1100 domande di ripasso
Capitolo 1. Il ruolo professionale dell'assistente sociale
Lavoro sociale e servizio sociale
Con il termine lavoro sociale ci si riferisce alla scienza delle cosiddette professioni sociali, ovvero quelle orientate all'aiuto di persone, famiglie, comunità "svantaggiate" in base agli standard sociali dominanti. Si tratta di un'area interdisciplinare, un sapere connesso ad un agire specializzato ad ampio spettro: non una professione specifica ma il comune denominatore di molte altre. È l'arte o professione di attivare la società per la risoluzione dei problemi di vita di particolari persone, gruppi, comunità. Lavoro sociale significa sia esercitare un mestiere, che in generale interessarsi dei singoli problemi umani ed esistenziali concreti presenti in società, ma significa anche presa a cuore della società da parte di sé stessa. Tipicamente si dice che il lavoro sociale possa essere inteso come una disciplina scientifica o come una prassi professionale. Il lavoro sociale come scienza studio modi, possibilità, tecnicità del risolversi dei concreti problemi sociali dentro la società stessa: non si tratta dello studio del welfare in astratto (compito che spetta alla politica sociale) ma il farsi di soluzioni di portata particolaristica. Esso è necessario nonostante le società abbiano più volte dimostrato di cavarsela da sole grazie alla capacità dei propri membri, in quanto cambiamenti sempre nuovi tendono a demolire le certezze di persone e nuclei familiari spiazzandoli ed in quanto le moderne aspettative di benessere si fanno sempre più elevate. Secondo Cyrulnik oggi si è sempre meno capaci di accettare la sofferenza, si sta perdendo l'attitudine alla resilienza (facoltà di affrontare e superare le difficoltà della vita uscendone rafforzati) ed è quindi importante capire scientificamente come la società possa gestire tutto questo. Compito precipuo dell'operatore professionale è saper operare un giusto equilibrio fra questa scienza e l'ambito tecnico operativo (due livelli separati ma interdipendenti). In sostanza il lavoro sociale è un "saper aiutare" con metodo e sapienza ma tenendo sempre presente il fondamentale taglio della professione: il taglio sociale. È la società che aiuta e l'operatore deve aiutarla ad aiutare sé stessa (non solo i membri più deboli o le comunità più svantaggiate ma tutti coloro che aspirano ad un maggior benessere) evitando funzioni deleganti.
La professione sociale più antica e consolidata che ha fatto da matrice per le altre è il servizio sociale. Le prime social worker (personaggi del calibro di Mary Richmond, Jane Addams, Edith Abbott) erano persone di grande levatura morale che si impegnavano nella riforma sociale con interventi personali indirizzati a livello micro a rispondere ai bisogni dei cittadini e a livello macro a sensibilizzare e proporre interventi legislativi e amministrativi volti a modificare le fonti strutturali del malessere, anche collaborando con centri di sviluppo delle scienze economiche e sociali (London School of Economics, UK/ Università di Chicago). Il loro impegno le convinse della necessità di una loro legittimazione sociale data l'importanza delle funzioni svolte e anche della necessità della diffusione dei saperi. Di conseguenza, parallelamente all'affermarsi del social work in ambito sanitario e scolastico, nacquero le prime scuole per la preparazione dei professionisti. Specialmente nel secondo dopoguerra si diffuse la tendenza all'omogeneizzazione delle figure dell'assistente sociale al modello statunitense, anche grazie alla diffusione di progetti formativi tramite i programmi post-bellici americani di aiuto. Il secondo dopoguerra fu anche caratterizzato dalla comprensione sotto l'etichetta di social work di una serie di figure occupazionali specialmente nell'ambito dell'animazione/educazione extra-scolastica, che poco si accordavano con i modelli di allora di welfare che prevedevano l'erogazione di prestazioni standardizzate. Da qui prevalse una funzione pubblica che a partire da una serie di obiettivi generali fissati dagli organismi assuntori, lasciava molta libertà al servizio sociale. Negli anni '70 il welfare si è aperto alla società civile, lasciando sviluppare anche molte organizzazioni di Terzo settore, mentre negli anni '90 con l'affermarsi della liberalizzazione anche nel campo dell'assistenza (tradottasi in GB in una radicale riforma dei servizi sociosanitari) il lavoro sociale si è dovuto confrontare apertamente con le logiche di mercato. Le professioni sociali hanno così subito un ulteriore differenziazione interna: da un lato la macrofunzione cognitiva dell'acquisto e della valutazione delle prestazioni, entro cui è possibile includere la nuova figura del case manager, ossia colui che ha la capacità di valutare, reperire e coordinare varie prestazioni presenti sul mercato, in un pacchetto personalizzato e dall'altro quelle dell'erogazione delle stesse (fra cui si ritrovano molti operatori di organizzazioni di mercato/terzo settore). Parallelamente a queste trasformazioni è anche emersa una sempre più forte volontà dei soggetti direttamente interessati alle cure e dei loro carers di partecipare attivamente alla produzione di quanto avevano bisogno, svincolati dai controlli amministrativi. Sono nate quindi molte associazioni di utenti o carers sulle problematiche più svariate capaci di collaborare con le professioni sociali ed interloquire con enti pubblici e mercato rispetto alla pianificazione assistenziale e al controllo qualità, che potremmo definire Quarto settore.
Funzioni dell'assistente sociale e modelli di welfare
Il lavoro sociale si compone di tre dimensioni: servizio sociale istituzionale, counseling di accompagnamento riparativo, animazione/educazione sociale nelle comunità locali. L'assistente sociale copre tutti questi tre ambiti, anche se soprattutto in Italia gli ultimi due sono di appannaggio anche di altre figure professionali. Infatti, una volta che la politica sociale ha definito con leggi e provvedimenti amministrativi i problemi da affrontare e quali sono i diritti dei soggetti a godere dell'assistenza organizzata, occorre un mediatore che sappia accordare le varie impersonali procedure con le reali esperienze umane. E l'assistente sociale è proprio questo mediatore esperto dei meccanismi che presiedono ai sistemi di welfare e quindi il professionista a servizio della società che fa in modo che i servizi predisposti dalle decisioni politiche arrivino ai cittadini. Tra le funzioni istituzionali e specializzate che compie, una delle più importanti è quella del controllo, ossia della protezione e dell'intervento volto a prevenire l'esposizione delle persone a gravi rischi o gravi danni. Inoltre egli può anche fare altro: aiutare la società ad aiutare! intercettare l'azione di quelle persone o formazioni sociali (la cosiddetta rete di fronteggiamento) che direttamente stanno affrontando il proprio problema. Quando una rete non riesce a gestire da sola il proprio disagio può scegliere due strade: rivolgersi ad un servizio sociale per ricevere una prestazione o l'integrale risoluzione del problema o rivolgersi ad un professionista libero, sciolto dai vincoli di una data erogazione (anche se spesso gli assistenti sociali sono in parte dipendenti da un servizio pubblico e in parte liberi di allestire un aggancio originale con le reti). In ogni caso l'operatore non si assume egli stesso la risoluzione del problema ma accompagna la rete in questo percorso. Un altro ruolo che il professionista può ancora assumere è poi quello di stimolare/risvegliare un sociale poco attento ai problemi, sognare e proporre migliori stati di vita, impegnandosi affinché il resto della società lavori con lui per le stesse aspirazioni.
Entrando nello specifico, per comprendere obiettivi e funzioni del servizio sociale bisogna rifarsi al suo mandato sociale, ovvero il bisogno della società al quale risponde, la ragione storica che ne ha motivato la nascita. In accordo con la nuova definizione elaborata dall'IFSW, il servizio sociale promuove il cambiamento sociale, il problem solving nei rapporti umani e l'empowerment delle persone per migliorarne il benessere. Lavorando in ottica trifocale, l'assistente sociale dovrebbe muoversi nella direzione di creare attraverso un processo d'aiuto promozionale, educativo, terapeutico, il necessario raccordo fra bisogni e risorse o l'attivazione di queste ultime laddove non ci sono o sono carenti, contrastando possibili fenomeni di emarginazione/esclusione sociale anche valorizzando le diversità; mobilitare persone, famiglie, gruppi e comunità per migliorare le proprie strategie di coping; aiutare la collettività ad individuare i propri bisogni e ad attivare la solidarietà naturale, i processi di partecipazione, il volontariato per creare una rete di risposte utili alla risoluzione dei problemi; progettare, organizzare e gestire i servizi e le risorse perché siano rispondenti ai bisogni dei singoli e della collettività; analizzare ed esaminare i problemi emergenti in società per elaborare un sistema di risorse e servizi, politiche e programmi adeguato e promotore del benessere e dello sviluppo umano; aiutare le persone a far valere i propri diritti attraverso l'informazione delle opportunità a loro disposizione; proteggere chi da solo non riesce a farlo. A partire da queste finalità si declinano le funzioni principali dell'assistente sociale, quali: il rapporto diretto con l'utenza al fine dell'accompagnamento verso la soluzione del problema mediante l'individuazione CONCORDATA di un percorso individualizzato, attorno al quale l'as dovrà essere abile a mettere in rete tutte le risorse formali e informali possibili coordinandole e divenendo così una guida relazionale (un operatore che rivolge il suo intervento verso il miglioramento dei rapporti tra la persona e gli altri significativi e il suo ambiente e verso la collaborazione fra i soggetti coinvolti nel processo di aiuto); la programmazione, progettazione, organizzazione, gestione dei servizi mediante l'analisi dei problemi e degli interventi necessari e l'utilizzo creativo delle risorse disponibili; l'attivazione di un sistema informativo; il favorire la partecipazione dell'utenza, assicurandosi che questa sia tutelata in modo adeguato e le siano riconosciuti i diritti ed accompagnandola nella scelta delle strategie di fronteggiamento, facendo leva sulle capacità e risorse autonome anche residuali, affinché essa divenga nuovamente responsabile del proprio destino; lo studio, la ricerca, la didattica, la supervisione.
Negli ultimi anni sono venute meno le basi tradizionali dei modelli di welfare post-bellico diversi da quello liberale, perché economicamente insostenibili, si è dovuto rinunciare alla pretesa per cui le risorse universalistiche del welfare sarebbero cresciute tanto da coprire ogni bisogno della società e si sono imposte due nuove tendenze: la razionalizzazione dei servizi (fissare tetti di spesa massimi e svincolare i servizi sociali dalla pubblica amministrazione attraverso un sistema misto in cui lo Stato mette a disposizione un tot di fondi per la creazione di servizi che vengono gestiti dagli organismi privati più competitivi, in quanto la concorrenza abbasserebbe la spesa e garantirebbe efficienza e qualità nell'erogazione). All'interno di questo nuovo sistema, gli assistenti sociali vengono concepiti come case manager che non erogano più servizi propri o della propria amministrazione, ma aiutano i titolari di voucher o denaro proprio ad acquistare il pacchetto di prestazioni per loro necessario. Questo va a discapito della funzione terapeutica dell'aiuto sociale. Inoltre, oggi, si tende anche a guardare con rassegnazione e cinismo ai problemi sociali perché si sa di poter arrivare solo fino ad un certo punto (questo rafforza paradossalmente la tendenza al controllo: le amministrazioni si concentrano sui doveri istituzionali di intervento coatto per evitare eventi irreparabili dei quali potrebbero essere accusati). Questa situazione, per contro crea anche delle controspinte: una tendenza definita da Donati, societaria, ossia non la previsione di un sistema di servizi che mira a risolvere i problemi, ma un sistema che si relaziona con la società che si auto aiuta (la creazione di un sistema reticolare in grado di stare a contatto e di relazionarsi con la società civile ed in particolare con quella parte dotata di capacità, competenze, motivazioni a impegnarsi nella soluzione associata o collettiva dei problemi) ed ove l'operatore sociale diverrebbe davvero un operatore di rete, un educatore/animatore produttore di capitale sociale, secondo il presupposto per cui nessuna struttura preordinata può dimenticarsi dell'azione della società o può privarla del suo potenziale d'azione.
Oggetto del lavoro sociale
A differenza del modello medico, basato sullo specifico schema diagnosi/trattamento, il lavoro sociale è un modo di guardare ai problemi sociali senza il filtro della patologia. È pur vero che molte forme di disagio sociale sono connesse ad una patologia, ma l'operatore pur tenendone conto, la bypassa per concentrarsi su un ordine sociale a questa sovrastante: l'ordine sociale è l'azione finalizzata di più persone interconnesse, nel perseguimento di scopi condivisi, che gli agenti considerano degni di essere raggiunti in vista del loro stesso benessere. Il lavoro sociale inteso nella duplice accezione di disciplina/prassi studia e sostiene la capacità di azione tecnica degli operatori sociali, ossia il potenziamento della capacità di azione naturale delle persone interessate allo stesso benessere che persegue il professionista per dovere d'ufficio. Quindi si parla di azione sia in riferimento al professionista che alle persone sue interlocutrici e dunque di rel-azione per riferirsi alla circolarità e reciprocità degli influssi in entrambe le parti coinvolte. Questo ha delle implicazioni molto importanti che fanno del lavoro sociale una categoria a parte: mentre le altre professioni sono connotate da una caratura tecnologica perché possiedono un oggetto statico passibile della manipolazione esterna dell'operatore, il lavoro sociale ha un oggetto epistemologico composto di una pluralità di soggetti autonomi e dunque fonti di azione intersecantisi. I soggetti non sono soggetti passivi dell'azione dei servizi (questa polarizzazione tra i due li infantilizza ed espone a bruciature gli operatori).
Definizione internazionale di lavoro sociale
Durante l'assemblea generale di Montreal del 2000, l'IFSW approvò la nuova definizione di lavoro sociale, in sostituzione di quella del 1982. Contestualmente anche l'IASSW durante la sua assemblea adottò la stessa definizione e durante l'incontro congiunto tra le due organizzazioni, tenutosi a Copenhagen nel 2001 entrambe decisero di adottarla come nuova definizione internazionale. Il percorso per raggiungere questo obiettivo era stato avviato dall'allora presidente dell'IFSW, Elis Envall nel 1994, che tenendo conto dei cambiamenti a livello mondiale intervenuti dopo il 1982 e lo sviluppo del lavoro sociale in tutti i continenti, riteneva che la professione dovesse rivedere i suoi parametri di base per partecipare meglio alle vicende internazionali. A fare da sfondo all'iniziativa ovviamente c'era la globalizzazione (secondo Midgley, l'integrazione globale in cui popoli, economie, culture, processi politici sono dominati dalle influenze internazionali), in cui il lavoro sociale deve interpretare molti ruoli, in primis la promozione dello sviluppo sociale (intesa come integrazione tra politica economica e sociale) e gli operatori sociali si trovano a svolgere la propria attività in modo complesso (devono comprendere le forze della globalizzazione economica, ecologica, sociale, devono rapportarsi con i colleghi di altri paesi ed esprimere una competente rappresentanza a livello internazionale). Nel 1996 Envall nominò una commissione composta di un rappresentante per ogni regione dell'IFSW (Africa, Asia e Pacifico, Europa, America Latina e Nord America), più altri 5 membri ritenuti competenti e facenti parte di altre organizzazioni, che doveva collaborare con i leader della professione in tutto il mondo. Attraverso la consultazione della letteratura e la promozione di svariati dibattiti si arrivò all'elaborazione della definizione finale, la quale parte dal presupposto che le diverse metodologie di social work nelle diverse aree del mondo abbiano un denominatore comune: il lavoro sociale si realizza nell'interfaccia fra essere umani e loro ambienti di vita. Gli operatori devono, dunque, adottare una visione olistica concentrandosi sulle interazioni bi-direzionali tra individui ed ambienti (Gli ambienti condizionano gli individui e questi ultimi devono essere messi in condizione di fare altrettanto). Il documento della definizione contiene anche un commento alla stessa (il lavoro sociale affronta le multiple transazioni persona-ambiente, ha come mission l'empowerment delle persone e si focalizza sul problem solving e sul cambiamento. Si compone di valori, teorie, attività pratiche).
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