Elias Canetti
Elias Canetti nasce a Ruse nel 1905, primo dei tre figli di Jacques Canetti, commerciante ebreo di remote origini spagnole (gli avi paterni nacquero con il cognome di Cañete ma, in seguito all'espulsione degli ebrei dalla penisola iberica avvenuta nel 1492, modificarono il proprio cognome), e di Mathilde Arditti, nata da una ricca famiglia ebraica sefardita di origini italiane (gli avi materni erano sefarditi livornesi che si erano stabiliti in Bulgaria).
La lingua della sua infanzia fu il ladino o giudeospagnolo parlato in famiglia, ma il piccolo Elias fece presto esperienza con la lingua tedesca, usata in privato dai genitori (che la consideravano la lingua del teatro e dei loro anni di studio a Vienna). Dopo avere appreso il bulgaro, si trovò ad avere a che fare con l'inglese quando il padre decise di trasferirsi per lavoro a Manchester nel 1911. La decisione fu accolta con entusiasmo da Mathilde Arditti, donna colta e liberale, che dovette sottrarre Elias dall'influenza del nonno paterno, il quale lo aveva iscritto alla scuola talmudica.
Nel 1912, con la morte improvvisa del padre Jacques, cominciarono le peregrinazioni della famiglia, che si spostò prima a Vienna e poi a Zurigo, dove Canetti trascorse, tra il 1916 e il 1921, gli anni più felici. In questo periodo, nonostante la presenza dei fratelli più piccoli, il rapporto di Canetti con la madre (che dal 1913 soffriva di periodiche crisi depressive) diventò sempre più stretto, conflittuale e segnato dalla dipendenza reciproca.
La gioventù e l'educazione
La tappa seguente fu Francoforte, ove ebbe modo di assistere alle manifestazioni popolari a seguito dell'assassinio del ministro Walther Rathenau, prima esperienza di massa che gli lasciò un'impressione indelebile.
Nel 1924 Canetti fece ritorno con il fratello Georges a Vienna, dove si laureò in chimica e rimase quasi ininterrottamente fino al 1938. Canetti si integrò velocemente nell'élite culturale viennese, studiando con avidità le opere di Otto Weininger, Sigmund Freud (che gli suscitò diffidenza sin dall'inizio) e Arthur Schnitzler, e assistendo alle conferenze di Karl Kraus, polemista e moralista.
In uno di questi incontri culturali conobbe la scrittrice sefardita Venetiana (Veza) Taubner-Calderòn, bella ma fin dalla nascita priva dell'avambraccio sinistro; nel 1934 la sposò, nonostante l'avversione della madre.
L'inizio della carriera letteraria
Sotto l'influenza del ricordo delle manifestazioni viste a Francoforte, nel 1925 cominciò a prendere forma il progetto di un libro sulla massa. Nel 1928 andò a lavorare a Berlino come traduttore di libri americani (soprattutto Upton Sinclair) e qui conobbe Bertolt Brecht, Isaak Babel' e George Grosz.
Due anni più tardi conseguì il dottorato in chimica, professione che però non praticò mai e verso la quale non mostrò comunque alcun interesse. Tra il 1930 e il 1931 incominciò a lavorare al lungo romanzo “Die Blendung” (letteralmente L'accecamento, tradotto in italiano come Autodafé), pubblicato nel 1935, e, tornato a Vienna, continuò le frequentazioni dell'ambiente letterario: Robert Musil, Fritz Wotruba, Alban Berg, Anna e Alma Mahler.
Nel 1932 uscì il suo primo lavoro teatrale, Nozze. Due anni dopo fu la volta di “La commedia della vanità”.
L'esilio e il successo
Nel 1937 Canetti si recò a Parigi per la morte della madre, evento che lo segnò profondamente e che chiude simbolicamente l'ultimo volume dell'autobiografia. Nel 1938, a seguito dell'annessione dell'Austria alla Germania nazista, Canetti emigrò prima a Parigi e poi a Londra. Nei vent'anni successivi, si dedicò esclusivamente all'imponente progetto sulla psicologia della massa, il cui primo e unico volume, “Massa e potere”, fu pubblicato nel 1960.
Nel 1952 prese la cittadinanza britannica: due anni dopo, al seguito di una troupe cinematografica, trascorse un periodo in Marocco, da cui trasse il volume “Le voci di Marrakesh”. La moglie Veza, sposata nel 1934 e con la quale condivideva gli entusiasmi socialisti e la venerazione per Karl Kraus, morì suicida nel 1963 in seguito al fallimento del loro matrimonio, forse dovuto anche ai frequenti tradimenti di Elias.
Nel 1971 Canetti sposò la museologa Hera Buschor, dalla quale ebbe l'anno seguente una figlia, Johanna. Nel 1975 le Università di Manchester e di Monaco gli conferirono due lauree honoris causa. Nel 1981 ricevette il premio Nobel per la letteratura, "per opere contraddistinte dalla visione ampia, dalla ricchezza di idee e dalla potenza artistica".
Dopo la morte di Hera (1988), Elias Canetti tornò a Zurigo, dove morì nel 1994, e nel cui cimitero fu sepolto accanto a James Joyce.
Autodafé
Canetti e il romanzo
Canetti riassume il suo romanzo con un termine poetico: aurebour, ossia controcorrente: infatti, egli presenta una società di individui pazzi. È una scelta pesante redigere un romanzo eretto sulla pazzia in un’epoca assai delicata, segnata dalla caduta della Weimar Republik in favore dell’ascesa di Hitler e dalla venuta dell’austro fascismo. Come Bulgakov, anche lui decide di sovvertire il conformismo e gli stereotipi dell’epoca in cui vive, in cui la figura del pazzo è denigrata dalla massa.
Storia compositiva
Scritto da Elias Canetti intorno al 1930, è un romanzo lento ma compensato da una trama che ci dà punti di svolta con personaggi grotteschi. All’interno della produzione di Elias Canetti occupa una posizione di assoluto rilievo: non solo perché si tratta del primo libro pubblicato dal premio Nobel, nel 1935, quattro anni dopo la conclusione, ma anche del suo primo e unico romanzo, figlio, come informa lo stesso Canetti, di un progetto ben più ampio, la «Comédie humaine dei folli», un ciclo di otto romanzi mai realizzato, descritto così dall’autore:
«Tutti ruotavano intorno a una figura al limite della follia, e ciascuna di queste figure era diversa dalle altre in tutto, perfino nella lingua e nei pensieri più reconditi. Ogni personaggio viveva un’esperienza talmente irripetibile che nessun altro avrebbe potuto condividerla. Nulla doveva essere intercambiabile, non dovevano esistere commistioni di sorta. Dicevo a me stesso che stavo costruendo otto riflettori coi quali avrei illuminato il mondo dall’esterno. Per un anno scrissi su queste otto figure alla rinfusa, scegliendo di volta in volta quello che più mi attirava. C’era fra loro un fanatico della religione; un visionario della tecnica che viveva rimuginando i suoi progetti sugli spazi interplanetari; un collezionista; un uomo ossessionato dalla verità; un dissipatore; un nemico della morte e infine anche un uomo fatto solo per i libri, l’Uomo dei libri»
Analisi
Genere: tono umoristico
Struttura: Il romanzo si divide in tre parti:
- La testa senza mondo: Kien è sempre uguale a sé stesso, è quasi vittima di sé. Critica al sapere vuoto che porta alla conoscenza.
- Un mondo senza testa: Kien conosce il mondo esterno.
- Il mondo nella testa.
Simboli:
- Blu: è il simbolo di Therese e della malvagità femminile. Kien delira asserendo che il blu è un colore che non esiste, inventato dalla fisica.
- Gonna: “faceva parte di lei come il guscio fa parte della conchiglia”. È ermetica, bisognava schiacciarla ridurla in poltiglia come aveva fatto lui da ragazzo, la conchiglia non rivelava la minima apertura. Simbolo dell’io che si costruisce un mondo chiuso.
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