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Università degli studi di Verona

Dipartimento di economia aziendale - Sede di Vicenza

Corso di laurea in economia aziendale

Tesi di laurea

Automazione e imprese: Il paradigma dell'occupazione nello scenario attuale

Relatore: Ch.ma Prof.ssa Cubico Serena

Laureando: Righele Davide

Matricola VR379411

Anno accademico 2015/16

Sommario

  • Introduzione .......................................................................................................... 1
  • Capitolo 1 - Concetti generali e cenni storici ...................................................... 3
    • 1.1 La flessibilità in azienda .............................................................................. 3
    • 1.2 Teorie economiche sull'uomo al lavoro ......................................................... 6
    • 1.3 La teoria dell'uomo macchina ....................................................................... 10
  • Capitolo 2 - Il difficile rapporto uomo - macchina ............................................... 15
    • 2.1 Automazione dell'azienda ............................................................................ 16
    • 2.2 Gli effetti sulle classi lavorative ................................................................. 18
  • Capitolo 3 - Il dilemma odierno ........................................................................... 25
    • 3.1 I giovani e le macchine ............................................................................... 25
    • 3.2 Investire sulle persone o sull'automazione? ................................................ 30
    • 3.3 Il problema della riallocazione ..................................................................... 33
  • Capitolo 4 - Casi pratici e contesto politico ......................................................... 37
    • 4.1 Politica ed automazione ............................................................................... 37
    • 4.2 Casi di concreta sostituzione del lavoro umano .......................................... 41
  • Conclusioni .......................................................................................................... 45
  • Bibliografia .......................................................................................................... 47

Introduzione

Il presente lavoro ha come oggetto lo studio degli effetti che la tecnologia sta causando sulle scelte aziendali e sui comportamenti analizzati da grandi studiosi ed economisti del passato. In particolare, si farà attenzione alla caratteristica di doppia lama del fenomeno dell’automazione, con i concetti di produttività e occupazione del lavoro umano in forte contrapposizione a causa dello sviluppo di macchine intelligenti fortemente produttive competitive nei confronti dell’essere umano a lavoro.

La scelta dell’argomento è riconducibile al malessere odierno riferito alla disoccupazione, in particolare a quella giovanile, ed alle scelte che i giovani devono operare per la propria carriera per la quale sempre più spesso sono costretti a inventare un nuovo lavoro piuttosto che trovarne uno già esistente. La ricerca del connubio tecnologia-successo si deve ricercare quindi in attente analisi su piani aziendali produttivi che, per la loro caratteristica di automazione, non consentono una larga diffusione del lavoro umano, che viene sostituito in modo più che efficiente dalle macchine razionalizzate. Si vuole quindi uscire dal concetto basilare che accomuna le macchine alla disoccupazione e allargare lo studio agli effetti sull’azienda e, in modo più largo, all’ambiente di riferimento che traggono benefici e svantaggi dalla diffusione delle macchine nelle imprese.

Per formulare l’argomento verranno utilizzati dati incrociati derivanti da fonti come ISTAT e riviste scientifiche che s’interessano in particolar modo alla diffusione della tecnologia in tutto il mondo e, soprattutto, nelle aziende. Per questo motivo lo studio si allargherà anche al contesto politico, perché anche i riferimenti normativi possono causare degli effetti sul sistema di ricerca e sviluppo delle imprese e sul protezionismo lavorativo che limita fortemente, se presente, il progresso tecnologico delle imprese.

L’elaborato può essere suddiviso in tre sezioni: la prima corrisponde al primo capitolo e riassume in modo chiaro ma veloce i principali pensieri sull’uomo al lavoro e le prime manifestazioni di inserimento di macchine in azienda. La seconda sezione è composta dai capitoli secondo e terzo e tratta del legame tra la tecnologia ed il connubio tra produttività e occupazione, nella quale si cercherà di trovare un legame tra i vari fenomeni sulla base dei dati più recenti di disoccupazione. La terza sezione corrisponde infine al quarto capitolo, nella quale verrà inserito il contesto politico e verranno indicate alcune applicazioni pratiche di macchine razionali al lavoro e si cercheranno gli effetti concreti generati in contrapposizione ai risultati emersi dalle analisi sui dati precedenti.

Capitolo 1 - Concetti generali e cenni storici

1.1 La flessibilità in azienda

Il concetto di flessibilità è molto più ampio di quello che si possa dedurre dalla semplice interpretazione del termine grammaticale. Una prima interpretazione di questo termine può essere dato prendendo in considerazione la definizione data dal vocabolario della lingua italiana, ovvero “l’essere flessibile, elastico, pieghevole – capacità di adattarsi alla situazione di mercato” (Felici et al, 2012, p. 736); la parola chiave è “adattarsi”, e si può quindi ricondurre questa parola alla capacità, più o meno volontaria, di saper cambiare le proprie abitudini in un contesto mutevole e spesso a noi sfavorevole.

Seguendo una strada ben diversa da quella lessicale ma rimanendo nel contesto più prossimo possibile al termine di flessibilità, possiamo individuare nell’infinita area della scienza biologica la legge secondo la quale non è tanto l’essere più intelligente o quello più forte a sopravvivere, ma è quello che più degli altri sa cambiare ed adattarsi al meglio al mondo che lo circonda (Megginson, 1963). Si tende erroneamente a legare quest’affermazione al ben più conosciuto biologo Charles Darwin, ma in realtà possiamo individuare questa teoria la prima volta in un articolo scritto proprio dal professor Megginson addirittura negli anni successivi i due conflitti mondiali, quindi ben oltre l’epoca del naturalista britannico. Ad ogni modo, tale definizione del tutto generale rafforza l’idea secondo la quale niente e nessuno è abbastanza forte ed intelligente per sfidare le insidie del mondo circostante in continuo cambiamento, ma è necessario, quindi, essere flessibili e disponibili anche a piegarsi umilmente in certi contesti se si vuole sopravvivere. La flessibilità è quindi, sempre secondo la logica del professor Megginson, un punto fermo da rispettare per rincorrere il difficile obiettivo della sopravvivenza in una realtà mutevole ed imprevedibile; non si può, infatti, vivere nella concezione che tutto va bene e che tutto si risolve da sé, ma bisogna essere sempre vigili e capire in quale momento è opportuno fare delle scelte, anche drastiche, per poter ripartire poi più forti di prima, esattamente come ci viene naturale scalare una marcia dell’automobile in curva per non sbandare o uscire di strada per poi accelerare quando la strada torna ad essere dritta e accessibile.

Per quanto riguarda l’ambito economico, una definizione di flessibilità in campo produttivo dice che essa è la “capacità dell’impianto di rispondere a variazioni qualitative della domanda senza la necessità di sostenere oneri aggiuntivi” (Giaretta, 2013, p. 216). Ci troviamo già quindi in un ambito molto diverso dalla persona umana, segno che il termine può essere applicato su elementi diversi fermo restando il significato lessicale di adattabilità ed adeguabilità. In particolare, in ambito produttivo si fa riferimento alla flessibilità come la capacità di variare qualitativamente (e non quantitativamente, capacità che si riconosce nel più ampio concetto di elasticità) l’output, cercando di tenere il più possibile fermi i costi e quindi migliorare sensibilmente il rapporto tra qualità del prodotto e costo di produzione.

Si tratta di uno degli elementi della competitività sul piano produttivo, ovvero uno dei punti cardine dove si sfida la concorrenza sul mercato in quanto una maggiore qualità del prodotto, unita ad un costo relativamente più basso della concorrenza, si traduce in un vantaggio competitivo di non poco conto.

Ma il concetto di flessibilità in azienda è molto più largo di quello dettato in campo produttivo: la capacità di variare si estende in tutto l’apparato aziendale, a partire dai più alti gradi della dirigenza fino ai più bassi (ma non meno importanti) livelli come la pulizia della struttura, nel caso si tratti di un’impresa con un capannone. Il saper come e quando cambiare può essere un indice di competitività tanto quanto la produzione, poiché gli scenari di mercato sono sempre più mutevoli a causa di una globalizzazione che ha creato un unico enorme mercato nel quale chi sa adattarsi vive e chi non sa adattarsi non sopravvive.

Nella letteratura possiamo individuare alcuni concetti più mirati di flessibilità in ambito aziendale: flessibilità esterna, flessibilità interna, flessibilità funzionale, flessibilità salariale e flessibilità di esternalizzazione (Beatson, 1995):

  • La flessibilità esterna rappresenta la capacità di aumentare e ridurre il numero di lavoratori sulla base dei singoli scenari col minor costo possibile, quindi in questo caso la variabile fondamentale è la politica di protezione dei lavoratori con i relativi costi di assunzione e di licenziamento;
  • La flessibilità interna riguarda invece la capacità di variare l’input lavoro, ovvero di aumentare o diminuire le ore lavorative senza dover ricorrere ad assunzioni o licenziamenti e ricorrendo a fattori come gli straordinari o la cosiddetta “mutua”;
  • La flessibilità funzionale, detta anche flessibilità lavorativa, riguarda la capacità del management di riallocare in modo efficiente la propria forza lavoro su mansioni diverse da quelle ordinarie senza intaccare il livello dell’output ed il costo dell’input;
  • La flessibilità salariale si riflette sul livello dei salari reali, ovvero calcolati tenendo conto dell’inflazione, e misura la capacità di variare il salario sulla base delle variazioni di domanda ed offerta di lavoro, ovvero la capacità di variare la retribuzione sulla base dell’andamento della produttività ed il costo della vita;
  • Infine, la flessibilità di esternalizzazione si riferisce alla capacità dell’impresa di esternalizzare i prodotti, ovvero di destinare alcune fasi della produzione a lavoratori esterni.

Tra queste definizioni, due sono molto legate al contesto odierno in quanto oggetto di dibattiti legislativi e sindacali: la flessibilità esterna e quella funzionale. In Italia, secondo le ultime rilevazioni statistiche elaborate dall’ISTAT, il tasso di disoccupazione generale si attesta intorno al 10%, con particolare riferimento alla disoccupazione giovanile ferma da qualche anno ormai intorno al 27% ; questi numeri sono causa di forte malessere all’interno del popolo italiano, a tal punto che più di qualche forza governativa si è messa in moto per arginare il problema, passando dall’introduzione dei voucher nel 2003 ad opera del governo Berlusconi fino al più recente Jobs Act varato dal Governo Renzi nel 2014. In ogni caso, benché siano passati diversi anni ormai dalla crisi mondiale nata nel 2008, i livelli di disoccupazione non hanno avuto cenni di diminuzione, segno che il problema non è stato ancora individuato e che, di conseguenza, non è stato ancora trovato uno strumento che possa fungere da soluzione.

Ma come possono essere legati questi due concetti di flessibilità? Esiste in tal caso un termine unico che ci permette di unificarli e riassumerli sotto il nome di flessibilità lavorativa, che trova una sua esatta definizione nel vocabolario della lingua italiana sotto il termine più comune di flessibilità: “È la deregolamentazione del mercato del lavoro, che riduce i vincoli assunti dall’impresa relativi ai propri lavoratori e limita la tutela del posto di lavoro, ma anche, in senso generale, la possibilità dell’impresa di disporre del lavoratore per mansioni diverse, per periodi di tempo determinati, secondo orari lavorativi particolari, in differenti luoghi ecc.”.

Partendo da tale definizione è possibile ricavare una teoria più ampia che si basa, per l’appunto, sulle parole dettate dal vocabolario: tutti gli elementi che abbiamo visto prima comportano un’incidenza anche su questo fattore poiché, a partire dai concetti di flessibilità esterna e funzionale, ci sono diversi elementi che manipolano le scelte occupazionali di un lavoratore, a partire da elementi base come l’ambiente, il salario e di colleghi fino a raggiungere elementi più ampi di inflazione, vita privata...

1.2 Teorie economiche sull’uomo al lavoro

Nel corso dell’ultimo secolo molti studiosi di diversi campi, dall’economia alla psicologia, si sono addentrati nel delicato ambito dell’analisi dell’uomo lavoratore, ovvero lo studio del comportamento umano in un contesto lavorativo in continua evoluzione come quello che ha caratterizzato l’inizio del Novecento. In particolare, questi studi ebbero come fondamento quella che all’epoca rappresentava un’innovazione radicale sotto l’aspetto organizzativo e produttivo delle grandi fabbriche manifatturiere, ovvero l’avvento delle macchine; l’inserimento in azienda di cosiddetti “lavoratori metallici” permise ai datori di lavoro di riorganizzare la propria forza umana sotto forma di macchina, con compiti ben precisi simili ad un robot che deve svolgere alcune determinate mansioni senza chiedere il senso delle attività svolte.

Sotto quest’ottica, già nel 1776 il celebre filosofo ed economista scozzese Adam Smith evidenziò che un uomo obbligato a compiere poche semplici azioni ripetute e senza un senso ben definito, al di fuori di quello meramente produttivo, avrebbe avuto diverse difficoltà, o addirittura sarebbe stato impossibilitato, ad affrontare evenienze che il contesto mutevole in cui viviamo ci offre. Di conseguenza, si vedrebbe limitato il raggio di applicazione di un’intelligenza tanto importante, come detto indirettamente da Darwin, per sopravvivere (Smith, 1776).

A rinforzo del collega letterato, a circa un secolo di distanza, si schiera sulla stessa linea teorica un altrettanto celebre autore di ideologia ben diversa: Karl Marx. Nella sua opera maggiore, Das Kapital, egli getta le basi per la propria teoria dell’operaio plusvalore, nella quale è considerato una sorta di mezzo da sfruttamento per l’imprenditore capitalista, ma allo stesso tempo si rende conto che obbligare un uomo a compiere una serie di gesti predefiniti senza un limite temporale lo può portare solamente ad un veloce logoramento fisico e psicologico. Per rendere l’idea del suo pensiero, Marx usa come esempio di riferimento la leggenda di Sisifo, un cittadino greco condannato dagli dei per l’eternità a trasportare una roccia pesantissima lungo un ripido pendio la quale, una volta giunta alla cima del monte, prontamente rotola verso valle costringendo il povero uomo a dover ricominciare la sua fatica senza una fine. Con questo concetto estremo viene spiegato come anche il lavoro più semplice e banale, anche se non direttamente riconducibile al trasportare una pietra pesante lungo il versante di una montagna, può diventare una vera tortura per chiunque se protratta per molto tempo, a causa principalmente di una perdita di interesse totale del lavoratore verso la mansione che gli è stata assegnata in un’ottica di meccanicizzazione dell’uomo (De Luise e Farinetti, 2010).

L’insieme delle teorie che nel tempo si sono susseguite nel cercare di dare un significato scientifico al modo che l’uomo ha di lavorare e di affrontare le avversità che questa realtà offre hanno creato una grossa confusione per gli imprenditori, poiché vi erano grosse contrapposizioni tra scuole di pensiero differenti (in primo luogo la scuola classica contro quella marxista) e trovare il giusto metodo di gestione dei capitali a disposizione era pressoché impossibile. La visione comune di lavoratore inteso come parte di una vera e propria orda disorganizzata diretta al solo fine di produrre come un asino nel mulino fece nascere nelle menti di altri grandi filosofi del tempo delle teorie che cercavano di mettere sotto una luce diversa il ruolo e, soprattutto, l’umanità della persona al lavoro. Basandosi sull’ipotesi della marmaglia di Mayo e sulla piramide dei bisogni di Maslow

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher righele71 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Organizzazione aziendale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Verona o del prof Cubico Serena.
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