Lezione 1 (27 febbraio)
Giotto, la rivoluzione razionalista nella pittura
medievale tra ‘200 e ‘300 e la peculiarità del
gotico italiano
Basso medioevo stagione complessa per la cultura figurativa anche dal punto di vista
geografico
Fine ‘200 inizi del ‘300 la storia dell’arte e la pittura in particolare prende una strada diversa
rispetto al resto dell’Europa
Gioacchino e Anna alla porta aurea
Giotto (303-305), Cappella degli
Scrovegni incontro che si svolge con un pubblico. Gioacchino
riceve la notizia che Anna è incinta. Anna si presenta con un vestito
medievale come anche le sue assistenti. Tra queste vediamo un
personaggio enigmatico: donna con abito scuro e viso in parte
nascosto dal velo.
Cappella degli Scrovegni Giotto con la sua padronanza dei gesti,
linguaggio sperimentale che diventa qui canonico fondato su un
realismo. Valori di un razionalismo profondo: lui si propone di
rappresentare la realtà così come appare con una logica ferrea;
niente è dato per scontato o tradotto in sintesi ma tutto viene spiegato.
Giotto recupera dopo secoli l’idea di una pittura nazionale che si era progressivamente
disgregata in favore di una espressività simbolica. Giotto ribalta la situazione fin dalle sue
prime opere in modo perentorio senza
compromessi il riverbero nei secoli a
venire chiude un’epoca e ne inaugura
un’altra. Ai pittori mancavano gli esempi
degli antichi classici con cui confrontarsi a
differenza degli scultori.
Maestà
Cimabue (1280), Louvre
portata in Francia da Pisa. Napoleone la
porta in Francia come bottino di guerra e
durante il Congresso di Vienna la
commissione incaricata di riportare le
opere italiane in Italia non la include tra la
lista perché al tempo non era di molto
interesse.
Maestà
Giotto (13000), Uffizi
Iconografia delle due opere conosciuta: Madonna con bambino con corteo celeste in Paradiso
Differenze nello stile:
GIOTTO usa tridimensionalità, chiaro-scuro e prospettiva intuitiva. il suo è un chiaro-scuro
razionale: Giotto individua la luce e su questa articola il suo chiaro-scuro.
CIMABUE il suo chiaro-scuro non dà volume alle forme, la sua luce non è univoca e manca
quindi il presupposto per la tridimensionalità.
Giotto articola i piani della composizione che è studiata su pinai progressivi: gli angeli
delimitano un primo piano per il fatto di trovarsi inginocchiato in primo piano. Vediamo un trono
frontale scorciato con due gradini, con un’architettura gotica e un’edicola con traforo polilobato
che ci fa percepire lo spazio dietro.
Le figure di Giotto fanno esedra e le vediamo digradare per altezza, mentre quelle di Cimabue
stanno una sopra l’altra.
Il pavimento di Giotto è in marmo reso fisico dal fatto che gli angeli ci stanno inginocchiati.
Il trono di Cimabue è in legno, un po’ sbilenco che non funziona per il basamento: sembra
librarsi in aria e si vede l’oro dello sfondo.
Cimabue non si sottrae alla convenzione
dell’oro molto irrazionale
è
In Giotto si trova un modo nuovo di
rappresentare madre e figlio: non indugia sul
rapporto affettivo ma sposta il campo di
intenti. Sono i gesti che sono nuovamente
veri e concreti (la Vergine tocca la gambina
di Cristo in modo concreto e questo gesto
provoca uno spostamento della veste).
Dettaglio volto della Vergine differenze Giotto vs Cimabue
Il volto della vergine di Cimabue è disorganico e le forme ci appaiono meccaniche (vedi ruga di
espressione sul naso)
Volto della Vergine di Giotto molto più organico
Nel III – IV secolo con l’avvento di Giotto torna la forma organica
nella storia dell’arte dove singole parti del corpo si ricompongono
con il chiaro-scuro razionale, non più astratto. Giotto persegue la
sua idea di naturalezza mentre abbandona l’idea delle forme
dell’epoca
La Madonna di Cimabue si presenta con il mantello appoggiato sulla
testa sopra una cuffia imbottita e questa compromette le
proporzioni idea che si afferma nella pittura orientale-bizantina e
che i pittori italiani assumono passivamente.
Giotto cambia le cose: il velo trasparente che ha la sua Vergine dà
all’immagine quella verità naturale che si era persa.
(Madonna di Monreale)
Opera di un mosaicista di Costantinopoli
Maestà
messa in confronto con la di Cimabue. Entrambi hanno in comune il trono ligneo con lo
schienale di rocchetti e una tenda a coprire lo schienale. In comune anche la cuffia imbottita
sul capo della Vergine e il bordo del mantello di un
colore diverso rispetto al colore della veste intera, con
un andamento molto geometrico.
Duomo di Monreale costruito a partire dal 1174,
rivestito interamente di
mosaici all’interno e
commissionato da
Guglielmo d’Altavilla (re di
Sicilia dal 1166 al 1189,
normanno).
Cristo pantocratore: si
riconoscono elementi del volto riconducibili al linguaggio di Cimabue
assestano nei secoli.
Giotto trova dialogo con la Madonna di Masaccio (Rinascimento)
Dettaglio la Madonna di Masaccio (perché la sant’ Anna è di Masolino) racchiude molte
similitudini con Giotto: il Cristo ben pasciuto e le manine prensili; tridimensionalità grazie al
chiaro-scuro concreto. Sant’Anna Metterza,
Masaccio e Masolino Firenze: Masaccio fu
collaboratore di Masolino, lavorano insieme e furono capaci di incastrare i
loro lavori.
Metterza*= nome dato da Longhi per tradurre elegantemente
“selbdritt” (termine tedesco).
selbdritt,
Anna scultore tedesco scultura lignea conservata a
Francoforte, di un artista tedesco che lavora agli inizi del 1200 e che
corrisponde cronologicamente a Cimabue.
L’Italia occupa una posizione ambigua tra il mondo mediterraneo e il mondo transalpino
Maestro della Sant’Agata Coppo di Marcovaldo
Meliore Artisti contemporanei a Cimabue nelle loro opere vediamo i troni tutti
molto simili: lignei e con schienale a lira; il cuscino a salsicciotto tipico del mondo orientale che
i pittori italiani assumono. Le Madonne sono rigide e poco umane e le loro mani sono
bidimensionali, mani che non afferrano. I volti non comunicano e i gesti appaiono macchinosi,
non umani.
Orizzonte comune tra Cimabue e il Maestro della Sant’Agata: Cimabue senza uscire dalla
tradizione riesce a declinarla in modo personale. Il Maestro della Sant’Agata porta tutto
all’astrazione, niente appare umano. Si possono riscontrare differenze ma anche analogie
Cimabue non abbandona le crisografie
La tavolozza di Cimabue è più varia dei suoi contemporanei e la sua pennellata sembra più
articolata. Entrambi usano la tempera che necessita di accostamenti di pennellate (tratteggio).
Lezione 2 (28 febbraio)
Firenze della seconda metà del 1200 ci sono altri artisti oltre a
Cimabue, ognuno ha la sua particolarità. Ci sono scarsi documenti su
di loro e di Marcovaldo sappiamo molto poco
Florentia me pinxit
MCCLXI/ Coppus del
Madonna del Bordone prima opera sicura, non è documentata
ma è firmata ed è frutto di un’attribuzione. Chiamata così perché
alloggiata nella cappella del Bordone= bastone del pellegrino
Marcovaldo è documentato a Firenze: il nucleo più cospicuo dei
documenti che lo riguardano li troviamo a Pistoia, con la sua vita e
quella del figlio. Segno che la sua fama va oltre Firenze. Compare
all’interno di un elenco di cittadini che parteciparono alla
battaglia del 1260 “Battaglia di Monteaperti” (Firenze
vs Siena), vinta da Siena. Marcovaldo fu fatto prigioniero e l’opera
sopracitata fu una tavola che servì come riscatto per la sua
libertà. Nelle due opere sono simili i bambini, il lenzuolo dove è
appoggiato il bambino
Opera conservata a Siena Opera conservata a
Orvieto
Sempre due Madonne con bambino
Differenze: a sinistra (Madonna di Siena) vediamo maggiore
sensibilità al chiaro-scuro nel volto della Vergine e del bambino
frutto di una ripittura dopo il 1261 per rendere a noi
percepibile lo stacco stilistico. In tempi recenti radiografie mostrano
un volto molto più simile alla Madonna di Orvieto
Meliore, 1271, Uffizi opera certa da cui parte anche il catalogo di Meliore più o meno
coetaneo di Marcovaldo. Anche Meliore partecipa alla battaglia di Monteaperti ma a differenza
di Marcovaldo non viene arrestato.
Melior
Meliore si firma anche agli Uffizi da Parma nel ‘700 da un mercenario. Nel 1800
arriva
si decide uno scambio con gli Uffizi perché a Parma non possedevano opere del Parmigianino e
così scambiano il dipinto di
La schiava
Meliore con
turca del Parmigianino.
Al centro vediamo Cristo San Paolo
San
Madonna
San Pietro
benedicente: il nome degli Giovanni
altri personaggi raffigurati
li campiamo dalle iscrizioni
in greco (es.: iscrizione
della Madonna che dice
“Madre di Dio”) che ci
indicano anche lo stretto
rapporto tra oriente e occidente. L’aureola di Cristo è raggiata e in rilievo e con finte pietre
preziose dipinte.
I festoni dipinti tra le figure di santi con cherubino con 6 ali rosse
che gli incorniciano il volto sono ghirlande aggiunte in età
rinascimentale, circa nella seconda metà
del 1400 sintomo di qualcosa che
succede su ampia scala quando dipinti
del 1200 vengono avvertiti come
superati perché nella Firenze del 1400 si
percepisce una nuova forma di altare
con cornice classica.
Gli altari si riempiono di questa nuova
tipologia di dipinti del 1200-1300 con
forme cuspidate percepiti come antichi e
quindi a volte vengono aggiornati o
rimossi dalle chiese o dagli altari.
Madonna
Duccio di Buoninsegna
Rucellai (1285): è una delle tre tavole cuspidate nella prima sala degli Uffizi (le altre due sono
di Giotto e di Cimabue)
Giotto cresce in una Firenze con tavole che abbiamo visto prima e secondo la tradizione di
Ghiberti sarebbe anche stato allievo di Cimabue problema ripreso anche da Bellosi che
indaga sulla formazione di Cimabue per il passaggio di questo stile a Giotto) nella Divina
Commedia nel II canto del Purgatorio Dante parla della fama e cita Cimabue e Giotto ma non
dice se erano maestro e allievo. Solo nei commenti alla Commedia nasce l’idea del rapporto tra
i due)
Duccio: pittore senese, sincero rapporto con Cimabue, lavora a Firenze e ottiene una
commissione importante. Duccio è documentato a Siena fin dal 1270 per commissioni
marginali. Nel 1285 riceve questa commissione importante: una tavola molto grande
raffigurante la Madonna col bambino per la cappella del Laudesi nella chiesa di Santa Maria
Novella (=scopo cantare lodi alla Madonna). Noi conserviamo l’atto di commissione. È un
dipinto grande e sofisticato e fu a lungo frainteso. Secondo Vasari l’opera è di Cimabue.
con Cimabue ebbe un rapporto stretto
Duccio
Molti scetticismi: molti non credevano al legame tra la tavola e la sua attribuzione a Duccio.
Nome fu dato a posteriori quando la tavola viene posta nella cappella della famiglia Rucellai
(=no committenti).
Duccio è più giovane di Cimabue (ne parla Dante a proposito della fama = importante).
Probabilmente fu Duccio a guardare a Cimabue.
Con Duccio si ha il tentativo di rendere gli effetti di una stoffa vera, basata sui modelli antichi,
che da un’idea di maggior leggerezza e morbidezza (+ metallico e grafico in Cimabue).
Trono ligneo complessivamente con scorcio non ben riuscito e cornice originale con cuspidi con
figure di santi. In entrambi notiamo il tono patetico e sentimentale del volto della Vergine
(allusione al presagio per il destino del figlio.
Bordi del mantello della Vergine di un colore diverso in Duccio è un bordo più ricco (dorato) e
questa scelta potrebbe essere dettata dalla committenza in Duccio comunque è più
capriccioso, mantenuto più complesso e si attorciglia tratto molto personale di Duccio e
rivela la sua propensione per gli sviluppi della cultura gotica transalpina: idea del nastro
sinuoso ci fa capire che Duccio è senese e no fiorentino.
Siena è una della città italiane che sviluppa una sensibilità per la cultura al di là delle alpi
soprattutto per quanto riguarda l’oreficeria
Lezione 3 (1° marzo)
Confronto
Crocifisso
Giotto (1285-90)
Crocifisso
Cimabue (1280)
Si tratta di crocifissi
sagomati realizzati a
distanza di pochissimi anni
l’uno dall’altro: non si
accorciano le distanze
stilistiche
Entrambi erano destinati
alle più importanti chiese
monastiche mendicanti di
Firenze: Chiesa di Santa Maria Novella (domenicani) per Giotto e Chiesa di Santa Croce
(francescani) per Cimabue.
Differenze: il Cristo di Cimabue è piegato verso l’esterno e i piedi sono inchiodati con due chiodi
diversi a differenza id Giotto in cui i piedi sono inchiodati alla croce per mezzo di un solo
chiodo. Il Cristo di Giotto è invece piegato verso l’interno, più naturale e con le mani che si
accasciano a indicare la morte (a differenza di Cimabue in cui le mani sono aperte in maniera
innaturale).
I crocifissi dipinti su tavola sagomata raffiguravano normalmente Cristo con 4 chiodi Giotto si
adegua ad una iconografia moderna
Curva forzata e innaturale del Cristo in Cimabue: posizione caratteristica dagli anni ’20 in poi
secondo la tradizione toscana Giotto supera questa forma e cambia: delinea il corpo sulla
croce in modo più naturale. Il suo corpo è soggetto alla gravità, ha un peso a differenza di
Cimabue.
Da un punto di vista tipologico: il crocifisso di Giotto poggia su una pietra (= monte Golgota sul
quale secondo i Vangeli ci fu la crocifissione). Le mani del Cristo di Giotto rivelano la sua natura
fisica e tridimensionale.
L’aggiunta della montagna fu un’aggiunta in corso d’opera: il crocifisso venne restaurato e ci si
accorge ce la tavola era stata concepita in maniera identica a Cimabue e poi in corso d’opera si
aggiunge per volere di Giotto il resto. Non è solo un’aggiunta ornamentale ma corrisponde a
un’istanza logica narrativa
Il perizoma di Cristo in entrambi è trasparente e lascia intravedere l’anatomia del corpo che è
diverso nei due crocifissi quello di Cimabue lascia intravedere dei fianchi un po' femminili.
Giotto rompe da subito con la tradizione e propone un modello figurativo diverso da Cimabue.
Al momento genera scalpore la collocazione del crocifisso nella chiesa: Cimabue aveva usato
trasparenze e non una stoffa coprente. Ora il crocifisso di Cimabue è molto degradato: ci fu
un’alluvione a Firenze nel 1966 che distrusse il crocifisso per un 70% (non si trovava appeso al
momento ma in un deposito…per questo si rovinò). Fu restaurato subito dopo l’alluvione
secondo l’estetica dell’epoca.
Dettaglio Vergine dolente di Giotto: imitazione della realtà e farla trasmettere in termini
oggettivi e sentimentali
Dettaglio Vergine dolente di Cimabue: indifferenza sulla realtà naturale e molta più attenzione
alla preziosità e difficoltà della pittura.
San Giovanni
Dettaglio in Giotto vs Cimabue
Cimabue: massima stilizzazione anatomica
Giotto: imita razionalmente e logicamente la natura
trasmettendo idee di un’anatomia organica
Commentari
Il Crocifisso di Giotto viene citato nei di
Ghiberti (1400) fonte a confronto con la
prima
tradizione fiorentina precedente a sé e fonte molto
attendibile. Bellosi controlla e verifica le informazioni
Commentari:
presenti nei più del 90% delle notizie di Ghiberti
sono fondate.
1312: Ricuccio di Puccio lascia in eredità una piccola rendita
alla chiesa di Santa Maria Novella per tenere accesa la
lampada che arde davanti al crocifisso di Giotto
documento figurativo che può aiutare meglio la cronologia
del crocifisso di Deodato Orlandi (pittore di Lucca) che
riprende il crocifisso alla lettera, datato 1301. testamento
attendibile che ci assicura che il crocifisso di Giotto esisteva
davvero se Deodato lo poté copiare.
Deodato prima di realizzare il crocifisso simile a Giotto realizza una copia di Cimabue per la
chiesa di San Cerbone (vicino a Lucca), datato 1288.
Cimabue si era già confrontato con la croce sagomata: aveva realizzato per la chiesa
domenicana ad Arezzo nel 1265-70 un crocefisso che si è ben conservato rispetto al
crocifisso di Firenze è molto più semplificato: il corpo di Cristo è quasi scomposto in parti
meccaniche.
Cimabue aveva preso da Giunta Pisano nel 1260: aveva riformulato la tipologia della croce
sagomata e fu il primo a concepire l’idea che gli elementi iconografici dovevano essere ridotti
al solo Cristo in croce con ai lati gli addolorati a mezza figura.
Precedentemente il crocifisso era contornato da una serie di episodi narrativi dedicati alla
Passione: normalmente gli
addolorati erano
raffigurati a figure intere
ma non c’era solamente
la Vergine.
Giunta Pisano negli anni
’30 aveva progettato un
altro tipo di croce: egli
riduce al minimo ogni
spunto narrativo e questo
porta a una
rappresentazione più
empatica di Cristo sulla
croce.
Il corpo di Cristo in Marcovaldo (1260), San Gimignano
1272: Cimabue è documentato a Roma e citato come testimone in due atti notarili con
protagonisti due rappresentanti della curia.
Lezione 4 (6 marzo) Crocifisso
Coppo di Marcovaldo, (1260), San Gimignano
Novità nel modello di croc
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