverse nella consistenza, per l’uso. La normalizzazione della scrittura fece si che si avesse una standardizzazione grafica nella calligrafia, utile per rendere il testo omogeneo con la divisione del lavoro.
Conservazione del libro
La conservazione del libro li vedeva coricati cioè messi di pancia, per evitare che si piegassero per il peso. Lo strumento scrittorio aveva poi una influenza nella scrittura: il taglio della penna era compatibile con le scritture epigrafiche (le omogenee). Nel Medioevo Occidentale si usavano tre tipi di scrittura:
- Onciale (grafica tondeggiante derivata dalla epigrafia)
- Minuscola Carolina (tondeggiante ma col corpo del carattere ridotto, con legature fra le lettere che possono avere dimensioni diverse)
- Gotico (completamente diverso dagli altri due perché estremamente verticalizzato – caratteristica in effetti del gotico stesso).
Evoluzione della scrittura
L’evoluzione era spontanea e determinata dall’uso, ed ognuna delle tre aveva delle variazioni (es. semi-gotico; semi-onciale). Le rubriche (le lettere in evidenza), marcavano i paragrafi, poiché il testo era privo di elementi per orientarsi al suo interno, come le iniziali parlanti che contenevano una scena con chiaro riferimento al testo (servivano per la mnemotecnica).
La laicizzazione del libro
Con la laicizzazione del libro la figura dell’amanuense, diversa da quella dello scriba, diviene una professione. La spinta fondamentale è l’aumento della domanda dovuto a chi studia: i libri non erano più solo usati per le professioni. Altro elemento furono poi gli ordini mendicanti, che dovevano adattare la predica al contesto. C’erano già in questo senso dei libri stampati con immagini per aiutare la memoria.
Xilografia e stampa
Il materiale era stampato attraverso le incisioni sul legno: le xilografie, già usate dal Duecento per fare le carte da gioco, i tessuti, ora questi libriccini (non era una tecnica nuova quindi). Questi libretti avevano una parte manoscritta e una scritta (cioè non fatta a mano). Riprendevano le vetrate nella disposizione dello spazio, ecc. erano chiamate Bibliae Populum.
Incisioni e xilografi
Le incisioni venivano fatte dagli xilografi su un legno abbastanza duro (come il pero), incidendo seguendo la venatura e poi, attraverso esse. L’impressione, prima di Gutenberg, era già diffusa, anche se è differente dalla stampa è l’elemento che preparò il terreno affinché ci fosse l’interesse crescente per la parola scritta, le immagini, ecc.
La carta come supporto
La carta: supporto relativamente nuovo, consente un accesso più rapido, durevole e resistente, con costi minori e tempi di produzione inferiori. La carta separa il luogo di produzione del supporto (cartiera) dal luogo di produzione del libro. La carta venne inventata in Cina da un eunuco della corte imperiale. Prima usavano tavolette di bambù (stesso procedimento del papiro), che però dava un supporto troppo rigido e pesante, per cui spesso era sostituito con la seta, che però era costosa.
Innovazioni nella produzione della carta
La carta fu quindi la soluzione ad un problema: vennero presi dei residui vegetali presenti in abbondanza, soprattutto la canapa, e lavorati: raccolta; lavaggio; ammollo; bollitura; macinazione; raffinatura; composizione del foglio; essiccatura; ponitura. Era necessario isolare la cellulosa. La tecnica fu poi modificata e perfezionata dagli arabi e dagli italiani, perché entrambi usavano inchiostri più densi.
Diffusione della carta in Europa
La carta si diffuse prima nel mondo arabo: gli arabi avevano dei prigionieri di guerra cinesi e li obbligarono a rivelare il procedimento produttivo. Le modifiche arabe: la raffinazione viene ora fatta con una ruota meccanica ad energia idrica che percuoteva quella che sarebbe divenuta la carta. Alla fine il foglio era levigato con una lama, poi avveniva la collatura che evitava che l’inchiostro si espandesse sul foglio. Questa tecnica arrivò in Spagna e da lì si diffuse in Europa. Il massimo splendore lo acquisì in Italia, soprattutto nella cartiera Fabriano (1200’s).
Processo produttivo della carta in Italia
In Italia si usavano gli stracci (stracciaioli) di lino e canapa soprattutto, da cui se ne estraeva la cellulosa. Il procedimento (che rimase invariato fino al Sette - ottocento) era questo: selezione del materiale e posatura nelle vasche di lavaggio durante la quale erano eliminate le cuciture, i bottoni, e simili (fatto fare ai bambini); riduzione degli stracci in strisce (fatto fare alle donne) per velocizzare la fermentazione; passavano poi alla gualchiera che azionava le vasche (pile) dalla forma rettangolare in cui i magli (martelli con lame) battevano e trituravano gli stracci fino a sfibrarli. Successivamente passavano al tino di fermentazione in cui si adoperava il mastro cartaio che doveva vigilare e comprendere quando porre termine alla fermentazione.
Produzione e qualità della carta
A questo punto il mastro cartaio immergeva nel tino un telaio chiamato forma da carta cercando di distribuirvi in modo omogeneo la fibra. La forma da carta era poi passata ad un altro che la doveva capovolgere mantenendo la perfetta distribuzione del contenuto, sul piano di un torchio, per pressarlo ed eliminare l’acqua in eccesso: questo operaio era il ponitore. A questo punto veniva fatta l’asciugatura appendendo di traverso i fogli, dopodiché la levigatura con la pietra pomice e la collatura. La collatura italiana era diversa da quella araba, fatta con residui vegetali: in Italia era usata una gelatina vegetale proveniente dalle concerie che non era aggredibile dalle muffe, ma dai topi.
Considerazioni sulla carta italiana e francese
In Italia si usava inoltre della calce viva per accelerare il processo fermentativo, cosa non fatta dai francesi che rendeva quindi così la loro carta qualitativamente superiore. Le cartiere sorgevano accanto a percorsi d’acqua corrente, che serviva ad azionare il mulino per azionare a sua volta la gualchiera. Inoltre, doveva essere vicina ad un centro abitato, ma messa a monte del paese, dove l’acqua era più pulita.
La forma da carta
La forma da carta: era una cornice di legno, all’interno della quale vi erano dei fili metallici perpendicolari tra loro. Paralleli al lato lungo, quindi orizzontali, e messi ravvicinati, vi erano le vergelle, verticali e più distanziati stavano i filoni. Vergelle e filoni sono fondamentali per stabilire il formato del libro, dato dalla piegatura di esso (?).
Filigrana e contro marca
All’interno vi era poi anche la filigrana posta al centro di metà foglio. In seguito venne poi introdotta al contro marca, nel centro dell’altra metà del foglio con le iniziali del cartaio. Con lo svilupparsi dell’arte e il suo diffondersi, ci fu la necessità di una regolamentazione dell’arte, che prevedesse forme e grandezze standard dei fogli di carta. Ad esempio la carta imperiale o reale era la più grande.
Il mercato della carta e la laicizzazione del libro
Il mercato si allargava: il metodo della pecia, ad esempio, iniziava ad usare la carta, così come i documenti materiali. Solo i documenti ufficiali di cancelleria rimanevano nell’uso della pergamena, più durevole e resistente, e pregiata. Discorso, questo del mercato, che si lega anche alla laicizzazione del libro. Aumentavano le persone che seguivano i predicatori, richiedendo maggiormente le Bibliae pauperum che già dal Medioevo erano così chiamate non perché erano le bibbie dei poveri, ma perché davano l’idea della riduzione. Le immagini sono accompagnate da brevissimi testi in latino. Ma questi oggetti creano interesse per cui piano piano iniziarono a finire anche tra le mani delle persone comuni, che compravano soprattutto i fogliettini con sopra le immagini (il modello di riferimento era quello delle vetrate delle chiese).
Aumento della richiesta di parola scritta
Furono le professioni ad aumentare la richiesta di parola scritta. Nacque così il nuovo mestiere dello xilografo incisore. Inizialmente le xilografie erano inchiostrate con un rullo impregnato di inchiostro da scrittura. Questo tipo di stampa ebbe un precedente ed un uso in Asia, ma sulla pietra, in cui veniva inciso il contorno del segno.
Caratteri mobili in Asia
Furono sempre gli asiatici i primi a creare dei sistemi con dei caratteri mobili, con materiali quali argilla e legno (un sistema non irreversibile, ma che può essere mutato). Il problema era la fragilità dei materiali, per cui si iniziò a fondere i caratteri in metallo (che può essere riutilizzato, basta fonderlo, anche perché ciò che è fondamentale è l’economia e l’efficienza). Da qui vennero poi creati dei rettangoli con dei righi in cui porre i caratteri in maniera verticale.
Stampa occidentale e Gutenberg
Riguardo la stampa occidentale, questa non ha alcun legame, sia geografico che temporale, con quella asiatica. Semplicemente, per esigenze simili si arriva ad una soluzione simile. Questa necessità arrivò dalla Germania: fu qui che venne inventata la stampa a caratteri mobili, a Magonza. Questa necessità era presente fra la Francia confinante con la Germania, la Germania stessa e l’Italia settentrionale (qui Felice Feliciano inventò uno strumento a caratteri mobili). Sono tutti posti legati all’ambito della fusione di metalli in cui si aveva però anche a che fare con i calligrafi. Ma Magonza si trova in Renania, famosa per i suoi vini: qui c’era l’elemento decisivo, il torchio.
Il contesto di Gutenberg
Inoltre, sono tutte zone in cui vi erano anche dei monasteri benedettini famosi per gli scriptoria, che significa che ci sono calligrafi e disponibilità di testi da riprodurre. Magonza era inoltre una grande diocesi governata da un potente principe-vescovo, per cui vi era anche una autorità molto forte che poteva fornire protezione o essere committente: l’elemento committenza è in effetti sempre presente nei primi libri a stampa. Insomma, è questo il contesto in cui Gutenberg si muoveva, sempre raffigurato con una matrice metallica in mano, anche se all’epoca non esistevano.
Gutenberg e la stampa a caratteri mobili
Gutenberg era un orafo, ma soprattutto un rampollo di una famiglia che batteva moneta per il principe: aveva la zecca. La stampa a caratteri mobili riproduceva un po' in piccolo il procedimento usato per battere moneta. Gutenberg si mosse a lungo in Germania e per la Francia dell’est: qui, ad Auxerre, durante il giubileo (molti pellegrini, molte persone, grande possibilità di far soldi), intuì un sistema per arricchirsi. La gran quantità di gente impediva la visuale, quindi mise su di un bastone uno specchio per “catturare” la benedizione. In pratica Gutenberg andò lì a produrre specchi.
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